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lunedì 7 luglio 2014

Ancora sulle micotossine nel mais

Tra le “mezze verità” che vengono dette in giro in merito alle proprietà miracolose degli OGM, vi è anche quella relativa al fatto che gli OGM servirebbero per la risoluzione delle problematiche connesse alla proliferazione delle aflatossine. Ovviamente, in questa sede non si vuole sostenere che il mais Bt non serva a nulla, ma, purtroppo, il mais Bt, molto probabilmente, non rappresenta, da solo, il mezzo per la risoluzione del problema delle micotossine. In particolare, negli U.S.A., dove si fa largo uso di mais Bt, il contenuto ammesso di aflatossine negli alimenti è 10 volte quello consentito nei Paesi dell’UE (0,50 ppb negli USA, contro gli 0,05 ppb nei Paesi dell’UE), segno inequivocabile che il mais Bt da solo non rappresenta la soluzione al problema e serve qualcos’altro.
Nell’Unione Europea i limiti massimi di aflatossine sono quelli stabiliti dal Reg. Ce 165/2010, che prevede per il mais valori differenti a seconda della destinazione della granella. In particolare, per l’alimentazione umana è consentita la presenza di 5 ppb - parti per miliardo - per l’aflatossina B1 e 10 ppb per le B1+B2+G1+G2. Per l’alimentazione animale è consentita la presenza di 20 ppb per la B1. Nel latte crudo, nel latte trattato termicamente e nel latte destinato alla fabbricazione di prodotti a base di latte, il tenore massimo è di 0,05 ppb di aflatossina M1.

Diversa è la legislazione americana, in particolare per le aflatossine nei prodotti destinati all’alimentazione animale. La normativa Usa, infatti, distingue i limiti massimi a seconda della specie e del periodo di vita dell’animale e varia notevolmente, passando dal valore minimo di 20 ppb nei prodotti a base di mais per mangimi destinati alle vacche da latte, fino ad un massimo di 300 ppb per quelli destinati ai bovini in finissaggio.

Nel nostro Paese i Limiti Massimi Tollerabili di aflatossine in prodotti destinati all’alimentazione  umana (espressi in µg/Kg ) sono riportati nella Direttiva 2006/1881/CE. Al limite comunitario di 0.050 ppb per l’aflatossina M1 nel latte crudo e termicamente trattato si sono adeguati anche alcuni paesi asiatici, africani e dell’America Latina. 

In netto contrasto con quanto prescritto nei Paesi dell’UE sono gli Stati Uniti e alcuni Paesi dell’Europa orientale e asiatici, che hanno adottato un limite dieci volte superiore, ovvero 0.50 ppb, limite  adottato anche dal Codex Alimentarius nel 2001.

Pertanto, negli USA, pur avendo a disposizione l’arma del mais Bt, sono consapevoli che esso da solo non serve a risolvere il problema aflatossine.

Negli U.S.A., pur potendo contare sulla possibilità di coltivare mais Bt, può accadere poi che in particolari annate i limiti possano anche essere ritoccati, in relazione al fatto che vengono superate le soglie ammesse:



Nella realtà esistono altre problematiche legate alla diffusione di aflatossine nel mais. In particolare:

-        Occorre in primo luogo prestare attenzione alle rotazioni, al fine di limitare la diffusione della  piralide. A questo proposito, occorre rilevare che negli ultimi decenni le aziende agricole, anche al fine di contenere i costi di produzione, si sono fortemente specializzate, per cui privilegiano la monocoltura di mais, con tutti i risvolti negativi in merito alla diffusione di insetti e di piante infestanti;


-        Esiste poi il problema delle attuali varietà di mais che hanno le brattee che non coprono completamente la pannocchia, per cui si sviluppano attacchi fungini. Anche in questo caso l’umidità ristagna nelle parti apicali della pannocchia, per cui si ha proliferazione di agenti micotici;


-        Esiste poi il problema delle irrigazioni effettuate massicciamente allo scopo di ottenere una maggior produzione, ma che rappresentano un elemento importante per lo sviluppo delle aflatossine;


-        Esiste poi il problema della “aree rifugio”, che devono essere attuate insieme alla coltivazione del mais e che, se non trattate con insetticidi, origineranno un prodotto con ingenti attacchi di piralide e, conseguentemente, con un alto contenuto di aflatossine.

