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lunedì 3 marzo 2014

A proposito della possibilità per gli Stati membri di limitare o vietare la coltivazione di OGM sul loro territorio

La norma è sicuramente auspicabile, ogni Paese potrà autonomamente, senza parere dell'UE, autorizzare o vietare la coltivazione, ma si badi bene non il commercio tra Stati, di piante OGM.

Proprio perchè ogni Paese potrà vietare la coltivazione, ma non il commercio tra Stati, prima di applicare questa norma è necessario introdurre una ulteriore norma che preveda l’etichettatura dei derivati ottenuti dall’allevamento di animali nutriti con mangimi OGM (carne, latte, uova, ecc.), altrimenti questa Legge potrebbe essere un “Cavallo di Troia” che potrebbe favorire l’introduzione degli OGM nel nostro Paese e in tutti gli altri Paesi che ne vieteranno la coltivazione. 

In particolare, in una situazione di libero mercato dei mangimi (già etichettati come OGM) e dei derivati da OGM (carne, latte, uova, ecc.) e senza etichettatura di questi ultimi, è una Legge destinata a cadere dopo pochi anni, a causa delle previste lamentele degli agricoltori “non OGM”, che si vedrebbero sommersi da “mangimi OGM” e da “derivati non etichettati” provenienti dai Paesi UE che ne hanno consentito la coltivazione. Infatti, la gran parte dei prodotti delle attuali coltivazioni OGM sono destinati all'allevamento animale, per cui si trasformano in alimenti destinati al consumo per l'uomo solo successivamente alla trasformazione (ad esempio carne, latte, uova) e, pertanto, stante l'attuale normativa, riescono a sottrarsi all'etichettatura. In tale situazione viene meno la possibilità di scelta del fruitore del prodotto finale, il quale, anche se contrario, consuma inconsapevolmente OGM attraverso l'acquisto dei prodotti ottenuti dalla loro trasformazione. Nel caso in cui non ci sia etichettatura dei derivati, con ogni probabilità gli animali saranno nutriti massicciamente con mangimi OGM (hanno un costo leggermente inferiore ed i relativi derivati spuntano lo stesso prezzo di quelli ottenuti con mangimi “non OGM”), per cui si determineranno situazioni economiche decisamente diverse per gli Stati che opteranno per la loro coltivazione e per quelli che, invece, decideranno di non coltivarli. In particolare, il costo di produzione dei prodotti dell'allevamento (carne, latte, uova, ecc.) sarà presumibilmente inferiore per quelle realtà, e per quegli Stati,  che decideranno di optare per il transgenico, per cui, in mancanza di specifica etichettatura, essi saranno sicuramente più competitivi sul mercato rispetto agli Stati che avranno optato di non coltivare OGM. Questa situazione, in mancanza di etichettatura, determinerà una sorta di concorrenza sleale per lo stesso prodotto (carne, uova, latte, formaggi, ecc.) tra gli Stati che opteranno per il transgenico e per quelli che, invece, decideranno di non coltivarli. E’ forse inutile far presente che in una situazione di questo tipo ben presto, dopo pochi anni, anche gli agricoltori che non volevano utilizzare gli OGM saranno costretti dal mercato a farlo, poiché opereranno in un mercato in cui c’è asimmetria informativa ed esiste un unico prezzo tra “Derivati OGM” e “Derivati non OGM”….ancora una volta ”La moneta cattiva scaccerà la moneta buona”.
         Ci sono poi altre considerazioni che ci portano a dire che questa “libertà per gli Stati membri di coltivare o meno OGM” si potrebbe trasformare in un “Cavallo di Troia” per poi aprire il nostro Paese agli OGM. In particolare, una volta che la "patata bollente OGM" è passata ai singoli Stati, la Commissione UE sarà portata ad approvare un sacco di altri OGM........tanto ci penseranno i singoli Stati a dire di no! E dicendo di no! aumenteranno per questi Stati i contenziosi con il WTO.

In conclusione, la norma sulla possibilità per gli Stati membri di limitare o vietare la coltivazione di OGM sul loro territorio è sicuramente auspicabile, ma occorre prima introdurre anche la norma sull’etichettatura dei derivati ottenuti da mangimi OGM ……… altrimenti sarà un guaio!

