Visualizzazioni totali

Visualizzazione post con etichetta deossinivalenolo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta deossinivalenolo. Mostra tutti i post

mercoledì 6 marzo 2013

Il mais BT serve veramente a risolvere il problema delle aflatossine?

Tra le “mezze verità” che vengono dette in giro in merito alle proprietà miracolose degli OGM, vi è anche quella relativa al fatto che gli OGM servirebbero per la risoluzione delle problematiche connesse alla proliferazione delle aflatossine. Ovviamente, in questa sede non si vuole sostenere che il mais BT non serva a nulla, ma, purtroppo, il mais BT, molto probabilmente, non rappresenta, da solo, il mezzo per la risoluzione del problema delle micotossine. In particolare, negli U.S.A., dove si fa largo uso di mais BT, il contenuto ammesso di aflatossine negli alimenti è 10 volte quello consentito nei Paesi dell’UE (0,50 ppb negli USA, contro gli 0.05 ppb nei Paesi dell’UE), segno inequivocabile che serve qualcos’altro.
Nell’Unione Europea i limiti massimi di aflatossine sono quelli stabiliti dal Reg. Ce 165/2010, che prevede per il mais valori differenti a seconda della destinazione della granella. In particolare, per l’alimentazione umana è consentita la presenza di 5 ppb - parti per miliardo - per l’aflatossina B1 e 10 ppb per le B1+B2+G1+G2. Per l’alimentazione animale è consentita la presenza di 20 ppb per la B1. Nel latte crudo, nel latte trattato termicamente e nel latte destinato alla fabbricazione di prodotti a base di latte, il tenore massimo è di 0,05 ppb di aflatossina M1.
Diversa è la legislazione americana, in particolare per le aflatossine nei prodotti destinati all’alimentazione animale. La normativa Usa, infatti, distingue i limiti massimi a seconda della specie e del periodo di vita dell’animale e varia notevolmente, passando dal valore minimo di 20 ppb nei prodotti a base di mais per mangimi destinati alle vacche da latte, fino ad un massimo di 300 ppb per quelli destinati ai bovini in finissaggio.
Nel nostro Paese i Limiti Massimi Tollerabili di aflatossine in prodotti destinati all’alimentazione  umana (espressi in µg/Kg ) sono riportati nella Direttiva 2006/1881/CE. Al limite comunitario di 0.050 ppb per l’aflatossina M1 nel latte crudo e termicamente trattato si sono adeguati anche alcuni paesi asiatici, africani e dell’America Latina. 
In netto contrasto con quanto prescritto nei Paesi dell’UE sono gli Stati Uniti e alcuni Paesi dell’Europa orientale e asiatici, che hanno adottato un limite dieci volte superiore, ovvero 0.50 ppb, limite  adottato anche dal Codex Alimentarius nel 2001.
Pertanto, negli USA, pur avendo a disposizione l’arma del mais BT, sono consapevoli che esso da solo non serve a risolvere il problema aflatossine.
Negli U.S.A., pur potendo contare sulla possibilità di coltivare mais BT, può accadere poi che in particolari annate i limiti possano anche essere ritoccati, in relazione al fatto che vengono superate le soglie ammesse:
Nella realtà esistono altre problematiche legate alla diffusione di aflatossine nel mais. In particolare:
-        Occorre in primo luogo prestare attenzione alle rotazioni, al fine di limitare la diffusione della  piralide. A questo proposito, occorre rilevare che negli ultimi decenni le aziende agricole, anche al fine di contenere i costi di produzione, si sono fortemente specializzate, per cui privilegiano la monocoltura di mais, con tutti i risvolti negativi in merito alla diffusione di insetti e di piante infestanti;

-        Esiste poi il problema delle attuali varietà di mais che hanno le brattee che non coprono completamente la pannocchia, per cui si sviluppano attacchi fungini. Anche in questo caso l’umidità ristagna nelle parti apicali della pannocchia, per cui si ha proliferazione di agenti micotici;

-        Esiste poi il problema delle irrigazioni effettuate massicciamente allo scopo di ottenere una maggior produzione, ma che rappresentano un elemento importante per lo sviluppo delle aflatossine;

-        Esiste poi il problema della “aree rifugio”, che devono essere attuate insieme alla coltivazione del mais e che, se non trattate con insetticidi, origineranno un prodotto con ingenti attacchi di piralide e, conseguentemente, con un alto contenuto di aflatossine.
A cosa servono le “Aree Rifugio”? Sono aree coltivate a mais convenzionale (fino al 50% della superficie coltivata a mais Bt), allo scopo di evitare che soggetti di piralide resistenti alla proteina BT localizzati nel campo di mais BT vadano a fecondare altri soggetti resistenti, sempre localizzati nel campo di mais BT, dando così origine ad una progenie resistente. Il giochetto è presto spiegato: se noi accanto ad un campo di mais BT mettiamo un campo di mais convenzionale, con ogni probabilità nel campo di mais BT si selezioneranno soggetti resistenti alla tossina BT, mentre nel campo convenzionale ci saranno soggetti non resistenti. L’esclusiva presenza di coltivazioni di mais BT avrebbe determinato una forte presenza di soggetti resistenti, con creazione di progenie di insetti resistenti. Mettendo accanto al campo di mais BT un campo di mais convenzionale, la formazione di progenie di piralide resistente alla tossina BT è notevolmente rallentata, non evitata, in quanto soggetti resistenti provenienti dal campo di mais BT possono fecondarsi con soggetti non resistenti provenienti dal campo di mais convenzionale, dando così origine ad una progenie che solo in parte è resistente.

