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sabato 8 agosto 2015

La Chiesa la fame e gli Ogm

La Chiesa la fame e gli Ogm

L’Unità, 7 dicembre 2010


Appena preso possesso del nuovo incarico come presidente del pontificio consiglio per la giustizia e la pace, il cardinale ghanese Peter Kodwo Appiah Turkson ha espresso chiaramente il suo pensiero su l’utilizzazione degli ogm. Per Turkson, «proporre come soluzione ai problemi della fame nel mondo e delle carestie tecniche che non tengono conto della biodiversità delle coltivazioni africane o prevedono l'uso di organismi geneticamente modificati non può che suscitare sospetti sulle reali intenzioni. Un contadino africano che utilizza semi di mais conservati dal raccolto dell'anno precedente, forse avrà una resa leggermente più modesta di quella ottenuta con gli ogm. Sicuramente, però, non dovrà sborsare alcuna somma di denaro per l'acquisto dei semi. E soprattutto la sua attività non dipenderà da fattori esterni condizionanti, come la capacità e la volontà produttiva di aziende multinazionali». In quanti, ricordano che in Costa d’Avorio la pax democratica regnava sovrana fino a quando l’Unione Europea (che ammette il formaggio senza latte e il vino senza uva) ha iniziato una incomprensibile battaglia contro il cioccolato di puro cacao, facendo dimezzare il reddito dei Paesi produttori come Costa d’Avorio, Camerun e Senegal? Le parole di Turkson risalgono al 24 febbraio del 2010, l’Unione Europea aveva appena sdoganato gli organismi geneticamente modificati nel nostro Continente e il porporato africano sulla prima pagina dell’Osservatore Romano replicò rivolgendosi a coloro che usano la pretesa scarsità delle risorse agricole per sostenere la causa degli Ogm per tutti e senza limiti. Il fatto va ricordato perché proprio nel suo dicastero, fino a qualche mese prima della sua nomina, durante la precedente gestione, più di qualcuno pensava di aver visto nascere un forte feeling tra ambienti vaticani e multinazionali del bio-tech. Una entente cordiale manifestatasi con alcuni convegni sponsorizzati dalle organizzazioni pro-ogm prima nei due atenei romani dei Legionari di Cristo (l’Università Europea e l’Ateneo Regina Apostolorum) e poi, nel maggio del 2009, nella sede della Pontificia Accademia delle Scienze in Vaticano. Lo statement conclusivo del convegno di due anni fa, pubblicato in questi giorni e garantito solo dalla competenza scientifica dei firmatari (tra i quali solo 7 accademici pontifici su 80), in effetti esprimeva un sereno ottimismo sull'ingegneria genetica perché gli ogm, se usati nel modo opportuno, aiuterebbero piuttosto che ostacolarla- la biodiversità. Una tesi, abbastanza neutrale che però, ripetuta a Cuba dall’arcivescovo Marcelo Sanchez Sorondo, che per conto della Santa Sede ha seguito la settimana scorsa nell’isola caraibica i lavori del XII Incontro internazionale degli economisti sulla globalizzazione e i problemi dello sviluppo, è suonata come il certificato di battesimo per il bio-tech in salsa cattolica. Grazie al cielo qualcuno in Vaticano si è ricordato che il Papa aveva spiegato qualche mese prima, alla Fao, che quando si dice ogm e biotech bisogna pensare all’impatto socio-politico che le scelte Occidentali in campo agroalimentare (Turkson ricorda che il nostro è un sistema socio-economico che «giustifica comportamenti irresponsabili come la distruzione di risorse alimentari per mantenere alti i prezzi di mercato») hanno sulle fragili strutture dei Paesi che, in teoria grazie agli ogm, si vorrebbe aiutare. E ha precisato che quelle che qualche cappellano delle multinazionali diffonde sono solo opinioni personali. Tanto, aggiungiamo noi, non c’è bisogno di aspettare i file di Wikileaks per immaginare da chi vengono retribuite le loro prediche. E che queste siano opinabili, risulta anche dal rapporto presentato lunedì scorso a Londra dall’IFAD (fondo internazionale per lo sviluppo dell’agricoltura), un’agenzia Onu con sede a Roma che ribadisce pazientemente alcune verità. È l’agricoltura il “motore” dello sviluppo conosciuto nell’ultimo decennio da Paesi come il Brasile, la Cina, l’India, il Vietnam, il Paraguay. E gli esperti considerano del tutto acquisito il dato che indica come, il miglior strumento per far uscire i Paesi poveri dalle loro angustie quotidiane, sia sempre e soprattutto l’agricoltura. Questa, nel prossimo decennio, e fino al 2025, conoscerà uno sviluppo finora mai raggiunto nella storia dei popoli. Il fatto, poi, che sette su dieci tra gli affamati del mondo vivano in contesti rurali, non dipende dalle sementi ma, dai mercati e dalla politica internazionale dei prezzi. Dove la politica ha aiutato (sottolinea il rapporto) «un nuovo approccio all’agricoltura su piccola scala... negli ultimi dieci anni almeno 350 milioni di abitanti delle zone rurali del mondo sono riusciti a uscire dal vincolo della povertà». Non è esattamente ciò che i terzomondisti di professione affiliati alle multinazionali ci raccontano, ma la realtà è questa. 

Il dott. Daniele Colombo ha scritto una lettera a favore della scelta OGM per l’agricoltura del nostro Paese

Il dott. Daniele Colombo ha scritto una lettera a favore della scelta OGM per l’agricoltura del nostro Paese ………… Non si è certo risparmiato ……..

Gentilissimo Sig. Presidente del Consiglio,
On.li Ministri,
On.li Senatori,

Sono a scriverVi, in merito al dibattito scaturito mezzo stampa nelle scorse settimane tra l’On.le Ministro Maurizio Martina e la On.le Sen. Prof. Elena Cattaneo sul tema della ricerca pubblica sugli OGM.” ........................ continua

Quale dibattito? La cosa è stata a senso unico, poiché la “neuro agronoma” Cattaneo, pur non avendo una competenza specifica, è riuscita a pubblicare una decina di articoli a favore degli OGM nelle prime pagine dei più importanti quotidiani nazionali, mentre la voce contraria non si è vista ……. E a mio parere avrebbero voluto in tanti scrivere qualcosa di diverso. Tra l’altro questi interventi della neuro agronoma sono farciti di inesattezze e rappresentano uno spaccato dell’approccio ideologico di coloro che sono a favore di questa tecnologia (la scienza è favorevole, le scelte sono solo politiche, il Paese ne ha bisogno, ecc.).

Daniele, parlando poi di OGM in agricoltura, poiché questo è il problema, mi sembra azzardato affermare che “Più di quindicimila persone, a partire dal 1994, hanno intrapreso nel nostro paese una carriera nelle biotecnologie scegliendo di diventare dei professionisti dell’innovazione medico-farmaceutica, agro-alimentare, veterinaria e industriale.”. Daniele, mi scusi, cerchiamo di non confondere le idee, lasciamo stare l’intera categoria dei Biotecnologi, visto che il problema è agricolo, parliamo di quelli che lavorano in agricoltura …….  Qualche centinaio? e non 15.000 come lei ha scritto?

Daniele scrive poi “I messaggi lanciati dai diversi Governi e Parlamenti che si sono succeduti in questi anni, quasi sempre senza distinzione di colore o provenienza politica, hanno però sottolineato con chiarezza lo scarso interesse, se non una vera e propria ostilità, verso l’innovazione e verso coloro che si adoperano per promuoverla in campo.” Allora Daniele, vuol proprio dire che è una scelta giusta! Possibile che tutti i Governi che si sono succeduti in 15-20 anni abbiano tenuto un atteggiamento solo ideologico sul problema? Probabilmente c’è qualcosa di vero. Ed è di questo che vogliamo parlare. Perché Daniele non ne ha parlato? Perché Daniele non ha parlato delle motivazioni contrarie all’adozione degli OGM in agricoltura. Possibile che non ce ne sia qualcuna vera, reale!

Daniele, ha anche scritto che “L’ultimo atto di questo rifiuto si è consumato nel 2012 con la distruzione forzata degli ultimi campi sperimentali pubblici italiani.
Distrutti senza alcuna ragione tecnica, rischio reale o riflessione sulla loro utilità. Quelle sperimentazioni pubbliche, pagate dai cittadini italiani, potevano aiutarci a capire se ha davvero senso dire no all’uso degli OGM. Ulivi, ciliegi, kiwi, furono distrutti, dopo 14 anni di coesistenza pacifica, per un cavillo.
” 


Daniele, in 14 anni ne saranno state fatte delle ricerche, delle sperimentazioni, delle pubblicazioni …….. dove sono? Non mi sembra che 14 anni siano pochi per poter avere delle conclusioni!

Daniele, riesce anche a scrivere che “L’Italia ha deciso, con le proprie politiche dissennate, di mortificare i propri ricercatori e le proprie Università impedendo loro di fare ricerca sugli OGM, ma allo stesso tempo ha deciso di non rinunciare ad usarli. Dice bene la Professoressa Cattaneo quando ricorda che l’Italia importa ed usa tonnellate di OGM (4 milioni solo per la soia) per alimentare gli animali da cui si ricavano i nostri prodotti di punta apprezzati in tutto il mondo.” Daniele, ma lei è al corrente che l’Italia opera in un mercato globale, dove se vuoi esportare qualcosa devi per forza importare qualcos’altro! E questo qualcos’altro, in relazione al fatto che l’Italia esporta prodotti industriali, è molto spesso costituito da prodotti agricoli ……… carne, mangimi, ecc. Non si spiegherebbe altrimenti la chiusura alla coltivazione e l’apertura alle importazioni di mangimi OGM. In definitiva, i mangimi che noi importiamo sono la contropartita per le nostre esportazioni di prodotti industriali. Che sia un fatto voluto? “A pensar male si commette peccato però spesso ci si prende”.