sabato 23 novembre 2013

In Friuli Venezia Giulia una petizione a favore del mais OGM

Una petizione pro mais OGM sottoscritta da 400 imprenditori agricoli e' stata recentemente consegnata  al Presidente del Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia. In relazione alla definizione delle “Regole di coesistenza”, i firmatari hanno fatto presente che nelle campagne del Friuli Venezia Giulia è prassi consolidata la coltivazione simultanea di mais bianco e di mais giallo, che ha consentito la pacifica coesistenza fra imprenditori che perseguono i loro diversi obiettivi economici, senza che si sia mai creato alcun contenzioso giudiziario. Proprio in considerazione di questa secolare pratica, i firmatari sottintendono che non è necessaria alcuna regola di coesistenza tra mais convenzionale, mais OGM e mais Biologico, poiché ci penserà il mercato ad appianare ogni divergenza.
Si tratta a mio parere della solita “mezza verità” raccontata da chi, senza argomentazioni specifiche e senza alcun timore per le conseguenze che la scelta transgenica può avere sull’economia agro-industriale di un territorio, vuole adottare una tecnologia fortemente pervasiva, che non offre possibilità di coesistenza, poiché se è vero che con il mais OGM la coesistenza tecnica potrebbe anche essere possibile, in quanto il mais nel nostro Paese non ha parentali selvatiche, è altrettanto vero che non sarebbe possibile una coesistenza economica, in quanto il mais OGM modificherebbe quell’equilibrio economico che caratterizza attualmente il settore. In particolare, non essendoci etichettatura dei derivati (carne, latte, uova, ecc.) da mangimi OGM, dopo pochi anni, anche i coltivatori che volevano mantenersi “OGM free” saranno costretti dal mercato a coltivare OGM, poiché altrimenti coltiverebbero ai costi del convenzionale (più alti del transgenico), per poi vendere ai prezzi del transgenico.


Occorre poi far rilevare che il paragone “mais giallo/mais bianco” portato ad esempio di pacifica coesistenza dai promotori degli OGM in Friuli Venezia Giulia, non regge. In particolare, per i non addetti ai lavori, il “mais giallo” è quello destinato all’alimentazione animale (la quasi totalità delle coltivazioni), mentre il “mais bianco” è destinato all'alimentazione umana diretta per la produzione di particolari polente (anche in questo caso la quasi totalità). Perchè il paragone non regge? Non regge per il semplice fatto che per la gran parte della produzione di "mais bianco" non esistono soglie di tolleranza per il prodotto fecondato da polline di "mais giallo convenzionale". Pertanto il prodotto ottenuto può essere venduto senza specifica etichettatura, così come previsto per gli OGM. Diverso è il discorso relativo alla possibilità che il mais bianco destinato all'alimentazione umana sia fecondato da polline di mais OGM. In questo caso, se la percentuale di produzione finale supera lo 0,9%, il mais bianco dovrà essere etichettato come "alimento OGM" e saremmo quasi sicuri che non avrà mercato e che non ne sarà venduto un chicco!
Se si vuole avere un'idea di quello che già accade sul mercato del mais nel caso di "inquinamento genetico", è possibile portare ad esempio la coltivazione del "mais waxy". In particolare, il “mais waxy”, è caratterizzato da un’altissima percentuale di amilopectina (99%) ed una bassa quantità di amilosio (1%, rispetto al 25% del “mais giallo”), per cui è destinato a specifici usi industriali e per questa ragione gli ibridi di "mais waxy" vengono coltivati solo su contratto di coltivazione con l’industria di trasformazione. Tale contratto di coltivazione, nella fissazione del prezzo tiene conto del fatto che una parte della produzione sarà inquinata dal polline del “mais giallo convenzionale” e dovrà essere eliminata (di solito sono le 8-10 file perimetrali del campo coltivato) e destinata al mercato del “mais giallo”. Pertanto, anche il prezzo fissato nel contratto di coltivazione tiene conto di questa eventualità, con un “premio di coltivazione” che è dell’ordine di 10-20 euro/Tonnellata…….più o meno 150-300 euro/ettaro, che oggigiorno sono “gran soldi” in agricoltura (1).
In conclusione, la coesistenza tra "mais convenzionale" e "mais OGM" potrebbe anche essere possibile, ma è necessario che il mercato possa essere in grado di valorizzare la differenza esistente tra i due prodotti. Purtroppo, la possibilità di utilizzare nell'allevamento mangimi OGM, senza specifica etichettatura dei derivati ottenuti (carne, latte, uova, ecc.), impedisce al consumatore una scelta consapevole, per cui sarà impossibile dare un valore diverso ai mangimi OGM e a quelli convenzionali.   



(1) Occorre, però, considerare che rispetto al “mais giallo” il costo di coltivazione del “mais waxy” è leggermente maggiore………altrimenti tutti coltiverebbero “mais waxy”. 

lunedì 21 ottobre 2013

Possibilità per gli Stati membri di limitare o vietare la coltivazione di OGM sul loro territorio

La norma è sicuramente auspicabile, ma prima di applicarla è necessario introdurre una ulteriore norma che preveda l’etichettatura dei derivati ottenuti dall’allevamento di animali nutriti con mangimi OGM (carne, latte, uova, ecc.), altrimenti è una legge destinata a cadere dopo pochi anni, a causa delle previste lamentele degli agricoltori italiani, che si vedrebbero sommersi da “mangimi OGM” provenienti dai Paesi UE che ne hanno consentito la coltivazione.

