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martedì 7 gennaio 2014

NELLA BOZZA DI DOCUMENTO SULLA “COESISTENZA OGM” DELLA REGIONE FRIULI VENEZIA GIULIA” MANCANO LE “AREE RIFUGIO”

Premesso che la coesistenza tra coltivazioni OGM e coltivazioni “non OGM” è un “Cavallo di Troia” e prima o poi, in uno stesso mercato, le coltivazioni OGM soppianteranno le coltivazioni “non OGM” (la moneta cattiva scaccia la moneta buona), a mio parere ci sono alcune cose che non vanno nella “BOZZA DI DOCUMENTO SULLA “COESISTENZA OGM” DELLA REGIONE FRIULI VENEZIA GIULIA”.

In particolare, salta subito all’occhio che questa bozza non prevede la realizzazione delle “Aree rifugio per gli insetti”, così come stabilito dalla “Grover Guide per il Coltivatore” negli USA. Come è risaputo le “Aree Rifugio” sono rappresentate da aree coltivate a mais convenzionale (fino al 50% della superficie coltivata a mais Bt), allo scopo di evitare che soggetti di piralide resistenti alla proteina Bt localizzati nel campo di mais BT, vadano a fecondare altri soggetti resistenti, sempre localizzati nel campo di mais BT, dando così origine ad una progenie resistente. 

Il giochetto è presto spiegato: se noi accanto ad un campo di mais Bt mettiamo un campo di mais convenzionale, con ogni probabilità nel campo di mais Bt si selezioneranno insetti resistenti alla tossina Bt, mentre nel campo di mais convenzionale ci saranno soggetti non resistenti. L’esclusiva presenza di coltivazioni di mais Bt determinerebbe una forte presenza di soggetti resistenti (maschi e femmine), con creazione di progenie di insetti resistenti. Mettendo accanto al campo di mais Bt un campo di mais convenzionale, la formazione di progenie di piralide resistente alla tossina Bt è notevolmente rallentata, non evitata, in quanto soggetti resistenti provenienti dal campo di mais Bt possono fecondarsi con soggetti non resistenti provenienti dal campo di mais convenzionale.

Il fatto che si selezionino “ceppi di piralide” resistenti alla tossina Bt, rappresenterebbe un grande guaio per gli agricoltori biologici e per molti agricoltori convenzionali che, oggigiorno, anche al fine di rispettare talune esigenze della Grande Distribuzione Organizzata (GDO), utilizzano il Bacillus thuringiensis per il contenimento degli attacchi di taluni insetti.


E’ questa una pratica colturale estremamente necessaria, obbligatoriamente adottata anche negli USA e che è sicuramente da introdurre nelle norme di coesistenza.

sabato 23 novembre 2013

In Friuli Venezia Giulia una petizione a favore del mais OGM

Una petizione pro mais OGM sottoscritta da 400 imprenditori agricoli e' stata recentemente consegnata  al Presidente del Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia. In relazione alla definizione delle “Regole di coesistenza”, i firmatari hanno fatto presente che nelle campagne del Friuli Venezia Giulia è prassi consolidata la coltivazione simultanea di mais bianco e di mais giallo, che ha consentito la pacifica coesistenza fra imprenditori che perseguono i loro diversi obiettivi economici, senza che si sia mai creato alcun contenzioso giudiziario. Proprio in considerazione di questa secolare pratica, i firmatari sottintendono che non è necessaria alcuna regola di coesistenza tra mais convenzionale, mais OGM e mais Biologico, poiché ci penserà il mercato ad appianare ogni divergenza.
Si tratta a mio parere della solita “mezza verità” raccontata da chi, senza argomentazioni specifiche e senza alcun timore per le conseguenze che la scelta transgenica può avere sull’economia agro-industriale di un territorio, vuole adottare una tecnologia fortemente pervasiva, che non offre possibilità di coesistenza, poiché se è vero che con il mais OGM la coesistenza tecnica potrebbe anche essere possibile, in quanto il mais nel nostro Paese non ha parentali selvatiche, è altrettanto vero che non sarebbe possibile una coesistenza economica, in quanto il mais OGM modificherebbe quell’equilibrio economico che caratterizza attualmente il settore. In particolare, non essendoci etichettatura dei derivati (carne, latte, uova, ecc.) da mangimi OGM, dopo pochi anni, anche i coltivatori che volevano mantenersi “OGM free” saranno costretti dal mercato a coltivare OGM, poiché altrimenti coltiverebbero ai costi del convenzionale (più alti del transgenico), per poi vendere ai prezzi del transgenico.