Daniele riesce anche a scrivere che “L’uso di OGM dopotutto, come emerge dalle oltre 15.000 pubblicazioni scientifiche sul tema, ma anche dai dati raccolti in oltre 15 anni di utilizzo, non presenta particolari rischi per la salute o per l’ambiente, come già ampiamente sottolineato dalle principali Società Scientifiche italiane attraverso due Consensus Document pubblicati nel 2004 e nel 2006.” Queste cose, però, le dovrebbero scrivere le Associazioni dei Medici e non quella dei Biotecnologi, ovviamente dopo aver fatto specifiche indagini epidemiologiche, che non sono mai state fatte.


Daniele, ma lei crede veramente che “Il nostro Paese ha però sistematicamente deciso di ignorare su questo tema la scienza, con il solo risultato di precludersi la possibilità di guidare l’innovazione del settore agricolo, finendo per subirla importando a caro prezzo quella prodotta altrove.” L’Italia che guida l’innovazione nel settore agricolo con gli OGM. Questa è una notizia! L’Italia potrebbe guidare l’innovazione solo basandosi sulla qualità e non tanto su prodotti omologanti, destinati alle grandi produzioni estensive degli USA, dell’Argentina e del Brasile. Le ricordo che in Italia la superficie media delle aziende agricole è di 7-8 ettari, contro i 250 ettari delle aziende americane. In questo caso ha ragione il Ministro Martina quando afferma che “la discussione sugli OGM [...] non rappresenta né l’unica né la più rilevante attività nel mondo della ricerca in agricoltura”. Vogliamo realmente fare innovazione? Ricerchiamo su nuovi metodi di lotta biologica ai parassiti, ricerchiamo sul risparmio di acqua in agricoltura, ricerchiamo su nuove metodiche di conservazione, ricerchiamo su nuove metodiche di coltivazione delle aree marginali, ricerchiamo sul risparmio energetico in agricoltura, ecc.

Daniele, chicca finale quando afferma che “Non ci appassiona il dibattito pro vs contro, ci interessa lavorare per la competitività del nostro paese valorizzando al meglio le competenze di tanti ricercatori e professionisti che vorrebbero mettersi al servizio del Paese invece di fuggire all’estero.Ma lei crede veramente a quello che ha scritto? Crede veramente che il nostro Paese potrebbe competere a livello globale con gli OGM? Pura illusione Daniele. Gli OGM non bastano: serve, infatti, molto di più. Serve soprattutto una scienza che sappia mettere al centro delle sue decisioni le esigenze della Società e che non sia al servizio di finalità di altro tipo. Solo così si potrà avere un dialogo vero e non ideologico sugli OGM, e sui mille altri temi su cui oggi siamo ancora fermi al palo. Solo così facendo si può costruire un futuro sostenibile che non siano gli altri a dettarci, ma che nasca partendo dal lavoro delle nostre menti migliori.

domenica 4 gennaio 2015

OGM e brevetto, una nuova forma di colonialismo alimentare?

