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venerdì 17 gennaio 2014

Non è vero che tutte le Società Scientifiche abbiano affermato che non ci sono problemi ambientali con gli OGM

I sostenitori degli OGM affermano spesso che tutti gli scienziati, ovvero tutte le Società Scientifiche italiane, sono a favore di questa nuova tecnologia per l'agricoltura del nostro Paese. Questa affermazione, purtroppo, non è vera, in quanto, fin dal lontano 2002, la Società Italiana di Ecologia ci aveva messo al corrente degli effetti ambientali che l'introduzione degli OGM avrebbe potuto avere, con particolare riferimento alla perdita di biodiversità...........e la biodiversità, come sappiamo, è alla base della vita......senza biodiversità non c'è vita!

Di seguito il documento. E' un documento complesso, che presenta uno specifico capitolo sugli OGM.


Scienza e ambiente 2002 – Società Italiana di Ecologia
http://www.ecologia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=23:scienza-e-ambiente-2002&catid=23:appelli&Itemid=210


Come reazione ad alcune esagerazioni di taluni movimenti ambientalisti si va diffondendo la nuova moda di negare l'esistenza di alcuni gravi problemi ambientali per il nostro pianeta. Si afferma inoltre che le politiche di conservazione della natura sono di impedimento allo sviluppo civile ed economico e ostacolano il progresso scientifico. Come scienziati che hanno a cuore la protezione dell'ambiente al di là di ogni credo politico vogliamo invece ribadire, senza allarmismi, ma anche senza ottimismi fideistici, che i problemi che affliggono la nostra Terra sono davvero ingenti. Purtroppo non possiamo non rilevare che anche alcuni colleghi scienziati, facendosi paladini di una visione scientifica parziale e di una tendenza alla semplificazione di problemi intrinsecamente complessi, tendono ad avvalorare la nuova moda "negazionista". Essi inoltre ripropongono l'idea che i problemi dell'umanità, quali la fame e il degrado ambientale, possano essere risolti dal solo progresso scientifico e tecnologico, anzi dal solo progresso in alcune specifiche aree scientifiche. Siamo invece convinti che solo un progresso equilibrato in tutti i settori scientifici e tecnici e solo la parallela adozione di adeguate politiche sociali ed economiche e di conservazione della natura potranno portare ad un reale miglioramento delle condizioni di vita del nostro pianeta.
Più specificatamente vogliamo fare chiarezza su alcuni temi di attualità portando, come scienziati, precise osservazioni ad alcune affermazioni che vengono proposte all'opinione pubblica.
- Riscaldamento globale: secondo taluni non ci sarebbero prove scientifiche del graduale riscaldamento dell'atmosfera della Terra; i cambiamenti climatici ci sono sempre stati e l'eventuale riscaldamento non può essere imputato all'attività dell'uomo.
Nei 160.000 anni precedenti il 1850 la concentrazione di biossido di carbonio in atmosfera è sempre rimasta compresa tra 190 e 290 parti per milione con lente variazioni; dal 1850 ad oggi è aumentata continuamente, passando da 280 a 370 parti per milione. In base alle conoscenze scientifiche attuali, un aumento di tale portata in un tempo così breve non era mai stato registrato prima nella storia della Terra. Non v'è dubbio che tale continua crescita sia dovuta alle emissioni da combustibili fossili e alla deforestazione. Inoltre esiste da centinaia di migliaia di anni una correlazione fortissima tra le concentrazioni di biossido di carbonio e la temperatura media della terra, come scientificamente provato al di là di ogni dubbio negli ultimi anni. Le previsioni più recenti, basate sui modelli di illustri colleghi climatologi, perlopiù provenienti da scuole di fisica, scienziati degni di fede e non fondamentalisti ambientali, sono che la temperatura della terra aumenterà di almeno un grado entro il 2040 se non verranno presi provvedimenti di limitazione delle emissioni.
- Biotecnologie: secondo taluni non si dovrebbero porre limitazioni alla ricerca biotecnologica che ha un ruolo fondamentale per alleviare i problemi dell'umanità.
Sotto il termine "biotecnologie" vengono in realtà indicati settori scientifici e tecnologici diversi: dallo sviluppo di nuovi farmaci (a volte, ma non sempre, basati sull'utilizzo dell'ingegneria genetica), alla clonazione di organi e organismi, all'introduzione di organismi geneticamente modificati per scopo agricolo o zootecnico. Ognuna di queste tecnologie pone problemi diversi dal punto di vista scientifico, etico e sociale e non si può quindi parlarne in maniera generica. Per quanto riguarda l'aspetto di maggiore impatto sull'ambiente, ovvero l'introduzione di organismi geneticamente modificati (OGM), vogliamo osservare che, se è vero che gli effetti sulla salute umana dell'ingestione di cibo proveniente da OGM sono stati grandemente esagerati da alcuni movimenti ambientalisti, è anche vero che alcuni scienziati hanno grandemente esagerato i benefici che possono derivare dall'utilizzo degli OGM per combattere la fame nel mondo e ne hanno minimizzato i pericoli per il mantenimento dell'ambiente naturale di cui l'uomo è parte. Va infatti ricordato che attualmente il 70% dell'area coltivata ad OGM è destinata a specie modificate per resistere all'azione degli erbicidi. L'aumento di produzione agricola dovuto a questi OGM è minimo, se non inesistente, l'unico cosiddetto "vantaggio" essendo la possibilità di utilizzare indiscriminatamente grandi quantità di erbicida senza danneggiare la specie coltivata. Ma gli OGM possono anche costituire un pericolo per il funzionamento degli ecosistemi, poichè la loro introduzione è del tutto analoga al rilascio di specie esotiche, una pratica che ha portato nel recente e lontano passato a qualche beneficio, ma anche a molti danni, di natura sia biologica che economica. L'introduzione di OGM ha già contribuito in alcuni casi al declino di specie e razze naturali e, se effettuata su larga scala, può contribuire a una drastica diminuzione della biodiversità dei nostri ecosistemi. Vogliamo ricordare con forza che a medio e lungo termine la salute dei nostri figli e dei nostri nipoti dipende dal mantenimento del funzionamento degli attuali sistemi naturali che forniscono gratuitamente non solo cibo, legname, fibre tessili, medicinali, ma anche servizi fondamentali per la nostra sopravvivenza quali la purificazione naturale di aria e acqua, il riciclo dei sali nutritivi, la stabilità dei versanti montagnosi, la protezione delle coste dall'erosione.
- Principio di precauzione: secondo taluni esso viene ingiustamente invocato per ritardare il progresso scientifico e tecnologico. 
Precisiamo che con principio di precauzione intendiamo questo: "quando ci si propone di introdurre nuove sostanze o nuove tecnologie nell'uso quotidiano bisogna partire dalla presunzione che esse possano avere un effetto nocivo sull'uomo; perciò, prima di commercializzarle e utilizzarle su larga scala, bisogna sottoporle ad un'analisi preventiva dei danni e dei benefici che possono procurare alla salute dell'uomo e dell'ambiente in cui l'uomo vive". Facciamo notare che il principio di precauzione è normalmente adottato per i nuovi farmaci: solo dopo lunghi anni di sperimentazione e di analisi dei possibili effetti negativi e dei comprovati benefici per la salute dell'uomo un nuovo farmaco può venire utilizzato e commercializzato. Simili precauzioni vengono ora adottate anche per i pesticidi. Non è razionale pensare che il principio di precauzione non debba valere anche per altre sostanze con cui l'uomo viene a contatto o che vengono immesse in natura. Finora è invece sostanzialmente invalso il principio opposto, ovvero si parte dalla presunzione che una sostanza non sia nociva e la si ritira dal commercio quando ne vengono comprovati i danni al di là di ogni dubbio. Gli esempi abbondano: basti citare l'esempio dei clorofluorocarburi, la cui immissione in atmosfera ha portato all'assottigliamento dello strato di ozono stratosferico fondamentale per la sopravvivenza degli organismi viventi. Dopo la seconda guerra mondiale sono stati sintetizzati milioni di nuove molecole, di cui alcune migliaia sono poi state commercializzate e quindi portate a contatto con vaste popolazioni di uomini, animali e piante. Solo una piccolissima percentuale di queste nuove sostanze è stata sottoposta ad analisi tossicologica. Pur senza indulgere a ingiustificati allarmismi, riteniamo del tutto corretto che questa prassi venga cambiata e resa simile a quella per i farmaci. Riteniamo inoltre che il principio di precauzione vada applicato anche agli OGM.
