In un futuro ormai prossimo,
occorrerà operare una produzione di cibo locale e sostanzialmente naturale,
attenta al mantenimento della fertilità dei suoli (rotazioni, concimi organici,
ecc.) e al consumo di risorse non rinnovabili, senza quelle forzature imposte
dal mercato (primizie, colorazione dei frutti, assenza di difetti
estetici, ecc.). In un contesto di questo tipo, in cui l’”asimmetria
informativa” la farà da padrone sul mercato, fondamentale per la Gastronomia
del futuro sarà la certificazione del processo produttivo mediante l’adozione di
specifici “disciplinari di produzione” e specifica etichettatura,
al fine di consentire al consumatore una scelta consapevole. Più in generale,
dovranno essere riviste le norme in merito all’utilizzazione “ad libitum” di
fertilizzanti, di fitofarmaci, di medicinali e/o di altri presidi sanitari, che
tanto hanno contribuito a modificare l’assetto produttivo e ambientale del
territorio agricolo. In particolare, proprio al fine di ottenere la massima efficienza
nell’utilizzazione di mezzi tecnici che possono avere un certo impatto ambientale,
si auspica l’introduzione dell’agronomo/veterinario di campagna e il contingentamento
dei mezzi chimici impiegabili in agricoltura, poiché non è ipotizzabile che noi
affidiamo il pagamento delle nostre tasse ad un ragioniere o ad un
commercialista e, nello stesso tempo, affidiamo a chiunque la produzione del
nostro cibo, senza alcuna preoccupazione sulla sua professionalità, sulle
tecniche produttive utilizzate, sui mezzi tecnici impiegati e sulle modalità di
risoluzione di determinate problematiche.
Lo scopo del Blog è quello di evidenziare le principali problematiche connesse all'adozione di Organismi Geneticamente Modificati (OGM) in agricoltura......e altro ancora. Per un'agricoltura sostenibile.
Visualizzazioni totali
Visualizzazione post con etichetta cibo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cibo. Mostra tutti i post
martedì 21 aprile 2015
Appunto n. 2 per la Carta di Milano Expo - Serve un agronomo/veterinario di campagna che segua le aziende agricole
Etichette:
agronomo,
alimenti,
alimento,
allevatore,
azienda agricola,
carta di milano,
cibo,
futuro,
vetereninario
lunedì 13 aprile 2015
Appunto n. 1 per la Carta di Milano Expo - L'agricoltura deve essere completamente svincolata dal settore industriale e da quello del commercio
E’ sicuramente fuor di dubbio che con il miglioramento delle condizioni di vita della nostra Società, in
situazioni di abbondanza produttiva e dei consumi, la questione della
sostenibilità sociale di ogni nostra attività è divenuta sempre più importante.
Così, sempre più spesso, e relativamente agli argomenti più disparati, anche le
strategie produttive, commerciali, scientifiche, tecnologiche e quant’altro,
che riguardano la Gastronomia devono sottostare a “valutazioni di tipo sociale/ambientale” prima di essere
adottate. Questo significa che l’Agricoltura e l’Agricoltore non possono
accettare passivamente ciò che l’industria o la distribuzione decidono per
loro, poiché industria e distribuzione, che molto spesso operano in regime di
oligopolio se non addirittura di monopolio, hanno spesso interessi diversi e
contrastanti da quelli dell’Agricoltura e dell’Agricoltore (essi devono
rispondere agli azionisti e non tanto ai singoli fruitori del cibo). In
particolare, il settore agricolo è forse
l’unico settore economico che dipende quasi completamente da altri settori
economici per la buona riuscita della sua attività. Così, nella realtà, il
reddito agricolo è fortemente condizionato dall’industria, che fornisce all’agricoltore
le sementi, i concimi, i fitofarmaci, le macchine, ecc. Analogamente, il reddito agricolo è
condizionato dal settore terziario, che decide le caratteristiche che deve
avere il prodotto agricolo, nonché le modalità di produzione e di
condizionamento. Nel tempo si è creata una vera e propria dipendenza
dell’Agricoltura nei confronti dell’industria e del commercio. Dipendenza che
ha reso l’agricoltore una sorta di “manovale” dell’industria e del commercio,
poiché egli non decide più nulla e non ricava quasi più nulla dalla sua
attività, poiché costi e prezzi dei suoi prodotti sono decisi dal mercato,
nella fattispecie dal settore industriale e da quello commerciale. Nel tempo
l’industria, anche con strategie discutibili, ha creato una sorta di dipendenza
dell’Agricoltura nei suoi confronti. Così, per esempio, questa dipendenza si è concretizzata
attraverso un miglioramento genetico
gradito al settore commerciale e supportato dalla chimica (cultivar di frutta
innovative, a volte selezionate in base al colore, sensibili a determinate
malattie, che possono essere controllate con la chimica). E’ ovvio che in una
situazione di questo tipo l’Agricoltura è perdente, in quanto l’industria, una
volta creata la dipendenza, tenderà ad aumentare il prezzo dei fattori
produttivi sino ad un livello prossimo al margine che essi sono in grado di
fornire, mentre il commercio tenderà a creare una situazione di mercato in cui
detiene un forte potere contrattuale (marchi e brevetti), che gli consente di
avere un grande potere contrattuale e di spuntare i prezzi migliori, ovvero
quelli più bassi, adducendo, a volte, motivazioni discutibili (scarsa
pezzatura, scarsa colorazione, contenuto di inquinanti vari, ecc.).
Nella Gastronomia 2.0 l’Agricoltore deve
riappropriarsi della sua attività produttiva, e del reddito che questa attività
è in grado di fornire, e lo potrà fare solo se sarà in grado di svincolarsi, da
solo o in forma societaria, da questo “abbraccio mortale” nei confronti
dell’industria e del commercio. Svincolarsi significa operare autonomamente sia
nel reperimento dei fattori produttivi, sia nella vendita dei prodotti avviati
sul mercato. Anche la Società potrebbe beneficiare di questa evoluzione, poiché
l’azienda agricola è l’ultimo tassello mancante all’industria per ottenere il
completo controllo sul mercato del cibo. In una situazione in cui l’agricoltore
è pienamente responsabile del cibo, vi sarebbe un “filo diretto” tra produttore
e consumatore, con una sorta di feedback continuo, mediante il quale il
consumatore attraverso le sue scelte comunica le sue esigenze ed il produttore
cerca di assecondarle. In una situazione
di questo tipo l’Agricoltura deve porre un controllo anche sulla ricerca in
Agricoltura, poiché non è sostenibile una strategia di sviluppo in cui un
settore produttivo è condizionato dalle scelte tecnologico/produttive operate
da altri settori, che possono avere interessi contrastanti o, addirittura, che
possono avere comportamenti in grado di soggiogarlo. Vi dovrà essere una
condivisione e una diffusione dei saperi da parte degli Agricoltori, con un
unico obiettivo comune “fornire cibo in quantità e qualità adeguata, nel
rispetto dell’ambiente”.
Etichette:
agricoltura,
alimentazione,
biglietto,
carta di milano,
cibo,
convegni,
expo,
milano,
ogm,
ricerca,
seminari
domenica 4 gennaio 2015
OGM e brevetto, una nuova forma di colonialismo alimentare?
Si vuole iniziare questo post
con le parole di Padre Bartolome Sorge S.I.
“Personalmente insisterei maggiormente sulla
necessità di un più vasto consenso popolare, se si vuole condurre una campagna
efficace sull'uso corretto delle biotecnologie. Infatti, non si tratta solo di
prevedere e prevenire le gravi minacce incombenti sulla salute dell'uomo,
sull'equilibrio ecologico e a livello sociale, ma anche sul corretto
funzionamento del sistema democratico. Si tratta, infatti, ribadendo il primato
dell'etica sulla politica, d'impedire che si affermino meccanismi speculativi,
soprattutto da parte delle multinazionali, che contraddicono alla logica e alla
natura stessa della vita democratica. E' necessario denunciare con forza che
non solo è antidemocratico, ma è immorale concedere a pochi privilegiati –
attraverso il «brevetto» – il diritto di disporre delle biotecnologie, quasi
che le scoperte riguardanti la vita
siano soggette a proprietà privata. Non è lecito legittimare forme di monopolio
e di colonialismo, che sono la negazione stessa del bene comune e decretano la
morte della democrazia. La vita non è una invenzione industriale. La vita non
si fabbrica. La vita non si brevetta.”