Occorre poi far rilevare che il paragone “mais giallo/mais bianco” portato ad esempio di pacifica coesistenza dai promotori degli OGM in Friuli Venezia Giulia, non regge. In particolare, per i non addetti ai lavori, il “mais giallo” è quello destinato all’alimentazione animale (la quasi totalità delle coltivazioni), mentre il “mais bianco” è destinato all'alimentazione umana diretta per la produzione di particolari polente (anche in questo caso la quasi totalità). Perchè il paragone non regge? Non regge per il semplice fatto che per la gran parte della produzione di "mais bianco" non esistono soglie di tolleranza per il prodotto fecondato da polline di "mais giallo convenzionale". Pertanto il prodotto ottenuto può essere venduto senza specifica etichettatura, così come previsto per gli OGM. Diverso è il discorso relativo alla possibilità che il mais bianco destinato all'alimentazione umana sia fecondato da polline di mais OGM. In questo caso, se la percentuale di produzione finale supera lo 0,9%, il mais bianco dovrà essere etichettato come "alimento OGM" e saremmo quasi sicuri che non avrà mercato e che non ne sarà venduto un chicco!
Se si vuole avere un'idea di quello che già accade sul mercato del mais nel caso di "inquinamento genetico", è possibile portare ad esempio la coltivazione del "mais waxy". In particolare, il “mais waxy”, è caratterizzato da un’altissima percentuale di amilopectina (99%) ed una bassa quantità di amilosio (1%, rispetto al 25% del “mais giallo”), per cui è destinato a specifici usi industriali e per questa ragione gli ibridi di "mais waxy" vengono coltivati solo su contratto di coltivazione con l’industria di trasformazione. Tale contratto di coltivazione, nella fissazione del prezzo tiene conto del fatto che una parte della produzione sarà inquinata dal polline del “mais giallo convenzionale” e dovrà essere eliminata (di solito sono le 8-10 file perimetrali del campo coltivato) e destinata al mercato del “mais giallo”. Pertanto, anche il prezzo fissato nel contratto di coltivazione tiene conto di questa eventualità, con un “premio di coltivazione” che è dell’ordine di 10-20 euro/Tonnellata…….più o meno 150-300 euro/ettaro, che oggigiorno sono “gran soldi” in agricoltura (1).
In conclusione, la coesistenza tra "mais convenzionale" e "mais OGM" potrebbe anche essere possibile, ma è necessario che il mercato possa essere in grado di valorizzare la differenza esistente tra i due prodotti. Purtroppo, la possibilità di utilizzare nell'allevamento mangimi OGM, senza specifica etichettatura dei derivati ottenuti (carne, latte, uova, ecc.), impedisce al consumatore una scelta consapevole, per cui sarà impossibile dare un valore diverso ai mangimi OGM e a quelli convenzionali.   



(1) Occorre, però, considerare che rispetto al “mais giallo” il costo di coltivazione del “mais waxy” è leggermente maggiore………altrimenti tutti coltiverebbero “mais waxy”. 

venerdì 15 novembre 2013

Coesistenza tra piante OGM e piante “non OGM”: a chi spettano i costi di coesistenza?