- Nuove infrastrutture: secondo taluni non bisogna assolutamente ostacolare i tentativi di dotare il Paese di infrastrutture vitali per lo sviluppo economico e per il miglioramento della qualità della vita della popolazione. 
Il nostro paese ha sicuramente bisogno di investire in infrastrutture. Va però precisato che i miglioramenti infrastrutturali necessari per lo sviluppo del paese non sono costituiti solo dalla costruzione di nuove strade o ponti. L'adeguamento dei finanziamenti alla ricerca scientifica di base alle percentuali di PIL degli altri Paesi avanzati, la costruzione di laboratori scientifici per gli studenti, l'apprestamento di efficienti reti informatiche e di biblioteche, la costruzione di impianti di depurazione delle acque reflue e di reti di approvvigionamento idrico, il miglioramento dei servizi tecnici di sorveglianza contro gli incendi e dei servizi idrogeologici e meteorologici sono anch'essi fondamentali investimenti infrastrutturali. Secondo noi vale il principio che le cattedrali nel deserto non servono a nessuno e quindi che gli investimenti devono essere equilibrati e andare a rafforzare tutti i settori carenti del nostro paese. Riteniamo inoltre che una nuova infrastruttura debba soddisfare a tre requisiti: a) non essere fine a se stessa, ma fornire la soluzione di una ben precisa esigenza pubblica; b) venire valutata in termini sia di costi e benefici economici che di impatto per la salute dell'uomo e dell'ambiente; c) non avere alcuna ragionevole alternativa che abbia minore costo economico e minore impatto sull'ambiente. Le valutazioni economiche, sanitarie e ambientali vanno condotte da organi indipendenti da pressioni di parte.
E' importante anche notare come il prepotente emergere negli ultimi trent'anni di una maggiore coscienza delle problematiche ambientali non sia andata a scapito del progresso scientifico, ma anzi abbia dato un enorme impulso al miglioramento tecnologico. Ad esempio i "Clean Air Act Amendments" introdotti dal parlamento statunitense nel 1990 per migliorare la qualità dell'aria non hanno affatto portato ai disastri economici previsti da alcuni critici e sono costati molto meno di quanto predetto inizialmente dalle industrie. In particolare, per quanto riguarda il programma sulle precipitazioni acide dovute al biossido di zolfo, uno studio industriale del 1989 aveva predetto un costo annuale tra 4 e 7 miliardi di dollari, ma le stime più recenti dell' US Accounting Office sono di circa due miliardi di dollari. Il costo della riformulazione del carburante a minore contenuto di benzene era stato valutato dall'industria petrolifera nel 1993 in circa 16 centesimi di dollaro al gallone, ma nel 1999 tale costo è stato valutato essere di solo un centesimo al gallone. Nel 1990 i portavoce di alcune industrie chimiche avevano predetto severi problemi economici e sociali se si fosse accelerata la dismissione dei clorofluorocarburi come refrigeranti. In realtà le industrie chimiche hanno rapidissimamente sviluppato prodotti alternativi ai clorofluorocarburi. E' confortante osservare come recentemente l'atteggiamento del mondo delle imprese verso i problemi ambientali sia cambiato radicalmente. E'sempre maggiore il numero di aziende che adotta strumenti per la gestione ambientale di impresa come i marchi verdi, l'analisi del ciclo di vita dei beni di produzione e lo schema EMAS (management e audit ambientale). Molte imprese hanno infatti scoperto che l'analisi accurata del ciclo produttivo per contenere i danni ambientali ha anche consentito loro di riorganizzare in maniera più razionale l'azienda, realizzando così importanti risparmi sui costi di produzione.
Tutti i medici riconoscono che è meglio prevenire l'insorgenza delle malattie con semplici precauzioni piuttosto che curarle con costosi medicinali quando sono insorte. Siamo convinti che anche per l'ambiente sia meglio investire nella prevenzione del degrado piuttosto che sperare nella cura a posteriori, fidando nell'onnipotenza dello sviluppo scientifico e tecnologico per la soluzione di tutti i guasti provocati dall'incuria e dalla disattenzione. Siamo perciò dell'opinione che i corsi di studio scientifici, sia quelli tradizionali sia quelli di nuova istituzione, non debbano ripiegarsi su di un sapere estremamente specializzato, ma aprirsi all'insegnamento anche di altre discipline scientifiche e di discipline socio-economiche. Solo così creeremo degli scienziati coscienti della realtà sociale in cui operano e della loro influenza sulla salute del nostro ambiente naturale. Siamo convinti che in questa maniera l'Italia non farebbe altro che continuare la sua grande tradizione umanistica nel solco di personaggi come Leonardo, che fu grande scienziato, ingegnere, osservatore della natura e al contempo grande artista.
Per concludere non possiamo infine non ricordare che la libertà di ricerca scientifica non può essere assoluta, perchè anche la ricerca scientifica e tecnologica è soggetta a limitazioni di ordine morale, come qualsiasi altra attività umana. Tra questi limiti etici c'è anche quello di non nuocere alla meravigliosa Natura che ci circonda, formatasi in miliardi di anni di evoluzione biologica.
Il Consiglio Direttivo della Societa' Italiana di Ecologia
Amalia Virzo, Presidente, Professore di Ecologia, Università di Napoli Federico II
Marino Gatto, Vicepresidente, Professore di Ecologia Applicata, Politecnico di Milano
Ferdinando Boero, Segretario, Professore di Zoologia e Biologia Marina, Università di Lecce
Alberto Castelli, Consigliere, Professore di Ecologia, Università di Pisa
Almo Farina, Consigliere, Professore di Ecologia, Università di Urbino
Carlo Gaggi, Consigliere, Professore di Ecologia, Università di Siena
Silvana Galassi, Consigliere, Professore di Ecologia, Università dell'Insubria
Pier Francesco Ghetti, Consigliere, Professore di Ecologia, Università di Venezia
Pierluigi Viaroli, Consigliere, Professore di Ecologia, Università di Parma
Ireneo Ferrari, Professore di Ecologia, Università di Parma, ex Presidente della Società Italiana di Ecologia
Hanno sottoscritto:
Gian Carlo Albertelli, Professore di Biologia, Presidente dell'Associazione Italiana di Oceanografia e Limnologia
Carlo Blasi, Professore di Conservazione della Natura e delle sue Risorse, Presidente della Società Botanica Italiana
Massimo Capaccioli, Professore di Astronomia, Direttore dell'Osservatorio Astronomico di Capodimonte, Presidente della Società Nazionale di Scienze, Lettere e Arti
Orazio Ciancio, Professore di Assestamento Forestale, Segretario Generale dell'Accademia di Scienze Forestali
Salvatore Fasulo, Professore di Citologia e Istologia, Presidente dell'Unione Zoologica Italiana
Gerardo Marotta, Presidente dell'Istituto Italiano di Studi Filosofici
Giovanni Sburlino, Professore di Conservazione della Natura e delle sue Risorse, Presidente della Società Italiana di Fitosociologia
Giulio Relini, Professore di Ecologia Animale, Presidente della Società Italiana di Biologia Marina
Luciano Bullini, Professore di Ecologia, Accademico dei Lincei
Ernesto Capanna, Professore di Anatomia Comparata, Accademico dei Lincei
Gian Carlo Carrada, Professore di Biologia marina, Università di Napoli Federico II
Roberto Cenci, Institute for Environment and Sustainability, Joint Research Centre, Ispra
Gabriella Cundari, Professore di Politica dell'Ambiente, Università di Napoli Federico II, Consigliere della Regione Campania
