Visualizzazioni totali

Visualizzazione post con etichetta fumonisine. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta fumonisine. Mostra tutti i post

lunedì 7 luglio 2014

Ancora sulle micotossine nel mais

Tra le “mezze verità” che vengono dette in giro in merito alle proprietà miracolose degli OGM, vi è anche quella relativa al fatto che gli OGM servirebbero per la risoluzione delle problematiche connesse alla proliferazione delle aflatossine. Ovviamente, in questa sede non si vuole sostenere che il mais Bt non serva a nulla, ma, purtroppo, il mais Bt, molto probabilmente, non rappresenta, da solo, il mezzo per la risoluzione del problema delle micotossine. In particolare, negli U.S.A., dove si fa largo uso di mais Bt, il contenuto ammesso di aflatossine negli alimenti è 10 volte quello consentito nei Paesi dell’UE (0,50 ppb negli USA, contro gli 0,05 ppb nei Paesi dell’UE), segno inequivocabile che il mais Bt da solo non rappresenta la soluzione al problema e serve qualcos’altro.
Nell’Unione Europea i limiti massimi di aflatossine sono quelli stabiliti dal Reg. Ce 165/2010, che prevede per il mais valori differenti a seconda della destinazione della granella. In particolare, per l’alimentazione umana è consentita la presenza di 5 ppb - parti per miliardo - per l’aflatossina B1 e 10 ppb per le B1+B2+G1+G2. Per l’alimentazione animale è consentita la presenza di 20 ppb per la B1. Nel latte crudo, nel latte trattato termicamente e nel latte destinato alla fabbricazione di prodotti a base di latte, il tenore massimo è di 0,05 ppb di aflatossina M1.

Diversa è la legislazione americana, in particolare per le aflatossine nei prodotti destinati all’alimentazione animale. La normativa Usa, infatti, distingue i limiti massimi a seconda della specie e del periodo di vita dell’animale e varia notevolmente, passando dal valore minimo di 20 ppb nei prodotti a base di mais per mangimi destinati alle vacche da latte, fino ad un massimo di 300 ppb per quelli destinati ai bovini in finissaggio.

Nel nostro Paese i Limiti Massimi Tollerabili di aflatossine in prodotti destinati all’alimentazione  umana (espressi in µg/Kg ) sono riportati nella Direttiva 2006/1881/CE. Al limite comunitario di 0.050 ppb per l’aflatossina M1 nel latte crudo e termicamente trattato si sono adeguati anche alcuni paesi asiatici, africani e dell’America Latina. 

In netto contrasto con quanto prescritto nei Paesi dell’UE sono gli Stati Uniti e alcuni Paesi dell’Europa orientale e asiatici, che hanno adottato un limite dieci volte superiore, ovvero 0.50 ppb, limite  adottato anche dal Codex Alimentarius nel 2001.

Pertanto, negli USA, pur avendo a disposizione l’arma del mais Bt, sono consapevoli che esso da solo non serve a risolvere il problema aflatossine.

Negli U.S.A., pur potendo contare sulla possibilità di coltivare mais Bt, può accadere poi che in particolari annate i limiti possano anche essere ritoccati, in relazione al fatto che vengono superate le soglie ammesse:



Nella realtà esistono altre problematiche legate alla diffusione di aflatossine nel mais. In particolare:

-        Occorre in primo luogo prestare attenzione alle rotazioni, al fine di limitare la diffusione della  piralide. A questo proposito, occorre rilevare che negli ultimi decenni le aziende agricole, anche al fine di contenere i costi di produzione, si sono fortemente specializzate, per cui privilegiano la monocoltura di mais, con tutti i risvolti negativi in merito alla diffusione di insetti e di piante infestanti;


-        Esiste poi il problema delle attuali varietà di mais che hanno le brattee che non coprono completamente la pannocchia, per cui si sviluppano attacchi fungini. Anche in questo caso l’umidità ristagna nelle parti apicali della pannocchia, per cui si ha proliferazione di agenti micotici;


-        Esiste poi il problema delle irrigazioni effettuate massicciamente allo scopo di ottenere una maggior produzione, ma che rappresentano un elemento importante per lo sviluppo delle aflatossine;


-        Esiste poi il problema della “aree rifugio”, che devono essere attuate insieme alla coltivazione del mais e che, se non trattate con insetticidi, origineranno un prodotto con ingenti attacchi di piralide e, conseguentemente, con un alto contenuto di aflatossine.

A cosa servono le “Aree Rifugio”? Sono aree coltivate a mais convenzionale (fino al 50% della superficie coltivata a mais Bt), allo scopo di evitare che soggetti di piralide resistenti alla proteina BT localizzati nel campo di mais BT vadano a fecondare altri soggetti resistenti, sempre localizzati nel campo di mais BT, dando così origine ad una progenie resistente. Il giochetto è presto spiegato: se noi accanto ad un campo di mais BT mettiamo un campo di mais convenzionale, con ogni probabilità nel campo di mais Bt si selezioneranno soggetti resistenti alla tossina Bt, mentre nel campo convenzionale ci saranno soggetti non resistenti. L’esclusiva presenza di coltivazioni di mais Bt avrebbe determinato una forte presenza di soggetti resistenti, con creazione di progenie di insetti resistenti. Mettendo accanto al campo di mais Bt un campo di mais convenzionale, la formazione di progenie di piralide resistente alla tossina Bt è notevolmente rallentata, non evitata, in quanto soggetti resistenti provenienti dal campo di mais Bt possono fecondarsi con soggetti non resistenti provenienti dal campo di mais convenzionale, dando così origine ad una progenie che solo in parte è resistente.