A cosa servono le “Aree Rifugio”? Sono aree coltivate a mais convenzionale (fino al 50% della superficie coltivata a mais Bt), allo scopo di evitare che soggetti di piralide resistenti alla proteina BT localizzati nel campo di mais BT vadano a fecondare altri soggetti resistenti, sempre localizzati nel campo di mais BT, dando così origine ad una progenie resistente. Il giochetto è presto spiegato: se noi accanto ad un campo di mais BT mettiamo un campo di mais convenzionale, con ogni probabilità nel campo di mais Bt si selezioneranno soggetti resistenti alla tossina Bt, mentre nel campo convenzionale ci saranno soggetti non resistenti. L’esclusiva presenza di coltivazioni di mais Bt avrebbe determinato una forte presenza di soggetti resistenti, con creazione di progenie di insetti resistenti. Mettendo accanto al campo di mais Bt un campo di mais convenzionale, la formazione di progenie di piralide resistente alla tossina Bt è notevolmente rallentata, non evitata, in quanto soggetti resistenti provenienti dal campo di mais Bt possono fecondarsi con soggetti non resistenti provenienti dal campo di mais convenzionale, dando così origine ad una progenie che solo in parte è resistente.




Anche nel caso delle “Aree Rifugio” l’introduzione di piante transgeniche resistenti agli insetti non ha risolto completamente il problema e non ha semplificato la coltivazione del mais. In particolare:


-              molto spesso gli agricoltori non hanno seguito il consiglio delle ditte sementiere, per cui non hanno messo in atto la strategie delle “aree rifugio”;


-              coloro che hanno creato le “aree rifugio” hanno dovuto adottare due specifiche tecniche di coltivazione per lo stesso prodotto, in quanto la parte coltivata con piante convenzionali deve essere trattata in modo diverso da quella coltivata con piante transgeniche.


In conclusione alle considerazioni effettuate sulle piante transgeniche resistenti agli insetti, occorre chiedersi se quello delle “aree rifugio” è un modello produttivo adatto all’agricoltura italiana, che, come è risaputo, è costituita da aziende di modestissima dimensione (6-7 ettari), dove non è raro incontrare campi coltivati a mais o a soia dell’ordine di poche decine di migliaia di metri quadrati.  

In merito agli effetti del mais Bt sul contenuto di micotossine, il problema è il seguente: consapevoli del fatto che le aree rifugio saranno oggetto di “grandi attenzioni” da parte della piralide, cosa ne sarà della granella prodotta in termini di micotossine se non si faranno trattamenti insetticidi specifici? La granella prodotta sarà buttata? Sarà destinata alla produzione di biocombustibili?



A conclusione di queste piccole osservazioni sulle aflatossine nel mais Bt, si può far rilevare che il valore massimo consentito  per l’aflatossina M1 nel latte adottato dall’UE è tra i più bassi al mondo.

Senza entrare nel dibattito sulla possibilità o opportunità di richiedere o meno una modifica nella normativa europea sui tenori massimi di aflatossine nel mais, forse troppo stretti, va precisato che questa procedura è lunga e complessa, anche perché richiede che siano prodotte nuove informazioni scientifiche, che devono essere valutate dall’Efsa (l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare) e dal Comitato permanente della catena alimentare della salute animale.

venerdì 4 aprile 2014

Il mercato, il prezzo, il margine delle sementi ibride di mais in Italia

Il seme ibrido di mais è brevettato, sia esso seme convenzionale o seme OGM. E questo è un avvertimento anche per tutti coloro che dicono mezze verità sul fatto che l’agricoltore con gli OGM è obbligato ad acquistare tutti gli anni la semente …… già oggi l’agricoltore, anche se le sementi in Italia non sono OGM, è obbligato ad acquistare tutti gli anni sementi ibride di mais brevettate, per cui paga tutti gli anni le relative royalty.
Pertanto, l’introduzione degli OGM non aggraverebbe questo problema, poiché il problema è già grave. Perché? Perché le sementi ibride hanno un costo elevatissimo e rappresentano una fonte di guadagno enorme per le industrie sementiere ……. ed è forse per questo motivo che sono in atto potenti azioni nei riguardi del mercato, al fine di ottenere il monopolio sulle sementi.
Facciamo un po’ di conti e vediamo di che cosa stiamo parlando (dati ENSE, anno 2004, ma le cose non sono molto diverse per il 2014……cambiano i prezzi):


I fabbisogni di seme e le forme di approvvigionamento del mercato: 

Il fabbisogno di sementi di mais per le semine 2004, ipotizzando stabilità nelle superfici investite, può essere così stimato:
Mais:
sup. coltivata nel 2003 (stima AIS):                                1.400.000 Ha
fabbisogno di seme (kg 20 x Ha):
28.000 t
moltiplicazione seme in Italia nel 2003 (dato ENSE):
5.000 Ha
produzione nazionale 2003 seme, prima certificazione (stima):
12.000 t
importazioni 2003 di seme (dato ISTAT):
22.000 t
esportazione 2003 di seme (dato ISTAT):
3.000 t
Le importazioni sono avvenute in particolare da Francia (14.000 t), Turchia (3.000 t), Spagna (2.000 t) e Stati Uniti (1.000 t).

Il peso medio di una dose di seme (25.000 semi) si aggira, a seconda delle annate, sui 6-6,5 kg e si impiegano 2,8-3,0 dosi di seme per ettaro.