Senza distinzione tra carne ottenuta con mangimi OGM e carne ottenuta con mangimi convenzionali, vincerà sicuramente quella ottenuta con mangimi OGM (ha un costo di produzione inferiore) e noi dovremo dare via libera agli OGM.

Occorrerà, infine, tener presente che, una volta che la "patata bollente" è passata ai singoli Stati, la Commissione UE sarà portata ad approvare un sacco di altri OGM........"tanto ci penseranno i singoli Stati a dire di no!"

 E dicendo di no! aumenteranno i contenziosi con il WTO...........

Ci vuole la "Clausola di salvaguardia", tutto il resto purtroppo non funzionerà.


L’emanazione di questa norma nasce soprattutto dalle seguenti considerazioni;


1.                  è necessario rispettare i divieti imposti dagli Stati membri e dalle regioni appartenenti alle reti "senza OGM", in quanto queste ultime, in un contesto di mercato trasparente per il consumatore, non devono essere esposte ad un vuoto giuridico;


2.                  numerosi enti regionali e locali si sono dichiarati contrari alle colture geneticamente modificate sul proprio territorio, proclamandosi "zone senza OGM" e costituendosi in rete;


3.                  le misure che saranno introdotte non devono ostacolare l'immissione in commercio e l'importazione di OGM e devono essere conformi ai Trattati e coerenti con gli obblighi internazionali dell'UE, in particolare con quelli a livello dell'Organizzazione mondiale del commercio;




Si  evidenziano comunque le seguenti problematiche, che si considerano preliminari alla modifica della direttiva 2001/18/CE per quanto concerne la possibilità per gli Stati membri di limitare o vietare la coltivazione di OGM sul loro territorio. In particolare:


1.      Si ritiene insufficiente l'attuale sistema di etichettatura dei prodotti derivati dall'utilizzazione di OGM, soprattutto per quanto attiene ai prodotti dell'allevamento animale. In particolare, la gran parte dei prodotti delle attuali coltivazioni OGM sono destinati all'allevamento animale, per cui si trasformano in alimenti destinati al consumo per l'uomo solo successivamente alla trasformazione (ad esempio carne, latte, uova) e, pertanto, stante l'attuale normativa, riescono a sottrarsi all'etichettatura. In tale situazione viene meno la possibilità di scelta del fruitore del prodotto finale, il quale, anche se contrario, consuma inconsapevolmente OGM attraverso l'acquisto e/o il consumo dei prodotti ottenuti dalla loro trasformazione;

 

2.      negli Stati membri in cui viene effettuata una etichettatura tra mangimi “OGM” e “non OGM” il prezzo di mercato di questi ultimi è sempre superiore, segno inequivocabile di un maggior gradimento da parte del consumatore;

 

3.      nei paesi in cui esistono prodotti la cui tipicità o origine protetta è motivo di vanto nazionale, e di valore aggiunto, l'identificazione chiara dei prodotti derivati da mangimi OGM e non OGM porterebbe alla creazione di due distinti mercati dei derivati, con possibili vantaggi economici per coloro che non utilizzano OGM;

 

4.      nel caso in cui non ci sia etichettatura dei derivati, con ogni probabilità gli animali saranno nutriti massicciamente con mangimi OGM (hanno un costo leggermente inferiore), per cui si determineranno situazioni economiche decisamente diverse per gli Stati che opteranno per la loro coltivazione e per quelli che, invece, decideranno di non coltivarli. In particolare, il costo di produzione dei prodotti dell'allevamento (carne, latte, uova, ecc.) sarà presumibilmente inferiore per quelle realtà, e per quegli Stati,  che decideranno di optare per il transgenico, per cui essi saranno sicuramente più competitivi sul mercato rispetto agli Stati che avranno optato per la non coltivazione degli OGM.

 

5.      questa situazione determinerà una sorta di concorrenza sleale per lo stesso prodotto (carne, uova, latte, formaggi, ecc.) tra gli Stati che opteranno per il transgenico e per quelli che, invece, decideranno di non coltivarli;

 

6.      E’ forse inutile far presente che in una situazione di questo tipo ben presto, dopo pochi anni, anche gli agricoltori che non volevano utilizzare gli OGM saranno costretti dal mercato a farlo, poiché opereranno in un mercato in cui c’è asimmetria informativa ed esiste un unico prezzo tra “Derivati OGM” e “Derivati non OGM”….ancora una volta ”La moneta cattiva scaccerà la moneta buona”.




mercoledì 6 marzo 2013

Il mais BT serve veramente a risolvere il problema delle aflatossine?