Stefano Guerzoni, Primo Ricercatore, CNR, Istituto di Biologia del Mare, Venezia
Donato Marino, Dirigente, Laboratorio di Botanica Marina, Stazione Zoologica A. Dohrn, Napoli
Paolo Menozzi, Professore di Ecologia, Università di Parma
Sandro Pignatti, Professore di Fondamenti di Valutazione di Impatto Ambientale, Accademico dei Lincei
Andrea Pugliese, Professore di Biomatematica, Universita' di Trento
Aristeo Renzoni, Professore di Conservazione della Natura e delle sue Risorse, Università di Siena
Sergio Rinaldi, Professore di Teoria dei Sistemi, Politecnico di Milano, Premio ITALGAS per le Scienze Ambientali
Andrea Rinaldo, Professore di Costruzioni Idrauliche e Marittime, Universita' di Padova
Remigio Rossi, Professore di Ecologia, Preside della Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali, Università di Ferrara
Renzo Rosso, Professore di Infrastrutture Idrauliche, Politecnico di Milano
Rodolfo Soncini Sessa, Professore di Modellistica e Gestione delle Risorse Naturali, Politecnico di Milano
Adesioni ricevute:
Anna Alfani, Professore di Ecologia, Università di Napoli Federico II
Paolo Boscato, Ricercatore di Archeozoologia, Università di Siena
Antonella Brozzetti, Professore di Diritto Bancario, Università di Siena
Giampiero Cai, Ricercatore di Botanica, Università di Siena
Ilaria Corsi, Assegnista di Ecotossicologia, Università di Siena
Roberto Danovaro, Professore di Ecologia, Università di Ancona
Vincenzo De Dominicis, Professore di Botanica, Università di Siena
Giulio De Leo, Professore di Ecologia Applicata, Università di Parma
Anna Elisa Fano, Professore di Ecologia, Università di Ferrara
Lucia Falciai, Ricercatrice di Ecologia, Università di Siena
Silvia Ferrozzi, Assegnista di Ecotossicologia, Università di Siena
Paolo Gambassini, Professore di Ecologia Preistorica, Università di Siena
Folco Giusti, Professore di Zoologia, Università di Siena
Maria Grazia Mazzocchi, Primo Ricercatore, Laboratorio di Oceanografia Biologica, Stazione Zoologica A. Dohrn, Napoli
Stefano Loppi, Ricercatore di Botanica, Università di Siena
Fausto Manes, Professore di Ecologia, Università di Roma La Sapienza
Giuseppe Manganelli, Professore di Zoogeografia, Università di Siena
Monica Modigh, Ricercatore, Laboratorio di Oceanografia Biologica, Stazione Zoologica A. Dohrn, Napoli
Emanuela Molinaroli, Ricercatore di Geologia Marina, Università di Venezia
Marina Montresor, Primo Ricercatore , Laboratorio di Botanica Marina, Stazione Zoologica A. Dohrn, Napoli
Massimo Nepi, Ricercatore di Botanica, Università di Siena
Ettore Pacini, Professore di Botanica, Università di Siena
Maurizio Ribera d'Alcalà, Primo Ricercatore, Laboratorio di Oceanografia Biologica, Stazione Zoologica A. Dohrn, Napoli
Annamaria Ronchitelli, Professore di Paleontologia Umana, Università di Siena
Gianni Fulvio Russo, Professore di Ecologia, Università di Napoli Parthenope
Vincenzo Saggiomo, Dirigente, Laboratorio di Oceanografia Biologica, Stazione Zoologica A. Dohrn, Napoli
Adriana Zingone, Primo Ricercatore, Laboratorio di Botanica Marina, Stazione Zoologica A. Dohrn, Napoli
Patrizia Torricelli, Professore Ordinario di Ecologia, Dipartimento di Scienze Ambientali, Università Ca' Foscari Venezia
Paolo Burlando, Professore di Idrologia e Gestione delle Risorse Idriche, Scuola Politecnica Federale di Zurigo, Svizzera
Francesco Montecchio Responsabile di Sezione Associazione Italiana per il WWF – Sezione di Este
Rino Cardone Giornalista Professionista, TG3 RAI Radio Televisione Italiana
Valerio Caramassi, Direttore di ECO SRL Marketing e Comunicazione Ambientale, Livorno
Andrea Nardini, ingegnere, esperto senior Ministero Ambiente, Servizio Sviluppo Sostenibile (Roma); socio fondatore del Centro Italiano Riqualificazione Fluviale (CIRF)
Riccardo Sedola, Direttore Tecnico Ufficio Ambiente, Comune di Maranello, Modena
Rosario Gatto, Docente, Min. Pubblica Istruzione
Daniele Fraternali, Ingegnere chimico, ex ricercatore di area ENEL, Ricercatore indipendente nel settore energia ed ambiente
Enzo Pranzini, Professore straordinario di Geografia fisica, Universtà degli Studi di Firenze
Maurizio Gioioisa, Naturalista - Resp. Ricerca, Museo Provinciale di Storia Naturale di Foggia
Adriana Galderisi, Ricercatrice CNR- Docente a contratto presso l'Università Federico II di Napoli,
Gianpaolo Salmoiraghi, Ricercatore confermato, Professore di Ecologia applicata e di Limnologia, Università di Bologna
Giannozzo Pucci, agricoltore, pubblicista, Membro Commissioni agricoltura biologica e agricoltura sostenibile del MIPAF, Associazione Fioretta Mazzei; Associazione La FierucolaOnl.
Luigi Guarrera, Direttore AMAB-Ass. Medit. Agricoltura Biologica, AMAB
Massimo Pandolfi, Docente e Ricercatore confermato, Università degli Studi di Urbino
Fabio Caporali, Professore Ordinario di Ecologia Agraria, Università della Tuscia
Anna Giovanetti, biologa, ricercatrice ENEA, CR Casaccia, Roma
Pasquale De Sole, Laboratorio di Chimica clinica - Policlinico Gemelli, Università Cattolica Sacro Cuore, Roma
Antonino Drago , Docente di Storia della Fisica, Università Federico II, membro del Com. Scient. del CIRB, Napoli
Elda Perlino, Primo Ricercatore CNR, IBBE- BARI
Franco Medici, Professore di Tecnologia dei Materiali e Chimica Applicata, Università di Roma "La Sapienza"
Elisabetta Morelli, Ricercatore presso l'Istituto di Biofisica, CNR PISA
Gioacchino Carella, Tecnico del CNR e Vice Sindaco di Capurso, Bari
Giovanni Cercignani, Ricercatore Confermato, Università degli Studi di Pisa.
Simonetta Corsolini, Ricercatore di Ecologia. Dip. Sc. Ambientali, Università di Siena
Silvia Olmastroni, Dottoranda in Scienze Polari, Dipartimento Scienze Ambientali, Siena
Stefano Mazzotti, Conservatore Zoologia, Museo di Storia Naturale, Ferrara
Daniele Vitalini, Primo Ricercatore, Istituto per la Chimica e la Tecnologia dei Materiali Polimerici, CNR, Catania
Monica Masti, Funzionario Amministrativo, Università di Siena
Antonio Finizio, Assegnista di Ricerca, Università di Milano Bicocca
Francesco Maria Senatore, Biologo Chiron Vaccines, Siena
Aldemaro Boscagli, Ricercatore, Dip. Scienze Ambientali, Università di Siena
Michele Gregorkiewitz, Professore Associato di Cristallografia, Dip. Scienze della Terra, Università di Siena
Alessandro Chiarucci, Ricercatore, Dip. Scienze Ambientali, Università di Siena
Elena Torricelli, Dottoranda in Ecologia, Dip. Scienze Ambientali, Università di Parma
Gilberto Gandolfi, Professore Ordinario di Biologia, Università di Parma
Cinzia Marchiani, Borsista Post-Dottorato, Università di Parma
Filippo Samperi, Ricercatore ICTMP (CNR)
Silvia Scozzafava, Master in Scienze Ambientali, University of Stirling, UK
Cecilia Robles, Dipartimento di Scienze Ambientali, UNiversità di Siena
Agostino Letardi, Ricercatore ENEA, Roma
Riccardo Basosi, Prof. Ordinario, Docente di Tecnologia ed Economia delle Fonti di Energia. Dip. Di Chimica – Univ. Siena
Emilio Martines, Ricercatore, Istituto Gas Ionizzati del CNR, Padova
Carlo Nike Bianchi, Ricercatore ENEA, Centro Ricerche Ambiente Marino, Santa Teresa, La Spezia
Carla Morri, Ricercatrice di Ecologia, Università di Genova
Sebastiano Calvo, Dipartimento di Scienze Botaniche, Palermo
Matteo Orlandi, Presidente del Parco Fluviale Regionale dello Stirone
Roberto Imperiali, Presidente del Circolo Culturale Palazzo Cattaneo, CR
Loreto Rossi, Professore Ordinario di Ecologia, Università di Roma "La Sapienza"
David Pellegrni, I Ricercatore, ICRAM (Istituto Centrale di Ricerca Applicata al Mare) Roma
Giovanna Ranci Ortigosa, Dottore di ricerca in Ecologia, Assegnista di ricerca, Politecnico di Milano
Giancarlo Sbrilli, Biologo Dirigente, ARPAT Piombino (LI)
Paola Grasso, International Centre for Pesticides and Health Risk Prevention (ICPS), Busto Garolfo (MI)
Daniel Franco, Prof. a contr. Ecologia del Paesagio, Università di Venezia; esperto senior Ministero Ambiente
Susanna Perlini, Direttore del Parco Regionale Oglio Sud, MN
Giacomo Santini, Ricercatore, Dipartimento Biologia Animale e Genetica,Università di Firenze