Anche nel caso delle “Aree Rifugio” l’introduzione di piante transgeniche resistenti agli insetti non ha risolto completamente il problema e non ha semplificato la coltivazione del mais. In particolare:


-              molto spesso gli agricoltori non hanno seguito il consiglio delle ditte sementiere, per cui non hanno messo in atto la strategie delle “aree rifugio”;


-              coloro che hanno creato le “aree rifugio” hanno dovuto adottare due specifiche tecniche di coltivazione per lo stesso prodotto, in quanto la parte coltivata con piante convenzionali deve essere trattata in modo diverso da quella coltivata con piante transgeniche.


In conclusione alle considerazioni effettuate sulle piante transgeniche resistenti agli insetti, occorre chiedersi se quello delle “aree rifugio” è un modello produttivo adatto all’agricoltura italiana, che, come è risaputo, è costituita da aziende di modestissima dimensione (6-7 ettari), dove non è raro incontrare campi coltivati a mais o a soia dell’ordine di poche decine di migliaia di metri quadrati.  

In merito agli effetti del mais Bt sul contenuto di micotossine, il problema è il seguente: consapevoli del fatto che le aree rifugio saranno oggetto di “grandi attenzioni” da parte della piralide, cosa ne sarà della granella prodotta in termini di micotossine se non si faranno trattamenti insetticidi specifici? La granella prodotta sarà buttata? Sarà destinata alla produzione di biocombustibili?



A conclusione di queste piccole osservazioni sulle aflatossine nel mais Bt, si può far rilevare che il valore massimo consentito  per l’aflatossina M1 nel latte adottato dall’UE è tra i più bassi al mondo.

Senza entrare nel dibattito sulla possibilità o opportunità di richiedere o meno una modifica nella normativa europea sui tenori massimi di aflatossine nel mais, forse troppo stretti, va precisato che questa procedura è lunga e complessa, anche perché richiede che siano prodotte nuove informazioni scientifiche, che devono essere valutate dall’Efsa (l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare) e dal Comitato permanente della catena alimentare della salute animale.

mercoledì 22 gennaio 2014

LETTERA APERTA ALLA SERRACCHIANI, DATATA 17 GENNAIO 2014, DEL PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE ITALIANA MAISCOLTORI A FAVORE DEL MAIS BT…….UN DOCUMENTO PIENO DI INESATTEZZE

In questi giorni sono in discussione presso gli uffici della Regione Friuli Venezia Giulia le regole per la coesistenza tra colture geneticamente modificate, convenzionali e biologiche. Il presidente dell’Associazione Italiana Maiscoltori Marco Aurelio Pasti e il presidente di CONFAGRICOLTURA Friuli Venezia Giulia Claudio Cressati hanno scritto una lettera aperta ai vertici della Regione (Presidente Serracchiani), per chiedere di non chiudere aprioristicamente la porta alla coltivazione del mais OGM nella produzione locale, anche in considerazione delle conseguenze che il suo mancato impiego potrebbe avere sull’economia e sull’ambiente locale. Peccato che, a mio parere, questo documento contenga alcune inesattezze, che, con effetto a cascata, determinano un completo annullamento delle conclusioni a cui riesce a giungere.
Partiamo dalle conclusioni. Il documento afferma che a causa della mancata utilizzazione del mais Bt ………….… Per ottenere lo stesso quantitativo di mais prodotto oggi in Friuli si potrebbero risparmiare 50 milioni di metri cubi d’acqua, 9.000 TEP di energia, 45.000 kg di agrofarmaci e 8.000 tonnellate di concimi o, a parità di superfici investite, assorbire 260.000 tonnellate di CO2 in più dall’atmosfera” …………… Scusate, ma voi pensate proprio che i vostri interlocutori contrari all’utilizzazione del mais Bt siano tutti imbecilli? ………… pensate veramente che i vostri interlocutori, per ideologia, potrebbero rinunciare a tutti i benefici che avete elencato? ……………Pensate veramente che se gli effetti da voi elencati fossero veri, gli italiani sarebbero per i 3/4 contrari alla coltivazione del mais Bt?
Peccato che tutti i vantaggi elencati siano il risultato di un calcolo sbagliato. In particolare, il risultato finale parte da un presupposto sbagliato, o, quantomeno, da una “mezza verità”, ovvero che in Friuli Venezia Giulia non si faccia alcun trattamento insetticida contro la Piralide. Purtroppo, è vero il contrario, poiché in Friuli Venezia Giulia la coltivazione del mais, attuata in larga parte in monocoltura, prevede l’esecuzione di trattamenti insetticidi. Pertanto, è vero che la Piralide procura un danno al mais dell’ordine del 10% se non viene attuato alcun trattamento insetticida, ma è altrettanto vero che se vengono fatti i dovuti trattamenti insetticidi, così come avviene nella realtà, questa riduzione viene enormemente contenuta. Conseguentemente, affermare che senza il mais Bt si avrebbe un danno del 10% sul livello produttivo annuale è sbagliato, così come hanno fatto rilevare alcune sperimentazioni in pieno campo.
Pertanto, il dato di partenza dei calcoli riguarda una coltivazione di mais che nella realtà non esiste, ovvero una coltivazione di mais con un elevato attacco di piralide e nella quale non viene attuato alcun trattamento insetticida. E’ ovvio che in una situazione di questo tipo il mais Bt potrebbe portare i vantaggi  elencati, ma è un dato di partenza sbagliato, poiché nel caso di attacchi di una certa entità, la coltivazione del mais, nella realtà, viene trattata con specifici insetticidi.
Vediamo da dove nascono queste inesattezze:
1)    Testuali parole: “La perdita di produzione è molto variabile di anno in anno, ma può essere stimata in non meno del 10% della produzione regionale ovvero in oltre 80.000 tonnellate per un valore di almeno 16 milioni di euro.” Questo dato si riferisce ad una situazione che non esiste, ovvero una produzione di mais nella quale non viene attuato alcun trattamento insetticida per contenere il danno provocato dalla piralide. E’ un dato che non deriva da alcuna sperimentazione, poiché in Italia il mais Bt non è mai stato coltivato. E’, pertanto, un dato fondamentalmente sbagliato e frutto solo ed esclusivamente di opinioni personali. Se si vuole avere un’idea del danno potenzialmente provocato dalla Piralide al mais è possibile dedurlo da alcune sperimentazioni attuate per testare alcuni insetticidi. In particolare, da queste sperimentazioni è possibile verificare la differenza di produzione tra “mais trattato con insetticidi” (paragonabile al “mais Bt”, anche se sono consapevole che non è un paragone valido al 100%) e “testimone non trattato”………….la differenza è minima, tanto che gli sperimentatori giungono alla conclusione che il trattamento insetticida è economicamente valido solo nel caso in cui il mais sia destinato all’alimentazione umana (polenta?);