Anche nel caso delle “Aree Rifugio” l’introduzione di piante transgeniche resistenti agli insetti non ha risolto completamente il problema e non ha semplificato la coltivazione del mais. In particolare:

-              molto spesso gli agricoltori non hanno seguito il consiglio delle ditte sementiere, per cui non hanno messo in atto la strategie delle “aree rifugio”;

-              coloro che hanno creato le “aree rifugio” hanno dovuto adottare due specifiche tecniche di coltivazione per lo stesso prodotto, in quanto la parte coltivata con piante convenzionali deve essere trattata in modo diverso da quella coltivata con piante transgeniche.

In conclusione alle considerazioni effettuate sulle piante transgeniche resistenti agli insetti, occorre chiedersi se quello delle “aree rifugio” è un modello produttivo adatto all’agricoltura italiana, che, come è risaputo, è costituita da aziende di modestissima dimensione (6-7 ettari), dove non è raro incontrare campi coltivati a mais o a soia dell’ordine di poche decine di migliaia di metri quadrati.  
In merito agli effetti del mais BT sul contenuto di micotossine, il problema è il seguente: consapevoli del fatto che le aree rifugio saranno oggetto di “grandi attenzioni” da parte della piralide, cosa ne sarà della granella prodotta in termini di micotossine se non si faranno trattamenti insetticidi specifici? La granella prodotta sarà buttata? Sarà destinata alla produzione di biocombustibili?


A conclusione di queste piccole osservazioni sulle aflatossine nel mais BT, si può far rilevare che il valore massimo consentito  per l’aflatossina M1 nel latte adottato dall’UE è tra i più bassi al mondo.
Senza entrare nel dibattito sulla possibilità o opportunità di richiedere o meno una modifica nella normativa europea sui tenori massimi di aflatossine nel mais, forse troppo stretti, va precisato che questa procedura è lunga e complessa, anche perché richiede che siano prodotte nuove informazioni scientifiche, che devono essere valutate dall’Efsa (l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare) e dal Comitato permanente della catena alimentare della salute animale.

mercoledì 10 ottobre 2012

IL PROBLEMA DELLE MICOTOSSINE E IL MAIS BT


IL PROBLEMA DELLE MICOTOSSINE E IL MAIS BT

Dott. Giovanni Monastra
Coordinatore Progetto “OGM in Agricoltura”