Si vuole iniziare questo post con le parole di Padre Bartolome Sorge S.I.
“Personalmente insisterei maggiormente sulla necessità di un più vasto consenso popolare, se si vuole condurre una campagna efficace sull'uso corretto delle biotecnologie. Infatti, non si tratta solo di prevedere e prevenire le gravi minacce incombenti sulla salute dell'uomo, sull'equilibrio ecologico e a livello sociale, ma anche sul corretto funzionamento del sistema democratico. Si tratta, infatti, ribadendo il primato dell'etica sulla politica, d'impedire che si affermino meccanismi speculativi, soprattutto da parte delle multinazionali, che contraddicono alla logica e alla natura stessa della vita democratica. E' necessario denunciare con forza che non solo è antidemocratico, ma è immorale concedere a pochi privilegiati – attraverso il «brevetto» – il diritto di disporre delle biotecnologie, quasi che le scoperte  riguardanti la vita siano soggette a proprietà privata. Non è lecito legittimare forme di monopolio e di colonialismo, che sono la negazione stessa del bene comune e decretano la morte della democrazia. La vita non è una invenzione industriale. La vita non si fabbrica. La vita non si brevetta.”
In termini generali il Brevetto, rappresenta una sorta di  monopolio legale, seppur limitato territorialmente e temporalmente. Tale monopolio legale è giustificato dal fatto che il sistema brevettuale è basato su una forma di scambio: il titolare del brevetto riceve protezione per la propria invenzione (monopolio temporaneo) e in cambio è obbligato a svelare e a descrivere dettagliatamente l'invenzione.  Pertanto, durante il periodo di applicazione del Brevetto, colui che ne è detentore può sfruttare economicamente la protezione brevettuale, al fine di ottenere un ritorno economico, sia per le spese di ricerca e sviluppo sostenute, sia in termini di profitto.
Da un punto di vista etico, ed in relazione al fatto che stiamo parlando di cibo, bene essenziale per la vita, dobbiamo interrogarci su questa “deriva tecnologica”, al fine di verificare se essa potrà determinare un aumento della libertà per l’uomo, o se, invece, costituirà solo uno strumento per aumentare il profitto privato, a danno delle libertà essenziali della vita stessa e degli elementi che insieme concorrono a costituire i pilastri della pace sociale (verità, amore, giustizia e libertà). In particolare, utilizzando le parole del card. Turkson, Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, “E’ azzardato – e in ultima analisi assurdo, anzi peccaminoso – impiegare le biotecnologie senza la guida di un’etica profondamente responsabile.” (Aggiornamenti Sociali, aprile 2014)
In relazione all’ampio dibattito in merito alla tutela brevettuale in ambito agricolo, dobbiamo essere convinti del fatto che l’introduzione di Organismi Transgenici (OT) in agricoltura è fortemente correlato, se non addirittura condizionato, dalla possibilità di brevettare il risultato della manipolazione genetica al fine di ottenerne un profitto; se non ci fosse il Brevetto, con ogni probabilità, non ci sarebbero nemmeno OT e oggigiorno, forse, non si parlerebbe di questo argomento. Relativamente alla tutela brevettale delle innovazioni tecnologiche in ambito genetico, ciò che lascia maggiormente perplessi è l’utilizzazione del Brevetto in ambito agricolo, soprattutto nel caso in cui riguardi piante o animali di fondamentale importanza per l’alimentazione umana. Nella fattispecie, non stiamo parlando di una funzione fisiologica della quale ognuno di noi, volendo, potrebbe farne a meno; stiamo parlando di alimentazione, un’azione che bene o male ognuno di noi deve compiere obbligatoriamente almeno tre volte al giorno. Sono queste considerazioni che differenziano sostanzialmente i brevetti su materiale elettronico o su capi di abbigliamento, da quelli su piante ed animali ad uso alimentare, in quanto essi potrebbero mettere in discussione anche la sovranità alimentare di un Paese. E di questo, ovviamente, si sono accorte le grandi multinazionali del seme, che stanno facendo di tutto per ottenere il monopolio nella produzione e nella distribuzione del seme, poiché non si tratta del solo seme, ma anche di tutto ciò che è possibile trovare a monte e a valle della produzione del seme, con particolare riferimento alla produzione di cibo. In particolare, in questi ultimi anni, a livello mondiale, il più evidente elemento di trasformazione del settore sementiero, è stato il massiccio ingresso in questa attività di grandi imprese multinazionali, che, già attive nel settore chimico e farmaceutico, hanno esteso il proprio campo di azione all’ingegneria genetica applicata alle piante e alla commercializzazioni dei prodotti biotecnologici. In particolare, secondo un rapporto di ETC Group (http://www.etcgroup.org/sites/www.etcgroup.org/files/ETCCommCharityCartel_March2013_final.pdf), il 59,8% del mercato dei semi e il 76,1% dei prodotti agro-chimici venduti nel mondo sarebbe controllato da sei grandi imprese (Syngenta, Bayer, BASF, Dow, Monsanto e DuPont) che, dal 2007 al 2010, hanno speso 2.2 miliardi di dollari l’anno per la Ricerca e lo Sviluppo di varietà geneticamente modificate. La quota di mercato delle maggiori multinazionali sementiere (Monsanto, DuPont e Syngenta) è passata dal 22% nel 1996 al 53,4% nel 2011, mentre per il settore agro-chimico, dominato al 52% da Syngenta, Bayer e BASF, è cresciuta, nello stesso periodo, dal 33% al 52,5%. Questa situazione di mercato è il risultato di un intenso processo di fusioni e di acquisizioni attuate negli ultimi decenni: Syngenta è, ad esempio, il risultato della fusione parziale tra la britannica Zeneca e l'elvetica Novartis, la quale a sua volta era frutto della fusione tra Ciba Geigy e Sandoz; Monsanto si è ingrandita grazie a una serie numerosa di acquisizioni di compagnie quali Asgrow, Agracetus, Dekalb, Cargil, ecc.; Aventis nasce dalla fusione della francese Rhone Poulenc e della tedesca Hoest; Du Pont ha acquistato la Pioneer.
Come esito finale di tali processi, non soltanto si assiste ad una progressiva assimilazione dell’identità degli operatori presenti nel settore delle sementi e in quello degli agrofarmaci, ma anche ad un’analoga evoluzione delle dinamiche competitive, incentrate in misura crescente sullo sfruttamento e sulla difesa dei diritti di proprietà intellettuale, così come da anni avviene nel settore farmaceutico.
Le strategie di sviluppo attuate dalle multinazionali hanno sostanzialmente determinato due grandi fenomeni:
i) una crescente concentrazione dell’offerta di sementi e di agrofarmaci;
 ii) una crescente osmosi tra il settore delle sementi e quello degli agrofarmaci, nonché tra tali settori e quello farmaceutico.
I processi di concentrazione e di integrazione descritti, funzionali al perseguimento della massima efficienza tecnico-produttiva, pongono tuttavia il problema dei possibili comportamenti strategici dei grandi gruppi multinazionali, diretti a realizzare un maggior controllo dei mercati e a orientare le scelte degli utilizzatori. Da un lato, infatti, l’evoluzione tecnologica e la normativa dei settori in esame ha certamente generato la necessità di disporre di maggiori risorse economiche e dimensioni produttive/commerciali per affrontare gli ingenti costi legati allo sviluppo e alla registrazione delle nuove varietà di piante e delle nuove molecole di agrofarmaci; dall’altro, la concentrazione in poche mani delle risorse destinate alla ricerca e allo sviluppo delle varietà di sementi, nonché delle sostanze più idonee a garantirne la coltivazione e la crescita, consente di esercitare un forte potere di mercato nei confronti degli agricoltori, utilizzatori finali dei prodotti sementieri e fitofarmacologici, aumentandone di fatto il grado di dipendenza dall’industria di produzione degli input. Da rilevare che secondo il Dipartimento USA all’agricoltura, l’aumento dei prezzi dei semi negli ultimi dieci anni ha registrato i maggiori incrementi rispetto ad ogni altro tipo di input agricolo.
Al riguardo, è appena il caso di ricordare, ad esempio, come la diffusione di prodotti transgenici, tutelati dai diritti di protezione intellettuale, ostacoli l'utilizzazione delle sementi di seconda generazione per la semina successiva (anche semi della stessa annata agricola, per i quali è stata pagata una royalty, al fine di effettuare nella stessa annata agraria una seconda coltivazione e un secondo raccolto), decretando così l'impossibilità per gli agricoltori di appropriarsi del seme proveniente dal raccolto dell'anno precedente per seminarlo in una annata successiva, senza corrispondere i relativi diritti brevettuali all'azienda costitutrice (pertanto, non è vero che i semi OGM sono sterili, ma è vero che non si possono riseminare senza ripagare le relative royalty).
Soprattutto in ambito agroalimentare, alcune domande di ordine etico sullo sfruttamento del brevetto esigono una risposta prima di adottare piante ed animali transgenici in agricoltura. In particolare:
-         è lecito brevettare la variabilità genetica delle piante e degli animali destinata ad uso alimentare e attualmente presente sul Pianeta?
-         è eticamente accettabile brevettare gli alimenti?
-         il brevetto sugli alimenti aumenterà o diminuirà il benessere delle persone e della collettività?
-         gli OGM brevettati miglioreranno la condizione umana o sono semplicemente finalizzati ad un aumento dei profitti privati?
-         gli OGM brevettati  determineranno dei vantaggi o degli svantaggi per l’agricoltura del nostro Paese?
-         come potrà essere sfruttato il brevetto nei confronti dell’agricoltore?
-         esistono delle limitazioni allo sfruttamento economico del brevetto, oppure tutto sarà possibile? 
-         chi decide in merito alla qualità dell’alimento brevettato?
-         il detentore del brevetto potrà modificare a suo piacimento le caratteristiche intrinseche, con particolare riferimento a quelle nutrizionali, del prodotto alimentare ottenuto dalla semente transgenica?
-         come potranno essere modificate le caratteristiche nutrizionali?
-         il detentore del brevetto potrà modificare a suo piacimento il legame esistente tra qualità del prodotto e luogo di produzione?
-         da un punto di vista etico, sarà tutto consentito o vi saranno delle limitazioni?
In questa sede, come si è detto in precedenza, non si vuole affrontare la problematica, tutta ancora da chiarire, relativa alla liceità o meno dell’utilizzazione del brevetto per affermare un diritto privato di proprietà su piante ed animali, ma si vogliono esclusivamente evidenziare gli effetti che l’applicazione della tutela brevettuale potrebbe avere sul consumatore e sul settore agricolo nazionale.
Cosa significa "brevetto" per il settore agricolo italiano e, in particolare, quali effetti potrebbe avere sul reddito dell’agricoltore?
In primo luogo, il brevetto sulle piante e sugli animali contribuirà ad aumentare la dipendenza economica del settore agricolo nei confronti di quello industriale, in quanto l'agricoltore sarà costretto ad acquistare tutti gli anni la semente che intende coltivare o l’animale che intende allevare. Qualcuno potrebbe far rilevare che, di fatto, questo già accade per la gran parte delle sementi oggi coltivate (soprattutto per le sementi ibride). Nel caso degli OT, a parte la situazione di monopolio/oligopolio che si verrebbe a determinare, il brevetto significa qualcosa di più, in quanto l’agricoltore, oltre all’acquisto delle sementi, potrebbe essere “obbligato” ad acquistare anche la materia prima in grado di far produrre queste sementi (è il caso delle piante di soia, di colza e di mais resistenti ad uno specifico diserbante, prodotto e venduto anch’esso dalla stessa ditta che ha il monopolio del seme). In futuro il problema potrebbe essere amplificato dal fatto che le ditte che propongono questi nuovi organismi, per proteggersi dall’utilizzazione illecita di sementi brevettate, potrebbero inserire geni che consentono la germinazione del seme solo nel caso di contemporanea presenza di una sostanza particolare, che sarà venduta insieme alla semente (strategia volgarmente chiamata “Traitor”). Se sarà poi vero, come ovviamente si spera, che questi nuovi organismi non avranno alcun effetto sulla salute umana e sull’ambiente, occorrerà considerare che la loro completa accettazione da parte del mercato  (presenza di una sola filiera di distribuzione, assenza di etichettatura obbligatoria dei prodotti OGM, ecc.) determinerà un forte vantaggio competitivo per le ditte sementiere che ne detengono il brevetto, con creazione di un mercato in condizioni di monopolio o “quasi monopolio”. Si verrebbe a determinare ciò che, di fatto, è già avvenuto nei Paesi dove si registra un’accettazione incondizionata di questi nuovi alimenti e nei quali non c’è etichettatura degli alimenti OGM: la presenza di un’unica filiera di distribuzione (per esempio, per il mais un unico prezzo di mercato, sia esso transgenico o convenzionale), associata ad una diminuzione dei prezzi di mercato dei prodotti transgenici, ha determinato l’esplosione delle superfici coltivate con questi nuovi organismi. In pratica, cos’è accaduto? Il minor costo di produzione delle coltivazioni transgeniche ha determinato un abbassamento dei prezzi di mercato dei relativi prodotti, siano essi transgenici e non. Pertanto, anche gli agricoltori che in un primo momento non volevano coltivare transgenico sono stati costretti a farlo dal mercato, se volevano mantenere un certo grado di redditività dall’attività agricola (in assenza di prezzi diversi, agli agricoltori di questi Paesi non conviene certo produrre ai costi del convenzionale, più alti del transgenico, per poi vendere ai prezzi di mercato del transgenico, più bassi di quelli del convenzionale). Da rilevare che da un punto di vista sociale, la completa accettazione degli alimenti OGM (assenza di etichettatura) potrebbe portare ad un aumento del benessere del consumatore, in relazione alla diminuzione dei prezzi dei prodotti alimentari. Ma sarà vero benessere? O aumenterà l’angoscia per l’utilizzazione di un alimento del quale non si conoscono le reali caratteristiche nutrizionali e salutistiche? “Paradiso della Tecnica o angoscia del Paradiso della Tecnica?”

Da un punto di vista agricolo, il brevetto su una pianta potrebbe anche consentire ai Paesi che ne detengono la proprietà di attuare le coltivazioni in località prossime ai mercati di collocamento, rendendo così competitive produzioni che attualmente sono penalizzate dagli elevati costi di commercializzazione, evitando nel contempo le problematiche ambientali che queste coltivazioni potrebbero comportare se fossero attuate sul loro territorio. Per alcune produzioni questo già avviene. Cos’è accaduto? Alcuni Paesi, vuoi perché non hanno condizioni pedoclimatiche favorevoli, vuoi perché non sarebbero concorrenziali sul nostro mercato a causa degli elevati costi di trasporto, stanno producendo sul nostro territorio su base contrattuale alcuni prodotti dei quali detengono il brevetto; tali prodotti, grazie a specifici “Contratti di coltivazione”, al momento della raccolta diverranno di loro proprietà. Ecco che in questo modo qualsiasi Paese, anche senza alcuna vocazionalità produttiva, e, al limite, senza disponibilità di territorio agricolo, di strutture e di competenze agricole specifiche, potrebbe divenire un protagonista nel mercato del cibo; la produzione di quel particolare alimento sarebbe attuata nel nostro Paese per conto terzi, ovvero per conto di colui che ha il brevetto del materiale di propagazione, che si approprierà del valore aggiunto di questa coltivazione.