Tra le “mezze verità” che vengono dette in giro in merito alle proprietà miracolose degli OGM, vi è anche quella relativa al fatto che gli OGM servirebbero per la risoluzione delle problematiche connesse alla proliferazione delle aflatossine. Ovviamente, in questa sede non si vuole sostenere che il mais BT non serva a nulla, ma, purtroppo, il mais BT, molto probabilmente, non rappresenta, da solo, il mezzo per la risoluzione del problema delle micotossine. In particolare, negli U.S.A., dove si fa largo uso di mais BT, il contenuto ammesso di aflatossine negli alimenti è 10 volte quello consentito nei Paesi dell’UE (0,50 ppb negli USA, contro gli 0.05 ppb nei Paesi dell’UE), segno inequivocabile che serve qualcos’altro.
Nell’Unione Europea i limiti massimi di aflatossine sono quelli stabiliti dal Reg. Ce 165/2010, che prevede per il mais valori differenti a seconda della destinazione della granella. In particolare, per l’alimentazione umana è consentita la presenza di 5 ppb - parti per miliardo - per l’aflatossina B1 e 10 ppb per le B1+B2+G1+G2. Per l’alimentazione animale è consentita la presenza di 20 ppb per la B1. Nel latte crudo, nel latte trattato termicamente e nel latte destinato alla fabbricazione di prodotti a base di latte, il tenore massimo è di 0,05 ppb di aflatossina M1.
Diversa è la legislazione americana, in particolare per le aflatossine nei prodotti destinati all’alimentazione animale. La normativa Usa, infatti, distingue i limiti massimi a seconda della specie e del periodo di vita dell’animale e varia notevolmente, passando dal valore minimo di 20 ppb nei prodotti a base di mais per mangimi destinati alle vacche da latte, fino ad un massimo di 300 ppb per quelli destinati ai bovini in finissaggio.
Nel nostro Paese i Limiti Massimi Tollerabili di aflatossine in prodotti destinati all’alimentazione  umana (espressi in µg/Kg ) sono riportati nella Direttiva 2006/1881/CE. Al limite comunitario di 0.050 ppb per l’aflatossina M1 nel latte crudo e termicamente trattato si sono adeguati anche alcuni paesi asiatici, africani e dell’America Latina. 
In netto contrasto con quanto prescritto nei Paesi dell’UE sono gli Stati Uniti e alcuni Paesi dell’Europa orientale e asiatici, che hanno adottato un limite dieci volte superiore, ovvero 0.50 ppb, limite  adottato anche dal Codex Alimentarius nel 2001.
Pertanto, negli USA, pur avendo a disposizione l’arma del mais BT, sono consapevoli che esso da solo non serve a risolvere il problema aflatossine.
Negli U.S.A., pur potendo contare sulla possibilità di coltivare mais BT, può accadere poi che in particolari annate i limiti possano anche essere ritoccati, in relazione al fatto che vengono superate le soglie ammesse:
Nella realtà esistono altre problematiche legate alla diffusione di aflatossine nel mais. In particolare:
-        Occorre in primo luogo prestare attenzione alle rotazioni, al fine di limitare la diffusione della  piralide. A questo proposito, occorre rilevare che negli ultimi decenni le aziende agricole, anche al fine di contenere i costi di produzione, si sono fortemente specializzate, per cui privilegiano la monocoltura di mais, con tutti i risvolti negativi in merito alla diffusione di insetti e di piante infestanti;

-        Esiste poi il problema delle attuali varietà di mais che hanno le brattee che non coprono completamente la pannocchia, per cui si sviluppano attacchi fungini. Anche in questo caso l’umidità ristagna nelle parti apicali della pannocchia, per cui si ha proliferazione di agenti micotici;

-        Esiste poi il problema delle irrigazioni effettuate massicciamente allo scopo di ottenere una maggior produzione, ma che rappresentano un elemento importante per lo sviluppo delle aflatossine;

-        Esiste poi il problema della “aree rifugio”, che devono essere attuate insieme alla coltivazione del mais e che, se non trattate con insetticidi, origineranno un prodotto con ingenti attacchi di piralide e, conseguentemente, con un alto contenuto di aflatossine.
A cosa servono le “Aree Rifugio”? Sono aree coltivate a mais convenzionale (fino al 50% della superficie coltivata a mais Bt), allo scopo di evitare che soggetti di piralide resistenti alla proteina BT localizzati nel campo di mais BT vadano a fecondare altri soggetti resistenti, sempre localizzati nel campo di mais BT, dando così origine ad una progenie resistente. Il giochetto è presto spiegato: se noi accanto ad un campo di mais BT mettiamo un campo di mais convenzionale, con ogni probabilità nel campo di mais BT si selezioneranno soggetti resistenti alla tossina BT, mentre nel campo convenzionale ci saranno soggetti non resistenti. L’esclusiva presenza di coltivazioni di mais BT avrebbe determinato una forte presenza di soggetti resistenti, con creazione di progenie di insetti resistenti. Mettendo accanto al campo di mais BT un campo di mais convenzionale, la formazione di progenie di piralide resistente alla tossina BT è notevolmente rallentata, non evitata, in quanto soggetti resistenti provenienti dal campo di mais BT possono fecondarsi con soggetti non resistenti provenienti dal campo di mais convenzionale, dando così origine ad una progenie che solo in parte è resistente.