In termini
generali il Brevetto, rappresenta
una sorta di monopolio legale, seppur
limitato territorialmente e temporalmente. Tale monopolio legale è giustificato
dal fatto che il sistema brevettuale è basato su una forma di scambio: il
titolare del brevetto riceve protezione per la propria invenzione (monopolio
temporaneo) e in cambio è obbligato a svelare e a descrivere dettagliatamente l'invenzione. Pertanto, durante il periodo di applicazione
del Brevetto, colui che ne è detentore può sfruttare economicamente la
protezione brevettuale, al fine di ottenere un ritorno economico, sia per le
spese di ricerca e sviluppo sostenute, sia in termini di profitto.
Da un punto di vista etico, ed in
relazione al fatto che stiamo parlando di cibo, bene essenziale per la vita,
dobbiamo interrogarci su questa “deriva tecnologica”, al fine di verificare se
essa potrà determinare un aumento della libertà per l’uomo, o se, invece,
costituirà solo uno strumento per aumentare il profitto privato, a danno delle
libertà essenziali della vita stessa e degli elementi che insieme concorrono a
costituire i pilastri della pace sociale (verità, amore, giustizia e libertà).
In particolare, utilizzando le parole del card. Turkson, Presidente del
Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, “E’ azzardato – e in ultima analisi assurdo, anzi peccaminoso –
impiegare le biotecnologie senza la guida di un’etica profondamente
responsabile.” (Aggiornamenti Sociali, aprile 2014)
In relazione all’ampio dibattito in
merito alla tutela brevettuale in ambito agricolo, dobbiamo essere convinti del
fatto che l’introduzione di Organismi Transgenici (OT) in agricoltura è
fortemente correlato, se non addirittura condizionato, dalla possibilità di
brevettare il risultato della manipolazione genetica al fine di ottenerne un
profitto; se non ci fosse il Brevetto, con ogni probabilità, non ci sarebbero
nemmeno OT e oggigiorno, forse, non si parlerebbe di questo argomento.
Relativamente alla tutela brevettale delle innovazioni tecnologiche in ambito
genetico, ciò che lascia maggiormente perplessi è l’utilizzazione del Brevetto
in ambito agricolo, soprattutto nel caso in cui riguardi piante o animali di
fondamentale importanza per l’alimentazione umana. Nella fattispecie, non
stiamo parlando di una funzione fisiologica della quale ognuno di noi, volendo,
potrebbe farne a meno; stiamo parlando di alimentazione, un’azione che bene o
male ognuno di noi deve compiere obbligatoriamente almeno tre volte al giorno.
Sono queste considerazioni che differenziano sostanzialmente i brevetti su
materiale elettronico o su capi di abbigliamento, da quelli su piante ed
animali ad uso alimentare, in quanto essi potrebbero mettere in discussione
anche la sovranità alimentare di un Paese. E di questo, ovviamente, si sono
accorte le grandi multinazionali del seme, che stanno facendo di tutto per
ottenere il monopolio nella produzione e nella distribuzione del seme, poiché
non si tratta del solo seme, ma anche di tutto ciò che è possibile trovare a
monte e a valle della produzione del seme, con particolare riferimento alla
produzione di cibo. In particolare, in questi ultimi anni, a livello mondiale, il
più evidente elemento di trasformazione del settore sementiero, è stato il
massiccio ingresso in questa attività di grandi imprese multinazionali, che,
già attive nel settore chimico e farmaceutico, hanno esteso il proprio campo di
azione all’ingegneria genetica applicata alle piante e alla commercializzazioni
dei prodotti biotecnologici. In particolare, secondo un rapporto di ETC Group (http://www.etcgroup.org/sites/www.etcgroup.org/files/ETCCommCharityCartel_March2013_final.pdf),
il 59,8% del mercato dei semi e
il 76,1% dei prodotti agro-chimici venduti nel mondo sarebbe controllato da sei
grandi imprese (Syngenta, Bayer, BASF, Dow, Monsanto e DuPont) che, dal 2007 al
2010, hanno speso 2.2 miliardi di dollari l’anno per la Ricerca e lo Sviluppo
di varietà geneticamente modificate. La quota di mercato delle maggiori
multinazionali sementiere (Monsanto, DuPont e Syngenta) è passata dal 22% nel
1996 al 53,4% nel 2011, mentre per il settore agro-chimico, dominato al 52% da
Syngenta, Bayer e BASF, è cresciuta, nello stesso periodo, dal 33% al 52,5%. Questa
situazione di mercato è il risultato di un intenso processo di fusioni e di
acquisizioni attuate negli ultimi decenni: Syngenta è, ad esempio, il risultato
della fusione parziale tra la britannica Zeneca e l'elvetica Novartis, la quale
a sua volta era frutto della fusione tra Ciba Geigy e Sandoz; Monsanto si è
ingrandita grazie a una serie numerosa di acquisizioni di compagnie quali
Asgrow, Agracetus, Dekalb, Cargil, ecc.; Aventis nasce dalla fusione della
francese Rhone Poulenc e della tedesca Hoest; Du Pont ha acquistato la Pioneer.
Come esito finale di tali processi,
non soltanto si assiste ad una progressiva assimilazione dell’identità degli
operatori presenti nel settore delle sementi e in quello degli agrofarmaci, ma
anche ad un’analoga evoluzione delle dinamiche competitive, incentrate in
misura crescente sullo sfruttamento e sulla difesa dei diritti di proprietà
intellettuale, così come da anni avviene nel settore farmaceutico.
Le strategie di sviluppo attuate
dalle multinazionali hanno sostanzialmente determinato due grandi fenomeni:
i) una crescente concentrazione
dell’offerta di sementi e di agrofarmaci;
ii) una crescente osmosi tra il settore delle
sementi e quello degli agrofarmaci, nonché tra tali settori e quello
farmaceutico.
I processi di concentrazione e di integrazione
descritti, funzionali al perseguimento della massima efficienza
tecnico-produttiva, pongono tuttavia il problema dei possibili comportamenti
strategici dei grandi gruppi multinazionali, diretti a realizzare un maggior
controllo dei mercati e a orientare le scelte degli utilizzatori. Da un lato,
infatti, l’evoluzione tecnologica e la normativa dei settori in esame ha
certamente generato la necessità di disporre di maggiori risorse economiche e
dimensioni produttive/commerciali per affrontare gli ingenti costi legati allo
sviluppo e alla registrazione delle nuove varietà di piante e delle nuove
molecole di agrofarmaci; dall’altro, la concentrazione in poche mani delle
risorse destinate alla ricerca e allo sviluppo delle varietà di sementi, nonché
delle sostanze più idonee a garantirne la coltivazione e la crescita, consente
di esercitare un forte potere di mercato nei confronti degli agricoltori,
utilizzatori finali dei prodotti sementieri e fitofarmacologici, aumentandone
di fatto il grado di dipendenza dall’industria di produzione degli input. Da
rilevare che secondo il Dipartimento USA all’agricoltura, l’aumento dei prezzi
dei semi negli ultimi dieci anni ha registrato i maggiori incrementi rispetto
ad ogni altro tipo di input agricolo.
Al riguardo, è appena il caso di
ricordare, ad esempio, come la diffusione di prodotti transgenici, tutelati dai
diritti di protezione intellettuale, ostacoli l'utilizzazione delle sementi di
seconda generazione per la semina successiva (anche semi della stessa annata
agricola, per i quali è stata pagata una royalty, al fine di effettuare nella
stessa annata agraria una seconda coltivazione e un secondo raccolto), decretando
così l'impossibilità per gli agricoltori di appropriarsi del seme proveniente
dal raccolto dell'anno precedente per seminarlo in una annata successiva, senza
corrispondere i relativi diritti brevettuali all'azienda costitutrice
(pertanto, non è vero che i semi OGM sono sterili, ma è vero che non si possono
riseminare senza ripagare le relative royalty).
Soprattutto in ambito agroalimentare,
alcune domande di ordine etico sullo sfruttamento del brevetto esigono una
risposta prima di adottare piante ed animali transgenici in agricoltura. In
particolare:
-
è
lecito brevettare la variabilità genetica delle piante e degli animali destinata
ad uso alimentare e attualmente presente sul Pianeta?
-
è
eticamente accettabile brevettare gli alimenti?
-
il
brevetto sugli alimenti aumenterà o diminuirà il benessere delle persone e
della collettività?
-
gli
OGM brevettati miglioreranno la condizione umana o sono semplicemente
finalizzati ad un aumento dei profitti privati?
-
gli
OGM brevettati determineranno dei
vantaggi o degli svantaggi per l’agricoltura del nostro Paese?
-
come
potrà essere sfruttato il brevetto nei confronti dell’agricoltore?
-
esistono
delle limitazioni allo sfruttamento economico del brevetto, oppure tutto sarà
possibile?
-
chi
decide in merito alla qualità dell’alimento brevettato?