In termini generali, quali strategie può attuare il detentore del brevetto sulle sementi transgeniche? Da un punto di vista della sfruttabilità economica, il detentore del brevetto potrebbe limitarsi a richiedere il pagamento di una royalty per ogni chilogrammo di semente venduta, lasciando libertà di scelta all’agricoltore in merito alle diverse opportunità di vendita sul mercato del prodotto ottenuto da quella stessa semente. Tale somma di denaro potrebbe essere vista come il giusto compenso per colui che ha investito in ricerca e sviluppo ed è riuscito ad ottenere una pianta caratterizzata da un surplus di utilità per l’agricoltore e per il consumatore. Occorre comunque rilevare che, soprattutto nel caso in cui il mercato della semente  sia in condizioni di monopolio, a differenza di quanto precedentemente affermato, l’imposizione di una royalty sulla semente potrebbe limitare il processo di riduzione dei costi di produzione, in quanto il monopolista, con ogni probabilità, sarà portato ad aumentare il prezzo di vendita della semente di un’aliquota  prossima al maggior margine che essa sarà in grado di determinare al produttore agricolo, con annullamento dei potenziali vantaggi economici per il coltivatore e, conseguentemente, per il consumatore (in pratica, se la semente transgenica determina una diminuzione dei costi di 100 €/ha, il monopolista della semente potrebbe far pagare la semente 99 € in più ed accaparrarsi tutto il vantaggio). Pertanto, il brevetto potrebbe impedire l’attesa riduzione dei prezzi di mercato dei prodotti alimentari, annullando così anche l’auspicato ampliamento delle possibilità di acquisto di cibo da parte delle classi sociali economicamente più deboli (quelle classi sociali che in molti Paesi soffrono la fame perché non dispongono del reddito necessario per acquistare il cibo).
Rispetto alla situazione precedente, il detentore del brevetto potrebbe andare oltre. In particolare, oltre a richiedere il pagamento di una royalty per ogni chilogrammo di semente venduta, potrebbe richiedere una royalty anche per ogni chilogrammo di prodotto ottenuto da quella stessa semente ed immesso sul mercato. Il brevetto in questo caso porterebbe grandi vantaggi a colui che ne detiene la proprietà  e trasformerebbe l’agricoltore in un “dipendente” della stessa ditta proprietaria del seme, in quanto più l’agricoltore produce e più questa ditta guadagna (da rilevare che queste forme contrattuali sono già adottate in agricoltura).
Rispetto alle situazioni descritte in precedenza, il detentore del brevetto potrebbe non accontentarsi  e potrebbe riservarsi anche la proprietà della produzione finale, attuando la produzione per conto proprio, sulla base di un rapporto contrattuale con l’agricoltore.  Trattasi di modalità di produzione che già avvengono in agricoltura e che sarebbero amplificate dalla presenza di un forte ricorso al brevetto. In particolare, colui che detiene il brevetto potrebbe non vendere la semente sul mercato e potrebbe sottoscrivere con l’agricoltore un “contratto di coltivazione”, nel quale saranno indicate le epoche di semina, le modalità di coltivazione e quant’altro serve per portare a termine il processo produttivo, riservandosi la proprietà del prodotto una volta giunto a maturazione. Ovviamente per l’attività prestata l’agricoltore riceverà un compenso, che sarà commisurato all’impegno richiesto in termini di apporto di fattori della produzione (terra, lavoro, capitale). In una situazione come quella evidenziata, l’agricoltore non avrebbe alcun potere contrattuale, per cui la presenza di un unico  “proprietario” della semente, associata al fatto che i coltivatori non sono in grado di manifestare un’unica controparte, li metterebbe tra loro in concorrenza per l’acquisizione della commessa di coltivazione.  E’ facilmente intuibile che in questa situazione si determinerebbe una tendenza verso il basso del compenso relativo allo svolgimento dell’attività agricola, in quanto, nel peggiore dei casi per la nostra agricoltura, colui che possiede il brevetto potrebbe trovare in altri Paesi migliori condizioni contrattuali per attuare il processo produttivo agricolo. Da rilevare, poi, che in questo modo la ditta proprietaria della semente brevettata otterrebbe anche il “monopolio di fatto” del cibo prodotto da quella stessa semente, con tutte le conseguenze del caso in termini di “potere di mercato” e di controllo dei prezzi di vendita del cibo.
Ma il grande salto di qualità per le ditte che detengono il brevetto della semente, potrà essere ottenuto allorquando la manipolazione genetica sulle piante consentirà di sfruttare l’”apomissia”, ovvero la possibilità di originare piante identiche alla madre anche nel caso di riproduzione sessuata di sementi ibride (l’apomissia consentirà di utilizzare come semente una parte del raccolto dell’annata precedente, senza incorrere negli inconvenienti determinati dalla presenza di seme ottenuto per autofecondazione). In particolare, lo sfruttamento dell’”apomissia” consentirà alle ditte sementiere  di  evitare la produzione e la successiva commercializzazione del seme, mantenendo comunque la possibilità di ricavare le royalty dal seme e dalla produzione di cibo; il “seme ibrido apomittico”, una volta distribuito, sarà annualmente prodotto autonomamente dall’azienda agricola, la quale, mediante un apposito contratto di sfruttamento della semente, sarà tenuta a pagare le royalty al detentore del brevetto, ogni qual volta utilizzerà le sementi apomittiche per una nuova semina. L’”apomissia” semplificherà notevolmente la vita al detentore del brevetto, che dovrà attuare un’unica operazione: distribuire una sola volta la semente apomittica e incassare le royalty ogni volta che il seme viene seminato ed il cibo viene prodotto. Qualcuno afferma che questo scenario è irrealizzabile, in quanto alle ditte sementiere non converrebbe mettere sul mercato una semente apomittica, poiché lieviterebbero le frodi e occorrerebbe mettere in atto un sistema di vigilanza decisamente costoso. Purtroppo queste affermazioni si scontrano con la realtà, in quanto le grandi multinazionali del seme stanno cercando di evitare questo inconveniente mediante la creazione di una “Apomissia inducibile chimicamente”. In pratica, che cosa accade? Accade che la semente apomittica germina ed origina una pianta identica alla madre solo in presenza di una sostanza chimica che sarà venduta, a parte, insieme alla semente e che dovrà essere distribuita nel campo coltivato, così come un qualsiasi trattamento chimico. Da rilevare che tutto questo non è fantascienza, in quanto il brevetto sull’”Apomissia inducibile chimicamente” è già stato richiesto (http://www.ptodirect.com/Results/Publications?query=IN/(Russinova-Eygeniya).

Gli esempi precedenti, costituiscono per la nostra Società un vantaggio o uno svantaggio? Si adattano a tutte le coltivazioni o solo a quelle brevettate? E le popolazioni svantaggiate otterranno dei vantaggi o degli svantaggi? Occorre rispondere a queste domande prima di effettuare delle scelte che potrebbero rivelarsi controproducenti per il benessere della nostra Società e per quello delle Future Generazioni. A questo proposito, interessanti sono le considerazioni del card. Turkson “Si promuovono le nuove tecnologie asserendo che aumenteranno il cibo a disposizione di ciascuno, ma questo è solo un pezzo della storia. In realtà, le innovazioni sono concepite e realizzate a beneficio di un numero circoscritto di persone già molto abbienti. Man mano che si procede, molti piccoli produttori saranno inevitabilmente esclusi e/o spostati dalle loro terre. Saranno “amputati” dalle loro occupazioni tradizionali e dal loro stile di vita. Lo sradicamento di singoli, famiglie e comunità non è soltanto una dolorosa separazione dalla terra, ma investe il loro intero ambiente esistenziale e spirituale, minacciando e talvolta sconvolgendo le poche certezze della loro vita. Non dovrebbe sorprenderci il fatto che alcune popolazioni rifiutino certe innovazioni, non perché siano cattive o percepite come tali, ma perché il modo in cui vengono diffuse comporta costi insostenibili per coloro che in teoria dovrebbero beneficiarne. Non sono loro che non capiscono; è chi si rifiuta di guardare il quadro dell’insicurezza alimentare nel suo complesso – le persone, la loro dignità e la loro vita, oltre alla produzione e alla distribuzione del cibo – a non cogliere il nocciolo della questione, ….”. 

A conclusione di quanto precedentemente esposto, è possibile affermare che il brevetto su piante ed animali transgenici sarà in grado di sconvolgere il modo di produrre in agricoltura. Lo scenario sarà quello di un settore in cui l’agricoltore avrà perso ogni potere decisionale; egli diverrà semplicemente un fornitore di mezzi di produzione a favore di colui che detiene il brevetto di quel prodotto, che diverrà anche proprietario del cibo. Cibo che potrà essere ottenuto in ogni parte del Globo, non importa con quale materiale genetico, non importa con quale tecnica di produzione, non importa con quali tutele sociali. Tutto questo comporterà la realizzazione di un grande mercato mondiale dei prodotti alimentari, un mercato dove l’imperativo sarà produrre di tutto ovunque, ai più bassi costi possibili, per poi vendere il prodotto laddove ci sono i mezzi economici per acquistarlo. In pratica, il brevetto sul cibo rischia di essere l’antitesi del “Cibo come Bene Comune” e potrebbe rappresentare una nuova forma di “colonialismo alimentare”.


giovedì 21 agosto 2014

Non è vero, come dice la Cattaneo, che l’intera mangimistica italiana si basa sull’uso di materia prima OGM!