2)    Testuali parole: “Tra le micotossine, le fumonisine sono strettamente connesse al danno causato dalla piralide che è in grado di aumentarne il contenuto di oltre 100 volte ………”.  Anche questo è un dato che sembra essere sbagliato, poiché se osserviamo i risultati della sperimentazione precedente, notiamo che la differenza di fumonisine tra coltivazione di “mais trattata con insetticida” e “testimone non trattato”,  è nulla in 2 prove su 4 e raddoppia in altre 2 prove su 4. Pertanto, secondo questa sperimentazione, che non ha utilizzato mais Bt, ma che può dare un’idea di quello che può accadere, non è vero che il contenuto di fumonisine aumenta di 100 volte, al massimo raddoppia (forse l’estensore del documento voleva scrivere “è aumenta del 100%”);

3)    Testuali parole: “La piralide è uno dei maggiori fattori di rischio di contaminazione anche per le aflatossine, dopo caldo e siccità.” Anche in questo caso le sperimentazioni avrebbero verificato che il contenuto di aflatossine, non è molto diverso tra “mais trattato con insetticida” e testimone di “mais non trattato”.

4)     Testuali parole: “Questa strategia poggia tra l’altro sull’ipocrita omissione del fatto che, da oltre 15 anni, quotidianamente gli OGM entrano pacificamente e incontrastati in regione tramite camion, treni e navi di soia modificata geneticamente prodotta all’estero e senza la quale una parte importante dei rinomati prosciutti e formaggi friulani non potrebbe essere prodotta.”  E’ una considerazione vera e speriamo, che prima o poi, si riesca a risolvere questa situazione a dir poco ipocrita, attraverso l’etichettatura dei derivati ottenuti dalla trasformazione degli OGM (carne, latte, uova, ecc.). Almeno un contributo di verità l’abbiamo dato.

In definitiva, se non risponde a realtà il fatto che la mancata adozione del mais Bt determina un danno del 10% alla produzione di mais in Friuli Venezia Giulia, con effetto a cascata vengono a cadere tutte le altre considerazioni sugli ipotetici danni economici e ambientali. In particolare:

-         La coltivazione del mais in Friuli Venezia Giulia, soprattutto laddove l’infestazione è più massiccia, si avvale di trattamenti insetticidi per il contenimento del danno. Pertanto, a mio parere, per stabilire il danno da mancata adozione del mais Bt in Friuli Venezia Giulia, non è corretto fare un confronto tra “mais Bt” e “mais convenzionale non trattato con insetticidi”;

-         Per avere un’idea approssimativa, e non troppo fuorviante, del danno provocato dalla mancata adozione del “mais Bt”, si può fare un confronto tra “testimone di mais convenzionale trattato con insetticidi” e “coltivazione di mais convenzionale non trattato con insetticidi”;

-         Dalle sperimentazioni messe in atto da Veneto Agricoltura, si evince che non c’è una gran differenza tra mais convenzionale trattato con insetticidi” e “testimone non trattato”;


-          Il dato riportato nella lettera alla Serracchiani, e relativo al presunto danno da Piralide sul mais in Friuli Venezia Giulia (10% annuo sulla produzione totale), si riferisce al confronto tra “mais Bt” e “mais convenzionale non trattato con insetticidi contro la Piralide”. Tale ipotetico danno si riferisce ad una situazione non reale e, pertanto, è da ritenere errato o, quantomeno, stimato per eccesso;

-         Conseguentemente, non è vero che la mancata adozione del mais Bt in Friuli Venezia Giulia determinerebbe una perdita produttiva di mais dell’ordine di 80.000 tonnellate. Sarebbe così solo se nessun agricoltore facesse trattamenti contro la Piralide, ma non è la realtà;

-         Conseguentemente, non è vero che la mancata adozione del “mais Bt” in Friuli Venezia Giulia determinerebbe un danno economico di 16 milioni di euro;

-         Ne consegue che anche l’ipotetico risparmio di 50 milioni di metri cubi d’acqua non è reale;

-          Anche il risparmio di 9.000 TEP di energia non è reale;

-          Potrebbe essere reale il risparmio di 45.000 kg di agro farmaci, ma non dimentichiamo che questi agro farmaci sono prodotti autonomamente dalla pianta;

-          Se non è reale il danno del 10%, anche il risparmio di 8.000 tonnellate di concimi non è reale;


-          Così come non è reale l’assorbimento di 260.000 tonnellate di CO2 dall’atmosfera in più.

venerdì 15 novembre 2013

Coesistenza tra piante OGM e piante “non OGM”: a chi spettano i costi di coesistenza?