Gianumberto Caravello, Università di Padova
Riccardo Basosi, Università di Siena
Fabio Romani, Dott.in Scienze Ambientale, Ernst&Young S.p.A.– Divisione ambiente
Christian Melis, laureato in Scienze Ambientali
Tiziana Lettere, Architetto del Paesaggio, Firenze
Giuliana Guarino, Dottoranda di Ecotossicologia, Università di Siena
Claudio Malagoli, Prof. Associato di Estimo rurlae e pianificazione agricola, Università di Bologna
Gabriella Buffa, Professore Associato - Settore "Botanica ambientale ed applicata", Universita' "Ca' Foscari" di Venezia
Emanuela Molinaroli, Ricercatore, Dipartimento di Scienze Ambientali , Università di Venezia
Elena Battaglini, Ricercatore Senior ; Responsabile Area di Ricerca Ambiente, Territorio e Sicurezza; IRES (Istituto di Ricerche Economiche e Sociali) Roma
Gianni Tamino, Docente di Biologia e di Fondamenti di Diritto ambientale, Dipartimento di Biologia dell’Università di Padova
Enrico Crepaldi, Professore di Telecomunicazioni Istituto Tecnico Industriale Statale "G. Galilei" Adria (RO)
Pietro Piussi, Ordinario di Selvicoltura generale, Facoltà di Agraria, Università degli studi di Firenze
Vittorio Parisi, Docente di Zoologia, Università di Parma
Sergio Rozzi, Responsabile Servizio Tecnico Urbanistico, Ente Autonomo Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise e presidente dell'Associazione IL SALVIANO-Pro Natura Marsica
Roberto Pinton, Consulente aziendale agroalimentare, giornalista, Greenplanet Natural Network International Federation of Organc Agriculture Movements, Padova
Gigliola Puppi, Dipartimento di Biologia Vegetale, Università "La Sapienza"
Alessandro Carletti, Dottorando in Ecologia, Università degli studi di Parma
Raffaello Giannini, Professore di Genetica, Università di Firenze
Matteo Badiali, Rappresentante degli studenti CdL Scienze Ambientali - Ravoologia, Dipartimento di Biologia Animale e dell'Uomo, Università di Roma La Sapienza,
Ettore Pacini, Professore di Botanica, Università di Siena
Maurizio Ribera d' Alcalà, Primo Ricercatore, Laboratorio di Oceanografia Biologica. Stazione Zoologica A. Dohrn, Napoli
Annamaria Ronchitclli, Professore di Paleontologia Umana, Università di Siena
Gianni Fulvio Russo, Professore di Ecologia, Università di Napoli Parthenope
Vincenzo Saggiomo, Dirigente, Laboratorio di Oceanografia Biologica, Stazione Zoologica A. Dohrn, Napoli
Adriana Zingone. Primo Ricercatore, Laboratorio di Botanica Marina, Stazione Zoologica A. Dohrn, Napoli
Liliana Mammino, Associated Professor of Applied Chemistry, University of Venda, South Africa
Maurizio Fraissinet, Dirigente di Staff della Presidenza della Regione Campania per il coordinamento delle Aree Protette
Marzia Cristiana Rosi, Ricercatore Università di Firenze
Mirco Federici, Dottorando in Scienze Chimiche XVI ciclo
Annarita Leva, Ricercatore CNR Istituto Propagazione Specie Legnose, Firenze
Valerio Sbordoni, Professore di Zoologia; Coordinatore dell'Osservatorio sulla Biodiversità delle Aree Protette del Lazio (Agenzia Regionale Parchi/Università del Lazio), Università di Roma "Tor Vergata"
Bruno Sabelli, Professore di Zoologia, Università di Bologna
Laura Mancini, ricercatrice, responsabile di programmi di ricerca ed attività istituzionali. Istituto Superiore di Sanità, Roma
Francesca Cellina, Dottoranda in Ecologia, Università di Parma
Ferdinando Porciani, Docente Corso D.U.I., Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università di Firenze
Giorgio Vacchiano, Studente di Scienze Forestali Ambientali, Università di Torino
Raffaele D'Adamo, Ricercatore, Istituto per lo Studio degli Ecosistemi Costieri, Lesina (FG)
Armando Gariboldi, Naturalista libero professionista, già Direttore Generale della LIPU
Angelo Fierro, Cattedra di Ecologia, Dipartimento di Biologia Vegetale, Università Federico II, Napoli
Emilio Padoa Schioppa, Dottorando - Scienze Naturalistiche e Ambientali XV° Ciclo. Università di Milano-Bicocca
Giuseppe Zerbi, Professore ordinario di Ecologia Agraria, Università di Udine
Carlo Galli, Avvocato- Vicepresidente W.W.F. ITALIA, Lecco
Longino Contoli, ex Primo Ricercatore e Docente, CNR, Roma
Dario Occhi Villavecchia, Ingeniere Libero Professionista, Asti
Giuseppe Sansoni, Resp. U.O. Tutela Risorsa Idrica, ARPAT, Dip. di Massa Carrara
Beti Piotto, Ricercatrice all'Agenzia Nazionale Protezione dell'Ambiente, ROMA
Leonardo Nieri, Tecnico Amministrativo - Uff. Ambiente -Inquinamento Atmosferico, Amministrazione Provinciale di Pisa
Franco Paolinelli, Presidente Associazione Silvicultura Agrocultura Paesaggio, Roma
Fausta Setti, Ricercatore, Dip.di Biologia, Università di Milano
Nelli Luca, Servizio Prevenzione e Protezione, Chiron S.p.a. Siena
Giovanna Tornello, Docente di Scienze, Palermo
Mario Castorina, Dirigente di Ricerca, ENEA, Roma
Giovanni Dimitri, Presidente Associazione Italiana delle Scienze Ambientali, Parma
Angelo Parrello, Segretario Generale Commissione Intermediterranea, (organizzazione europea che associa tutte le Regioni del Mediterraneo), Livorrno
Edo Ronchi, Presidente Istituto Sviluppo Sostenibile Italia, (ISSI)
Stefano Semenzato, Vicepresidente Istituto Sviluppo Sostenibile Italia, (ISSI)
Pasquale Ventrella, Biologo- Membro Commissione Conservazione Societas Herpetologica Italica, Foggia
Maria Antonietta La Torre, Docente di Sociologia dell’ambiente e del territorio. Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa - Napoli
Franco Paolinelli, Presidente Associazione S.A.P. Silvicultura Agrocultura Paesaggio, Roma
Federico Ferrario, Laureando in Economia Politica, Università Commerciale Luigi Bocconi - Milano
Marcello Vitale, Ricercatore Confermato SSD Ecologia, Dipartimento di Biologia Vegetale, Univ. "La Sapienza"- Roma
Riccardo Santolini, Ricercatore, Docente di Ecologia, Univ. Urbino e Univ. Bologna
Antonio Di Sabatino, Ricercatore, Docente di Ecologia delle acque interne, Università di L'Aquila
Giovanni Staiano, Biologo, ANPA - Agenzia Nazionale Protezione Ambiente, Roma
Giuseppe Bogliani, Professore Associato di Zoologia, Università di Pavia
Marco Gustin, Responsabile specie e caccia, LIPU (Lega Italiana Protezione Uccelli), Parma
Irene Montanari, Biologa, Bologna
Claudio Carere, Ricercatore, Dept Animal BehaviourUniversity of Groningen, NL
Caterina Morosi, Dottorando di ricerca in Pianificazione forestale, Università degli Studi di Firenze
Carlo Rondinini, Dottorando in Biologia Animale, Università di Roma La Sapienza
Johannes Pignatti, Professore associato in Paleontologia e Paleoecologia, Università di Roma "La Sapienza"
Mariella Morbidelli, Insegnante di Scienze,MIUR, Perugia
Luciana Carotenuto, Dottore di Ricerca in Geobotanica, Università di Camerino
Pietro Politi, specialista in gestione dell'ambiente naturale e delle aree protette, Università di Camerino
Giovanni Piva, Ufficio educazione ambientale, Parco nazionale del Cilento e Vallo di Diano.
Gisella Monterosso, Specialista in gestione ambiente naturale ed aree protette, Università di Camerino
Franco Moccia, Geologo, Bari
Giovanni Monastra, Biologo ricercatore - Coordinatore Scientifico, Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione (INRAN), Roma.
Luciano Carotenuto, P. O. - titolare corso Analisi dei Sistemi , Facoltà di Ingegneria - Università della Calabria
Attilio Arillo, Professore. di Zoologia e di Meccanismi evolutivi, Università di Genova.
Ezio Marzella, Ferroviere, Ferrovie dello Stato - Rete Ferroviaria Italiana
Laura De Riso, collaboratore tecnico, Ente Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano - Ufficio Conservazione Natura
Davide Geneletti, Professore a contratto di Metodi di Valutazione Ambientale, Università degli Studi di Trento
Gretel Frangipane, Dottoranda Dip. Scienze Ambientali - Univesità Ca' Foscari di Venezia.
Maria Appiani, Architetto, Dip. di Pianificazione territoriale, Università della Calabria
Carlo Maurizio Modonesi, Biologo, Professore a contratto, Museo di Storia Naturale, Università di Parma
Vito Marino, guardia ecozoofila, A.N.P.A.N.A. Associazione Nazionale Protezione Animali Natura Ambiente, Roma