Ogni tanto i sostenitori degli OGM, spesso scienziati di chiara fama che vivono nel loro laboratorio di chimica o di genetica e non hanno mai visto un campo coltivato, affermano che “l’intera mangimistica italiana si basa sull’uso di derivati di OGM", pertanto, secondo loro,  è ipocrita vietare la coltivazione di piante OGM in Italia e consentire allo stesso tempo l’importazione del mangime OGM ottenuto da queste stesse piante. Purtroppo per loro,che utilizzano questo argomento per sponsorizzare gli OGM,  non è vero che l’alimentazione del nostro bestiame dipenda per intero dall’importazione di alimenti OGM, ma è vero che importiamo solo il 20% circa del nostro fabbisogno, che il mangime OGM è rappresentato quasi esclusivamente da soia e che non possiamo evitare queste importazioni, in relazione al fatto che provengono da Paesi che  hanno questa unica moneta per pagare le nostre esportazioni di prodotti industriali.

Per gli “addetti ai lavori” è risaputo che nell'allevamento animale non vengono utilizzati solo alimenti di importazione, ma vengono utilizzati una miriade di prodotti ottenuti dalla nostra agricoltura che, come è risaputo, non è OGM. In particolare, i mangimi per uso zootecnico non sono costituiti solamente da "mangimi concentrati", ma sono composti anche da:

- foraggi verdi o secchi (fieno, insilati)
- radici, tuberi, semi o frutti vari (fave, lupini, orzo, castagne, carrube, ghiande)
- sottoprodotti dei cereali (pule, crusche, stocchi di mais)
- sottoprodotti dello zucchero (melassa, polpa di barbabietola)
- sottoprodotti di carni o di pesce.

Il mangime cosiddetto "concentrato", ottenuto con miscele di prodotti di importazione che possono essere OGM, è costituito da miscugli di cereali, legumi e altri mangimi semplici. Indicativamente un mangime concentrato contiene farine di cereali (30-80 %), di legumi (10-20%), integratori minerali e vitaminici (30-40 grammi per kg) e diversi sottoprodotti delle industrie molitoria e degli zuccherifici. Questi prodotti concentrati vengono realizzati dalle industrie mangimistiche, che si approvvigionano delle materie prime in Italia e all'estero.

Pertanto il nostro Paese produce ancora una grande quantità di mangimi, che non sono costituiti solo da mais, da soia, da colza, ecc. di origine transgenica e comprendono tanti altri prodotti (erba medica, sorgo, loietto, pisello proteico, veccia, mais ceroso, ecc.), che non sono certamente "OGM”. Secondo una specifica indagine della Commissione Europea, nell’Unione Europea il foraggio verde rappresenta circa metà della quantità totale dei mangimi consumati. È ottenuto direttamente da terreni a pascolo, oppure tagliando e conservando prati e pascoli permanenti o temporanei e foraggi annuali o pluriennali (erba medica, trifoglio, mais da insilato, eccetera)........... vedi pag. 4 del seguente link


Anche considerando solo “i cereali, i semi oleosi e le farine proteiche” utilizzati dall'industria mangimistica per la produzione di "mangimi concentrati" (costituiti per la gran parte da soia, mais, colza e cotone, che potrebbero essere di origine OGM), il nostro Paese importa circa il 45% delle sue necessità e non il 100% come i sostenitori degli OGM lasciano intendere.

images.lab-to.camcom.it/f/seminari/Ga/Galli.pps

Occorre poi tener presente che nei dati precedenti non è presente la produzione italiana di sorgo, di avena, di erba medica, di lupinella, di festuca, di loiessa, di loglio perenne, di mais da foraggio, di mais insilato integrale, di sulla, di trifoglio bianco, di trifoglio pratense e di  leguminose da granella, quali favino,  pisello da foraggio (Pisum arvense), pisello proteico (Pisum sativum) e veccia, tutte piante destinate per la quasi totalità alla produzione di mangimi. Così come non è presente l'erba che i nostri animali mangiano nei pascoli degli alpeggi.

Se, tra questi prodotti, avessimo considerato la sola produzione di erba medica (25 milioni di tonnellate), della quale, anche in relazione alla produzione di Parmigiano Reggiano, l'Italia è il primo Paese produttore nella UE con circa 900.000 ettari coltivati, avremmo scoperto che il rapporto "alimenti necessari/importazione" sarebbe sceso al 25% circa.

http://users.unimi.it/agroecol/pdf/bocchi/alpicoltura/erba_medica_2009.pdf

Occorre, inoltre, considerare che per il mais le importazioni rappresentano il 20% del fabbisogno nazionale, mentre solo per la soia questa quota raggiunge quasi il 90%. Per la soia, proveniente per la gran parte dagli USA, dal Brasile e dall’Argentina è vero che per la gran parte essa è OGM. Mentre per il mais questo non è vero, poiché  oltre il 90% di questo mais importato è di origine comunitaria, per cui, con ogni probabilità , non è OGM! 


Pertanto, in conclusione, “non è vero che l'intera mangimistica italiana si basa sull'uso di derivati OGM, ma è vero che è un'aliquota intorno al 20%. Tutto sommato pochissimo, soprattutto se pensiamo che gran parte di queste importazioni sono attuate come contropartita per le nostre esportazioni di prodotti industriali! Il nostro Paese potrebbe vietare queste importazioni? Probabilmente no! Poichè non accettare queste importazioni, con ogni probabilità, significherebbe andare contro gli accordi di libero scambio del WTO e significherebbe non esportare tanti altri prodotti industriali.

http://ogmbastabugie.blogspot.it/2013/12/le-importazioni-di-alimenti-sono-la.html

Per quanto attiene al mais, al fine di ottenere un miglioramento dell'autosufficienza nazionale, sarebbe sufficiente un modesto aumento del prezzo di mercato per consentire un ampliamento delle superfici coltivate, prezzo di mercato che negli ultimi anni si è notevolmente abbassato anche a causa delle importazioni da Paesi che riescono a produrre a costi decisamente più bassi dei nostri. Purtroppo, negli ultimi anni molte aree produttive di collina e di montagna del nostro Paese sono state abbandonate a causa della flessione dei prezzi di mercato ……… in pratica, l’attuale prezzo di mercato del mais, anche a causa della presenza sul mercato di mais OGM,  non copre completamente il costo di produzione delle aree di collina e di montagna. Pertanto, essere favorevoli al mais OGM significa favorire l'agricoltura di pianura a scapito, ancora una volta, dell'agricoltura di collina e di montagna, favorendo così l'esodo rurale dai territori marginali, con effetti disastrosi all'assetto idrogeologico del territorio.

http://ogmbastabugie.blogspot.it/2014/06/motivazionidiverse-da-effetti-sulla.html

Per la soia il discorso è diverso, in quanto vi  sono motivazioni agronomiche che limitano la produzione interna……..in pratica nel nostro Paese, soprattutto nel Centro-Sud, non ci sono condizioni produttive ottimali da un punto di vista pedoclimatico. A sostegno di queste affermazioni è possibile osservare l'andamento delle produzioni di soia nel nostro Paese (fino al 1992, anno di introduzione del disaccoppiamento, la produzione di soia era dell'ordine di 2 milioni di tonnellate ...... oggi la produzione di soia in Italia si è ridotta a 500 mila tonnellate).

ftp://ftp.elet.polimi.it/users/Alessandra.Gragnani/MCSA2/Soia.pdf

...... il  grafico precedente si ferma al 2005, ma negli anni successivi la produzione di soia in Italia si è mantenuta sulle 500 mila tonnellate, molto distante dai 2 milioni di tonnellate dei primi anni '90.

Pertanto, anche se fosse introdotta la coltivazione della soia RR, il nostro Paese non potrebbe competere con le produzioni americane, brasiliane o argentine, che sono ottenute con un costo di produzione decisamente inferiore al nostro ………… conseguentemente, anche nel caso in cui nel nostro Paese fosse liberalizzata la coltivazione di soia OGM, non aspettiamoci forti incrementi delle superfici coltivate ………. le importazioni non diminuiranno. Interessante come apporto proteico in zootecnia potrebbe essere la sostituzione della soia con erba medica, così come evidenziato da alcune associazioni di categoria........... sarebbe un bene per la nostra agricoltura e sarebbe un bene per le generazioni future, poichè l'erba medica è una pianta miglioratrice della struttura, della tessitura e del contenuto nutrizionale del terreno.

http://www.cialombardia.org/documenti/produzioni_vegetali/proteine_vegetali_ott09.htm

http://www.associazioneforaggi.it/alimentazione-animale.html

         Purtroppo la dipendenza del nostro Paese nei confronti delle importazioni di mangimi è in aumento. In particolare, il nostro Paese, da quando ha deciso di essere un Paese industriale, ha sacrificato l’agricoltura a favore dell’industria e, pertanto, esporta prodotti industriali e riceve in cambio prodotti agricoli (nel Commercio Internazionale vige ancora il baratto, poiché molti Paesi non hanno dollari o euro con i quali pagare i fornitori e ci pagano con quello che hanno, molto spesso prodotti agricoli). Pertanto, per un Paese industriale come l’Italia, spesso, è necessario importare prodotti agricoli se vogliamo esportare prodotti industriali. Importazioni che provengono da Paesi che non hanno le nostre regole produttive, per cui hanno prezzi decisamente più bassi dei nostri. Tutto questo deprime il prezzo delle derrate agricole nazionali e i nostri agricoltori non guadagnano, abbandonano i territori marginali, stanno zitti e noi paghiamo i disastri ambientali prodotti dal dissesto idrogeologico del territorio.