Il problema è sicuramente attuale…….nel caso di coesistenza tra “piante non OGM”, siano esse convenzionali o biologiche, e “piante OGM”, e soprattutto nel caso in cui uno Stato preveda l'etichettatura degli alimenti derivati, ci sarà sicuramente un generalizzato aumento dei costi di coltivazione per le diverse tipologie produttive (non OGM, OGM e biologico), in relazione alle aree di rispetto, alla pulizia delle attrezzature di lavorazione e di raccolta, ai costi di segregazione, ecc.
Una domanda sorge spontanea: a chi spettano i maggiori costi di coesistenza? Agli agricoltori "non OGM” o agli agricoltori che vogliono introdurre gli OGM sul territorio nazionale? La risposta non è semplice, poiché ognuno di essi dirà che dovranno essere gli altri a sostenere i costi di coesistenza.
  Al fine di rispondere a questa domanda è necessario focalizzare l’attenzione sulle caratteristiche di ogni diversa forma di agricoltura e sui conseguenti danni che ne possono derivare nel caso di coesistenza.
Per l’agricoltore convenzionale la presenza di polline transgenico che può inquinare la sua produzione non OGM deve essere evitata, ma non costituisce un grande problema, poiché non ha una dotazione particolare di macchine da ammortizzare. L’importante è che questa soglia di inquinamento non superi la soglia dello 0,9%, così come previsto dalla Legge sull’etichettatura, per non avere una riduzione di prezzo. Nel caso in cui, invece, questa soglia superasse lo 0,9% ecco che si presentano una serie di danni per l’agricoltore convenzionale, che sarà costretto a vendere sul mercato del transgenico la sua produzione convenzionale (ha sostenuto i costi del convenzionale, per poi vendere ai prezzi, più bassi, del transgenico).
Diverso è il discorso per l’agricoltore biologico, che ha fatto le siepi intorno alla sua azienda agricola, si è dotato di macchine particolari per effettuare la “falsa semina” e per l’esecuzione dei trattamenti antiparassitari con prodotti naturali, si è dotato di strutture particolari per l’allevamento degli animali biologici, si è dotato di macchine particolari per la trasformazione dei prodotti agricolo/zootecnici, ha sopportato i minori introiti del periodo di conversione, si è sottoposto ai controlli previsti dalla Legge………..tutto questo comporta maggiori costi, con la speranza di poter ottenere maggiori prezzi di vendita, che non otterrà se il suo prodotto sarà anche in parte OGM. Con ogni probabilità il prodotto biologico inquinato da OGM non sarà accettato dalla filiera biologica e dovrà essere venduto sul mercato del convenzionale. Se poi il livello di inquinamento supererà lo 0,9%, anche questo prodotto che doveva essere biologico, dovrà essere venduto sul mercato del transgenico, con indubbi maggiori perdite negli incassi.
Chi guadagnerà da questa situazione? Gli unici che guadagneranno saranno i coltivatori di piante OGM, che vedranno aumentare i costi e le difficoltà produttive di chi fa agricoltura convenzionale e/o biologica e vedranno divenire maggiormente competitive le loro produzioni.

In una situazione come quella delineata, anche al fine di ristabilire una determinata concorrenza di mercato, è necessario che siano gli agricoltori che intendono coltivare OGM a sostenere i costi di coesistenza…….se così non fosse, dopo pochi anni le coltivazioni “non OGM”, convenzionale e biologica, scomparirebbero.

lunedì 5 agosto 2013

Il mais Bt da solo non risolve il problema degli insetti fitofagi


Purtroppo è la verità, il mais Bt da solo non serve a risolvere il problema degli insetti fitofagi, in quanto:

- gli insetti bersaglio maturano una resistenza genetica

- altri insetti fitofagi prendono il posto della piralide

- l’uso delle “Aree Rifugio” in Italia con aziende di 7-8 ettari è inattuabile….o quasi (è ovvio che qualche grande azienda lo potrebbe fare).


http://www.sciencemag.org/content/327/5972/1439.summary

http://www.nature.com/scitable/knowledge/library/use-and-impact-of-bt-maize-46975413


mercoledì 6 marzo 2013

Il mais BT serve veramente a risolvere il problema delle aflatossine?