In sintesi, il fabbisogno del nostro paese, pari a circa 28.000.000 di kg, equivale a circa 4.000.000 di dosi di seme da 25 mila semi ciascuna.

Considerato che oggi, primavera 2014, ogni dose di mais viene venduta all’agricoltore a 60 €, il conto è presto fatto………..

4.000.000 x 60  = 240.000.000 di euro circa

è il valore della semente di mais utilizzata in Italia…………ovvero 480 miliardi delle “vecchie lire”….niente male……..adesso si capisce meglio, forse, l’interesse delle multinazionali per ottenere il monopolio delle sementi.

Molto più interessante è il discorso relativo al Margine conseguibile dalla produzione e dalla vendita di semente di mais. In particolare, interessante è il prezzo per tonnellata della semente di mais. Considerato che una dose di seme pesa 6 kg circa e viene venduta a 60 euro……..il prezzo medio della semente ibrida di mais è pari a 10 euro per chilogrammo, che per tonnellata ammonta a 10.000 euro……incredibile veramente, se pensiamo che oggi il prezzo della granella di mais è dell'ordine di 0,2 euro per kg, ovvero 200 euro per tonnellata (un aumento di 50 volte)!

Perché è incredibile? Perché i costi di coltivazione agricoli della semente di mais non sono molto diversi da quelli della coltivazione convenzionale per ottenere granella ad uso zootecnico (tra l'altro la coltivazione è attuata nei Paesi dell'Emisfero Sud, dove minori sono i costi dei fattori produttivi)……per cui i margini ottenibili dalla produzione di semente di mais possono essere così quantificati (valori per ettaro):

-          Costo di coltivazione ……………………….…….. 1.000 €/ha

-         Produzione ottenuta …………………………….…. 5.000 kg/ha

-     Prezzo per kg................................................................. 10 €

-         Valore della produzione ottenuta ……………..…… 50.000 euro/ha

-         Margine Lordo ………………………………………. 49.000 euro/ha

Ovviamente il Margine Netto è diverso, poiché occorrerà tener conto dei costi di ricerca e sviluppo, dei costi di selezione, dei costi di lavorazione, dei costi per trattamenti insetticidi, dei costi di promozione, dei costi di imballaggio, dei costi di commercializzazione, delle imposte, ecc.


Ma è sicuramente un buon margine di partenza!!!! ed è per questo che si sono creati dei monopoli o quasi monopoli nel settore delle sementi

http://www.mdpi.com/2071-1050/1/4/1266

venerdì 21 febbraio 2014

Maurizio Martina è il nuovo Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali

Finalmente abbiamo un Ministro dell’Agricoltura serio, Maurizio Martina. Si spera che egli porterà avanti le nostre esigenze di agricoltori italiani, agricoltori che quotidianamente si devono misurare con le importazioni provenienti dall’estero a prezzi bassissimi. Perché i prezzi sul mercato mondiale sono bassissimi rispetto ai nostri? Perché arrivano da Paesi che non hanno le nostre regole sociali, da Paesi che non tutelano il lavoro minorile, da paesi che utilizzano mezzi produttivi (antiparassitari soprattutto) che da noi sono vietati, che utilizzano OGM, purtroppo non ancora sicuri al 100% per l’uomo e per l’ambiente.
Speriamo che il nostro Ministro sia contrario all’introduzione degli OGM nel nostro Paese e lo deve essere per numerosi motivi:

1 – questi OGM non sono adatti all’agricoltura italiana. L’Italia, anche con gli OGM,  con le sue piccole aziende agricole non potrà mai competere sul mercato mondiale sulla base dei bassi costi e dei bassi prezzi, ma potrà competere solo sulla base della qualità;



2 – con gli OGM l’agricoltore italiano non guadagnerà di più, perché se è vero che calano i costi di produzione agricoli è altrettanto vero che calano anche i prezzi di mercato, in quanto il prezzo non viene fissato dall’agricoltore (in agricoltura, nel lungo periodo, costo unitario medio, costo marginale e prezzo di mercato tendono a coincidere). Anche l’esplosione delle superfici coltivate a livello mondiale in certi Paesi non è sinonimo di maggior reddito per il coltivatore, ma è dovuta alla mancata etichettatura degli alimenti OGM in questi stessi Paesi;



3 – gli OGM favoriscono la delocalizzazione produttiva. Quando avremo piante che “resistono” ad ogni avversità e ad ogni condizione pedoclimatica, è molto probabile che la loro coltivazione si sposterà in Paesi che hanno situazioni di costo di produzione più favorevoli delle nostre;



4 – il brevetto sugli OGM rende dipendente il coltivatore dalle multinazionali del seme, che potrebbero avviare coltivazioni con contratti di soccida per le piante sulla falsa riga di quello che già avviene nell’allevamento animale;



5 -  non è vero che con gli OGM la produzione per ettaro è superiore a quella delle sementi convenzionali;