Anche nel caso delle “Aree Rifugio” l’introduzione di piante transgeniche resistenti agli insetti non ha risolto completamente il problema e non ha semplificato la coltivazione del mais. In particolare:

-              molto spesso gli agricoltori non hanno seguito il consiglio delle ditte sementiere, per cui non hanno messo in atto la strategie delle “aree rifugio”;

-              coloro che hanno creato le “aree rifugio” hanno dovuto adottare due specifiche tecniche di coltivazione per lo stesso prodotto, in quanto la parte coltivata con piante convenzionali deve essere trattata in modo diverso da quella coltivata con piante transgeniche.

In conclusione alle considerazioni effettuate sulle piante transgeniche resistenti agli insetti, occorre chiedersi se quello delle “aree rifugio” è un modello produttivo adatto all’agricoltura italiana, che, come è risaputo, è costituita da aziende di modestissima dimensione (6-7 ettari), dove non è raro incontrare campi coltivati a mais o a soia dell’ordine di poche decine di migliaia di metri quadrati.  
In merito agli effetti del mais BT sul contenuto di micotossine, il problema è il seguente: consapevoli del fatto che le aree rifugio saranno oggetto di “grandi attenzioni” da parte della piralide, cosa ne sarà della granella prodotta in termini di micotossine se non si faranno trattamenti insetticidi specifici? La granella prodotta sarà buttata? Sarà destinata alla produzione di biocombustibili?


A conclusione di queste piccole osservazioni sulle aflatossine nel mais BT, si può far rilevare che il valore massimo consentito  per l’aflatossina M1 nel latte adottato dall’UE è tra i più bassi al mondo.
Senza entrare nel dibattito sulla possibilità o opportunità di richiedere o meno una modifica nella normativa europea sui tenori massimi di aflatossine nel mais, forse troppo stretti, va precisato che questa procedura è lunga e complessa, anche perché richiede che siano prodotte nuove informazioni scientifiche, che devono essere valutate dall’Efsa (l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare) e dal Comitato permanente della catena alimentare della salute animale.

lunedì 3 dicembre 2012

OGM Bt resistenti agli insetti e “IRM” (insect resistance management), ovvero la “gestione delle resistenze degli insetti”



Gli OGM Bt sono stati "creati" per resistere  all'attacco di insetti fitofagi (resistere non significa che siano indenni, poichè qualche insetto ha un patrimonio genetico che gli consente di sopravvivere alla tossina Bt ed origina una progenie resistente). Purtroppo, però, anche le piante transgeniche resistenti agli insetti presentano degli inconvenienti, che hanno determinato una modificazione nelle pratiche agronomiche adottate per la loro coltivazione. In particolare, consapevoli del fatto che con promotori di tipo costitutivo gli insetti dopo alcune generazioni maturano una resistenza genetica alla tossina transgenica, è stato consigliato agli agricoltori di coltivare ogni 100 ettari di Mais BT una aliquota variabile dal 20% al 50% di Mais convenzionale (aree rifugio), al fine di evitare la pressione selettiva di individui resistenti.
A cosa servono le “Aree Rifugio”? Sono aree coltivate a mais convenzionale (fino al 50% della superficie coltivata a mais Bt), allo scopo di evitare che soggetti di piralide resistenti alla proteina BT localizzati nel campo di mais BT vadano a fecondare altri soggetti resistenti, sempre localizzati nel campo di mais BT, dando così origine ad una progenie resistente. Il giochetto è presto spiegato: se noi accanto ad un campo di mais Bt mettiamo un campo di mais convenzionale, con ogni probabilità nel campo di mais Bt si selezioneranno soggetti resistenti alla tossina Bt, mentre nel campo convenzionale ci saranno soggetti non resistenti. L’esclusiva presenza di coltivazioni di mais Bt avrebbe determinato una forte presenza di soggetti resistenti, con creazione di progenie di insetti resistenti. Mettendo accanto al campo di mais Bt un campo di mais convenzionale, la formazione di progenie di soggetti di piralide resistenti alla tossina Bt è notevolmente rallentata, non evitata, in quanto soggetti resistenti provenienti dal campo di mais Bt possono fecondarsi con soggetti non resistenti provenienti dal campo di mais convenzionale.