Tra le “mezze verità” che vengono dette in giro in merito alle proprietà miracolose degli OGM, vi è anche quella relativa al fatto che gli OGM servirebbero per la risoluzione delle problematiche connesse alla proliferazione delle aflatossine. Ovviamente, in questa sede non si vuole sostenere che il mais BT non serva a nulla, ma, purtroppo, il mais BT, molto probabilmente, non rappresenta, da solo, il mezzo per la risoluzione del problema delle micotossine. In particolare, negli U.S.A., dove si fa largo uso di mais BT, il contenuto ammesso di aflatossine negli alimenti è 10 volte quello consentito nei Paesi dell’UE (0,50 ppb negli USA, contro gli 0.05 ppb nei Paesi dell’UE), segno inequivocabile che serve qualcos’altro.
Nell’Unione Europea i limiti massimi di aflatossine sono quelli stabiliti dal Reg. Ce 165/2010, che prevede per il mais valori differenti a seconda della destinazione della granella. In particolare, per l’alimentazione umana è consentita la presenza di 5 ppb - parti per miliardo - per l’aflatossina B1 e 10 ppb per le B1+B2+G1+G2. Per l’alimentazione animale è consentita la presenza di 20 ppb per la B1. Nel latte crudo, nel latte trattato termicamente e nel latte destinato alla fabbricazione di prodotti a base di latte, il tenore massimo è di 0,05 ppb di aflatossina M1.
Diversa è la legislazione americana, in particolare per le aflatossine nei prodotti destinati all’alimentazione animale. La normativa Usa, infatti, distingue i limiti massimi a seconda della specie e del periodo di vita dell’animale e varia notevolmente, passando dal valore minimo di 20 ppb nei prodotti a base di mais per mangimi destinati alle vacche da latte, fino ad un massimo di 300 ppb per quelli destinati ai bovini in finissaggio.
Nel nostro Paese i Limiti Massimi Tollerabili di aflatossine in prodotti destinati all’alimentazione  umana (espressi in µg/Kg ) sono riportati nella Direttiva 2006/1881/CE. Al limite comunitario di 0.050 ppb per l’aflatossina M1 nel latte crudo e termicamente trattato si sono adeguati anche alcuni paesi asiatici, africani e dell’America Latina. 
In netto contrasto con quanto prescritto nei Paesi dell’UE sono gli Stati Uniti e alcuni Paesi dell’Europa orientale e asiatici, che hanno adottato un limite dieci volte superiore, ovvero 0.50 ppb, limite  adottato anche dal Codex Alimentarius nel 2001.
Pertanto, negli USA, pur avendo a disposizione l’arma del mais BT, sono consapevoli che esso da solo non serve a risolvere il problema aflatossine.
Negli U.S.A., pur potendo contare sulla possibilità di coltivare mais BT, può accadere poi che in particolari annate i limiti possano anche essere ritoccati, in relazione al fatto che vengono superate le soglie ammesse:
Nella realtà esistono altre problematiche legate alla diffusione di aflatossine nel mais. In particolare:
-        Occorre in primo luogo prestare attenzione alle rotazioni, al fine di limitare la diffusione della  piralide. A questo proposito, occorre rilevare che negli ultimi decenni le aziende agricole, anche al fine di contenere i costi di produzione, si sono fortemente specializzate, per cui privilegiano la monocoltura di mais, con tutti i risvolti negativi in merito alla diffusione di insetti e di piante infestanti;

-        Esiste poi il problema delle attuali varietà di mais che hanno le brattee che non coprono completamente la pannocchia, per cui si sviluppano attacchi fungini. Anche in questo caso l’umidità ristagna nelle parti apicali della pannocchia, per cui si ha proliferazione di agenti micotici;

-        Esiste poi il problema delle irrigazioni effettuate massicciamente allo scopo di ottenere una maggior produzione, ma che rappresentano un elemento importante per lo sviluppo delle aflatossine;

-        Esiste poi il problema della “aree rifugio”, che devono essere attuate insieme alla coltivazione del mais e che, se non trattate con insetticidi, origineranno un prodotto con ingenti attacchi di piralide e, conseguentemente, con un alto contenuto di aflatossine.
A cosa servono le “Aree Rifugio”? Sono aree coltivate a mais convenzionale (fino al 50% della superficie coltivata a mais Bt), allo scopo di evitare che soggetti di piralide resistenti alla proteina BT localizzati nel campo di mais BT vadano a fecondare altri soggetti resistenti, sempre localizzati nel campo di mais BT, dando così origine ad una progenie resistente. Il giochetto è presto spiegato: se noi accanto ad un campo di mais BT mettiamo un campo di mais convenzionale, con ogni probabilità nel campo di mais BT si selezioneranno soggetti resistenti alla tossina BT, mentre nel campo convenzionale ci saranno soggetti non resistenti. L’esclusiva presenza di coltivazioni di mais BT avrebbe determinato una forte presenza di soggetti resistenti, con creazione di progenie di insetti resistenti. Mettendo accanto al campo di mais BT un campo di mais convenzionale, la formazione di progenie di piralide resistente alla tossina BT è notevolmente rallentata, non evitata, in quanto soggetti resistenti provenienti dal campo di mais BT possono fecondarsi con soggetti non resistenti provenienti dal campo di mais convenzionale, dando così origine ad una progenie che solo in parte è resistente.

Anche nel caso delle “Aree Rifugio” l’introduzione di piante transgeniche resistenti agli insetti non ha risolto completamente il problema e non ha semplificato la coltivazione del mais. In particolare:

-              molto spesso gli agricoltori non hanno seguito il consiglio delle ditte sementiere, per cui non hanno messo in atto la strategie delle “aree rifugio”;

-              coloro che hanno creato le “aree rifugio” hanno dovuto adottare due specifiche tecniche di coltivazione per lo stesso prodotto, in quanto la parte coltivata con piante convenzionali deve essere trattata in modo diverso da quella coltivata con piante transgeniche.