6 – gli OGM sono contro la biodiversità, poiché il patrimonio genetico delle piante OGM coltivate deriva da un ristretto numero di cellule trasformate;


7 – gli attuali OGM hanno il transgene inserito nel nucleo e determinano “inquinamento genetico” e, pertanto non rendono possibile la coesistenza con altre forme di agricoltura, sia essa convenzionale o biologica. Da rilevare che, oggigiorno, le moderne tecniche di ingegneria genetica consentirebbero di introdurre il transgene nei cloroplasti, evitando così l’inquinamento genetico;



8 – gli OGM favoriscono le strategie di appropriazionismo e di sostituzionismo del settore industriale nei confronti del settore agricolo. Con gli OGM il reddito dell’agricoltore nel lungo periodo è destinato a diminuire ed è destinato ad essere inglobato dall’industria, sempre più fornitrice di mezzi tecnici per l’agricoltura;



9 – gli OGM possono determinare la scomparsa dell’industria sementiera nazionale, determinando così grande preoccupazione per la sicurezza alimentare, sia da un punto di vista quantitativo, sia da un punto di vista qualitativo.



10 – gli OGM da soli non risolvono il problema delle micotossine;





11 – le piante OGM resistenti ai diserbanti non risolvono il problema delle erbe infestanti, in quanto:
                        - le erbe infestanti dopo pochi anni maturano una resistenza genetica al diserbante;
                        - le erbe infestanti parentali acquisiscono il transgene dalle piante OGM coltivate e diventano esse stesse resistenti al diserbante;
                        - le piante transgeniche coltivate (per esempio colza OGM) in annate successive diventano esse stesse infestanti di altre coltivazioni;



12 – non risolvono il problema degli insetti nocivi (anche utilizzando il mais BT, la piralide dopo pochi anni diventa resistente alla tossina BT);




13) gli attuali OGM non sono adatti all’agricoltura presente nel nostro Paese




14) gli attuali OGM favoriscono l’esodo rurale dalle aree marginali del nostro Paese, con tutte le problematiche di aggravamento dell’assetto territoriale del nostro Paese nelle aree di collina e di montagna.



mercoledì 22 gennaio 2014

LETTERA APERTA ALLA SERRACCHIANI, DATATA 17 GENNAIO 2014, DEL PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE ITALIANA MAISCOLTORI A FAVORE DEL MAIS BT…….UN DOCUMENTO PIENO DI INESATTEZZE

In questi giorni sono in discussione presso gli uffici della Regione Friuli Venezia Giulia le regole per la coesistenza tra colture geneticamente modificate, convenzionali e biologiche. Il presidente dell’Associazione Italiana Maiscoltori Marco Aurelio Pasti e il presidente di CONFAGRICOLTURA Friuli Venezia Giulia Claudio Cressati hanno scritto una lettera aperta ai vertici della Regione (Presidente Serracchiani), per chiedere di non chiudere aprioristicamente la porta alla coltivazione del mais OGM nella produzione locale, anche in considerazione delle conseguenze che il suo mancato impiego potrebbe avere sull’economia e sull’ambiente locale. Peccato che, a mio parere, questo documento contenga alcune inesattezze, che, con effetto a cascata, determinano un completo annullamento delle conclusioni a cui riesce a giungere.
Partiamo dalle conclusioni. Il documento afferma che a causa della mancata utilizzazione del mais Bt ………….… Per ottenere lo stesso quantitativo di mais prodotto oggi in Friuli si potrebbero risparmiare 50 milioni di metri cubi d’acqua, 9.000 TEP di energia, 45.000 kg di agrofarmaci e 8.000 tonnellate di concimi o, a parità di superfici investite, assorbire 260.000 tonnellate di CO2 in più dall’atmosfera” …………… Scusate, ma voi pensate proprio che i vostri interlocutori contrari all’utilizzazione del mais Bt siano tutti imbecilli? ………… pensate veramente che i vostri interlocutori, per ideologia, potrebbero rinunciare a tutti i benefici che avete elencato? ……………Pensate veramente che se gli effetti da voi elencati fossero veri, gli italiani sarebbero per i 3/4 contrari alla coltivazione del mais Bt?
Peccato che tutti i vantaggi elencati siano il risultato di un calcolo sbagliato. In particolare, il risultato finale parte da un presupposto sbagliato, o, quantomeno, da una “mezza verità”, ovvero che in Friuli Venezia Giulia non si faccia alcun trattamento insetticida contro la Piralide. Purtroppo, è vero il contrario, poiché in Friuli Venezia Giulia la coltivazione del mais, attuata in larga parte in monocoltura, prevede l’esecuzione di trattamenti insetticidi. Pertanto, è vero che la Piralide procura un danno al mais dell’ordine del 10% se non viene attuato alcun trattamento insetticida, ma è altrettanto vero che se vengono fatti i dovuti trattamenti insetticidi, così come avviene nella realtà, questa riduzione viene enormemente contenuta. Conseguentemente, affermare che senza il mais Bt si avrebbe un danno del 10% sul livello produttivo annuale è sbagliato, così come hanno fatto rilevare alcune sperimentazioni in pieno campo.
Pertanto, il dato di partenza dei calcoli riguarda una coltivazione di mais che nella realtà non esiste, ovvero una coltivazione di mais con un elevato attacco di piralide e nella quale non viene attuato alcun trattamento insetticida. E’ ovvio che in una situazione di questo tipo il mais Bt potrebbe portare i vantaggi  elencati, ma è un dato di partenza sbagliato, poiché nel caso di attacchi di una certa entità, la coltivazione del mais, nella realtà, viene trattata con specifici insetticidi.
Vediamo da dove nascono queste inesattezze:
1)    Testuali parole: “La perdita di produzione è molto variabile di anno in anno, ma può essere stimata in non meno del 10% della produzione regionale ovvero in oltre 80.000 tonnellate per un valore di almeno 16 milioni di euro.” Questo dato si riferisce ad una situazione che non esiste, ovvero una produzione di mais nella quale non viene attuato alcun trattamento insetticida per contenere il danno provocato dalla piralide. E’ un dato che non deriva da alcuna sperimentazione, poiché in Italia il mais Bt non è mai stato coltivato. E’, pertanto, un dato fondamentalmente sbagliato e frutto solo ed esclusivamente di opinioni personali. Se si vuole avere un’idea del danno potenzialmente provocato dalla Piralide al mais è possibile dedurlo da alcune sperimentazioni attuate per testare alcuni insetticidi. In particolare, da queste sperimentazioni è possibile verificare la differenza di produzione tra “mais trattato con insetticidi” (paragonabile al “mais Bt”, anche se sono consapevole che non è un paragone valido al 100%) e “testimone non trattato”………….la differenza è minima, tanto che gli sperimentatori giungono alla conclusione che il trattamento insetticida è economicamente valido solo nel caso in cui il mais sia destinato all’alimentazione umana (polenta?);