-
il
detentore del brevetto potrà modificare a suo piacimento le caratteristiche intrinseche,
con particolare riferimento a quelle nutrizionali, del prodotto alimentare
ottenuto dalla semente transgenica?
-
come
potranno essere modificate le caratteristiche nutrizionali?
-
il
detentore del brevetto potrà modificare a suo piacimento il legame esistente
tra qualità del prodotto e luogo di produzione?
-
da
un punto di vista etico, sarà tutto consentito o vi saranno delle limitazioni?
In questa
sede, come si è detto in precedenza, non si vuole affrontare la problematica,
tutta ancora da chiarire, relativa alla liceità o meno dell’utilizzazione del
brevetto per affermare un diritto privato di proprietà su piante ed animali, ma
si vogliono esclusivamente evidenziare gli effetti che l’applicazione della
tutela brevettuale potrebbe avere sul consumatore e sul settore agricolo
nazionale.
Cosa
significa "brevetto" per il settore agricolo italiano e, in
particolare, quali effetti potrebbe avere sul reddito dell’agricoltore?
In primo
luogo, il brevetto sulle piante e sugli animali contribuirà ad aumentare la
dipendenza economica del settore agricolo nei confronti di quello industriale,
in quanto l'agricoltore sarà costretto ad acquistare tutti gli anni la semente
che intende coltivare o l’animale che intende allevare. Qualcuno potrebbe far
rilevare che, di fatto, questo già accade per la gran parte delle sementi oggi coltivate
(soprattutto per le sementi ibride). Nel caso degli OT, a parte la situazione
di monopolio/oligopolio che si verrebbe a determinare, il brevetto significa
qualcosa di più, in quanto l’agricoltore, oltre all’acquisto delle sementi,
potrebbe essere “obbligato” ad acquistare anche la materia prima in grado di
far produrre queste sementi (è il caso delle piante di soia, di colza e di mais
resistenti ad uno specifico diserbante, prodotto e venduto anch’esso dalla
stessa ditta che ha il monopolio del seme). In futuro il problema potrebbe
essere amplificato dal fatto che le ditte che propongono questi nuovi
organismi, per proteggersi dall’utilizzazione illecita di sementi brevettate,
potrebbero inserire geni che consentono la germinazione del seme solo nel caso
di contemporanea presenza di una sostanza particolare, che sarà venduta insieme
alla semente (strategia volgarmente chiamata “Traitor”). Se sarà poi vero, come
ovviamente si spera, che questi nuovi organismi non avranno alcun effetto sulla
salute umana e sull’ambiente, occorrerà considerare che la loro completa
accettazione da parte del mercato
(presenza di una sola filiera di distribuzione, assenza di etichettatura
obbligatoria dei prodotti OGM, ecc.) determinerà un forte vantaggio competitivo
per le ditte sementiere che ne detengono il brevetto, con creazione di un
mercato in condizioni di monopolio o “quasi monopolio”. Si verrebbe a
determinare ciò che, di fatto, è già avvenuto nei Paesi dove si registra
un’accettazione incondizionata di questi nuovi alimenti e nei quali non c’è
etichettatura degli alimenti OGM: la presenza di un’unica filiera di
distribuzione (per esempio, per il mais un unico prezzo di mercato, sia esso
transgenico o convenzionale), associata ad una diminuzione dei prezzi di
mercato dei prodotti transgenici, ha determinato l’esplosione delle superfici
coltivate con questi nuovi organismi. In pratica, cos’è accaduto? Il minor
costo di produzione delle coltivazioni transgeniche ha determinato un
abbassamento dei prezzi di mercato dei relativi prodotti, siano essi
transgenici e non. Pertanto, anche gli agricoltori che in un primo momento non
volevano coltivare transgenico sono stati costretti a farlo dal mercato, se
volevano mantenere un certo grado di redditività dall’attività agricola (in
assenza di prezzi diversi, agli agricoltori di questi Paesi non conviene certo
produrre ai costi del convenzionale, più alti del transgenico, per poi vendere
ai prezzi di mercato del transgenico, più bassi di quelli del convenzionale). Da
rilevare che da un punto di vista sociale, la completa accettazione degli
alimenti OGM (assenza di etichettatura) potrebbe portare ad un aumento del
benessere del consumatore, in relazione alla diminuzione dei prezzi dei
prodotti alimentari. Ma sarà vero benessere? O aumenterà l’angoscia per
l’utilizzazione di un alimento del quale non si conoscono le reali
caratteristiche nutrizionali e salutistiche? “Paradiso della Tecnica o angoscia
del Paradiso della Tecnica?”
Da un punto di vista
agricolo, il brevetto su una pianta potrebbe anche consentire ai Paesi che ne
detengono la proprietà di attuare le coltivazioni in località prossime ai
mercati di collocamento, rendendo così competitive produzioni che attualmente
sono penalizzate dagli elevati costi di commercializzazione, evitando nel
contempo le problematiche ambientali che queste coltivazioni potrebbero
comportare se fossero attuate sul loro territorio. Per alcune produzioni questo
già avviene. Cos’è accaduto? Alcuni Paesi, vuoi perché non hanno condizioni
pedoclimatiche favorevoli, vuoi perché non sarebbero concorrenziali sul nostro
mercato a causa degli elevati costi di trasporto, stanno producendo sul nostro
territorio su base contrattuale alcuni prodotti dei quali detengono il
brevetto; tali prodotti, grazie a specifici “Contratti di coltivazione”, al
momento della raccolta diverranno di loro proprietà. Ecco che in questo modo
qualsiasi Paese, anche senza alcuna vocazionalità produttiva, e, al limite,
senza disponibilità di territorio agricolo, di strutture e di competenze
agricole specifiche, potrebbe divenire un protagonista nel mercato del cibo; la
produzione di quel particolare alimento sarebbe attuata nel nostro Paese per
conto terzi, ovvero per conto di colui che ha il brevetto del materiale di
propagazione, che si approprierà del valore aggiunto di questa coltivazione.
In termini
generali, quali strategie può attuare il detentore del brevetto sulle sementi
transgeniche? Da un punto di vista della sfruttabilità economica, il detentore
del brevetto potrebbe limitarsi a richiedere il pagamento di una royalty per
ogni chilogrammo di semente venduta, lasciando libertà di scelta
all’agricoltore in merito alle diverse opportunità di vendita sul mercato del
prodotto ottenuto da quella stessa semente. Tale somma di denaro potrebbe
essere vista come il giusto compenso per colui che ha investito in ricerca e
sviluppo ed è riuscito ad ottenere una pianta caratterizzata da un surplus di
utilità per l’agricoltore e per il consumatore. Occorre comunque rilevare che,
soprattutto nel caso in cui il mercato della semente sia in condizioni di monopolio, a differenza
di quanto precedentemente affermato, l’imposizione di una royalty sulla semente
potrebbe limitare il processo di riduzione dei costi di produzione, in quanto
il monopolista, con ogni probabilità, sarà portato ad aumentare il prezzo di
vendita della semente di un’aliquota
prossima al maggior margine che essa sarà in grado di determinare al
produttore agricolo, con annullamento dei potenziali vantaggi economici per il
coltivatore e, conseguentemente, per il consumatore (in pratica, se la semente
transgenica determina una diminuzione dei costi di 100 €/ha, il monopolista
della semente potrebbe far pagare la semente 99 € in più ed accaparrarsi tutto
il vantaggio). Pertanto, il brevetto potrebbe impedire l’attesa riduzione dei
prezzi di mercato dei prodotti alimentari, annullando così anche l’auspicato
ampliamento delle possibilità di acquisto di cibo da parte delle classi sociali
economicamente più deboli (quelle classi sociali che in molti Paesi soffrono la
fame perché non dispongono del reddito necessario per acquistare il cibo).
Rispetto
alla situazione precedente, il detentore del brevetto potrebbe andare oltre. In
particolare, oltre a richiedere il pagamento di una royalty per ogni
chilogrammo di semente venduta, potrebbe richiedere una royalty anche per ogni
chilogrammo di prodotto ottenuto da quella stessa semente ed immesso sul
mercato. Il brevetto in questo caso porterebbe grandi vantaggi a colui che ne
detiene la proprietà e trasformerebbe
l’agricoltore in un “dipendente” della stessa ditta proprietaria del seme, in
quanto più l’agricoltore produce e più questa ditta guadagna (da rilevare che
queste forme contrattuali sono già adottate in agricoltura).