         Che l’agricoltura nel nostro Paese sia in crisi è un fatto accertato, ma non è colpa della mancata adozione degli OGM. Secondo i dati dei diversi Censimenti dell’agricoltura, gli agricoltori in 10 anni sono passati da 2,5 milioni a 1,5 milioni e le aziende agricole sono diminuite del 50% in collina e del 60% in montagna.

http://www.istat.it/it/files/2012/12/PresentazioneGreco.pdf

 Questo, ovviamente, non vuol dire nulla in termini produttivi, poiché, pur in presenza di un minor numero di agricoltori,  il terreno coltivato potrebbe essere rimasto lo stesso e la produzione potrebbe essere rimasta costante. I terreni coltivabili sono sicuramente diminuiti a causa della loro utilizzazione per scopi non agricoli (aree edificabili, strade, aeroporti, ecc.). Ma tale evoluzione del numero di agricoltori è sintomatica di quello che sta accadendo in agricoltura, ovvero che il reddito per unità di superficie si sta abbassando, per cui molti agricoltori sono costretti ad abbandonare la loro piccola azienda agricola, che non è più in grado di fornire un reddito adeguato. Perché? Molto semplicemente perché la dinamica dei prezzi dei prodotti agricoli non ha seguito la dinamica dei costi di produzione (ad un aumento dei costi di produzione agricoli, non ha fatto seguito un analogo aumento dei prezzi di vendita dei prodotti agricoli) e, pertanto, i redditi agricoli si sono enormemente abbassati.

A questo punto la domanda potrebbe essere: perché i prezzi agricoli nel nostro Paese non hanno seguito la dinamica dei costi di produzione? Cerchiamo di dare una delle tante risposte.
     Una delle tante motivazioni che hanno determinato questa situazione, a mio parere tra le più importanti, è sicuramente dovuta alla forte concorrenza esercitata sul mercato interno dal prodotto di importazione, che determina un  "forzato" abbassamento dei nostri prezzi interni (prodotto nostrano e prodotto di importazione competono sullo stesso mercato e, pertanto, i prezzi tendono a coincidere). Prodotto di importazione che a volte proviene da Paesi che attuano forme di dumping diverse dal dumping sul prezzo, per cui è caratterizzato da un prezzo molto vantaggioso rispetto ai nostri prezzi interni. Prodotto di importazione che spesso, è “forzatamente importato” dall’Italia come contropartita di altre esportazioni italiane (soprattutto prodotti industriali). A questo riguardo occorre ricordare che nel Commercio Internazionale vige ancora il baratto e, pertanto, le esportazioni di un determinato prodotto verso un Paese, sono pagate con l'importazione di altri prodotti ottenuti da questo stesso Paese.

     In merito al primo punto (Dumping), è risaputo che spesso le nostre importazioni provengono da Paesi che non adottano il nostro sistema sociale/produttivo/economico. Per farla molto breve, si tratta di Paesi che non hanno le nostre regole produttive, che non hanno i nostri costi sociali, che non hanno i nostri costi burocratici, ecc. e che, pertanto, sono in grado di produrre a costi agricoli decisamente inferiori ai nostri. L’importazione di alimenti da questi Paesi a prezzi contenuti determina sicuramente una concorrenza per il prodotto nazionale ed i prezzi agricoli interni tendono ad una diminuzione. Da un punto di vista generale, occorre essere consapevoli del fatto che nel Commercio Internazionale le Bilance dei Pagamenti dei diversi Stati che vi partecipano, devono essere nel limite del possibile in pareggio (per un Paese si avrebbero problemi economici di svalutazione interna, di effetti sul tasso di cambio della moneta, ecc. sia nel caso di un forte sbilanciamento negativo, sia nel caso contrario di un forte sbilanciamento positivo). Ecco allora che l’Italia, che notoriamente produce alimenti di altissima qualità, ma che non è certo un Paese agricolo (meno del 2% del PIL), quando esporta macchinari, medicinali, autoveicoli, elettrodomestici, abbigliamento, ecc. è costretta ad accettare qualcos’altro come pagamento e questo qualcos’altro molto spesso è costituito da prodotti agricoli. Ecco allora che, in termini generali, potremmo affermare che, pur di sostenere le esportazioni di prodotti industriali e, conseguentemente, pur di sostenere la nostra industria, siamo disposti a sacrificare l’agricoltura. E' un bene o è un male?


In parole molto povere “i nostri agricoltori producono ai costi italiani/europei e vendono ai prezzi mondiali” …….. non ce la possono fare!

giovedì 14 agosto 2014

16 - Quando la neuroscienziata e senatrice a vita Elena Cattaneo vuole parlare di OGM in agricoltura al Ministro Martina…….risposta n. 16 di 16

Gent. Neuroscienziata Elena Cattaneo,
non pensavo di farcela, ma siamo alla fine. Come al solito mi dispiace del fatto che utilizzi toni da inquisitore, ma pazienza. Insisto ancora nel dirle che, in relazione al fatto che molto probabilmente non ha mai visto un campo coltivato, o, quantomeno, non ne conosce le problematiche, Le consiglierei di non farsi strumentalizzare su problematiche di carattere agricolo e di continuare a fare il suo lavoro. Mi creda, sarebbe un bene per tutti. Il campo coltivato, purtroppo, non è un laboratorio di chimica, ma è qualcosa di molto più complesso, dove le interazioni tra esseri viventi sono infinite. Occorre poi un approccio olistico al problema, senza dimenticare le interconnessioni che possono esserci tra biodiversità, tutela del territorio, economia, politica, etica, ecc. Purtroppo questo approccio olistico i suoi suggeritori non lo possiedono, per cui le fanno fare delle figure quantomeno discutibili.

DOMANDA N. 16 - Le propongo infine un'analogia, certo un po' forzata, ma per dare l'idea. Essendo ministro di un Governo di centro-sinistra, non ritiene inappropriato occuparsi solo di quel 2% della popolazione che può vestirsi in cashmere (e nutrirsi del costoso, non sostenibile e non salvifico “biologico”), disinteressandosi del fatto che il resto dei cittadini abbia almeno della lana a disposizione?


RISPOSTA ALLA DOMANDA N. 16 di 16

Gent. Neuroscienziata Elena Cattaneo,  provi a “girare” la Sua domanda in un altro modo, ovvero, “vuole con gli OGM creare una sorta di proletariato alimentare, per cui i ricchi continueranno a mangiare un prodotto sicuro da un punto di vista nutrizionale (alimento biologico), mentre i poveri, pur in presenza di rischi alimentari/nutrizionali, saranno costretti a mangiare OGM, solo perché gli alimenti OGM avranno un prezzo inferiore?” Del resto questa è una strategia già applicata dai sostenitori del Capitalismo ……. In assenza di un aumento dei salari, una diminuzione del prezzo degli alimenti (quali alimenti? gli OGM?) può determinare un aumento del reddito reale dei lavoratori (se lo faccia spiegare dal Suo amico corbellini). Pertanto gli OGM potrebbero essere visti come uno strumento nelle mani dei capitalisti, per nutrire la forza lavoro senza aumentare i salari,   mantenendo così inalterati i loro profitti e l'accumulazione di capitale. Come vede, gli OGM non sono certo uno strumento idoneo a politiche di sinistra, come Lei vorrebbe far apparire …….  Anzi, fanno parte di quegli  strumenti economici che determinano un aumento del reddito da capitale a scapito del reddito da manodopera ……….. una strategia da sempre applicata dai movimenti che preferiscono il capitale alla manodopera.

Personalmente, sarei per applicare il “Principio di precauzione” anche per le piante ottenute per mutazione indotta, così come per gli OGM, poiché l’introduzione di nuovi geni determina degli effetti metabolici nella pianta che vanno a modificare le caratteristiche alimentari del cibo ottenuto. Purtroppo, questo elemento non è mai apparso dalle Sue domande, poiché al contrario di quanto affermano taluni sostenitori degli OGM, le caratteristiche nutrizionali delle piante OGM cambiano rispetto a quelle convenzionali. Per esempio ci sono specifiche ricerche che ci dicono che il “mais Bt” ha un maggior contenuto di lignina, mentre altre ricerche ci dicono che il “pomodoro arricchito di vitamina A”, ha un minor contenuto di licopene. In particolare, specificamente  per gli OGM, il prof. Dulbecco in una intervista a “La Repubblica”  ci fa notare che:

L’eliminazione di geni, uno per volta, è già stata ottenuta in organismi unicellulari mostrando che un certo numero di geni può essere eliminato anche dagli organismi più semplici, permettendone egualmente la sopravvivenza. Alcuni dei risultati ottenuti in esperimenti di questo genere hanno una particolare importanza per il nuovo progetto Venter-Smith. In un esperimento, per esempio, si è aggiunto, anziché eliminarlo, un gene ad un’alga unicellulare.
L’alga originaria era fotosintetica, cioè otteneva energia dalla luce solare, e l’usava per produrre gli zuccheri che sono necessari per la sua esistenza; dopo l’introduzione del nuovo gene, perse l’attività fotosintetica e cominciò ad usare gli zuccheri presenti nell’ambiente, anziché fabbricarli dentro di sé. Perciò il nuovo gene causò una profonda perturbazione dell’operazione di altri geni. Questo effetto non è sorprendente. Ci sono molti esempi che dimostrano una connessione tra le funzioni di geni apparentemente indipendenti. Per esempio, coi metodi oggi a disposizione è possibile determinare il grado di attività di tutti i geni in una cellula; ed è stato dimostrato che introducendo un nuovo gene in una cellula, la funzione di un gran numero di altri geni viene alterata. Eliminare un gene avrà, presumibilmente, conseguenze simili. Ciò è molto importante per il nuovo progetto: non è sufficiente introdurre un gene nell’organismo per determinarne l’effetto, che invece dipende da quali altri geni sono già presenti. Perciò bisognerà determinare l’effetto di un gene su organismi contenenti diversi gruppi di geni, il che complicherà le cose.
È chiaro perciò che l’esperimento proposto, apparentemente abbastanza semplice, incontra grandi difficoltà nell’applicazione a organismi viventi. Bisogna pensare che gli organismi oggi esistenti sono il risultato di una evoluzione che è durata milioni di anni, durante la quale tutti questi problemi, ed altri ancora, sono stati incontrati e risolti con molti tentativi. Oggi è possibile imitare l’evoluzione nel laboratorio, usando organismi molti semplici, ma è sempre un problema serio.
Si parla molto dei possibili pericoli degli esperimenti. Certo, questa è una grande incognita. Vengono prese alcune precauzioni, che sembrano molto valide, ma che si basano sulle nostre attuali conoscenze; sarà così anche con le novità che possono derivare dall’esperimento? Nessuno lo sa. Nel passato, ci sono stati molti casi in cui i risultati sono andati oltre le aspettative. L’importante sarà essere molto cauti durante lo svolgimento del lavoro, considerare ogni risultato imprevisto come un pericolo, e valutarlo in modo appropriato.”