In conclusione alle considerazioni effettuate sulle piante transgeniche resistenti agli insetti, occorre chiedersi se quello delle “aree rifugio” è un modello produttivo adatto all’agricoltura italiana, che, come è risaputo, è costituita da aziende di modestissima dimensione (6-7 ettari), dove non è raro incontrare campi coltivati a mais o a soia dell’ordine di poche decine di migliaia di metri quadrati.  
In merito agli effetti del mais BT sul contenuto di micotossine, il problema è il seguente: consapevoli del fatto che le aree rifugio saranno oggetto di “grandi attenzioni” da parte della piralide, cosa ne sarà della granella prodotta in termini di micotossine se non si faranno trattamenti insetticidi specifici? La granella prodotta sarà buttata? Sarà destinata alla produzione di biocombustibili?


A conclusione di queste piccole osservazioni sulle aflatossine nel mais BT, si può far rilevare che il valore massimo consentito  per l’aflatossina M1 nel latte adottato dall’UE è tra i più bassi al mondo.
Senza entrare nel dibattito sulla possibilità o opportunità di richiedere o meno una modifica nella normativa europea sui tenori massimi di aflatossine nel mais, forse troppo stretti, va precisato che questa procedura è lunga e complessa, anche perché richiede che siano prodotte nuove informazioni scientifiche, che devono essere valutate dall’Efsa (l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare) e dal Comitato permanente della catena alimentare della salute animale.

giovedì 29 novembre 2012

Mais OGM o Mais non OGM? Il problema delle micotossine nelle aree rifugio


Come è risaputo il mais BT ha promotori costitutivi e non inducibili. Questo fatto determina una forte pressione selettiva  tra gli insetti fitofagi. E’ stato previsto che nel giro di pochi anni questi insetti diverrebbero geneticamente resistenti alla proteina insetticida del BT. Al fine di evitare la creazione di progenie di insetti resistenti, negli USA stanno applicando la tecnica delle “Aree Rifugio”, ovvero aree coltivate a mais convenzionale allo scopo di limitare la pressione selettiva di insetti resistenti.
A cosa servono le “Aree Rifugio”? Sono aree coltivate a mais convenzionale (fino al 50% della superficie coltivata a mais Bt), allo scopo di evitare che soggetti di piralide resistenti alla proteina BT localizzati nel campo di mais BT vadano a fecondare altri soggetti resistenti, sempre localizzati nel campo di mais BT, dando così origine ad una progenie resistente.
Il giochetto è presto spiegato: se noi accanto ad un campo di mais BT mettiamo un campo di mais convenzionale, con ogni probabilità nel campo di mais BT si selezioneranno soggetti resistenti alla tossina BT, mentre nel campo convenzionale ci saranno soggetti non resistenti. L’esclusiva presenza di coltivazioni di mais BT avrebbe determinato una forte presenza di soggetti resistenti, con creazione di progenie di insetti resistenti. Mettendo accanto al campo di mais BT un campo di mais convenzionale, la formazione di progenie di piralide resistente alla tossina BT è notevolmente rallentata, non evitata, in quanto soggetti resistenti provenienti dal campo di mais BT possono fecondarsi con soggetti non resistenti provenienti dal campo di mais convenzionale.
In merito agli effetti del mais BT sul contenuto di micotossine, il problema è il seguente: consapevoli del fatto che le aree rifugio saranno oggetto di “grandi attenzioni” da parte della piralide, cosa ne sarà della granella prodotta in termini di micotossine se non si faranno trattamenti insetticidi specifici? La granella prodotta sarà buttata? Sarà destinata alla produzione di biocombustibili? Ei costi di produzione saliranno?

venerdì 16 novembre 2012

AFLATOSSINE NELL’UE E NEGLI STATI UNITI. LA DIMOSTRAZIONE CHE GLI OGM NON SONO SUFFICIENTI A RISOLVERE IL PROBLEMA

Nell’Unione Europea i limiti massimi di aflatossine sono quelli stabiliti dal Reg. Ce 165/2010, che prevede per il mais valori differenti a seconda della destinazione. In particolare, per l’alimentazione umana è consentita la presenza di 5 ppb - parti per miliardo - per l’aflatossina B1 e 10 ppb per le B1+B2+G1+G2, mentre per l’alimentazione animale è consentita la presenza di 20 ppb per la B1. 

Nel latte crudo, nel latte trattato termicamente e nel latte destinato alla fabbricazione di prodotti a base di latte, il tenore massimo è di 0,05 ppb di aflatossina M1.

Diversa è la legislazione americana, in particolare per le aflatossine nei prodotti destinati all’alimentazione animale. La normativa Usa, infatti, distingue i limiti massimi a seconda della specie e del periodo di vita dell’animale e varia notevolmente, passando dal valore minimo di 20 ppb nei prodotti a base di mais per mangimi destinati alle vacche da latte (stesso limite massimo ammesso nei Paesi che fanno parte dell'UE), fino ad un massimo di 300 ppb per quelli destinati ai bovini in finissaggio (15 volte superiore a quello massimo ammesso nei Paesi dell'UE).

Negli U.S.A. può accadere poi che in particolari annate, a causa di eventi climatici sfavorevoli, i limiti possano anche essere ritoccati:




Nel nostro Paese i Limiti Massimi Tollerabili di aflatossine in prodotti destinati all’alimentazione  umana (espressi in µg/Kg ) sono riportati nella Direttiva 2006/1881/CE e sono pari, come si è detto, a 0,05 ppb per l’aflatossina M1 nel latte crudo e in quello termicamente trattato. Al limite massimo comunitario si sono adeguati anche alcuni Paesi asiatici, africani e dell’America Latina.  