Rispetto
alle situazioni descritte in precedenza, il detentore del brevetto potrebbe non
accontentarsi e potrebbe riservarsi
anche la proprietà della produzione finale, attuando la produzione per conto
proprio, sulla base di un rapporto contrattuale con l’agricoltore. Trattasi di modalità di produzione che già
avvengono in agricoltura e che sarebbero amplificate dalla presenza di un forte
ricorso al brevetto. In particolare, colui che detiene il brevetto potrebbe non
vendere la semente sul mercato e potrebbe sottoscrivere con l’agricoltore un
“contratto di coltivazione”, nel quale saranno indicate le epoche di semina, le
modalità di coltivazione e quant’altro serve per portare a termine il processo
produttivo, riservandosi la proprietà del prodotto una volta giunto a
maturazione. Ovviamente per l’attività prestata l’agricoltore riceverà un
compenso, che sarà commisurato all’impegno richiesto in termini di apporto di
fattori della produzione (terra, lavoro, capitale). In una situazione come
quella evidenziata, l’agricoltore non avrebbe alcun potere contrattuale, per
cui la presenza di un unico “proprietario”
della semente, associata al fatto che i coltivatori non sono in grado di
manifestare un’unica controparte, li metterebbe tra loro in concorrenza per
l’acquisizione della commessa di coltivazione.
E’ facilmente intuibile che in questa situazione si determinerebbe una
tendenza verso il basso del compenso relativo allo svolgimento dell’attività
agricola, in quanto, nel peggiore dei casi per la nostra agricoltura, colui che
possiede il brevetto potrebbe trovare in altri Paesi migliori condizioni
contrattuali per attuare il processo produttivo agricolo. Da rilevare, poi, che
in questo modo la ditta proprietaria della semente brevettata otterrebbe anche
il “monopolio di fatto” del cibo prodotto da quella stessa semente, con tutte
le conseguenze del caso in termini di “potere di mercato” e di controllo dei
prezzi di vendita del cibo.
Ma il grande salto di
qualità per le ditte che detengono il brevetto della semente, potrà essere
ottenuto allorquando la manipolazione genetica sulle piante consentirà di
sfruttare l’”apomissia”, ovvero la
possibilità di originare piante identiche alla madre anche nel caso di
riproduzione sessuata di sementi ibride (l’apomissia consentirà di utilizzare
come semente una parte del raccolto dell’annata precedente, senza incorrere
negli inconvenienti determinati dalla presenza di seme ottenuto per
autofecondazione). In particolare, lo sfruttamento dell’”apomissia” consentirà
alle ditte sementiere di evitare la produzione e la successiva
commercializzazione del seme, mantenendo comunque la possibilità di ricavare le
royalty dal seme e dalla produzione di cibo; il “seme ibrido apomittico”, una
volta distribuito, sarà annualmente prodotto autonomamente dall’azienda
agricola, la quale, mediante un apposito contratto di sfruttamento della
semente, sarà tenuta a pagare le royalty al detentore del brevetto, ogni qual
volta utilizzerà le sementi apomittiche per una nuova semina. L’”apomissia”
semplificherà notevolmente la vita al detentore del brevetto, che dovrà attuare
un’unica operazione: distribuire una sola volta la semente apomittica e incassare
le royalty ogni volta che il seme viene seminato ed il cibo viene prodotto.
Qualcuno afferma che questo scenario è irrealizzabile, in quanto alle ditte
sementiere non converrebbe mettere sul mercato una semente apomittica, poiché
lieviterebbero le frodi e occorrerebbe mettere in atto un sistema di vigilanza
decisamente costoso. Purtroppo queste affermazioni si scontrano con la realtà,
in quanto le grandi multinazionali del seme stanno cercando di evitare questo
inconveniente mediante la creazione di una “Apomissia inducibile chimicamente”. In pratica, che cosa accade?
Accade che la semente apomittica germina ed origina una pianta identica alla
madre solo in presenza di una sostanza chimica che sarà venduta, a parte,
insieme alla semente e che dovrà essere distribuita nel campo coltivato, così
come un qualsiasi trattamento chimico. Da rilevare che tutto questo non è
fantascienza, in quanto il brevetto sull’”Apomissia inducibile chimicamente” è
già stato richiesto (http://www.ptodirect.com/Results/Publications?query=IN/(Russinova-Eygeniya).
Gli esempi precedenti,
costituiscono per la nostra Società un vantaggio o uno svantaggio? Si adattano
a tutte le coltivazioni o solo a quelle brevettate? E le popolazioni
svantaggiate otterranno dei vantaggi o degli svantaggi? Occorre rispondere a
queste domande prima di effettuare delle scelte che potrebbero rivelarsi
controproducenti per il benessere della nostra Società e per quello delle
Future Generazioni. A questo proposito, interessanti sono le considerazioni del
card. Turkson “Si promuovono le nuove
tecnologie asserendo che aumenteranno il cibo a disposizione di ciascuno, ma
questo è solo un pezzo della storia. In realtà, le innovazioni sono concepite e
realizzate a beneficio di un numero circoscritto di persone già molto abbienti. Man
mano che si procede, molti piccoli produttori saranno inevitabilmente esclusi
e/o spostati dalle loro terre. Saranno “amputati” dalle loro occupazioni
tradizionali e dal loro stile di vita. Lo sradicamento di singoli, famiglie e
comunità non è soltanto una dolorosa separazione dalla terra, ma investe il
loro intero ambiente esistenziale e spirituale, minacciando e talvolta
sconvolgendo le poche certezze della loro vita. Non dovrebbe sorprenderci il
fatto che alcune popolazioni rifiutino certe innovazioni, non perché siano
cattive o percepite come tali, ma perché il modo in cui vengono diffuse
comporta costi insostenibili per coloro che in teoria dovrebbero beneficiarne.
Non sono loro che non capiscono; è chi si rifiuta di guardare il quadro
dell’insicurezza alimentare nel suo complesso – le persone, la loro dignità e la
loro vita, oltre alla produzione e alla distribuzione del cibo – a non cogliere
il nocciolo della questione, ….”.
A
conclusione di quanto precedentemente esposto, è possibile affermare che il
brevetto su piante ed animali transgenici sarà in grado di sconvolgere il modo
di produrre in agricoltura. Lo scenario sarà quello di un settore in cui
l’agricoltore avrà perso ogni potere decisionale; egli diverrà semplicemente un
fornitore di mezzi di produzione a favore di colui che detiene il brevetto di
quel prodotto, che diverrà anche proprietario del cibo. Cibo che potrà essere
ottenuto in ogni parte del Globo, non importa con quale materiale genetico, non
importa con quale tecnica di produzione, non importa con quali tutele sociali.
Tutto questo comporterà la realizzazione di un grande mercato mondiale dei
prodotti alimentari, un mercato dove l’imperativo sarà produrre di tutto
ovunque, ai più bassi costi possibili, per poi vendere il prodotto laddove ci
sono i mezzi economici per acquistarlo. In pratica, il brevetto sul cibo
rischia di essere l’antitesi del “Cibo come Bene Comune” e potrebbe
rappresentare una nuova forma di “colonialismo alimentare”.
martedì 2 settembre 2014
Commercio mondiale: il Ttip e la lotta di classe al contrario, di Enrico Lobina | 19 agosto 2014
Ttip sta per Transatlantic Trade and Investment Partnership, cioè per Partenariato Transatlantico sul commercio e gli investimenti. Si tratta di un trattato su libero
scambio ed investimenti che Stati Uniti (Usa) ed Unione
Europea (Ue) stanno negoziando. In segreto. Peccato che tocchi
tutti gli aspetti della vita sociale, economica e culturale della nostra
terra.
Tra gli anni novanta ed i duemila un
vasto movimento (i “no-global“) si opposero ai negoziati portati avanti
dalla Omc (Organizzazione Mondiale del Mercato), che avevano come scopo
di eliminare non solamente tariffe doganali, bensì la possibilità
per piccoli Stati e lavoratori di difendersi dallaconcorrenza selvaggia
e dai voleri delle multinazionali.
Grazie ad un vasto movimento di
popolo (ricordate Genova 2001), e ad una chiara azione dei Brics (Brasile,
Russia, India, Cina e Sudafrica), spalleggiati dai paesi non-allineati, i
negoziati fallirono. Gli Usa e la Ue ripiegarono su trattati bilaterali. Ora è
venuto il momento del trattato tra i due giganti del neoliberismo, che
dovrebbe essere concluso entro il 2015.
C’è poco tempo, e tutto è segreto!
Alla faccia degli open data e della trasparenza, non si può sapere
su cosa si sta trattando. Qualcosa trapela, ma non sia mai che l’opinione
pubblica possa sapere cosa gli succederà. Il nocciolo del trattato non è
la diminuzione delle tariffe, già quasi nulle,
bensì l’eliminazione delle “barriere normative” che limitano profitti potenzialmente realizzabili dalle società
transnazionali.
Cosa significa “barriere normative”? Vediamo
qualche esempio.