Gent. Sen. Cattaneo, colui che Le ha suggerito questa domanda l’ha utilizzata per far credere alla gente comune che vietare gli OGM sia una politica di destra. Ma, purtroppo, non è né di destra, né di sinistra, ma è una scelta dettata dal buon senso. Quello che non capisco è "perchè per sponsorizzare gli OGM bisogna sempre parlar male dell'Agricoltura Biologica?" Lasciamo poi stare il 2% (si riferisce al fatturato del biologico in Italia e non al numero degli acquirenti), che è un'aliquota sbagliata, in quanto i consumatori di alimenti biologici sono numericamente molti di più del 2%, poichè molto spesso solo una parte della loro alimentazione è biologica (io, per esempio acquisto solo latte, pasta, burro, uova e pomodoro biologici). Ma Lei ha mai visitato un’azienda agricola biologica? Ma si rende conto delle fatiche e dei rischi che deve affrontare un agricoltore biologico, che deve attuare una coltivazione in pieno campo senza utilizzare fitofarmaci di sintesi per non inquinare l'ambiente? Senza utilizzare fitofarmaci sistemici? Senza utilizzare concimi chimici? Un agricoltore che attraverso siepi a piante arboree cerca di mantenere una certa biodiversità. Un agricoltore che sperimenta sulla sua pelle tecniche produttive a basso impatto ambientale, che, se funzionano, vengono adottate anche dall’agricoltura convenzionale (trappole sessuali, confusione sessuale, Bacillus thuringiensis, ecc.)? Personalmente ritengo che la nostra Società dovrebbe dare a questi agricoltori un premio! 


 Cara Neuroscienziata Elena Cattaneo, ancora una volta, come vede, non è tutto così semplice. Occorre avere una visione olistica del problema e non soffermarsi, anche superficialmente, sugli effetti di breve periodo. Le consiglierei, se ritiene opportuno intervenire ancora sull’argomento, di continuare a studiare la problematica degli OGM in agricoltura, perché la materia non è così semplice come molto spesso si pensa. Se lo ritiene opportuno, in futuro potrò rispondere ad altre Sue gentili domande.

15 - Quando la neuroscienziata e senatrice a vita Elena Cattaneo vuole parlare di OGM in agricoltura al Ministro Martina…….risposta n. 15 di 16

Gent. Neuroscienziata Elena Cattaneo,
lo so sono ripetitivo, Lei, però, utilizza dei toni da inquisitore. Insisto ancora nel dirle che, in relazione al fatto che molto probabilmente non ha mai visto un campo coltivato, o, quantomeno, non ne conosce le problematiche, Le consiglierei di non farsi strumentalizzare su problematiche di carattere agricolo e di continuare a fare il suo lavoro. Mi creda, sarebbe un bene per tutti. Il campo coltivato, purtroppo, non è un laboratorio di chimica, ma è qualcosa di molto più complesso, dove le interazioni tra esseri viventi sono infinite. Occorre poi un approccio olistico al problema, senza dimenticare le interconnessioni che possono esserci tra biodiversità, tutela del territorio, economia, politica, etica, ecc. Purtroppo questo approccio olistico i suoi suggeritori non lo possiedono, per cui le fanno fare delle figure quantomeno discutibili.

DOMANDA N. 15 - Lei sostiene che l'Italia investe 700 milioni di euro per innovazione e ricerca agroalimentare. Può elencarmi le voci dei progetti che Le consentono di asserire che questa cifra è attendibile? Non vorrei che chi le ha fornito l'informazione si sia confuso con il costo degli stipendi di intere generazioni di scienziati (includendo anche i forestali calabresi?), colleghi a cui viene di fatto impedito di lavorare e innovare. Lei fa bene a pensare alla ricerca in Genomica che oggi è all'avanguardia, ma darà (forse) il suo ritorno applicativo tra almeno 10 o 15 anni. Oggi Lei sta pagando gli errori di chi l'ha preceduta e non ha investito in ricerca. Lei oggi deve confrontarsi con i milioni di tonnellate di Ogm che importiamo e con 14 anni di divieti agli Ogm che ci hanno messo in ginocchio e con una bilancia agroalimentare in rosso per 4-6 miliardi di euro l'anno. Vuole affrontare questo deficit, o deviare e parlare d'altro e restare in rosso per altri 15 anni?


RISPOSTA ALLA DOMANDA N. 15 di 16

Gent. Neuroscienziata Elena Cattaneo,  anche la domanda n. 15 è composta di 3 domande e, purtroppo, è “farcita” di informazioni che solo Lei possiede…..o, forse, così come per la domanda n. 14, sono esclusivamente opinioni Sue personali, alle quali è difficile portare elementi di conoscenza.

In tema di OGM, così come del resto per altri ambiti scientifici di “frontiera”, siamo tutti d’accordo sul fatto che la ricerca non può essere fermata. Questo non significa, però, che essa possa essere effettuata liberamente, senza alcuna regola e senza adottare il “Principio di precauzione”. Soprattutto nel caso di ricerche che presentano, anche solo potenzialmente, effetti negativi per lo sviluppo sostenibile della nostra società e soprattutto nel caso in cui questi effetti siano irreversibili ed incontrollabili, così come per le piante OGM, occorre adottare regole che impediscano che questi eventi possano verificarsi.

Nel caso degli OGM, che presentano transgeni nucleari che possono originare inquinamento genetico, e soprattutto nella loro sperimentazione in campo aperto, occorre notevole “precauzione", poiché l’inquinamento genetico è per sua natura qualcosa di incontrollabile; una volta che determinati individui che hanno autonoma capacità di replicarsi sono stati immessi nell’ambiente, sarà molto difficile eliminarli. Pensi, per esempio, ad una sperimentazione in campo aperto con “colza RR”, che nel nostro Paese ha parentali selvatiche con le quali incrociarsi (per esempio senape selvatica). Cosa accadrebbe se il transgene dalla colza RR migrasse nella senape selvatica e da questa, in modo incontrollato, si diffondesse nell’ambiente? Esempi in questo senso sono rappresentati per il momento da alcuni animali, sicuramente dannosi per la nostra agricoltura e per il nostro benessere, regalo della globalizzazione dei mercati, che si sono diffusi nel nostro Paese, originando situazioni dannose per gli equilibri ecologici ambientali di alcuni territori (infantria, nutrie, scoiattoli, gamberi, pesce siluro, ecc.).

Anche le nuove piante transgeniche potrebbero dar luogo ad un inquinamento genetico di questo tipo, con un'aggravante però; mentre per gli animali sarebbe sostanzialmente semplice, anche se oneroso e cruento, risolvere il problema una volta accertato che essi sono dannosi per la salute dell’uomo e per l’ambiente, per le piante transgeniche, trattandosi di piante fenotipicamente identiche a quelle naturali, la risoluzione del problema sarebbe notevolmente più difficoltosa e dispendiosa, se non impossibile.

         In questo contesto appare necessario adottare il “principio di precauzione” e verificare preventivamente, attraverso lo sviluppo di specifiche ricerche, gli effetti che gli OGM possono determinare, con particolare riferimento agli elementi di sicurezza, di sostenibilità e di economicità per l’agricoltura del nostro Paese.
Da un punto di vista della sicurezza, è necessario che le produzioni transgeniche non si collochino ad un livello inferiore rispetto a quelle convenzionali in termini di salubrità, tracciabilità, qualità ed economicità.

Per quanto attiene alla salubrità, occorrerà dapprima chiarire gli effetti degli organismi transgenici sulla salute umana, sia da un punto di vista delle malattie che essi possono eventualmente indurre, sia da un punto di vista delle loro caratteristiche nutrizionali. Molti scienziati, infatti, concordano sul fatto che l’inserimento del transgene e la produzione della relativa proteina potrebbero dare origine a fenomeni di tipo allergico. Occorrerà, inoltre, verificare se risponde al vero l’eventualità che i batteri patogeni possano acquisire il marcatore che conferisce resistenza all’antibiotico utilizzato per selezionare le cellule che hanno ricevuto il transgene. Più in generale, occorrerà valutare attentamente tutte le interazioni che possono dare origine a fenomeni dannosi per la salute, sia nel caso di elevati livelli di singole somministrazioni, sia nel caso, più realistico per le sostanze alimentari, di basse somministrazioni che si protraggono nel tempo.