lunedì 5 novembre 2012

Anche i derivati da OGM (carne, latte, uova, ecc.) dovrebbero essere etichettati


In California, nonostante per molte settimane i sondaggi avessero dato per vincente la coalizione che voleva rendere obbligatoria l’indicazione in etichetta della presenza di ingredienti OGM, alla fine la Proposition 37 non è passata. Sembra strano, ma è vero! Nel Paese della “Statua della Libertà” i cittadini non sono liberi di mangiare quello che vogliono. Qualcuno vuole negare loro un sacrosanto diritto: “conoscere le caratteristiche qualitative delle uniche cose che essi introducono nel loro corpo, ovvero se il cibo è OGM oppure Non è OGM”. Chiedono troppo? No, non chiedono troppo, in quanto nei Paesi dell’Unione Europea, da sempre il consumatore è libero di acquistare o meno alimenti OGM, lo trova scritto in etichetta (peccato che nei supermercati di cibo OGM non ce ne sia traccia, nessun cibo è marchiato come OGM, sarebbe un metodo efficace per non venderne nemmeno una confezione!).
La cosa strana è che si è arrivati al Referendum pur in presenza di un 90% dei cittadini americani che chiede l’etichettatura dei cibi Ogm, la cui richiesta non è stata minimamente presa in considerazione dal Senato americano (lo scorso giugno il Senato Usa ha rigettato con 73 voti contrari e 26 favorevoli l’emendamento Sanders che chiedeva l’etichettatura dei cibi Ogm).

Nei Paesi dell’Unione Europea, se il cibo contiene più dello 0,9% di OGM deve essere etichettato come “Cibo OGM”.
Qualcuno allora potrebbe dire che nell’Unione Europea gli OGM non vengono utilizzati. Affermazione quanto mai sbagliata, poiché nei Paesi dell’Unione Europea è ammessa l’utilizzazione di mangimi OGM per l’alimentazione animale per l’ottenimento di carne, latte, uova, ecc. senza che venga menzionato in etichetta (non è così per gli allevamenti biologici).
Allora anche nei Paesi dell’Unione Europea c’è un problema di libertà di scelta dei cibi, in quanto se è vero che noi possiamo evitare i cibi OGM, non è vero che possiamo evitare i cibi ottenuti dalla trasformazione zootecnica degli OGM, la gran parte dei cibi che mangiamo.
E tutto questo a vantaggio degli esportatori extracomunitari di mangimi OGM, i quali continuano a produrre e a guadagnare con gli OGM, e a doppio svantaggio dei cittadini dell’Unione Europea, prima come consumatori, poiché viene negata loro la possibilità di scegliere cosa mangiare, poi come produttori, poiché in alcuni Paesi è vietato coltivare OGM, ma non è vietato importare OGM per l’alimentazione zootecnica (questo a sicuro danno dei nostri agricoltori, che devono competere sul mercato con produzioni ritenute identiche e che hanno un prezzo inferiore e, quindi, sono più competitive).