La società francese Veolia, che ha
in gestione lo smaltimento dei rifiuti ad Alessandria, in
Egitto, ha fatto causa allo stato egiziano perché ha aumentato i salari del
settore pubblico e privato al tasso d’inflazione, e questo ha compresso i
propri margini di profitto. Per “barriere normative” s’intende anche questo.
Con le misure proposte dal Ttip per la protezione degli investitori qualsiasi
peggioramento (per l’investitore) delle condizioni contrattuali può
dar luogo a richieste di risarcimento. Il meccanismo, se entrasse in funzione,
avrebbe una forza dirompente dal punto di vista delle aspettative e delle
azioni governative. Chi più si azzarderebbe ad aumentare i salari?
Nel caso vi sia una diatriba tra
lo stato ed una multinazionale, questa non sarà costretta a
rivolgersi ai tribunali dello stato nazionale (sono di parte!), bensì
ad un arbitrato internazionale, in cui uno degli arbitri è scelto dalla
multinazionale, uno dallo stato ed il terzo congiuntamente. Peccato
che questi arbitri siano una cinquantina in tutto!
Questo meccanismo è l’Isds (Investor-State
Dispute Settlement), ed è fortemente voluto dagli Usa. Sta incontrando una
crescente resistenza a Bruxelles, però non è chiaro se nei negoziati ancora se
ne sta parlando e se lo si sta prevedendo. Ma anche senza Isds, per gli
agricoltori ed i piccoli e medi imprenditori europei, insieme a tutti i
lavoratori, il Ttip sarebbe un disastro.
Gli agricoltori, e tutti coloro che
hanno a cuore la propria alimentazione, sappiano che Ttip significa
“deregolamentazione della sicurezza alimentare”. Con l’eliminazione delle
normative europee sulla sicurezza alimentare (le famose
“barriere normative”) entreranno gli Ogn (Organismi Geneticamente Modificati)
e, più in generale, verrà meno il “principio di precauzione” europeo.
Per quanto riguarda l’ambiente,
il principio è lo stesso. Oltre ad indebolire le normative fondamentali
sull’ambiente, che dovranno allinearsi a quelle Usa, vi sarà un’inversione
dell’onere della prova nel settore chimico: “Non inquino fin quando tu, Stato,
non lo dimostri”. Ora, in Europa, è il contrario: è l’industria che deve
dimostrare che non si inquina.
Questo e molto altro è il Ttip. A fronte di una crescita nulla in seguito
a questo trattato, sappiamo però che lavoreremo peggio, che mangeremo
cibi meno sani e vivremo in un ambiente meno pulito. Tutto ciò per
favorire qualche miliardario, che miliardario lo era anche prima. La
lotta di classe al contrario, insomma.
Per quanto attiene agli OGM, taluni Paesi faranno di tutto per
farli accettare ai Paesi contari.
Interessanti sono anche questi interventi
di Lori Wallach,
e di Paolo Ferrero.
Etichette:
accordi,
alimenti,
alimento,
carne,
cibo,
commercio internazionale,
latte,
libero scambio,
multinazionali,
ogm,
paesi,
Stati,
Ttip,
uova
mercoledì 7 maggio 2014
Gli OGM non sono "Sostanzialmente equivalenti" ai prodotti isogenici
In un articolo di Food Chemistry vengono riportate le caratteristiche nutrizionali e la composizione elementare, compresi i residui di erbicidi e pesticidi, di 31 lotti di soia prodotti nello Stato dello Iowa, USA. I campioni di soia sono stati raggruppati in tre diverse categorie: (1) soia geneticamente modificata tollerante al glifosato (GM-soia); (2) soia non modificata coltivata utilizzando una "chimica" in regime di coltivazione convenzionale; (3) soia non modificata coltivata utilizzando un regime di coltivazione biologica. La soia biologica ha mostrato un profilo nutrizionale sano con più zuccheri, quali glucosio, fruttosio, saccarosio e maltosio, più proteine totali, zinco e meno fibre rispetto alla soia convenzionali e alla soia OGM. La soia biologica contiene anche meno grassi totali saturi e acidi totali omega-6 grassi, sia rispetto alla soia convenzionale, sia rispetto a quella OGM. La soia OGM conteneva alti residui di glifosato e AMPA (media 3,3 e 5,7 mg / kg, rispettivamente). Lotti di soia convenzionale e biologica non contenevano nessuno di questi prodotti agrochimici. L'utilizzazione di 35 diverse variabili nutrizionali ed elementari per la caratterizzazione di ogni campione di soia, ha consentito di discriminare la soia OGM da quella convenzionale e biologica, senza alcuna eccezione, dimostrando la "sostanziale non equivalenza" in caratteristiche di composizione per la soia "ready-to-market".
http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0308814613019201#
http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0308814613019201#
lunedì 10 febbraio 2014
OGM/Convenzionale ........... Coesistenza impossibile, anche negli USA!
Certo che nel Mondo vive gente
strana! Gli Americani e i Canadesi che da quasi vent’anni coltivano OGM,
chiedono uno “STOP ai campi sperimentali di nuovi OGM” e chiedono di evitare la
coesistenza tra varietà diverse di mais e soia OGM. Noi, Italia/UE, che
fortunatamente abbiamo lasciato fuori dai nostri confini queste piante,
chiediamo, invece, norme di coesistenza, ben sapendo che “coesistenza”
significa apertura incondizionata alla coltivazione di OGM!
Cos’è accaduto? In Canada e negli
Stati Uniti d’America numerose associazioni di produttori e di trasformatori di
frumento hanno chiesto una moratoria alla sperimentazione in pieno campo ad
alla successiva coltivazione di varietà di mais e di soia non approvate nei
Paesi importatori. Perché questa cautela in Paesi che da anni coltivano “senza
scrupolo” piante transgeniche di ogni tipo? La motivazione è da ricercare nel
fatto che la coesistenza dei soli campi sperimentali con coltivazioni di piante
convenzionali, ha determinato “inquinamento genetico incontrollato”, per cui
anche nella granella ottenuta dalla produzione di piante convenzionali è stata verificata
la presenza di “granella OGM”, spesso di varietà non ancora approvate per la coltivazione. Tale esigenza, ovvero quella di evitare la
coesistenza, è giustificata dal fatto che, in un momento in cui la scienza è
ancora divisa sulle conseguenze ambientali e salutistiche di questi nuovi
organismi, i consumatori, soprattutto quelli europei, sono concordi nel
ritenere gli alimenti transgenici di qualità inferiore rispetto a quelli
convenzionali o biologici. Cosa comporta tutto ciò? Molto semplicemente, comporta
il rischio di vedersi rifiutare il prodotto esportato in cui vi è la presenza
di “granella OGM non ancora approvata” e, pertanto, comporta il rischio di
ingenti perdite economiche! Cosa, del resto già accaduta per le esportazioni di
mais in Cina. In particolare, la Cina ha rispedito al mittente le esportazioni
di mais “inquinate” da mais non approvato dal Governo cinese. In relazione a
questo fatto i produttori americani di mais hanno chiesto alle ditte sementiere
di evitare di mettere in commercio, anche per le semine negli U.S.A. o in
Canada, varietà di mais non approvate dai Paesi esportatori, poiché a causa
dell’inquinamento genetico, partite di mais approvato dai Paesi importatori,
potrebbe essere inquinato da “mais non approvato”.
Ecco allora che le motivazioni allo
STOP alla sperimentazione ed alla coltivazione di piante transgeniche divengono
di tipo economico, in quanto sostenere queste coltivazioni significa produrre
un bene che il consumatore non vuole acquistare.
Questa presa di posizione delle
associazioni dei produttori e dei trasformatori americani e canadesi è la
chiara dimostrazione, se ce ne fosse bisogno, che non possono coesistere in uno
stesso territorio coltivazioni convenzionali con coltivazioni transgeniche. La
motivazione è da ricercare nel fatto che queste piante hanno tutte transgeni costitutivi
che si esprimono in ogni parte della pianta (nelle radici, nel fusto, nelle
foglie, nel polline), con tutte le conseguenze del caso, in quanto il polline
una volta diffuso nell’ambiente, può fecondare altre piante coltivate della
stessa specie, oppure altre piante parentali selvatiche, originando così
“inquinamento genetico diffuso e incontrollabile”.