2)    Testuali parole: “Tra le micotossine, le fumonisine sono strettamente connesse al danno causato dalla piralide che è in grado di aumentarne il contenuto di oltre 100 volte ………”.  Anche questo è un dato che sembra essere sbagliato, poiché se osserviamo i risultati della sperimentazione precedente, notiamo che la differenza di fumonisine tra coltivazione di “mais trattata con insetticida” e “testimone non trattato”,  è nulla in 2 prove su 4 e raddoppia in altre 2 prove su 4. Pertanto, secondo questa sperimentazione, che non ha utilizzato mais Bt, ma che può dare un’idea di quello che può accadere, non è vero che il contenuto di fumonisine aumenta di 100 volte, al massimo raddoppia (forse l’estensore del documento voleva scrivere “è aumenta del 100%”);

3)    Testuali parole: “La piralide è uno dei maggiori fattori di rischio di contaminazione anche per le aflatossine, dopo caldo e siccità.” Anche in questo caso le sperimentazioni avrebbero verificato che il contenuto di aflatossine, non è molto diverso tra “mais trattato con insetticida” e testimone di “mais non trattato”.

4)     Testuali parole: “Questa strategia poggia tra l’altro sull’ipocrita omissione del fatto che, da oltre 15 anni, quotidianamente gli OGM entrano pacificamente e incontrastati in regione tramite camion, treni e navi di soia modificata geneticamente prodotta all’estero e senza la quale una parte importante dei rinomati prosciutti e formaggi friulani non potrebbe essere prodotta.”  E’ una considerazione vera e speriamo, che prima o poi, si riesca a risolvere questa situazione a dir poco ipocrita, attraverso l’etichettatura dei derivati ottenuti dalla trasformazione degli OGM (carne, latte, uova, ecc.). Almeno un contributo di verità l’abbiamo dato.

In definitiva, se non risponde a realtà il fatto che la mancata adozione del mais Bt determina un danno del 10% alla produzione di mais in Friuli Venezia Giulia, con effetto a cascata vengono a cadere tutte le altre considerazioni sugli ipotetici danni economici e ambientali. In particolare:

-         La coltivazione del mais in Friuli Venezia Giulia, soprattutto laddove l’infestazione è più massiccia, si avvale di trattamenti insetticidi per il contenimento del danno. Pertanto, a mio parere, per stabilire il danno da mancata adozione del mais Bt in Friuli Venezia Giulia, non è corretto fare un confronto tra “mais Bt” e “mais convenzionale non trattato con insetticidi”;

-         Per avere un’idea approssimativa, e non troppo fuorviante, del danno provocato dalla mancata adozione del “mais Bt”, si può fare un confronto tra “testimone di mais convenzionale trattato con insetticidi” e “coltivazione di mais convenzionale non trattato con insetticidi”;

-         Dalle sperimentazioni messe in atto da Veneto Agricoltura, si evince che non c’è una gran differenza tra mais convenzionale trattato con insetticidi” e “testimone non trattato”;