Anche in questo caso l’introduzione di piante transgeniche resistenti agli insetti, purtroppo, non ha risolto completamente il problema e non ha semplificato la coltivazione di queste piante. In particolare:

-              molto spesso gli agricoltori non hanno seguito il consiglio delle ditte sementiere, per cui non hanno messo in atto la strategie delle “aree rifugio”;

-              coloro che hanno creato le “aree rifugio” hanno dovuto adottare due specifiche tecniche di coltivazione per lo stesso prodotto, in quanto la parte coltivata con piante convenzionali deve essere trattata in modo diverso da quella coltivata con piante transgeniche.

In conclusione alle considerazioni effettuate sulle piante transgeniche resistenti agli insetti, occorre chiedersi se quello delle “aree rifugio” è un modello produttivo adatto all’agricoltura italiana, che, come è risaputo, è costituita da aziende di modestissima dimensione (6-7 ettari), dove non è raro incontrare campi coltivati a mais o a soia dell’ordine di poche decine di migliaia di metri quadrati (nella nostra agricoltura non ci sono campi di mais di migliaia di ettari, noi non facciamo i trattamenti insetticidi con gli aerei, ecc.).
C’è poi la problematica relativa alla produzione di granella delle superfici non Bt, con particolare riferimento al loro contenuto di micotossine. Come sarà utilizzata la granella ottenuta nelle aree non Bt che, con ogni probabilità, sarà ricca di micotossine? Negli U.S.A. alcuni Stati hanno risolto il problema autorizzando in deroga alla Legge la commercializzazione di mais con un contenuto di micotossine superiore al limite consentito dalla Legge (Limite che già oggi è 10 volte superiore a quello consentito nei Paesi dell'Unione Europea)
http://ogmbastabugie.blogspot.it/2013/03/il-mais-bt-serve-veramente-risolvere-il.html

venerdì 16 novembre 2012

AFLATOSSINE NELL’UE E NEGLI STATI UNITI. LA DIMOSTRAZIONE CHE GLI OGM NON SONO SUFFICIENTI A RISOLVERE IL PROBLEMA

Nell’Unione Europea i limiti massimi di aflatossine sono quelli stabiliti dal Reg. Ce 165/2010, che prevede per il mais valori differenti a seconda della destinazione. In particolare, per l’alimentazione umana è consentita la presenza di 5 ppb - parti per miliardo - per l’aflatossina B1 e 10 ppb per le B1+B2+G1+G2, mentre per l’alimentazione animale è consentita la presenza di 20 ppb per la B1. 

Nel latte crudo, nel latte trattato termicamente e nel latte destinato alla fabbricazione di prodotti a base di latte, il tenore massimo è di 0,05 ppb di aflatossina M1.

Diversa è la legislazione americana, in particolare per le aflatossine nei prodotti destinati all’alimentazione animale. La normativa Usa, infatti, distingue i limiti massimi a seconda della specie e del periodo di vita dell’animale e varia notevolmente, passando dal valore minimo di 20 ppb nei prodotti a base di mais per mangimi destinati alle vacche da latte (stesso limite massimo ammesso nei Paesi che fanno parte dell'UE), fino ad un massimo di 300 ppb per quelli destinati ai bovini in finissaggio (15 volte superiore a quello massimo ammesso nei Paesi dell'UE).

Negli U.S.A. può accadere poi che in particolari annate, a causa di eventi climatici sfavorevoli, i limiti possano anche essere ritoccati:




Nel nostro Paese i Limiti Massimi Tollerabili di aflatossine in prodotti destinati all’alimentazione  umana (espressi in µg/Kg ) sono riportati nella Direttiva 2006/1881/CE e sono pari, come si è detto, a 0,05 ppb per l’aflatossina M1 nel latte crudo e in quello termicamente trattato. Al limite massimo comunitario si sono adeguati anche alcuni Paesi asiatici, africani e dell’America Latina.  

In netto contrasto con quanto prescritto nei Paesi dell’UE, sono gli U.S.A., alcuni Paesi dell’Europa orientale e diversi Paesi asiatici, che hanno adottato un limite 10 volte superiore, ovvero 0.50 ppb, limite  adottato anche dal Codex Alimentarius nel 2001. 

Si può concludere che il valore massimo consentito  per l’aflatossina M1 nel latte adottato dall’UE è tra i più bassi al mondo e che questo limite è ottenuto senza la coltivazione di mais OGM. Pertanto, l'utilizzazione di mais Bt, da sola, non è sufficiente a garantire un basso contenuto di aflatossine nei mangimi. Se così fosse negli USA non sarebbe ammesso  un limite così elevato.