Etichette:
agricoltura,
cibo,
colza,
etichettatura,
insicurezza alimentare,
mais,
ogm,
semente,
separazione di filiera,
soia
venerdì 10 gennaio 2014
Arctic Golden e Arctic Granny…….al momento non ne abbiamo bisogno….grazie
Una mela “miracolosa”, ovviamente OGM, che non annerisce a
contatto con l’aria, è l’ultimo dei miracoli
dell’industria transgenica, che ben poco può contribuire all’economia agricola italiana
(siamo, forse, il primo produttore mondiale di mele) e alla genuinità dei cibi,
da tutti auspicata. Questa mela, “Arctic Golden e Arctic Granny”, conserva un aspetto sempre croccante e lucente, anche dopo
alcune ore, forse giorni, dal momento in
cui è stata sbucciata. Questa mela, al momento attuale, è oggetto di attenzioni
da parte della FDA degli USA ed è in attesa di approvazione da parte del
Ministero federale dell’Agricoltura.
Ci serve veramente questa mela? Gli agricoltori la
adotteranno?
Alla prima domanda non siamo in grado di rispondere, poiché nessuno
è materialmente in grado di comprendere la reale portata di una innovazione.
Spesso innovazioni che a prima vista erano considerate inutili, si sono poi
rivelate di importanza “vitale” per lo sviluppo della Società.
Più semplice è rispondere alla seconda domanda, soprattutto
in un momento come questo, in cui nel nostro Paese e nei Paesi dell’UE l’80%
dei consumatori si dichiara contrario all’acquisto e al consumo di alimenti
OGM. Probabilmente solo qualche agricoltore “fortemente innovatore” e “amante
del rischio” coltiverebbe qualche pianta di questa mela (poi, nel tempo,
ovviamente se il mercato le richiede, amplierebbe le superfici). La gran parte
dei melicoltori, che ancora non hanno ammortizzato completamente i costi delle
certificazioni IGP ottenute, con ogni probabilità non coltiverà questa mela.
La mela OGM non è mais OGM, non è soia OGM, non è colza OGM.
Mais OGM, soia OGM e colza OGM sono destinati all’alimentazione animale e l’uomo
si nutre di questi OGM indirettamente, attraverso l’utilizzazione dei loro
derivati (carne, latte, uova, ecc.). Per la mela il discorso è diverso e
sarebbe il primo prodotto dopo il “pomodoro che non marcisce” (eliminato dal
mercato poiché sembra avesse un forte sapore metallico- di alluminio) ad essere
destinato ad alimentazione diretta umana. Il nostro consumatore già non si fida
degli OGM destinati all’alimentazione umana, figuriamoci se si fiderà di quelli
destinati alla sua diretta alimentazione e a quella dei suoi figli.
Ma c’è di più. Il nostro melicoltore dovrebbe abbandonare
cultivar sicure, cultivar che finora gli hanno dato grandi soddisfazioni
economiche per impiantare queste mele (costo di impianto e allevamento di 50.000
euro/ha ), che cominceranno a produrre tra 4-5 anni e che produrranno delle
mele delle quali non conosciamo le reali caratteristiche organolettiche o,
quantomeno, come queste caratteristiche saranno percepite dal consumatore
(potrebbero avere delle ottime caratteristiche organolettiche, ma solo perché OGM
potrebbero comunque essere scartate dal consumatore). Da questo punto di vista
abbiamo la “quasi certezza” che i consumatori, almeno quelli italiani, non ne
compreranno una di queste mele.
Per l’agricoltore, melicoltore, esiste poi un altro problema.
Queste mele saranno sicuramente brevettate, per cui il detentore del brevetto
attiverà sicuramente dei contratti di coltivazione simili alla “Soccida” e
adottati per l’allevamento animale. E’ ovvio che in una situazione di questo
tipo il valore aggiunto andrà nelle mani del proprietario del brevetto sulla
mela e al nostro melicoltore non rimarrà nulla, o quasi.
Per il nostro Paese si pongono poi altri problemi, come per
esempio quello di dare la possibilità a Paesi che non hanno strutture
produttive, o che non hanno capacità professionali, di poter coltivare questa
mela nel nostro Paese. Tale strategia è resa possibile dal brevetto, poiché il
Paese estero potrebbe coltivare sulla base di “contratti simil Soccida” la mela
nel nostro Paese, per poi commercializzarla nei Paesi limitrofi al nostro. E’
ovvio che questa mela farà concorrenza alle nostre mele e, questo, non è
sicuramente un vantaggio per i nostri melicoltori e per la nostra economia.
E se invece di fare la “mela che non marcisce” educassimo i
bambini, dicendo loro che la mela un pò neruccia è ugualmente buona come l’altra?
domenica 5 gennaio 2014
Prima bozza delle "Norme di Coesistenza" tra coltivazioni OGM e coltivazioni Non OGM emanate dalla Regione Friuli Venezia Giulia
La Regione Friuli Venezia Giulia è in procinto di varare le “MISURE
PER EVITARE LA PRESENZA INVOLONTARIA DI OGM NELLE COLTURE CONVENZIONALI E
BIOLOGICHE”, ai sensi dell’articolo 2 della legge regionale 5/2011.
Tali norme, in assenza di altre Leggi che obblighino l'etichettatura dei "derivati da OGM" (carne, latte, uova, ecc.), non faranno altro che favorire la diffusione degli OGM nel nostro Paese, con tutto quello che ne potrà seguire.
SINTESI DELLE
PROPOSTE PER LA CONSULTAZIONE DI CUI ALL’ARTICOLO 11 BIS, COMMA 1 DELLA LEGGE
REGIONALE 5/2011
Premesse:
La legge regionale 6/2013 (Assestamento del bilancio 2013)
ha modificato la legge regionale 5/2011 relativa all’impiego di OGM in
agricoltura introducendo, nella nuova versione dell’articolo 2, criteri e procedure
per l’approvazione delle misure per evitare la presenza involontaria di OGM
nelle colture convenzionali e biologiche.
Ai sensi del predetto articolo, le misure di coesistenza
tengono conto, in particolare, dei seguenti fattori: le condizioni naturali, le
condizioni climatiche che influenzano l'attività degli impollinatori e la dispersione
di polline attraverso l'aria, la topografia, i modelli produttivi, le strutture
aziendali comprese le strutture circostanti e i sistemi di rotazione delle
colture.
Le misure di coesistenza sono contenute in un apposito
regolamento regionale che viene approvato dalla Giunta regionale in via
preliminare e poi viene notificato alla Commissione europea: al termine dell’esame
da parte di quest’ultima, il regolamento viene approvato in via definitiva
dalla Giunta regionale e poi viene emanato con decreto del Presidente della
Regione e pubblicato sul Bollettino ufficiale della Regione.
Prima della proposizione del regolamento alla Giunta
regionale, la Direzione centrale attività produttive, commercio, cooperazione,
risorse agricole e forestali - Area risorse agricole e forestali procede, ai sensi
dell’articolo 11 bis, comma 1 della legge regionale 5/2011, alla consultazione
delle associazioni degli agricoltori, dei consumatori e delle associazioni
ambientaliste, nonché da esperti indicati dalle Università e dalla Federazione
regionale degli Ordini dei dottori agronomi e dei dottori forestali.
Ai sensi dell’articolo 2 della legge regionale 5/2011, tale
regolamento può prevedere appositi requisiti, prescrizioni tecniche e
limitazioni per la coltivazione di OGM e può inoltre prevedere il pagamento di
una tariffa, proporzionale alla superficie coltivata, finalizzata a copertura
forfettaria dei costi sostenuti per i controlli sul rispetto delle misure di
coesistenza medesime.
Il presente documento è pertanto finalizzato ad illustrare,
ai fini della fase di consultazione, i contenuti sulla base dei quali verrà
perfezionato il regolamento regionale recante le misure di coesistenza.
A tal fine vengono descritti, nell’ordine, i contenuti delle
norme generali che riguarderanno la coltivazione di tutte le varietà di colture
contenti OGM e, poi, i contenuti delle norme specifiche che riguarderanno la
coltivazione di mais.
1. DISPOSIZIONI
GENERALI APPLICABILI A TUTTE LE COLTURE CONTENENTI OGM
1.1 REQUISITI PER LA COLTIVAZIONE: PARTECIPAZIONE AD
ATTIVITA’ FORMATIVA
Sarà previsto, quale requisito per procedere alla
coltivazione di varietà OGM, la partecipazione e il superamento di un corso
rivolto all’acquisizione di conoscenze di base relative a:
- caratteristiche tecniche degli OGM;
- normativa comunitaria, statale e regionale in materia di
impiego di OGM in agricoltura;
- applicazione delle misure di coesistenza previste nella
Regione Friuli Venezia Giulia.
Il corso, di durata minima di 8 ore, prevederà un esame
scritto di teoria e il rilascio di un attestato di superamento del corso
medesimo.
Il corso sarà organizzato, prima dell’inizio di ogni
stagione di semina, sulla base della presentazione di richieste scritte di
partecipazione.