Ecco allora che, in definitiva, la situazione dei cittadini dell’Unione Europea è forse peggiore di quella dei cittadini americani, in quanto essi credono erroneamente di non acquistare OGM, ma in realtà li acquistano indirettamente quando comprano carne, latte, uova, ecc. 

Tutto questo impedisce al consumatore una reale scelta dell’alimento che vuole acquistare. Tutto questo non è libertà.

martedì 2 ottobre 2012

Ecoetica e ricerca scientifica


Ecoetica e ricerca scientifica: gli ecologi hanno qualcosa da dire?
Roberto Danovaro
Istituto di Scienze del Mare, Università di Ancona,
Via Brecce Bianche 60131 Ancona.

L’etica fa riferimento all’insieme dei valori intorno ai quali si “struttura” una comunità. Le diverse culture hanno prodotto nel tempo diverse forme di etica con presupposti ed obiettivi diversi. Negli ultimi anni la crescente coscienza sociale dell’interdipendenza dell’uomo dall’ambiente in cui vive ha portato alla formulazione di una nuova prospettiva etica: l’etica ecologica (Ecoetica). L’ecoetica rappresenta un’estensione delle problematiche della bioetica, poiché non si limita ad una visione antropocentrica del rapporto tra uomo e vita (concetto di “persona”, eutanasia, aborto, clonazione, salute, sicurezza alimentare), ma le amplia a livello di ecosistema e di biosfera.
L’ecoetica è diversa dalle etiche classiche nei presupposti e nell’approccio logico poiché si basa sulla ricerca scientifica. Il punto di partenza è dato da una constatazione banale: mai prima d’oggi, una singola specie (l’Uomo) aveva avuto un impatto così forte sulla biosfera né, fino ad oggi, una singola specie poteva condizionare la struttura degli ecosistemi, poteva creare ambienti artificiali di dimensioni confrontabili a quelli naturali trasformando radicalmente gli equilibri naturali. L’uomo è uscito dal processo di evoluzione per selezione naturale, sottraendosi alle ferree leggi della natura ed ha “rotto” un processo chiave del funzionamento dell’ecosistema: la “ciclizzazione” di materia ed energia. Non ponendosi l’obiettivo della conservazione dell’integrità della biosfera e delle specie che in essa vivono (inclusa la specie Homo sapiens), le forme di etica classiche non costituiscono i presupposti per garantire la stessa sopravvivenza dell’uomo.
Il problema di fondo da un punto di vista biologico-evolutivo è che l’uomo è nato e si è evoluto in un sistema che adesso sta profondamente modificando. Con il crescente controllo sull’ambiente l’uomo sta alterando i presupposti evolutivi che ne hanno permesso l’affermazione e la dominanza sul globo. Non solo. L’uomo investe  le proprie energie nel rendere sempre più egemonica la propria posizione nel contesto della biosfera. Gran parte dei finanziamenti rivolti alla ricerca scientifica, infatti, sono indirizzati all’aumento dell’aspettativa di vita media o alla predizione di eventi naturali (modellistica ambientale, cambiamenti climatici). Questo semplice concetto contiene uno spunto di riflessione importante: la natura è vista sempre più come fonte di beni e servizi che permettono all’uomo, o a pochi uomini, di mantenere l’egemonia su altri. Questa visione distorta delle relazioni tra l’uomo e l’ambiente non può non avere conseguenze importanti sulla qualità della vita umana.
Le problematiche relative allo stato di salute degli ecosistemi e al concetto d’inquinamento sono fondamentalmente legate al rapporto tra uomo e ambiente. L’inquinamento, il danno ambientale sono le manifestazioni di una “malattia” dell’ecosistema in cui l’uomo vive. Quello che sappiamo dell’inquinamento è che parte dei cambiamenti osservati negli ecosistemi avvengono in modo naturale, mentre alcuni processi vengono accelerati o modificati dall’intervento dell’uomo. Tuttavia il “giocattolo ambiente” diviene “problema” di pubblico interesse solo quando si “rompe” e non può essere più utilizzato proficuamente. La distruzione degli habitat è una delle cause più importanti della perdita di biodiversità. L’ambiente viene fruttato, degradato, proprio alla stregua di un prodotto consumistico di facile accesso. Questo è stato possibile senza sensi di colpa almeno fino alla fine degli anni ’60, con la  comparsa dei primi movimenti ambientalisti. Purtroppo,  il concetto di salvaguardia ambientale appare tuttora soggetto di sensibilità individuale. Ancora una volta il sospetto è che la scarsa sensibilità ai problemi ambientali riveli nuove conflittualità tra protezione dell’ambiente e prospettive economiche. Si stanno aprendo nuovi mercati e tra questi l’uso dell’ambiente naturale si sta proponendo in modo prepotente come oggetto del business del futuro, all’insegna del motto: “distruggere per ricostruire”.
La progressiva distruzione degli habitat, l’utilizzo e lo sfruttamento non sostenibile delle risorse ambientali stanno portando rapidamente le società avanzate ad investire nel recupero ambientale. Dal momento che la distruzione degli habitat non è ancora “eticamente” deplorevole (e spesso non viene sanzionata dalle istituzioni), il degrado ambientale può rappresentare uno dei maggiori investimenti dell’ “industria del recupero” del prossimo futuro.
L’industria chimica e la cosiddetta “tecno-scienza”  hanno portato alla produzione chimica oltre 1000 nuove molecole ed alla distribuzione di oltre 10.000 prodotti chimici ogni anno. Qual è l’impatto di queste nuove sostanze introdotte nell’ambiente? In generale è tacitamente “accettato” il concetto (essenziale a non danneggiare l’economia delle imprese) che le “sostanza chimiche sono “innocenti” fino a quando non ne viene provata la dannosità”.
Negli ultimi anni si parla sempre più frequentemente di micro-inquinanti, di molecole ad azione biologica in grado di mimare l’effetto di ormoni o in grado di alterare la produzione o l’effetto di ormoni (endocrine disrupters) con conseguenze immediate sulla salute e sul comportamento umano. I prodotti chimici vengono testati nel caso del loro utilizzo diretto da parte dell’uomo (rischio sanitario), ma vengono trascurati gli studi volti ad appurare l’effetto sull’ambiente di queste sostanze. Cosa può dire l’ecologo a questo proposito? Determinare la presenza di contaminanti nell’ambiente piuttosto che il loro effetto a livello sistemico è (eco)eticamente corretto?
L’uomo sembra prendere coscienza dei limiti di tolleranza dell’ambiente. Tuttavia, la “spinta” al recupero ambientale è ancora ostaggio della reazione sociale emotiva scatenata da disastri ambientali. Le reazioni emotive sono, per loro natura, tanto forti e spontanee quanto temporanee e spesso prive d’adeguata pianificazione. Forse per questa ragione, le politiche d’intervento dettate da casi d’emergenza ambientale si sono rivelate inefficaci e spesso fallimentari. Ne sono un esempio i casi d’incidenti di petroliere o i tentativi di combattere l’insorgenza di mucillagini in Adriatico. Enorme spreco di fondi e mancanza di pianificazione.