Senza entrare nel dibattito sulla possibilità o opportunità di richiedere o meno una modifica nella normativa europea sui tenori massimi di aflatossine nel mais, va precisato che questa procedura è lunga e complessa, anche perché richiede che siano prodotte nuove informazioni scientifiche, che devono essere valutate dall’Efsa (l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare) e dal Comitato permanente della catena alimentare della salute animale.


mercoledì 17 ottobre 2012

OGM e micotossine un buon documento pubblicato dalla Regione Veneto

Le micotossine rappresentano sicuramente un problema salutistico. Utilizzare l'argomento micotossine per far passare gli OGM è però una strumentalizzazione che non regge, soprattutto se si considera che negli U.S.A., dove si fa largo uso di piante OGM, il contenuto di aflatossine ammesso nel latte è 10 volte quello consentito nei Paesi dell'Unione Europea (a pag. 90 del link sottostante si legge: Molti ad esempio fanno notare come negli USA sia in vigore un limite per l’aflatossina M1 nel latte (0,5 ppb) che è 10 volte più tollerante rispetto a quello in vigore nella UE (0,05 ppb)). Forse allora non è vero che l'utilizzazione delle piante OGM, con particolare riferimento al mais BT, potrebbe consentire un abbassamento del contenuto di micotossine nella granella di mais.

Che sia colpa del fatto che la coltivazione del mais al fine di aumentare la produzione è irrigata troppo spesso? Che sia colpa del fatto che le brattee non coprono più completamente la pannocchia, lasciando quindi spazio per l'entrata dell'acqua e quindi creando un ambiente favorevole alla diffusione delle muffe? Che sia colpa di una cattiva conservazione?

Ci sono state alcune ricerche che hanno evidenziato un maggior contenuto di micotossine  nei mais convenzionali rispetto a quello BT. In queste ricerche, però, la coltivazione convenzionale è stata portata a termine senza alcun trattamento insetticida contro la piralide.


Ci sono anche ricerche che avrebbero evidenziato un minor contenuto di micotossine nel mais biologico, rispetto a quello convenzionale.

Un buon lavoro sulle micotossine è reperibile a questo indirizzo

http://www.venetoagricoltura.org/upload/pubblicazioni/MAIS_SICUREZZA_ALIMENTARE/Volume_Mais_-_Cap._7.pdf

altri a questi indirizzi

http://www.ermesagricoltura.it/var/portale_agricoltura/storage/file/ra0803075s_1244543930.pdf

http://www.bs.izs.glauco.it/izs_bs/allegati/1383/Micotossine.pdf

http://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=4&sqi=2&ved=0CDwQFjAD&url=http%3A%2F%2Fwww.cremona.coldiretti.it%2FRenderImg.aspx%3FCI%3D20488125&ei=I5F1UIXaKImE4gTC-oDYCw&usg=AFQjCNFcH-shGxDi8zBh66SFxTCe8wbQxw&sig2=qU_lreHRHZ2zfcHDke-87g





mercoledì 10 ottobre 2012

IL PROBLEMA DELLE MICOTOSSINE E IL MAIS BT


IL PROBLEMA DELLE MICOTOSSINE E IL MAIS BT

Dott. Giovanni Monastra
Coordinatore Progetto “OGM in Agricoltura”