Il problema è sicuramente attuale…….nel caso di coesistenza tra “piante non OGM”, siano esse convenzionali o biologiche, e “piante OGM”, e soprattutto nel caso in cui uno Stato preveda l'etichettatura degli alimenti derivati, ci sarà sicuramente un generalizzato aumento dei costi di coltivazione per le diverse tipologie produttive (non OGM, OGM e biologico), in relazione alle aree di rispetto, alla pulizia delle attrezzature di lavorazione e di raccolta, ai costi di segregazione, ecc.
Una domanda sorge spontanea: a chi spettano i maggiori costi di coesistenza? Agli agricoltori "non OGM” o agli agricoltori che vogliono introdurre gli OGM sul territorio nazionale? La risposta non è semplice, poiché ognuno di essi dirà che dovranno essere gli altri a sostenere i costi di coesistenza.
  Al fine di rispondere a questa domanda è necessario focalizzare l’attenzione sulle caratteristiche di ogni diversa forma di agricoltura e sui conseguenti danni che ne possono derivare nel caso di coesistenza.
Per l’agricoltore convenzionale la presenza di polline transgenico che può inquinare la sua produzione non OGM deve essere evitata, ma non costituisce un grande problema, poiché non ha una dotazione particolare di macchine da ammortizzare. L’importante è che questa soglia di inquinamento non superi la soglia dello 0,9%, così come previsto dalla Legge sull’etichettatura, per non avere una riduzione di prezzo. Nel caso in cui, invece, questa soglia superasse lo 0,9% ecco che si presentano una serie di danni per l’agricoltore convenzionale, che sarà costretto a vendere sul mercato del transgenico la sua produzione convenzionale (ha sostenuto i costi del convenzionale, per poi vendere ai prezzi, più bassi, del transgenico).
Diverso è il discorso per l’agricoltore biologico, che ha fatto le siepi intorno alla sua azienda agricola, si è dotato di macchine particolari per effettuare la “falsa semina” e per l’esecuzione dei trattamenti antiparassitari con prodotti naturali, si è dotato di strutture particolari per l’allevamento degli animali biologici, si è dotato di macchine particolari per la trasformazione dei prodotti agricolo/zootecnici, ha sopportato i minori introiti del periodo di conversione, si è sottoposto ai controlli previsti dalla Legge………..tutto questo comporta maggiori costi, con la speranza di poter ottenere maggiori prezzi di vendita, che non otterrà se il suo prodotto sarà anche in parte OGM. Con ogni probabilità il prodotto biologico inquinato da OGM non sarà accettato dalla filiera biologica e dovrà essere venduto sul mercato del convenzionale. Se poi il livello di inquinamento supererà lo 0,9%, anche questo prodotto che doveva essere biologico, dovrà essere venduto sul mercato del transgenico, con indubbi maggiori perdite negli incassi.
Chi guadagnerà da questa situazione? Gli unici che guadagneranno saranno i coltivatori di piante OGM, che vedranno aumentare i costi e le difficoltà produttive di chi fa agricoltura convenzionale e/o biologica e vedranno divenire maggiormente competitive le loro produzioni.

In una situazione come quella delineata, anche al fine di ristabilire una determinata concorrenza di mercato, è necessario che siano gli agricoltori che intendono coltivare OGM a sostenere i costi di coesistenza…….se così non fosse, dopo pochi anni le coltivazioni “non OGM”, convenzionale e biologica, scomparirebbero.