-          Il dato riportato nella lettera alla Serracchiani, e relativo al presunto danno da Piralide sul mais in Friuli Venezia Giulia (10% annuo sulla produzione totale), si riferisce al confronto tra “mais Bt” e “mais convenzionale non trattato con insetticidi contro la Piralide”. Tale ipotetico danno si riferisce ad una situazione non reale e, pertanto, è da ritenere errato o, quantomeno, stimato per eccesso;

-         Conseguentemente, non è vero che la mancata adozione del mais Bt in Friuli Venezia Giulia determinerebbe una perdita produttiva di mais dell’ordine di 80.000 tonnellate. Sarebbe così solo se nessun agricoltore facesse trattamenti contro la Piralide, ma non è la realtà;

-         Conseguentemente, non è vero che la mancata adozione del “mais Bt” in Friuli Venezia Giulia determinerebbe un danno economico di 16 milioni di euro;

-         Ne consegue che anche l’ipotetico risparmio di 50 milioni di metri cubi d’acqua non è reale;

-          Anche il risparmio di 9.000 TEP di energia non è reale;

-          Potrebbe essere reale il risparmio di 45.000 kg di agro farmaci, ma non dimentichiamo che questi agro farmaci sono prodotti autonomamente dalla pianta;

-          Se non è reale il danno del 10%, anche il risparmio di 8.000 tonnellate di concimi non è reale;


-          Così come non è reale l’assorbimento di 260.000 tonnellate di CO2 dall’atmosfera in più.

sabato 23 novembre 2013

In Friuli Venezia Giulia una petizione a favore del mais OGM

Una petizione pro mais OGM sottoscritta da 400 imprenditori agricoli e' stata recentemente consegnata  al Presidente del Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia. In relazione alla definizione delle “Regole di coesistenza”, i firmatari hanno fatto presente che nelle campagne del Friuli Venezia Giulia è prassi consolidata la coltivazione simultanea di mais bianco e di mais giallo, che ha consentito la pacifica coesistenza fra imprenditori che perseguono i loro diversi obiettivi economici, senza che si sia mai creato alcun contenzioso giudiziario. Proprio in considerazione di questa secolare pratica, i firmatari sottintendono che non è necessaria alcuna regola di coesistenza tra mais convenzionale, mais OGM e mais Biologico, poiché ci penserà il mercato ad appianare ogni divergenza.
Si tratta a mio parere della solita “mezza verità” raccontata da chi, senza argomentazioni specifiche e senza alcun timore per le conseguenze che la scelta transgenica può avere sull’economia agro-industriale di un territorio, vuole adottare una tecnologia fortemente pervasiva, che non offre possibilità di coesistenza, poiché se è vero che con il mais OGM la coesistenza tecnica potrebbe anche essere possibile, in quanto il mais nel nostro Paese non ha parentali selvatiche, è altrettanto vero che non sarebbe possibile una coesistenza economica, in quanto il mais OGM modificherebbe quell’equilibrio economico che caratterizza attualmente il settore. In particolare, non essendoci etichettatura dei derivati (carne, latte, uova, ecc.) da mangimi OGM, dopo pochi anni, anche i coltivatori che volevano mantenersi “OGM free” saranno costretti dal mercato a coltivare OGM, poiché altrimenti coltiverebbero ai costi del convenzionale (più alti del transgenico), per poi vendere ai prezzi del transgenico.


Occorre poi far rilevare che il paragone “mais giallo/mais bianco” portato ad esempio di pacifica coesistenza dai promotori degli OGM in Friuli Venezia Giulia, non regge. In particolare, per i non addetti ai lavori, il “mais giallo” è quello destinato all’alimentazione animale (la quasi totalità delle coltivazioni), mentre il “mais bianco” è destinato all'alimentazione umana diretta per la produzione di particolari polente (anche in questo caso la quasi totalità). Perchè il paragone non regge? Non regge per il semplice fatto che per la gran parte della produzione di "mais bianco" non esistono soglie di tolleranza per il prodotto fecondato da polline di "mais giallo convenzionale". Pertanto il prodotto ottenuto può essere venduto senza specifica etichettatura, così come previsto per gli OGM. Diverso è il discorso relativo alla possibilità che il mais bianco destinato all'alimentazione umana sia fecondato da polline di mais OGM. In questo caso, se la percentuale di produzione finale supera lo 0,9%, il mais bianco dovrà essere etichettato come "alimento OGM" e saremmo quasi sicuri che non avrà mercato e che non ne sarà venduto un chicco!
Se si vuole avere un'idea di quello che già accade sul mercato del mais nel caso di "inquinamento genetico", è possibile portare ad esempio la coltivazione del "mais waxy". In particolare, il “mais waxy”, è caratterizzato da un’altissima percentuale di amilopectina (99%) ed una bassa quantità di amilosio (1%, rispetto al 25% del “mais giallo”), per cui è destinato a specifici usi industriali e per questa ragione gli ibridi di "mais waxy" vengono coltivati solo su contratto di coltivazione con l’industria di trasformazione. Tale contratto di coltivazione, nella fissazione del prezzo tiene conto del fatto che una parte della produzione sarà inquinata dal polline del “mais giallo convenzionale” e dovrà essere eliminata (di solito sono le 8-10 file perimetrali del campo coltivato) e destinata al mercato del “mais giallo”. Pertanto, anche il prezzo fissato nel contratto di coltivazione tiene conto di questa eventualità, con un “premio di coltivazione” che è dell’ordine di 10-20 euro/Tonnellata…….più o meno 150-300 euro/ettaro, che oggigiorno sono “gran soldi” in agricoltura (1).
In conclusione, la coesistenza tra "mais convenzionale" e "mais OGM" potrebbe anche essere possibile, ma è necessario che il mercato possa essere in grado di valorizzare la differenza esistente tra i due prodotti. Purtroppo, la possibilità di utilizzare nell'allevamento mangimi OGM, senza specifica etichettatura dei derivati ottenuti (carne, latte, uova, ecc.), impedisce al consumatore una scelta consapevole, per cui sarà impossibile dare un valore diverso ai mangimi OGM e a quelli convenzionali.   