In netto contrasto con quanto prescritto nei Paesi dell’UE, sono gli U.S.A., alcuni Paesi dell’Europa orientale e diversi Paesi asiatici, che hanno adottato un limite 10 volte superiore, ovvero 0.50 ppb, limite  adottato anche dal Codex Alimentarius nel 2001. 

Si può concludere che il valore massimo consentito  per l’aflatossina M1 nel latte adottato dall’UE è tra i più bassi al mondo e che questo limite è ottenuto senza la coltivazione di mais OGM. Pertanto, l'utilizzazione di mais Bt, da sola, non è sufficiente a garantire un basso contenuto di aflatossine nei mangimi. Se così fosse negli USA non sarebbe ammesso  un limite così elevato.

Senza entrare nel dibattito sulla possibilità o opportunità di richiedere o meno una modifica nella normativa europea sui tenori massimi di aflatossine nel mais, va precisato che questa procedura è lunga e complessa, anche perché richiede che siano prodotte nuove informazioni scientifiche, che devono essere valutate dall’Efsa (l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare) e dal Comitato permanente della catena alimentare della salute animale.


mercoledì 17 ottobre 2012

OGM e micotossine un buon documento pubblicato dalla Regione Veneto

Le micotossine rappresentano sicuramente un problema salutistico. Utilizzare l'argomento micotossine per far passare gli OGM è però una strumentalizzazione che non regge, soprattutto se si considera che negli U.S.A., dove si fa largo uso di piante OGM, il contenuto di aflatossine ammesso nel latte è 10 volte quello consentito nei Paesi dell'Unione Europea (a pag. 90 del link sottostante si legge: Molti ad esempio fanno notare come negli USA sia in vigore un limite per l’aflatossina M1 nel latte (0,5 ppb) che è 10 volte più tollerante rispetto a quello in vigore nella UE (0,05 ppb)). Forse allora non è vero che l'utilizzazione delle piante OGM, con particolare riferimento al mais BT, potrebbe consentire un abbassamento del contenuto di micotossine nella granella di mais.

Che sia colpa del fatto che la coltivazione del mais al fine di aumentare la produzione è irrigata troppo spesso? Che sia colpa del fatto che le brattee non coprono più completamente la pannocchia, lasciando quindi spazio per l'entrata dell'acqua e quindi creando un ambiente favorevole alla diffusione delle muffe? Che sia colpa di una cattiva conservazione?

Ci sono state alcune ricerche che hanno evidenziato un maggior contenuto di micotossine  nei mais convenzionali rispetto a quello BT. In queste ricerche, però, la coltivazione convenzionale è stata portata a termine senza alcun trattamento insetticida contro la piralide.


Ci sono anche ricerche che avrebbero evidenziato un minor contenuto di micotossine nel mais biologico, rispetto a quello convenzionale.

Un buon lavoro sulle micotossine è reperibile a questo indirizzo

http://www.venetoagricoltura.org/upload/pubblicazioni/MAIS_SICUREZZA_ALIMENTARE/Volume_Mais_-_Cap._7.pdf

altri a questi indirizzi

http://www.ermesagricoltura.it/var/portale_agricoltura/storage/file/ra0803075s_1244543930.pdf

http://www.bs.izs.glauco.it/izs_bs/allegati/1383/Micotossine.pdf

http://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=4&sqi=2&ved=0CDwQFjAD&url=http%3A%2F%2Fwww.cremona.coldiretti.it%2FRenderImg.aspx%3FCI%3D20488125&ei=I5F1UIXaKImE4gTC-oDYCw&usg=AFQjCNFcH-shGxDi8zBh66SFxTCe8wbQxw&sig2=qU_lreHRHZ2zfcHDke-87g





mercoledì 10 ottobre 2012

IL PROBLEMA DELLE MICOTOSSINE E IL MAIS BT


IL PROBLEMA DELLE MICOTOSSINE E IL MAIS BT

Dott. Giovanni Monastra
Coordinatore Progetto “OGM in Agricoltura”