Il costo del corso, determinato in via forfettaria, sarà a
carico dei partecipanti.
Il corso verrà organizzato dall’Amministrazione regionale,
attraverso la Direzione centrale attività produttive, commercio, cooperazione,
risorse agricole e forestali, la quale potrà avvalersi dell’Agenzia regionale
per lo sviluppo rurale (ERSA) e di soggetti esterni qualificati.
Con decreto del Vice Direttore centrale preposto all’Area
risorse agricole e forestali saranno annualmente stabilite le modalità
operative di svolgimento dei corsi: tale provvedimento stabilirà l’eventuale coinvolgimento
dell’ERSA e di soggetti esterni , le date di svolgimento, le modalità di
acquisizione delle iscrizioni, il costo del corso a carico dei frequentanti e
le modalità di pagamento, i criteri generali per lo svolgimento dell’esame finale ecc.
La validità del corso sarà di tre anni: al termine del
triennio, al fine di mantenere il requisito richiesto per la coltivazione di
OGM, sarà necessario frequentare nuovamente il corso.
In caso di coltivazione di OGM senza aver superato il corso
troverà applicazione la sanzione amministrativa pecuniaria di cui all’articolo
8, comma 1 della legge regionale 5/2011.
1.2 ISTITUZIONE DELLA TARIFFA A COPERTURA FORFETTARIA DEI
COSTI DEI CONTROLLI
Come consentito dall’articolo 2, comma 5 della legge
regionale 5/2011, verrà istituita una tariffa a copertura forfettaria dei costi
che l’ERSA sarà chiamata a sostenere per gli accertamenti tecnici tramite campionamenti
dei terreni nell’ambito dell’attività di vigilanza , svolta dal Corpo forestale
regionale, sul rispetto delle misure di coesistenza.
La tariffa verrà quantificata in 50 euro per ettaro o
frazione di ettaro seminato con sementi OGM.
L’importo della tariffa dovrà essere versato all’ERSA da
parte di ciascun conduttore, entro il 30 giugno di ogni anno, per l’importo
corrispondente al complesso dei terreni seminati con OGM.
1.3 LIMITAZIONI TERRITORIALI ALLE COLTURE OGM: ZONE OGM FREE
Verranno individuate
alcune zone in cui, per la presenza di specifiche condizioni naturali sarà
vietato coltivare OGM in ragione delle seguenti finalità:
1) escludere la possibilità che le api, provenienti dagli
apiari aventi localizzazione fissa e individuabile, possano bottinare, ossia
raccogliere polline e nettare, su colture OGM e quindi produrre miele contenente
OGM;
2) salvaguardare gli ambienti naturali presenti nel sistema
regionale delle aree naturali protette;
3) tutelare le produzioni extra regionali ed extra
nazionali, comprese quelle apistiche, nelle more della definizione di
specifiche misure per le aree confinanti, assunte in modo concordato con le
autorità interessate.
Con riferimento alla prima finalità, sarà previsto il
divieto di coltivare OGM entro 3.000 metri dagli apiari stanziali la cui
localizzazione viene denunciata ai Consorzi provinciali degli apicoltori entro
il 31 ottobre di ogni anno ai sensi dell’articolo 6 della legge regionale 6/2010
( Norme regionali per la disciplina e la promozione dell'apicoltura).
Con riferimento alla seconda finalità, sarà previsto il
divieto di coltivare OGM nelle aree naturali di seguito elencate e entro 500
metri dal confine delle medesime:
a) i siti Natura 2000 (SIC, ZPS);
b) le aree protette di cui alla legge regionale 42/1996
(Norme in materia di parchi e riserve naturali regionali): parchi regionali,
riserve naturali, biotopi naturali, parchi comunali e intercomunali, aree di rilevante
interesse ambientale (ARIA) e aree di reperimento;
c) i prati stabili di cui alla legge regionale 9/2005 (Norme
regionali per la tutela dei prati stabili naturali).
Con riferimento alla terza finalità, sarà previsto il
divieto di coltivare OGM entro 3.000 metri dai confini della Regione con altri
Stati e con altre Regioni. Tale distanza equivale a quella prevista con
riguardo agli apiari stanziali, anche in considerazione del fatto che non è
possibile per l’Amministrazione regionale prescrivere obblighi di invio di
informazioni in capo alle organizzazioni degli apicoltori presenti fuori del
territorio regionale.
Le zone “OGM free” entro cui operano i divieti sopra
descritti verranno individuate, entro il 31 dicembre di ogni anno, con delibera
della Giunta regionale, sentito l’ERSA.
Sulla base delle determinazioni della Giunta regionale,
l’ERSA pubblicherà sul proprio sito la mappatura di tutte le zone in cui, anno
per anno, sarà vietata la coltivazione di OGM.
2. DISPOSIZIONI PER LA COLTURA DI SPECIFICHE TIPOLOGIE DI
OGM: MAIS
2.1 PRESCRIZIONI PER EVITARE L’IMPOLLINAZIONE INCROCIATA DA
CAMPI DI MAIS OGM
Fatto salvo il rispetto delle limitazioni territoriali come
sopra individuate, per evitare l’assenza del rischio di commistione fra colture
transgeniche e non, il conduttore che intende coltivare varietà di mais OGM
dovrà osservare una delle seguenti prescrizioni, fra loro alternative:
a) osservare una distanza di isolamento di 500 metri.
La distanza di isolamento è la distanza, misurata dal bordo
dell’appezzamento, entro cui va comunicata l’intenzione di seminare OGM a tutti
gli altri conduttori di terreni coltivati con seminativi e dotati di fascicolo
aziendale gestito attraverso il Sistema Informativo Agricolo Nazionale (SIAN). Tale
comunicazione dovrà avvenire con raccomanda AR o posta elettronica certificata,
almeno 60 giorni prima della semina delle colture OGM. I destinatari della
comunicazione potranno manifestare la propria contrarietà entro 30 giorni dal ricevimento
con le medesime modalità. In tal caso la semina di OGM potrà avvenire purché
sia rispettata la distanza di 500 metri dall’appezzamento di colui che ha
manifestato la propria contrarietà.
b) costituire, anche assieme ad altri conduttori, una zona
cuscinetto di 250 metri.
La zona cuscinetto, pari alla metà della distanza di
isolamento, è la fascia di mais NON OGM, seminato 5 giorni prima o 5 giorni
dopo il mais OGM e avente gli stessi tempi di maturazione (stessa classe FAO). Per
la costituzione della zona cuscinetto possono essere coinvolti più conduttori.
Potrà verificarsi infatti che:
- uno o più conduttori destinino i propri appezzamenti alla
costituzione di una zona cuscinetto a servizio di un altro o di altri
conduttori;
- più conduttori con appezzamenti affiancati destinino parte
del proprio appezzamento alla semina di mais OGM e parte alla zona cuscinetto.
In tutti questi casi, ai fini dell’applicazione delle misure
di coesistenza e dei relativi controlli, l’insieme degli appezzamenti seminati
con mais OGM e di quelli con mais NON OGM inclusi nella zona cuscinetto saranno
considerati come un unico appezzamento denominato “appezzamento comune”.
2.1.1 APPLICAZIONE DELLA DISTANZA DI ISOLAMENTO
Nel caso in cui il conduttore scegliesse di osservare la
distanza di isolamento:
- la comunicazione ai conduttori interessati dovrà avvenire
sulla base di un fac simile predisposto dalla Regione e che sarà allegato al
regolamento che disciplinerà le misure di coesistenza. La comunicazione indicherà,
in particolare, gli estremi dell’appezzamento in cui sarà seminata la coltura
OGM, il giorno della semina, la specie, l’evento e la varietà della coltura;
- l’insieme delle comunicazioni dovrà essere conservato fino
al 31 dicembre dell’anno successivo alla semina.
Chi non manifesterà la propria contrarietà entro il termine
(30 giorni dal ricevimento della comunicazione) e con le modalità previste
(raccomanda AR o posta elettronica certificata) sarà assoggettato al rispetto
delle misure di coesistenza relative alle fasi di conservazione, raccolta e
trasporto e agli obblighi di cui al regolamento (CE) n. 1830/2003, in quanto il
mais potrebbe contenere OGM in misura superiore alla percentuale dello 0,9% oltre
la quale si applicano gli obblighi relativi all’etichettatura e alla
tracciabilità. Un tanto sarà espressamente riportato anche sul fac simile della
comunicazione.
Va evidenziato che, a seguito del ricevimento della
comunicazione, i conduttori potranno sottoscrivere con colui che semina OGM
eventuali accordi (ad esempio per il rispetto di eventuali misure di isolamento
temporale o per la semina di mais con classi FAO differenti), ma tali accordi
rimarranno estranei ad ogni valutazione e controllo dell’Amministrazione
regionale.