venerdì 8 novembre 2013

COESISTENZA OGM/CONVENZIONALE: VALUTAZIONE DEI DANNI

Ogni imprenditore deve essere libero di coltivare per il mercato ciò che ritiene più conveniente e/o più opportuno!” E’ questa, con ogni probabilità, la considerazione sulla base della quale l’Unione Europea, e conseguentemente il nostro Paese, prevede l’emanazione di specifiche norme per la coesistenza tra coltivazioni convenzionali e coltivazioni transgeniche. Trattasi, ovviamente, ed in termini generali, di una considerazione accettabile, con una semplice differenza nel caso degli OGM, in quanto se “è vero che non si può impedire a chi vuol coltivare transgenico di farlo, è altrettanto vero che non si può obbligare a coltivarli coloro che non li vogliono coltivare”. Tale considerazione è dettata dal fatto che questi “nuovi organismi viventi” hanno transgeni inseriti nel nucleo, che si esprimo in ogni parte della pianta (polline, foglie, radici, ecc.) e, pertanto, originano “inquinamento genetico” (il polline di queste piante si diffonde autonomamente nell’ambiente e può fecondare piante convenzionali, che, nel caso in cui il prodotto per il mercato sia costituito dal seme, originano una produzione che in parte deve essere considerata transgenica). In termini generali l’inquinamento genetico può verificarsi e rimanere circoscritto alle piante coltivate (per esempio tra mais transgenico e mais coltivato), ma può diffondersi anche tra piante coltivate e altre piante parentali selvatiche infestanti (per esempio tra colza transgenica e senape selvatica). Nel primo caso, con i dovuti e costosi accorgimenti,  l’inquinamento genetico, con ogni probabilità, potrebbe anche essere “controllato” (adeguate distanze tra campi OGM e campi convenzionali, specifiche misure agronomiche, barriere fisiche, ecc.), mentre nel secondo caso l’inquinamento genetico sarebbe di tipo pervasivo, in quanto la “pianta infestante transgenica” si diffonderebbe autonomamente nell’ambiente (col vento, con gli animali, con l’acqua, ecc.), anche a distanza di chilometri, ed il suo polline in annate successive andrebbe a fecondare “piante parentali coltivate”, che darebbero così origine ad una produzione che, in parte, sarebbe transgenica.  
La problematica introdotta precedentemente non è di poco conto, poichè nel caso di coesistenza, e soprattutto nel caso in cui l’inquinamento genetico provocasse dei danni di tipo economico, verrebbe meno quella certezza “causa/effetto” in grado di risolvere contenziosi di tipo giudiziario, tra “inquinatori e inquinati”. In particolare, mentre nel caso di piante coltivate che non hanno parentali selvatiche sarebbe semplice individuare la fonte dell’inquinamento (con ogni probabilità il campo coltivato confinante con piante transgeniche), la stessa cosa non si può dire nel caso di piante coltivate che possono essere fecondate dal polline di parentali selvatiche. Chi ha causato l’inquinamento? Il confinante che coltiva OGM, oppure il polline presente nell’ambiente delle parentali selvatiche? Le sentenze dei Giudici potranno avvalersi di elementi di certezza, oppure no? E’ ovvio che nel secondo caso gli elementi di incertezza non porteranno ad individuare un “colpevole certo”, per cui nel dubbio.................. 
Da un punto di vista pratico la domanda è la seguente: “è possibile la coesistenza tra coltivazioni agricole convenzionali (comprese quelle biologiche) e coltivazioni transgeniche?” Allo stato attuale delle cose, in relazione alle caratteristiche del materiale transgenico disponibile, che, come si è detto in precedenza, presenta transgeni inseriti nel nucleo, che si esprimono in ogni parte della pianta (polline compreso), la risposta è negativa, in quanto queste piante originano inquinamento genetico. Ecco allora che, nel caso di coesistenza, il settore produttivo che non intende produrre piante transgeniche, soprattutto nel caso di accordi contrattuali con gli utilizzatori del prodotto ottenuto dalla coltivazione, dovrà mettere a punto adeguate strategie agronomiche di contenimento dell’inquinamento genetico (sementi certificate, macchine apposite per la raccolta e per il trasporto, specifici luoghi di stoccaggio del raccolto, ecc.), al fine di poter avere “certezze” in merito alle caratteristiche qualitative del prodotto finale che intende avviare sul mercato. E’ ovvio che queste “certezze” hanno un costo, per cui, come minimo, la coesistenza tra coltivazioni transgeniche e coltivazioni convenzionali, comporterà sicuramente una lievitazione dei costi di produzione agricoli (non è ancora chiaro chi dovrà sostenere questi maggiori costi, ma si spera coloro che vogliono produrre transgenico), che potrebbe abbassare, se non addirittura annullare, i benefici economici ottenibili dalla coltivazione di materiale transgenico. E’ un primo effetto economico di una certa rilevanza, in quanto trattasi di un costo annuale, che dovrà essere sostenuto all’infinito o, quantomeno, sino al momento in cui la nostra società deciderà che l’etichettatura degli alimenti OGM non è più necessaria e verrà creata un’unica filiera di distribuzione per alimenti convenzionali e OGM.  Solo allora non saranno più necessarie norme che regolano la coesistenza, per cui le piante transgeniche si diffonderanno normalmente, così come ogni nuova pianta oggigiorno ottenuta attraverso metodiche di miglioramento genetico convenzionale. E’ ovvio che se verrà meno la separazione di filiera e l’etichettatura, le uniche piante che saranno coltivate saranno quelle transgeniche, in quanto accreditate di un minor costo di produzione.