(1) Occorre, però, considerare che rispetto al “mais giallo” il costo di coltivazione del “mais waxy” è leggermente maggiore………altrimenti tutti coltiverebbero “mais waxy”. 

venerdì 15 novembre 2013

Coesistenza tra piante OGM e piante “non OGM”: a chi spettano i costi di coesistenza?

Il problema è sicuramente attuale…….nel caso di coesistenza tra “piante non OGM”, siano esse convenzionali o biologiche, e “piante OGM”, e soprattutto nel caso in cui uno Stato preveda l'etichettatura degli alimenti derivati, ci sarà sicuramente un generalizzato aumento dei costi di coltivazione per le diverse tipologie produttive (non OGM, OGM e biologico), in relazione alle aree di rispetto, alla pulizia delle attrezzature di lavorazione e di raccolta, ai costi di segregazione, ecc.
Una domanda sorge spontanea: a chi spettano i maggiori costi di coesistenza? Agli agricoltori "non OGM” o agli agricoltori che vogliono introdurre gli OGM sul territorio nazionale? La risposta non è semplice, poiché ognuno di essi dirà che dovranno essere gli altri a sostenere i costi di coesistenza.
  Al fine di rispondere a questa domanda è necessario focalizzare l’attenzione sulle caratteristiche di ogni diversa forma di agricoltura e sui conseguenti danni che ne possono derivare nel caso di coesistenza.
Per l’agricoltore convenzionale la presenza di polline transgenico che può inquinare la sua produzione non OGM deve essere evitata, ma non costituisce un grande problema, poiché non ha una dotazione particolare di macchine da ammortizzare. L’importante è che questa soglia di inquinamento non superi la soglia dello 0,9%, così come previsto dalla Legge sull’etichettatura, per non avere una riduzione di prezzo. Nel caso in cui, invece, questa soglia superasse lo 0,9% ecco che si presentano una serie di danni per l’agricoltore convenzionale, che sarà costretto a vendere sul mercato del transgenico la sua produzione convenzionale (ha sostenuto i costi del convenzionale, per poi vendere ai prezzi, più bassi, del transgenico).
Diverso è il discorso per l’agricoltore biologico, che ha fatto le siepi intorno alla sua azienda agricola, si è dotato di macchine particolari per effettuare la “falsa semina” e per l’esecuzione dei trattamenti antiparassitari con prodotti naturali, si è dotato di strutture particolari per l’allevamento degli animali biologici, si è dotato di macchine particolari per la trasformazione dei prodotti agricolo/zootecnici, ha sopportato i minori introiti del periodo di conversione, si è sottoposto ai controlli previsti dalla Legge………..tutto questo comporta maggiori costi, con la speranza di poter ottenere maggiori prezzi di vendita, che non otterrà se il suo prodotto sarà anche in parte OGM. Con ogni probabilità il prodotto biologico inquinato da OGM non sarà accettato dalla filiera biologica e dovrà essere venduto sul mercato del convenzionale. Se poi il livello di inquinamento supererà lo 0,9%, anche questo prodotto che doveva essere biologico, dovrà essere venduto sul mercato del transgenico, con indubbi maggiori perdite negli incassi.
Chi guadagnerà da questa situazione? Gli unici che guadagneranno saranno i coltivatori di piante OGM, che vedranno aumentare i costi e le difficoltà produttive di chi fa agricoltura convenzionale e/o biologica e vedranno divenire maggiormente competitive le loro produzioni.