I disastri ambientali distraggono l’attenzione pubblica da un rischio più importante ancorché silente: l’inquinamentocronico. Tutti i prodotti chimici di uso domestico e industriale vengono sintetizzati, prodotti e commercializzati senza alcun principio cautelativo. Servono anni (un tempo infinito per l’economia contemporanea) affinché la ricerca dia una risposta. Immancabilmente, quando alcune molecole vengono escluse dal mercato il danno è già stato fatto, n’è un esempio storico il DDT e più recentemente l’uso di antivegetativi quali il TBT. L’impressione che ho avuto dalle sortite mass-mediali di molti colleghi (un esempio per tutti: il caso dell’alga killer in Mediterraneo o l’Acanthaster in Australia) è che molti scienziati cerchino di  cavalcare la logica del dare pubblicità a presunti disastri ambientali paventando come disastro anche ciò che disastro non è (o non è provato che lo sia). L’obiettivo è  robabilmente quello di aumentare la sensibilità del pubblico verso determinati problemi e, quindi, di incrementare i fondi per la ricerca. Cui prodest? Alla ricerca? Alla programmazione? Edonismo scientifico? E qual è il messaggio/immagine che trasferiamo all’opinione pubblica? L’invasione di specie aliene è certamente un problema di scala globale. Ma la riduzione delle praterie di Posidonia oceanica o della biodiversità (?) in Mediterraneo sono da imputarsi all’invasione di un’alga killer o alla distruzione degli habitat, all’eutrofizzazione e cementificazione delle coste? Credo che almeno i ricercatori dovrebbero mantenere la giusta dimensione dei problemi per poter proporre le giuste soluzioni alla società ed alle istituzioni.
Gli organismi transgenici e più in generale gli organismi geneticamente modificati, da un punto di vista ecologico, possono essere considerati alla stregua di specie aliene. Modificare geneticamente un organismo vuol dire produrre una nuova varietà, determinare artificiosamente una variabilità intraspecifica. Le problematiche relative all’utilizzo di specie transgeniche in agricoltura sono state già esaustivamente esposte in una lettera precedentemente pubblicata da questo bollettino. Tra i benefici prospettati dall’uso di OGM vi è il miglioramento della qualità della vita. Una realtà certa è l’esistenza di una forte spinta economica nella direzione della ricerca e della produzione di prodotti manipolati geneticamente, soprattutto in ambito  agroalimentare. Tali ricerche dovrebbero essere sostenute con il finanziamento da parte d’istituzioni pubbliche. Tuttavia, assistiamo ad un forte sostegno da parte di aziende private, incluse importanti multinazionali, che assumendo il controllo delle ricerche, porteranno necessariamente ad un orientamento in termini produttivi prima che conoscitivi dell’effetto degli OGM sull’ambiente. Tuttavia in questa fase di sviluppo del pensiero scientifico le ricerche devono essere orientate anche alla comprensione di alcune problematiche chiave che hanno ripercussioni di natura etica.
Uno degli aspetti che si rivela potenzialmente più pericoloso è che pistole che sparano DNA all’interno delle cellule (gene guns) non permettono di capire dove si inserisce esattamente il transgene nell’ambito del DNA della cellula ospite. Recentemente è stata sviluppata l’ipotesi che dovrebbe metterci in guardia sulle potenziali conseguenze ecologiche dell’introduzione di organismi geneticamente modificati nell’ambiente. L’ipotesi del Gene di Troia (Trojan gene hypothesis)  è stata formulata per i pesci medaka (pesci ornamentali che vengono allevati soprattutto in Giappone) che vengono prodotti in laboratorio con tecniche di ingegneria genetica. Questi pesci, di maggiori dimensioni dei corrispettivi selvatici, producono molti più gameti quelli non modificati e sono in grado di fecondare più femmine. Tuttavia sono anche più cagionevoli dei selvatici e quindi con una vita media molto più breve. In altri termini si riproducono più facilmente ma poi muoiono prima.
Lo stesso processo è stato dimostrato anche per il salmone transgenico, largamente utilizzato in acquacoltura, soprattutto in Norvegia. Recenti studi hanno stimato che se salmoni ingegnerizzati fossero messi a contatto con una comunità selvatica, accidentalmente o intenzionalmente (e molti esemplari sono già sfuggiti agli impianti dove erano allevati), la varietà selvatica potrebbe estinguersi in meno di 40 generazioni. Le specie transgeniche possono non essere “super-specie”, ma “cavalli di Troia” in grado di sostituirsi alle naturali per poi estinguersi.
Un problema altrettanto importante da un punto di vista ecologico è il gene flow, ovvero il flusso genico tra organismi geneticamente modificati (e.g., piante transgeniche) e piante/organismi naturali e selvatici. Il trasferimento di geni per la resistenza agli erbicidi da piante transgeniche a piante selvatiche è stato largamente dimostrato. Tuttavia è stata recentemente dimostrata anche la possibilità di un flusso genico tra organismi appartenenti a Regni diversi, ad esempio organismi  vegetali e batteri. Acinetobacter incorpora il DNA transgenico della barbabietola da zucchero.
Un altro problema ambientale legato all’uso di OGM è dato dal caso della farfalla monarca (Danaus plexippus). Il bruco di questa farfalla, mangiando il  polline del mais transgenico muore. Dato che il polline, trasportato dal vento, può essere distribuito in aree molto ampie le conseguenze ecologiche possono essere potenzialmente rilevanti anche su larga scala. Recenti studi hanno dimostrato che la creazione di forme di resistenza a seguito di uno scambio genico tra organismi selvatici e geneticamente modificati determina un aumento da 2 a 5 volte dell’uso di erbicidi e di pesticidi, con un conseguente aumento dei danni all’ambiente. Questo risultato dovrebbe far riflettere sulla convenienza da un punto di vista ecologico (riduzione inquinamento per ridotto uso di erbicidi). Quali potrebbero essere le possibili conseguenze di un uso di piante transgeniche su larga scala? Diminuzione della biodiversità? Creazione di forme resistenti (come già avvenuto in passato con il DDT)?
Il problema, da un punto di vista ecologico, quindi non è solo dato dalla preoccupazione di ingerire degli organismi geneticamente modificati (per le possibili conseguenze dirette sulla salute umana), ma vedere quali sono gli effetti su una scala più ampia, su una scala ecosistemica. La politica di ricerca e/o adozione degli OGM non è forse un problema inerente gli aspetti dell’ecoetica? Qual è il costo del degrado ambientale? Certamente non può essere solo delle sue potenzialità di sfruttamento economico o di monetizzazione in chiave eco-turistica, ma neppure il costo del recupero/biorisanamento dell’ambiente. Il fatto che le biotecnologie della clonazione facciano balenare l’idea che sia presto possibile riprodurre specie estinte (come in Jurassic Park) può rappresentare un facile alibi per coloro che tendono a considerare ogni danno inflitto alla natura come “recuperabile”. Inclusa la scomparsa di una specie. Un  prezzo che potrebbe essere quantificato con il costo necessario a finanziare le ricerche e l’attuazione di una clonazione postuma. Anche se ciò fosse possibile, il danno “sistemico” dato dalla scomparsa di una o più specie sul funzionamento dell’ecosistema o sui processi co-evolutivi  non può essere quantificato in questi termini. In altre parole, anche clonando la specie estinta, il danno ambientale, di fatto, non sarebbe riparato. Inoltre, appare evidente che l’estinzione di una specie non è dovuta alla morte di tutti gli esemplari che la rappresentano, ma anche, e soprattutto, alla scomparsa delle condizioni ambientali che ne permettono la prosperità. Questa perdita è difficilmente  colmabile.
Un altro problema rilevante dal punto di vista etico è quello dei brevetti. Un brevetto è, per definizione, legato all’invenzione di qualcosa di originale, di nuovo, per il quale vengono richieste delle “royalties” (diritti dell’inventore) nel caso in cui qualcuno voglia copiare o utilizzare lo strumento inventato. Se io invento il jukebox lo brevetto, se un’azienda vuole costruire lo stesso juke-box deve pagare una royalty, questo è normale. Sarebbe tuttavia necessario chiedersi se è giusto brevettare degli  organismi geneticamente modificati. I geni esistono in natura, noi non facciamo altro che potenziarne le applicazioni prelevandoli da un organismo ed innestandoli in un altro. In altri termini: è eticamente corretto brevettare un gene?