Le micotossine sono sostanze in prevalenza lipofile, a basso PM (inferiore a 1000 Da), chimicamente e biologicamente poco omogenee, prodotte dal metabolismo secondario di alcune specie di micromiceti filamentosi (muffe). Al di sopra di certi livelli, molto bassi, di assunzione nelle dieta esplicano un’azione tossica nei vertebrati e in altri animali.  In questo intervento trattiamo le micotossine di interesse zootecnico e umano, i cui miceti produttori sono: Aspergillus flavus e Aspergillus parasiticus per le Aflatossine B1(M1), B2, G1, G2; Aspergillus ochraceus e Penicillium verrucosum per l’Ocratossina A; Fusarium graminearum, F. culmorum e F.sporotrichioides per il Deossinivalenolo (DON), il Nivalenolo (NIV), il T2 e lo Zearalenone; Fusarium verticillioides (moniliforme) e F. proliferatum per le Fumonisine. Nell’uomo le aflatossine e l’ocratossina hanno un’azione sicuramente cancerogena, mentre per le fumonisine si ipotizza un possibile legame causale con il cancro all’esofago. Negli animali da allevamento tutte le micotossine riducono la crescita e le rese produttive. Vengono generalmente ingerite come contaminanti degli alimenti (mais, cereali, ecc.) in maniera accidentale. Si possono ritrovare anche nei prodotti derivati da animali (latte, formaggi, carni e uova) nutriti con mangimi contaminati. Il problema più grave si presenta con il latte dove, in alcuni casi, sono stati riscontrati livelli elevati di aflatossine. All’interno del progetto di biosicurezza “OGM in Agricoltura”, finanziato dal Ministero delle Politiche Agricole e coordinato dall’Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione (INRAN) di Roma, è stato realizzato nel 2005 un campo sperimentale sia con mais Bt MON810, sia con il suo isogenico non transgenico, nel corso del quale sono state analizzate anche alcune micotossine. Il mais MON810, il cui brevetto è di proprietà Monsanto, è un evento approvato nel 1998 per la coltivazione e commercializzazione nell’U.E.
E’ stato realizzato con la tecnica biolistica inserendo nel genoma del mais il gene del Bacillus thuringensis (Bt) che codifica per l’endotossina  CRY1Ab, tossica per le larve di piralide, un lepidottero fitofago (endofita). Così il mais ingegnerizzato produce un insetticida. Gli effetti della piralide consistono nella riduzione della crescita della pianta e in cali di resa, dovuti alla rottura dei fusti indeboliti al loro interno a seguito delle gallerie scavate dalle larve e dalla disarticolazione delle spighe, che possono cadere in fase di raccolta. Altre conseguenze negative associate alla sua azione sono le infezioni secondarie di alcuni funghi e batteri. I fori praticati nel mais dalle larve di piralide costituiscono le vie preferenziali di penetrazione del Fusarium verticillioides, produttore di fumonisine. Quindi i danni causati da questo insetto possono essere economicamente rilevanti, in quanto determinano una minore produzione e una qualità scadente del prodotto. Tutti i tipi di mais Bt, oltre che contro la piralide, si sono dimostrati anche utili per ridurre significativamente la contaminazione delle fumonisine nel raccolto, ma sono inefficaci nella lotta contro tutte le altre micotossine (aflatossine, ecc.). Infatti la drastica riduzione delle fumonisine nel mais Bt (confrontato con mais convenzionale non trattato con insetticidi) sembra essere un effetto secondario, determinato dalla assenza dei cunicoli scavati dalle larve della piralide, cunicoli attraverso i quali si insedia il fungo produttore di fumonisine. Nel caso degli altri funghi tossigeni tempi e vie di insediamento nel mais non sono gli stessi, quindi il mais Bt è inutile.
Nella nostra sperimentazione in campo aperto è stato riconfermato l’ottimo effetto antipiralide, quindi con maggiori rese nel mais Bt, e la riduzione delle fumonisine (meno  rilevante che in altre sperimentazioni). Comunque i valori di questa micotossina sono stati inferiori agli attuali limiti di legge anche nella coltura non GM. Invece i livelli di aflatossine in ambedue i tipi di mais (Bt e convenzionale) sono stati al di sotto della soglia di rilevamento del metodo. Questi risultati non sono rappresentativi di un campo di mais Bt commerciale, perché sia la data della semina, sia quella del raccolto sono state molto tardive rispetto alle normali date (quasi un  mese di ritardo dovuto, nel caso della semina, alla difficoltà di ottenere le sementi transgeniche e per vari impedimenti burocratici), e quindi assai favorevoli per l’attività della piralide nella coltura convenzionale, che inoltre non è stata assolutamente trattata con insetticidi. Va comunque ricordato che l’applicazione delle “buone pratiche agricole” permette di ridurre fortemente gli effetti devastanti di questo insetto e, quindi, anche le conseguenze negative correlate (fumonisine). Si può dire che il mais Bt è una delle opzioni possibili, valida per la lotta contro un solo tipo di micotossine. La sua convenienza ed efficacia, però, va analizzata confrontando le rese e i costi delle colture di mais Bt  (prezzi delle sementi gravate da brevetto) con quelle del mais convenzionale trattato contro la piralide e coltivato secondo le buone pratiche agricole. In conclusione possiamo affermare che la lotta per ridurre/eliminare le micotossine nel mais non può e non deve essere una scelta dettata dagli interessi delle grandi multinazionali: la strategia da perseguire è molto articolata e l’eventuale uso del transgenico, che certo non risolve la problematica nel suo complesso, va inserito in un contesto più ampio, nel quale è fondamentale la difesa del “made in Italy”. Bisogna quindi procedere con estrema cautela, senza semplicismi illusori.


Bibliografia

Sugli OGM in generale:
AA.VV., Agrobiotecnologie nel contesto italiano, INRAN, Roma 2006 (si può richiedere copia gratuita mandando una e-mail a: libro.ogm@inran.it )

Sulle  micotossine e mais Bt:
Bennett J.W. e Klich M., 2003, “Mycotoxins”, Clinical Microbiology Reviews, 163, 497-516
Pazzi F., Lener M., Colombo L., Monastra G., 2006, “Bt maize and mycotoxins: the current state of research”,  Annals of Microbiology, 56 (3), 221-228

Sulla piralide e il mais Bt:
Burkness, E.C., Hutchison, W.D., Bolin, P.C., Bartels, D.W., Warnock, D.F., Davis, D.W., 2001, “Field efficacy of sweet corn hybrids expressing a Bacillus thuringiensis toxin for management of Ostrinia nubilalis (Lepidoptera: Crambidae) and Helicoverpa zea (Lepidoptera: Noctuidae)”,  J. Econ Entomol.,  941, 197-203.