Con la coesistenza, occorrerà poi considerare anche gli eventuali effetti di mercato (abbassamento dei prezzi, difficoltà di collocamento della merce, ecc.), poiché è vero che si avranno maggiori costi di produzione a livello agricolo, ma l’effetto più pericoloso potrà essere quello di vedersi rifiutare il prodotto da parte del consumatore interno o da parte dell’importatore estero, che ancora esige un alimento completamente esente da Organismi Transgenici (OT). Da questo punto di vista, nel caso in cui il nostro Paese riuscisse a realizzare filiere “OGM free”, vi potrebbero essere anche opportunità di mercato, indirizzate a soddisfare una domanda di “alimenti OGM free”, che per molti anni si manterrà ad un elevato livello.
Soprattutto per un Paese come il nostro, che produce prodotti trasformati di eccellenza (formaggi, insaccati, vini, ecc.), di alto valore aggiunto, i rischi di mercato sono sicuramente più importanti dei rischi produttivi agricoli, in quanto la qualità della materia prima di base potrebbe rappresentare un limite alla produzione di trasformati di eccellenza o, quantomeno, ritenuti tali dal consumatore. In particolare, è ovvio che se viene utilizzata materia prima transgenica, anche il prodotto trasformato sarà transgenico (di fatto, perché verificabile da una semplice analisi PCR, oppure “derivante” da OGM, nel caso in cui venga attuata la tracciabilità di filiera). E’ altrettanto ovvio che, se la legislazione lo prevede, questo prodotto dovrà essere etichettato come “contenente OGM” o “derivante da OGM”. Ecco che in questa situazione, al di là del fatto che gli OGM possano determinare anche effetti sui costi agricoli, gli scenari economici si faranno molto più complessi, in quanto si dovranno ipotizzare riduzioni di prezzo della materia prima e dei prodotti trasformati che non rispondono più alle esigenze dei consumatori, consumatori che non sono più disposti a pagare prezzi elevati per acquistare un prodotto che eccellente, secondo il loro metro di misura, non è più.
         E’ senz’altro vero che gli agricoltori di materia prima convenzionale subiranno maggiori costi, ma è altrettanto vero che anche i trasformatori di produzioni di eccellenza, che garantiscono un prodotto “OGM free”, subiranno maggiori costi (di approvvigionamento, di segregazione, di analisi, ecc.) e minori redditi (maggiori costi e non altrettanto maggiori prezzi, in quanto il prezzo di vendita sul mercato non potrà andare oltre certi livelli rispetto all’analogo  prodotto transgenico). Con ogni probabilità, gli unici che guadagneranno da questa situazione saranno i produttori di beni alimentari di scarsa qualità, che vedranno aumentare le difficoltà produttive di coloro che offrono prodotti di eccellenza (difficoltà nel reperimento della materia prima, maggiori costi di approvvigionamento, maggiori costi di analisi, minori prezzi di vendita rispetto agli incrementi di costo, ecc.) e vedranno divenire maggiormente competitivi i loro prodotti (in termini relativi se il prezzo dei prodotti di eccellenza aumenterà, il prezzo degli altri prodotti succedanei di minore qualità, pur rimanendo costante, è come se  diminuisse).
Trattasi, purtroppo, di uno scenario che si è già verificato. Ci si riferisce in modo particolare al settore dell’agricoltura biologica, nel quale gli agricoltori che hanno voluto garantire un alimento “libero da OGM” sono stati costretti a modificare le tecniche di produzione e a sostituire gli alimenti destinati al bestiame. L’esempio, a tutti noto, è quello della soia. A causa dell’inquinamento genetico determinato dalla “soia transgenica RR” molti agricoltori biologici nazionali hanno deciso, o sono stati costretti, di sostituire nell’alimentazione del bestiame la soia con il pisello proteico, che, come è risaputo, è caratterizzato da un prezzo di mercato superiore. Tale sostituzione ha sicuramente danneggiato gli agricoltori biologici, in quanto a fronte dei maggiori costi essi non hanno realizzato maggiori prezzi di vendita sul mercato (nel caso in cui essi abbiano realizzato maggiori prezzi, occorrerà considerare che il loro prodotto è divenuto meno competitivo rispetto a quelli convenzionali, per cui, con ogni probabilità, si è avuta una riduzione della domanda).