Dal punto di vista delle procedure amministrative che
dovranno essere applicate, si segnala che:
1. al fine di rendere possibili i controlli sull’osservanza
della distanza di isolamento, verrà attivata una procedura informatica
attraverso il Sistema informativo agricolo della Regione Friuli Venezia Giulia (SIAGRI
FVG) per la comunicazione, entro 15 giorni dall’avvenuta semina, delle seguenti
informazioni:
- estremi del conduttore;
- data di semina;
- localizzazione dell’appezzamento;
- tipo di prescrizione applicata: distanza di isolamento;
- specie, evento e varietà della coltura seminata.
Tale comunicazione assolverà anche gli obblighi di
comunicazione cui è tenuto il conduttore per effetto dell’articolo 30, comma 2
del decreto legislativo 224/2003 ai sensi del quale chiunque coltiva OGM comunica
alle regioni, entro quindici giorni dalla messa in coltura, la localizzazione
delle coltivazioni.
2. la Regione attiverà controlli a campione nell’ambito dei
quali sarà verificata la documentazione attestante l’avvenuto invio delle
comunicazioni;
3. nel caso in cui le comunicazioni non siano state
trasmesse, con riferimento a tutti o parte dei conduttori interessati, verrà
intimato al conduttore che ha seminato OGM di acquisire il consenso degli
interessati entro un termine di volta in volta stabilito in base alla fase di
sviluppo del mais. Tale termine non potrà comunque essere superiore a 30
giorni. Per l’acquisizione dei consensi sarà utilizzato un fac simile predisposto
dalla Regione e allegato al regolamento che disciplinerà le misure di
coesistenza;
4. nel caso in cui i consensi non venissero acquisiti nel
termine prescritto, troverà applicazione la sanzione amministrativa pecuniaria
di cui all’articolo 8, comma 1 della legge regionale 11/2005.
2.1.2 COSTITUZIONE DELLA ZONA CUSCINETTO
Nel caso in cui venisse costituita una zona cuscinetto da
parte di un unico conduttore:
1. il conduttore comunicherà alla Regione, tramite il
SIAGRI, entro 15 giorni dall’avvenuta semina, delle seguenti informazioni:
- estremi del conduttore;
- data di semina;
- localizzazione dell’appezzamento;
- tipo di prescrizione applicata: costituzione della zona
cuscinetto;
- specie, evento e varietà della coltura seminata.
Tale comunicazione assolverà anche gli obblighi di
comunicazione di cui all’articolo 30, comma 2 del decreto legislativo 224/2003;
2. la Regione attiverà controlli a campione nell’ambito dei
quali saranno effettuati sopralluoghi e campionamenti per accertare che, nella
zona cuscinetto, è stato piantato mais NON OGM della stessa classe FAO del mais
OGM;
3. nel caso in cui venissero riscontrate difformità, sarà
intimato di sanarle emasculando o, in alternativa, rimuovendo le piante prima
della fioritura, per una larghezza doppia a quella che manca al fine di costituire
la zona cuscinetto. La dovrà essere adempiuta entro un termine di volta in
volta stabilito in base alla fase fenologica del mais. Tale termine non potrà
comunque essere superiore a 30 giorni;
4. nel caso in cui le difformità non venissero sanate nel
termine prescritto, troverà applicazione la sanzione amministrativa pecuniaria
di cui all’articolo 8, comma 1 della legge regionale 11/2005;
5. nessuna incombenza o controllo saranno previsti a carico
dei conduttori esterni alla zona cuscinetto.
Le procedure amministrative conseguenti alla costituzione di
un appezzamento comune da parte di più conduttori, finalizzato alla costituzione
di una zona cuscinetto saranno analoghe a quelle appena descritte con le uniche
seguenti particolarità relative alle sole fasi 1 e 2:
1. nell’ambito della comunicazione al SIAGRI, ciascun
conduttore comunicherà che, ai fini dell’applicazione delle misure di
coesistenza, è stato costituito, con accordo scritto, un “appezzamento comune ”
che utilizza la zona cuscinetto e trasmetterà gli identificativi degli altri
conduttori aderenti. Anche in questo caso, tale comunicazione assolverà gli
obblighi di comunicazione di cui all’articolo 30, comma 2 del decreto
legislativo 224/2003;
2. la Regione attiverà controlli a campione nell’ambito dei
quali sarà acquisito l’accordo scritto e verrà verificato, anche attraverso
prove a campione dei terreni, che la zona cuscinetto sia costituita da mais NON
OGM della stessa classe FAO del mais OGM.
2.2 PRESCRIZIONI PER EVITARE LA PRESENZA INVOLONTARIA DI OGM
A SEGUITO DELLE OPERAZIONI DI RACCOLTA
2.2.1 APPLICAZIONE DELLA DISTANZA DI ISOLAMENTO
In caso di applicazione della distanza di isolamento dovrà
essere costituita una “fascia di pulizia” su un bordo interno all’appezzamento,
seminata con mais NON OGM della stessa classe FAO del mais OGM. La fascia dovrà
essere seminata entro 5 giorni prima o 5 giorni dopo il giorno della semina del
mais OGM e dovrà essere di dimensioni tali da garantire la produzione di almeno
10 quintali di granella.
Le operazioni di raccolta dovranno essere effettuate prima
sull’appezzamento OGM e successivamente, previo scarico della tramoggia, sulla
“fascia di pulizia”.
La mancata costituzione della “fascia di pulizia” o lo
svolgimento delle operazioni di raccolta in difformità a quanto prescritto,
comporterà l’applicazione della sanzione amministrativa pecuniaria di cui
all’articolo 8, comma 1 della legge regionale 5/2011.
Dal punto di vista delle procedure amministrative che
dovranno essere applicate, si segnala che:
1) l’esistenza della “fascia di pulizia” verrà verificata in
occasione dell’eventuale controllo a campione successivo alla comunicazione di
avvenuta semina: a tal fine il conduttore sarà tenuto a predisporre ed esibire
una mappa in cui verrà evidenziata l’ubicazione della fascia e il numero di
file da cui è costituita;
2) al fine di rendere possibile il controllo delle
operazioni di raccolta, la data di raccolta dovrà essere comunicata tramite
SIAGRI con preavviso di almeno tre giorni.
2.2.2 COSTITUZIONE DELLA ZONA CUSCINETTO
In caso di costituzione della zona cuscinetto, le operazioni
di raccolta dovranno essere effettuate prima sull’appezzamento OGM e
successivamente, previo scarico della tramoggia, nella zona cuscinetto.
La mancata osservanza delle predette prescrizioni relative
alla fase di raccolta, comporterà l’applicazione della sanzione amministrativa
pecuniaria di cui all’articolo 8, comma 1 della legge regionale 11/2005.
Dal punto di vista delle procedure amministrative, si
segnala che, al fine di rendere possibile i controlli, la data di raccolta sarà
comunicata tramite SIAGRI con preavviso di almeno 3 giorni. In caso di modifica
della data di raccolta dovrà essere dato preavviso entro il giorno precedente
alla data originariamente individuata.
3 BUONE PRASSI PER EVITARE LA PRESENZA INVOLONTARIA DI OGM A
SEGUITO DELLE OPERAZIONI DI RACCOLTA
L’inosservanza delle buone prassi non comporta
l’applicazione di sanzioni.
3.1 BUONE PRASSI RELATIVE ALLA CONSERVAZIONE DELLE SEMENTI
Le sementi OGM sono
conservate nella loro confezione originaria senza che l’etichetta venga
rimossa.
Le confezioni sono tenute separate dalle varietà NON OGM, se
possibile sono conservate in locali distinti.
Anche dopo la semina, i semi avanzati sono conservati nella
confezioni originaria e tenuti separati.
3.2 BUONE PRASSI RELATIVE ALLE OPERAZIONI DI SEMINA
Qualora le seminatrici non vengano dedicate esclusivamente
agli OGM:
- in caso di applicazione delle distanze di isolamento:
viene effettuata la semina del mais OGM, poi viene realizzata la pulizia delle
tramogge che contengono i semi e successivamente viene effettuata la semina della
fascia di pulizia;
- in caso di costituzione della zona cuscinetto: viene
effettuata la semina del mais OGM e successivamente la semina della zona
cuscinetto.
Nel caso in cui la semina non avvenga seconda tali modalità,
va comunque effettuata la pulizia della seminatrice dopo la semina degli OGM.
3.3 BUONE PRASSI RELATIVE AL TRASPORTO
Etichette:
agricoltura,
brevetto,
carne,
cibo,
Co-Existenz,
coesistenza,
etichettatura
Iscriviti a:
Post (Atom)