In una situazione come quella delineata, anche al fine di ristabilire una determinata concorrenza di mercato, è necessario che siano gli agricoltori che intendono coltivare OGM a sostenere i costi di coesistenza…….se così non fosse, dopo pochi anni le coltivazioni “non OGM”, convenzionale e biologica, scomparirebbero.

Quando il mercato ci fa fare cose assurde, ovvero “mais non OGM” per scopi energetici e “mais OGM” per l’allevamento zootecnico.

Che sia subito chiaro, nessuno vuole insinuare che i derivati (carne, latte, uova, ecc.) ottenuti dall’allevamento zootecnico mediante l’utilizzazione di “mais OGM” siano diversi da quelli normalmente ottenuti con mais convenzionale, fatto ancora da dimostrare con certezza. Quale è l’obiezione? o quantomeno, quale è la contraddizione?      La contraddizione è che oggigiorno la produzione nazionale di mais convenzionale, in quanto nel nostro Paese è vietato coltivare OGM, è destinata in larga parte alla produzione di energia elettrica e non di alimenti, mentre per sopperire al fabbisogno mangimistico per uso zootecnico a scopi alimentari, facciamo largo uso di materiale OGM di importazione.
Qualcuno penserà una cosa assurda, invece è proprio così, in relazione alle regole di mercato che ci siamo dati……regole di mercato sicuramente da riscrivere.
In particolare, in Italia è vietato coltivare piante OGM, ma non è vietato importarle per destinarle all’alimentazione animale. Già questo fatto è assurdo e determina una sorta di concorrenza sleale tra gli stessi allevatori, in quanto i mangimi OGM hanno un costo decisamente più basso di quelli certificati “OGM Free”, mentre i prodotti ottenuti dalla trasformazione hanno lo stesso prezzo. In pratica chi utilizza mangimi OGM, spende di meno e incassa lo stesso prezzo per i derivati ottenuti……veramente assurdo……tra qualche anno assisteremo sicuramente a proteste di piazza per questo fatto, poiché anche gli allevatori che non vogliono adottare gli OGM, saranno costretti a farlo dal mercato, in quanto i margini si restringeranno sempre più (pure loro tengono famiglia).
Se qualcuno pensa che questo non sia vero è sufficiente osservare il bollettino della “Borsa Merci di Bologna”.
Per il mais il confronto tra convenzionale e OGM non è fattibile, in quanto il bollettino non riporta specificamente prezzi diversi per la granella, anche in relazione al fatto che il mangime viene importato sottoforma di farina. E’ possibile, invece, il confronto con la soia, poiché il bollettino riporta esplicitamente prezzi diversi per derivati di soia di importazione estera (quasi tutta OGM) o derivati certificati “OGM Free”. In particolare, il bollettino del 14 novembre 2013 riporta i seguenti prezzi:

                                                         
FARINE VEGETALI DI ESTR. (2)
Soia tostata integ. Nazion. (prot. 44% stq)
14 novembre 2013
476,00
477,00
7 novembre 2013
478,00
479,00
-2,00
-2,00
Soia tostata integ. estera (prot. 44% stq)
14 novembre 2013
474,00
475,00
7 novembre 2013
476,00
477,00
-2,00
-2,00
Soia Tostata integ. Naz. non deriv. OGM
14 novembre 2013
499,00
500,00
7 novembre 2013
489,00
490,00
10,00
10,00
Soia Tostata integ. Estera non deriv. OGM
14 novembre 2013
497,00
498,00
7 novembre 2013
487,00
488,00
10,00
10,00
Soia Tostata Decorticata naz.
14 novembre 2013
481,00
483,00
7 novembre 2013
486,00
488,00
-5,00
-5,00
Soia Tostata Decorticata estera
14 novembre 2013
478,00
480,00
7 novembre 2013
483,00
485,00
-5,00
-5,00
Soia Tostata Decorticata naz.non deriv. OGM
14 novembre 2013
543,00
545,00
7 novembre 2013
533,00
535,00
10,00
10,00
Soia Tostata Decorticata est.non deriv. OGM
14 novembre 2013
540,00
542,00
7 novembre 2013
530,00
532,00
10,00
10,00

E’ interessante notare il diverso prezzo, sempre superiore, dei trasformati di soia non derivanti da OGM, rispetto a quelli OGM. In particolare:
-         Soia tostata integrale Estera non derivante OGM………….497/498 €/T
-         Soia tostata integrale Estera………………………….…….474/475 €/T

Una differenza di 24/25 €/T, pari al 5% circa.

-         Soia tostata Decorticata estera non derivante OGM………….540/542 €/T
-         Soia tostata Decorticata estera……………………….……….478/480 €/T

Una differenza di 60/62 €/T, pari all’11% circa.

Da questi elementi possiamo porci una domanda: fino a quando gli allevatori che utilizzano mangimi convenzionali saranno disposti a produrre i loro derivati zootecnici (carne, latte, uova, ecc.) ai costi del convenzionale, per poi vendere ai prezzi del transgenico?