Le micotossine sono sostanze in prevalenza lipofile, a basso PM (inferiore a 1000 Da), chimicamente e biologicamente poco omogenee, prodotte dal metabolismo secondario di alcune specie di micromiceti filamentosi (muffe). Al di sopra di certi livelli, molto bassi, di assunzione nelle dieta esplicano un’azione tossica nei vertebrati e in altri animali.  In questo intervento trattiamo le micotossine di interesse zootecnico e umano, i cui miceti produttori sono: Aspergillus flavus e Aspergillus parasiticus per le Aflatossine B1(M1), B2, G1, G2; Aspergillus ochraceus e Penicillium verrucosum per l’Ocratossina A; Fusarium graminearum, F. culmorum e F.sporotrichioides per il Deossinivalenolo (DON), il Nivalenolo (NIV), il T2 e lo Zearalenone; Fusarium verticillioides (moniliforme) e F. proliferatum per le Fumonisine. Nell’uomo le aflatossine e l’ocratossina hanno un’azione sicuramente cancerogena, mentre per le fumonisine si ipotizza un possibile legame causale con il cancro all’esofago. Negli animali da allevamento tutte le micotossine riducono la crescita e le rese produttive. Vengono generalmente ingerite come contaminanti degli alimenti (mais, cereali, ecc.) in maniera accidentale. Si possono ritrovare anche nei prodotti derivati da animali (latte, formaggi, carni e uova) nutriti con mangimi contaminati. Il problema più grave si presenta con il latte dove, in alcuni casi, sono stati riscontrati livelli elevati di aflatossine. All’interno del progetto di biosicurezza “OGM in Agricoltura”, finanziato dal Ministero delle Politiche Agricole e coordinato dall’Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione (INRAN) di Roma, è stato realizzato nel 2005 un campo sperimentale sia con mais Bt MON810, sia con il suo isogenico non transgenico, nel corso del quale sono state analizzate anche alcune micotossine. Il mais MON810, il cui brevetto è di proprietà Monsanto, è un evento approvato nel 1998 per la coltivazione e commercializzazione nell’U.E.
E’ stato realizzato con la tecnica biolistica inserendo nel genoma del mais il gene del Bacillus thuringensis (Bt) che codifica per l’endotossina  CRY1Ab, tossica per le larve di piralide, un lepidottero fitofago (endofita). Così il mais ingegnerizzato produce un insetticida. Gli effetti della piralide consistono nella riduzione della crescita della pianta e in cali di resa, dovuti alla rottura dei fusti indeboliti al loro interno a seguito delle gallerie scavate dalle larve e dalla disarticolazione delle spighe, che possono cadere in fase di raccolta. Altre conseguenze negative associate alla sua azione sono le infezioni secondarie di alcuni funghi e batteri. I fori praticati nel mais dalle larve di piralide costituiscono le vie preferenziali di penetrazione del Fusarium verticillioides, produttore di fumonisine. Quindi i danni causati da questo insetto possono essere economicamente rilevanti, in quanto determinano una minore produzione e una qualità scadente del prodotto. Tutti i tipi di mais Bt, oltre che contro la piralide, si sono dimostrati anche utili per ridurre significativamente la contaminazione delle fumonisine nel raccolto, ma sono inefficaci nella lotta contro tutte le altre micotossine (aflatossine, ecc.). Infatti la drastica riduzione delle fumonisine nel mais Bt (confrontato con mais convenzionale non trattato con insetticidi) sembra essere un effetto secondario, determinato dalla assenza dei cunicoli scavati dalle larve della piralide, cunicoli attraverso i quali si insedia il fungo produttore di fumonisine. Nel caso degli altri funghi tossigeni tempi e vie di insediamento nel mais non sono gli stessi, quindi il mais Bt è inutile.
Nella nostra sperimentazione in campo aperto è stato riconfermato l’ottimo effetto antipiralide, quindi con maggiori rese nel mais Bt, e la riduzione delle fumonisine (meno  rilevante che in altre sperimentazioni). Comunque i valori di questa micotossina sono stati inferiori agli attuali limiti di legge anche nella coltura non GM. Invece i livelli di aflatossine in ambedue i tipi di mais (Bt e convenzionale) sono stati al di sotto della soglia di rilevamento del metodo. Questi risultati non sono rappresentativi di un campo di mais Bt commerciale, perché sia la data della semina, sia quella del raccolto sono state molto tardive rispetto alle normali date (quasi un  mese di ritardo dovuto, nel caso della semina, alla difficoltà di ottenere le sementi transgeniche e per vari impedimenti burocratici), e quindi assai favorevoli per l’attività della piralide nella coltura convenzionale, che inoltre non è stata assolutamente trattata con insetticidi. Va comunque ricordato che l’applicazione delle “buone pratiche agricole” permette di ridurre fortemente gli effetti devastanti di questo insetto e, quindi, anche le conseguenze negative correlate (fumonisine). Si può dire che il mais Bt è una delle opzioni possibili, valida per la lotta contro un solo tipo di micotossine. La sua convenienza ed efficacia, però, va analizzata confrontando le rese e i costi delle colture di mais Bt  (prezzi delle sementi gravate da brevetto) con quelle del mais convenzionale trattato contro la piralide e coltivato secondo le buone pratiche agricole. In conclusione possiamo affermare che la lotta per ridurre/eliminare le micotossine nel mais non può e non deve essere una scelta dettata dagli interessi delle grandi multinazionali: la strategia da perseguire è molto articolata e l’eventuale uso del transgenico, che certo non risolve la problematica nel suo complesso, va inserito in un contesto più ampio, nel quale è fondamentale la difesa del “made in Italy”. Bisogna quindi procedere con estrema cautela, senza semplicismi illusori.


Bibliografia

Sugli OGM in generale:
AA.VV., Agrobiotecnologie nel contesto italiano, INRAN, Roma 2006 (si può richiedere copia gratuita mandando una e-mail a: libro.ogm@inran.it )

Sulle  micotossine e mais Bt:
Bennett J.W. e Klich M., 2003, “Mycotoxins”, Clinical Microbiology Reviews, 163, 497-516
Pazzi F., Lener M., Colombo L., Monastra G., 2006, “Bt maize and mycotoxins: the current state of research”,  Annals of Microbiology, 56 (3), 221-228

Sulla piralide e il mais Bt:
Burkness, E.C., Hutchison, W.D., Bolin, P.C., Bartels, D.W., Warnock, D.F., Davis, D.W., 2001, “Field efficacy of sweet corn hybrids expressing a Bacillus thuringiensis toxin for management of Ostrinia nubilalis (Lepidoptera: Crambidae) and Helicoverpa zea (Lepidoptera: Noctuidae)”,  J. Econ Entomol.,  941, 197-203.