Un altro pericolo reale, soprattutto in relazione al fatto che la tecnologia necessaria per ottenere piante transgeniche è piuttosto semplice e alla portata di piccoli laboratori, potrebbe essere costituito dalla possibilità che piante transgeniche siano prodotte e commercializzate all’insaputa degli organismi  di controllo. Pertanto, occorrerà essere in grado di distinguerle nettamente da quelle “normali”, anche nel caso in cui non siano conosciuti i transgeni, i marcatori e i promotori. In questo ambito le ricerche potranno essere rivolte alla definizione di metodi di identificazione delle produzioni transgeniche.

Nell’ambito delle problematiche relative alla sicurezza per il consumatore, un ruolo di rilievo possono avere anche le ricerche tese ad evidenziare le caratteristiche organolettiche degli alimenti transgenici, che non devono essere diverse da quelle che caratterizzano le produzioni convenzionali. Soprattutto per il nostro Paese, nel quale le produzioni tipiche di qualità assumono un ruolo decisamente importante, questo elemento dovrà essere verificato attentamente prima di indirizzare la produzione agricola verso questa strada.

Da un punto di vista qualitativo, in relazione al fatto che attualmente siamo alle prime applicazioni di questa tecnologia, ci si può chiedere: che cosa accadrà quando nella stessa pianta saranno introdotti più transgeni (uno che conferisce resistenza ad un erbicida, un altro che conferisce resistenza agli insetti, uno che conferisce resistenza ai virus, un altro che conferisce resistenza alle batteriosi, un altro che conferisce resistenza alle micosi, un altro ancora che conferirà alla pianta resistenza al freddo o al caldo, alla siccità, ecc.)? Ci troveremo di fronte alla stessa pianta, con le stesse caratteristiche nutrizionali originarie, oppure sarà qualcosa di diverso? Ecco che la ricerca potrebbe verificare gli effetti e le interazioni sul prodotto finale conseguenti alla contemporanea presenza di più transgeni nello stesso organismo.

Per quanto attiene alla sostenibilità degli OGM, occorrerà preliminarmente considerare che il nostro Paese è caratterizzato dalla presenza di un gran numero di prodotti tipici, frutto di una continua selezione naturale e di un continuo affinamento delle tecniche di trasformazione, che rappresentano un vanto per la nostra agricoltura e per la nostra industria agro-alimentare. Le ricerche in questo ambito si rendono necessarie al fine di:

- impedire che entrino nel Paese organismi non voluti, che potrebbero determinare una variazione permanente delle caratteristiche qualitative delle nostre produzioni tipiche  (IGP, DOP, DOC, biologiche, ecc.). Per esempio, sarà necessario verificare se il “Parmigiano Reggiano”, ma così anche per le altre produzioni, mantiene le medesime caratteristiche organolettiche anche nel caso in cui per la sua produzione sia utilizzato latte proveniente da vacche alimentate con mangimi di origine transgenica (stessa cosa dicasi per il “Prosciutto di Parma” e per le altre produzioni tipiche);

- impedire che determinate scelte possano mettere in crisi la competitività della nostra agricoltura, soprattutto quella attuata nelle aree marginali, che, come è risaputo, svolge anche altre importanti funzioni che non sono esclusivamente legate alla produzione di derrate alimentari (paesaggio, assetto idrogeologico, tutela della flora e della fauna, ecc.);

- verificare gli effetti ambientali reali e potenziali degli organismi transgenici (impatti diretti e indiretti, effetti sulla flora, effetti sulla fauna,  effetti sul terreno, effetti sugli ecosistemi, effetti economici, ecc.), al fine di fornire una risposta univoca a quelli che attualmente sono i principali dubbi che caratterizzano l’applicazione di questa tecnologia.

In particolare, occorrerà verificare se risponde al vero che:

-         possano esserci delle interazioni tra le piante transgeniche e le loro parentali selvatiche, con la possibilità di trasferimento a queste ultime del transgene per la resistenza ai diserbanti, con conseguente creazione di “superinfestanti” resistenti esse stesse al diserbante (come per esempio può accadere tra Colza RR e senape selvatica);

-  vi possa essere la possibilità di trasferimento a piante parentali selvatiche del transgene per la resistenza agli insetti;

-  si abbia la selezione nel tempo di insetti resistenti alla tossina insetticida prodotta dal transgene nelle piante BT;

-  si possa avere un’azione della tossina insetticida anche nei confronti di insetti non bersaglio;

-  si possa avere un comportamento infestante delle PT resistenti al diserbante, con aggravamento delle problematiche agronomiche connesse al contenimento dei danni provocati dalle piante infestanti;

- si abbia una riduzione della biodiversità, in relazione alla forte specializzazione produttiva che accompagnerà la coltivazione di queste piante.
   
Di estrema importanza per il nostro Paese è anche la verifica degli effetti legati all’eventuale modificazione del paesaggio rurale, in relazione al fatto che la transgenesi potrebbe essere in grado di eliminare quelle limitazioni di carattere ambientale che oggigiorno impediscono la diffusione di determinate piante in ambiti territoriali a loro ostili (per assurdo si potrebbe pensare alla diffusione nel nostro Paese di coltivazioni di banane, di datteri, ecc.).
Per quanto attiene, infine, all’economicità, occorrerà verificare se le coltivazioni transgeniche rispondono o meno ad obiettivi di sviluppo sostenibile e se le stesse sono in sintonia con gli obiettivi di politica agraria. In particolare, occorrerà verificare se esse sono in grado di determinare:

- un aumento della competitività dell'agricoltura, in relazione alle aperture del commercio internazionale previste dagli Accordi GATT;

- un aumento della qualità dei prodotti agricoli, in relazione alle nuove esigenze dei consumatori;

- una maggior sostenibilità ambientale delle pratiche agricole;

- il mantenimento del prezzo delle produzioni alimentari ad un livello accettabile per gli agricoltori e per i consumatori;

- l’impostazione di adeguate politiche di sviluppo rurale, al fine di evitare fenomeni di esodo rurale;

- la multifunzionalità dell'agricoltura, al fine di favorire altre forme di integrazione al reddito dell'agricoltore;

- il decentramento e la semplificazione burocratica dell'attività agricola.

Preoccupante per il nostro Paese è la possibilità offerta dalle moderne biotecnologie di:

- indurre nelle piante la resistenza a fattori pedoclimatici avversi (caldo, freddo, ph, contenuto di calcare, contenuto di sodio, ecc.), al fine di consentire la coltivazione di piante tipiche del nostro territorio (fragola, agrumi, olivo, vite, ortaggi, ecc.) anche in altre aree del pianeta, che presentano limitazioni di tipo pedoclimatico. Quando sarà possibile produrre di tutto ovunque, con ogni probabilità le produzioni si sposteranno laddove minori sono i costi di produzione e laddove minori sono le limitazioni di carattere ambientale e di carattere produttivo (ci si riferisce alle limitazioni nell’uso di concimi, di fitofarmaci, ecc.);

- far produrre a piante annuali le sostanze che attualmente otteniamo dopo anni di allevamento da piante arboree (per esempio sembra che sia possibile ottenere dalla coltivazione di colza transgenica un olio "sostanzialmente equivalente" a quello ottenuto dalla spremitura delle olive), e gli esempi potrebbero continuare ancora.

Da un punto di vista economico occorrerà infine operare un confronto tra i costi di produzione in agricoltura convenzionale e transgenica, al fine di stimare l’effetto che l’introduzione di questi nuovi prodotti potrebbe avere sul sistema dei prezzi dei prodotti alimentari.

Nell’ambito dei costi, un ruolo importante assumeranno anche quelli di distribuzione, in quanto la segregazione delle filiere produttive implica la necessità di effettuare analisi del DNA e certificazioni di processo e di prodotto caratterizzate da elevati costi. Da rilevare a questo proposito che fin tanto che permarranno perplessità e incertezze nell’uso di questi nuovi alimenti non si intravedono grandi vantaggi economici per il consumatore, in quanto i costi dei controlli ed i costi di segregazione delle due filiere andranno a compensare, se non a superare, gli auspicati minori costi di produzione della fase agricola.

In questo contesto occorre credere nella ricerca e affidarle il compito di fornire certezze in merito a scelte che possono avere ripercussioni a lungo termine per il nostro sviluppo e per quello delle generazioni future.

Gent. Sen. Cattaneo, colui che Le ha suggerito questa domanda l’ha utilizzata per far credere alla gente comune che c’è oscurantismo nei confronti degli OGM, ma non è vero! La ricerca può andare avanti senza problemi. Rimane il fatto che in presenza di risorse scarse, esistono campi della ricerca socialmente più importanti degli OGM. Pensiamo, per esempio a tutta la problematica relativa al mantenimento dell’agricoltura nelle aree di collina e di montagna del nostro Paese, al fine di limitare l’esodo rurale e al fine di consentire una corretta utilizzazione del territorio al fine di frenare il dissesto idrogeologico.


 Cara Neuroscienziata Elena Cattaneo, ancora una volta, come vede, non è tutto così semplice. E’ vero che il mais Bt come da Lei auspicato potrebbe contribuire al benessere della nostra Società, ma il benessere non è dato solo da elementi di carattere economico, è qualcosa di molto più complesso. Tenga poi presente che le importazioni sono inevitabili, poiché molto spesso nel Commercio Internazionale siamo costretti ad accettare prodotti agricoli in cambio di prodotti industriali.