Possiamo dire che è eticamente  corretto brevettare le invenzioni, ma lo è altrettanto brevettare le scoperte scientifiche? Il problema etico si pone anche con la nascita del mercato dei prodotti “terminator” (sementi suicide, ovvero sementi che hanno un gene suicida “autokilling”). Il flusso genico di geni autokilling sta determinando l’estinzione delle forme selvatiche contaminate. Nel tempo, si è creata anche una notevole diffidenza verso questo tipo di prodotti ed i governi di numerosi paesi hanno chiesto maggiori informazioni e garanzie rispetto all’impiego di tali prodotti. A questo proposito ecco la risposta di Harry Collins, un responsabile del settore ricerche di una di queste multinazionali (la Delta & Pine Land Seed Co) nel Gennaio 2000:
We’ve continued right on with work on the Technology Protection System [Terminator]. We never really slowed down. We’re on target, moving ahead to commercialize it. We never really backed off.
Dovremmo interrogarci su quale sia la responsabilità (eco)etica di tale atteggiamento.
Esistono obiettivamente poche possibilità per imporre un comportamento ecologicamente ed eticamente responsabile. Tuttavia credo che, piuttosto che chiedere un blocco totale dei diritti dei brevetti basati sull’uso di geni e di organismi geneticamente modificati, si possa proporre che una percentuale dei proventi di tali brevetti venga destinata alle istituzioni pubbliche per scopi socialmente utili. Tra questi, in primo luogo, il finanziamento della ricerca volta a comprendere gli effetti ecologici o sanitari di tali prodotti o, se questi sono stati riconosciuti come non dannosi, devoluti a scopi sociali. In tal modo si garantirebbe l’interesse alla tutela dell’ambiente, si incrementerebbero i fondi per la ricerca in campo ambientale, si infonderebbe un maggior senso di fiducia della società nei confronti degli scienziati (sempre più percepiti come strumenti nelle mani delle multinazionali e dei loro segreti scientifici), si avrebbe una ricaduta socialmente utile e la possibilità effettiva di compiere questo tipo di ricerche (che richiedono notevoli risorse economiche). Le tesi della neonata Unione Internazionale di Ecoetica (EEIU; www.eeiu.org) possono essere così sintetizzate. La prima regola per conciliare economia ed ecologia è ristabilire una compatibilità tra un metabolismo naturale e un metabolismo antropico. L’uomo ha operato un’accelerazione dello sfruttamento delle risorse che non permette più agli ecosistemi di rigenerarsi. Il secondo punto consiste nell’accettare la responsabilità umana sulle componenti dell’ecosistema, ma al contempo limitare il suo controllo sull’ambiente. L’uomo non può pensare di utilizzare l’ambiente sfruttandone le risorse per poi “risanarlo”, perché questo vuol dire semplicemente aumentare la dipendenza dell’ambiente dall’uomo, e di conseguenza rendere ancora più artificiale l’ecosistema naturale. Quando parliamo di protezione ambientale nel senso di intervento dell’uomo (per es., ingegneria ambientale o biorisanamento e biotecnologie ambientali), dovremmo comprendere a fondo le conseguenze effettive di tali interventi. L’auspicio sarebbe quello di rendere alla natura il principio dell’autoregolazione. Inoltre, è fondamentale stabilire/definire che cosa è “bene/benefico” e cosa è “danno” per decidere in una prospettiva di lungo termine ciò che è bene fare da ciò che non è giusto fare, indipendentemente dalla presenza di un interesse di tipo economico. Produrre un danno nel presente che verrà scontato dalle generazioni future è eticamente inaccettabile anche se prevedessimo una progressiva diminuzione del rischio ambientale nel tempo. Quantificare il danno ambientale per identificare a priori ciò che riteniamo accettabile e ciò che riteniamo non accettabile.
Ciò che non possiamo regolamentare a posteriori, possiamo deciderlo a priori, quindi se noi stabiliamo a priori quello che è accettabile, possiamo già introdurlo come regolamentazione delle attività dell’uomo. Le istituzioni hanno il dovere di “monitorare” la qualità ambientale usando non solo la migliore tecnologia disponibile, ma anche la massima chiarezza legislativa. Le politiche ambientali scelte ed imposte a livello di Comunità Europea possono funzionare. L’adozione dell’uso della benzina verde ha determinato una forte diminuzione (di circa venti volte) dei livelli di piombo in mare. Questo dimostra che è possibile adottare delle politiche ambientali e, se le scelte ambientali si riveleranno giuste, ottenere buoni risultati per l’ambiente. Gli strumenti di intervento esistono.
E’ necessario un confronto tra ecologi, istituzioni, associazioni ambientaliste e settori produttivi per discutere l’importanza dell’accettazione di principi precauzionali. Il senso di tali principi può essere sintetizzato con il concetto: “non inserire o utilizzare prodotti di cui non sia stata dimostrata l’innocuità da un punto divista sanitario e ambientale”. Questo concetto si può facilmente applicare sia nel caso di prodotti chimici che per organismi geneticamente modificati, ribaltando così il concetto dell’ “usare” fino a quando non si dimostra la dannosità. La scienza ha responsabilità importanti: deve sviluppare la ricerca anche su tematiche delicate e controverse (come quelle relative agli organismi geneticamente modificati), poiché non esiste altro modo di valutare le conseguenze (positive o negative) dei prodotti della ricerca scientifica che quello di continuare la ricerca stessa. E’ necessario tuttavia che la ricerca venga sviluppata e incrementata con l’utilizzo di fondi pubblici anziché privati. Questo per la necessità di non sottostare alla sola prospettiva economica del prodotto scientifico.
Ma la scienza non deve solo rivendicare il diritto alla conoscenza. L’asservimento della scienza agli interessi economici è un sospetto crescente a livello delle diverse componenti della nostra società. È importante che la Scienza sciolga quest’ambiguità, per evitare che la “paura” della Scienza determini un tramonto della ragion critica che ci precipiterebbe in un nuovo “medioevo del pensiero”. La Ricerca Scientifica ha davanti a sé un duro lavoro da compiere:
deve entrare in una fase propositiva: pensare al futuro per costruirlo. L’Ecoetica può contribuire a porre le basi, i valori, i riferimenti di questo processo. Tuttavia  mancano, a mio avviso, anche a livello locale o nazionale, le indicazioni, le prospettive e le soluzioni che potrebbero essere fornite dagli ecologi. Gli ecologi non ci sono. Non vogliono/riescono a fare sentire la loro voce. Più semplicemente spesso non hanno idee ben definite rispetto a queste problematiche o non le esplicitano.
L’invito che porgo in questa sede alla Società Italiana di Ecologia è quello del contribuire alla creazione di una Rete di Ecologi interessati all’Ecoetica, all’etica della Ricerca Scientifica, alla comprensione delle ripercussioni ecologiche di tutte le espressioni della ricerca scientifica e allo stimolo di politiche sociali che tengano conto delle prospettive ecosistemiche di ogni scelta. Una Rete che accolga la sfida di una fase propositiva, che sappia far sentire la propria voce a livello istituzionale, mass-mediale e che promuova la cultura della ricerca ecologica e denunci i rischi di scelte ecoeticamente scorrette.
Un’occasione importante, ammesso che gli ecologi abbiano qualcosa da dire….