Le micotossine sono sostanze in prevalenza lipofile, a basso PM (inferiore a 1000 Da), chimicamente e biologicamente poco omogenee, prodotte dal metabolismo secondario di alcune specie di micromiceti filamentosi (muffe). Al di sopra di certi livelli, molto bassi, di assunzione nelle dieta esplicano un’azione tossica nei vertebrati e in altri animali.  In questo intervento trattiamo le micotossine di interesse zootecnico e umano, i cui miceti produttori sono: Aspergillus flavus e Aspergillus parasiticus per le Aflatossine B1(M1), B2, G1, G2; Aspergillus ochraceus e Penicillium verrucosum per l’Ocratossina A; Fusarium graminearum, F. culmorum e F.sporotrichioides per il Deossinivalenolo (DON), il Nivalenolo (NIV), il T2 e lo Zearalenone; Fusarium verticillioides (moniliforme) e F. proliferatum per le Fumonisine. Nell’uomo le aflatossine e l’ocratossina hanno un’azione sicuramente cancerogena, mentre per le fumonisine si ipotizza un possibile legame causale con il cancro all’esofago. Negli animali da allevamento tutte le micotossine riducono la crescita e le rese produttive. Vengono generalmente ingerite come contaminanti degli alimenti (mais, cereali, ecc.) in maniera accidentale. Si possono ritrovare anche nei prodotti derivati da animali (latte, formaggi, carni e uova) nutriti con mangimi contaminati. Il problema più grave si presenta con il latte dove, in alcuni casi, sono stati riscontrati livelli elevati di aflatossine. All’interno del progetto di biosicurezza “OGM in Agricoltura”, finanziato dal Ministero delle Politiche Agricole e coordinato dall’Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione (INRAN) di Roma, è stato realizzato nel 2005 un campo sperimentale sia con mais Bt MON810, sia con il suo isogenico non transgenico, nel corso del quale sono state analizzate anche alcune micotossine. Il mais MON810, il cui brevetto è di proprietà Monsanto, è un evento approvato nel 1998 per la coltivazione e commercializzazione nell’U.E.
E’ stato realizzato con la tecnica biolistica inserendo nel genoma del mais il gene del Bacillus thuringensis (Bt) che codifica per l’endotossina  CRY1Ab, tossica per le larve di piralide, un lepidottero fitofago (endofita). Così il mais ingegnerizzato produce un insetticida. Gli effetti della piralide consistono nella riduzione della crescita della pianta e in cali di resa, dovuti alla rottura dei fusti indeboliti al loro interno a seguito delle gallerie scavate dalle larve e dalla disarticolazione delle spighe, che possono cadere in fase di raccolta. Altre conseguenze negative associate alla sua azione sono le infezioni secondarie di alcuni funghi e batteri. I fori praticati nel mais dalle larve di piralide costituiscono le vie preferenziali di penetrazione del Fusarium verticillioides, produttore di fumonisine. Quindi i danni causati da questo insetto possono essere economicamente rilevanti, in quanto determinano una minore produzione e una qualità scadente del prodotto. Tutti i tipi di mais Bt, oltre che contro la piralide, si sono dimostrati anche utili per ridurre significativamente la contaminazione delle fumonisine nel raccolto, ma sono inefficaci nella lotta contro tutte le altre micotossine (aflatossine, ecc.). Infatti la drastica riduzione delle fumonisine nel mais Bt (confrontato con mais convenzionale non trattato con insetticidi) sembra essere un effetto secondario, determinato dalla assenza dei cunicoli scavati dalle larve della piralide, cunicoli attraverso i quali si insedia il fungo produttore di fumonisine. Nel caso degli altri funghi tossigeni tempi e vie di insediamento nel mais non sono gli stessi, quindi il mais Bt è inutile.
Nella nostra sperimentazione in campo aperto è stato riconfermato l’ottimo effetto antipiralide, quindi con maggiori rese nel mais Bt, e la riduzione delle fumonisine (meno  rilevante che in altre sperimentazioni). Comunque i valori di questa micotossina sono stati inferiori agli attuali limiti di legge anche nella coltura non GM. Invece i livelli di aflatossine in ambedue i tipi di mais (Bt e convenzionale) sono stati al di sotto della soglia di rilevamento del metodo. Questi risultati non sono rappresentativi di un campo di mais Bt commerciale, perché sia la data della semina, sia quella del raccolto sono state molto tardive rispetto alle normali date (quasi un  mese di ritardo dovuto, nel caso della semina, alla difficoltà di ottenere le sementi transgeniche e per vari impedimenti burocratici), e quindi assai favorevoli per l’attività della piralide nella coltura convenzionale, che inoltre non è stata assolutamente trattata con insetticidi. Va comunque ricordato che l’applicazione delle “buone pratiche agricole” permette di ridurre fortemente gli effetti devastanti di questo insetto e, quindi, anche le conseguenze negative correlate (fumonisine). Si può dire che il mais Bt è una delle opzioni possibili, valida per la lotta contro un solo tipo di micotossine. La sua convenienza ed efficacia, però, va analizzata confrontando le rese e i costi delle colture di mais Bt  (prezzi delle sementi gravate da brevetto) con quelle del mais convenzionale trattato contro la piralide e coltivato secondo le buone pratiche agricole. In conclusione possiamo affermare che la lotta per ridurre/eliminare le micotossine nel mais non può e non deve essere una scelta dettata dagli interessi delle grandi multinazionali: la strategia da perseguire è molto articolata e l’eventuale uso del transgenico, che certo non risolve la problematica nel suo complesso, va inserito in un contesto più ampio, nel quale è fondamentale la difesa del “made in Italy”. Bisogna quindi procedere con estrema cautela, senza semplicismi illusori.


Bibliografia

Sugli OGM in generale:
AA.VV., Agrobiotecnologie nel contesto italiano, INRAN, Roma 2006 (si può richiedere copia gratuita mandando una e-mail a: libro.ogm@inran.it )

Sulle  micotossine e mais Bt:
Bennett J.W. e Klich M., 2003, “Mycotoxins”, Clinical Microbiology Reviews, 163, 497-516
Pazzi F., Lener M., Colombo L., Monastra G., 2006, “Bt maize and mycotoxins: the current state of research”,  Annals of Microbiology, 56 (3), 221-228

Sulla piralide e il mais Bt:
Burkness, E.C., Hutchison, W.D., Bolin, P.C., Bartels, D.W., Warnock, D.F., Davis, D.W., 2001, “Field efficacy of sweet corn hybrids expressing a Bacillus thuringiensis toxin for management of Ostrinia nubilalis (Lepidoptera: Crambidae) and Helicoverpa zea (Lepidoptera: Noctuidae)”,  J. Econ Entomol.,  941, 197-203.