Come si è potuto notare dalle precedenti considerazioni, la coesistenza tra coltivazioni convenzionali e coltivazioni transgeniche aumenterà notevolmente le problematiche produttive e di mercato ed originerà sicuramente una grande mole di  contenzioso nella nostra società (aumenterà sicuramente il lavoro per gli avvocati). In particolare, non vi è alcun dubbio sul fatto che vi saranno dei danneggiati e dei danneggiatori. I danneggiati sono certi, in quanto hanno seminato materiale “non OGM” (certificato?) ed hanno ottenuto un raccolto che ad una analisi PCR risulta transgenico (saranno costretti  a vendere il prodotto ad un prezzo inferiore e/o dovranno risarcire i danni nel caso di rapporto contrattuale con utilizzatori terzi). La stessa cosa non si può dire per i danneggiatori, in quanto l’inquinamento genetico è pervasivo e non ha fonte certa (chi ha determinato il danno? La semente inquinata? l’agricoltore confinante che coltiva OGM? il polline portato dal vento da chilometri di distanza? le piante parentali selvatiche che col tempo sono divenute OGM? od altro ancora), per cui nel caso di contenzioso difficilmente un Giudice potrà esprimere un parere fondato su elementi di certezza. Permane comunque il fatto che un danno è stato provocato e che qualcuno sarà costretto a subirlo.
In termini generali, per danno deve intendersi qualsiasi effetto nocivo prodotto da individui terzi nei confronti di altre persone (siano esse persone fisiche o giuridiche) o di altre entità economiche (beni materiali, ma anche beni immateriali). Così, per esempio, se il danno riguarda la distruzione parziale o totale di un bene fisico, oggigiorno la casistica potrebbe essere veramente complessa e interessare un’enorme quantità di beni (danno emergente). Nel caso in oggetto il danno è causato dalla coesistenza tra agricoltura convenzionale, transgenica e biologica, che determina un raccolto che non ha le caratteristiche di quello che ci si aspettava di ottenere. In particolare, in termini pratici e secondo quanto rilevato dai bollettini delle principali Borse Merci, tale raccolto è caratterizzato da un prezzo di mercato inferiore a quello che ci si aspettava di ottenere.
Ci si trova in presenza di un danno anche quando si ha una diminuzione del reddito normalmente prodotto dal bene danneggiato (lucro cessante). Così, per esempio, a causa di un danno da inquinamento genetico, un campo coltivato a mais subisce una perdita di produttività per un certo numero di anni (a quanto ammonta il danno annuale subito?) Oppure, ancora, per l’ingrasso degli animali gli agricoltori biologici hanno dovuto sostituire le proteine della soia con quelle del pisello proteico, più costoso. Oppure, ancora, gli agricoltori biologici non sono più in grado di garantire una produzione esente da OGM, per cui sono costretti ad abbandonare l’agricoltura biologica, con tutti i danni conseguenti (danni di avviamento per il periodo di certificazione, danno per abbandono dei clienti che con tanta fatica si erano fatti, danno per lucro cessante a causa del fatto che non possono più attuare l’agricoltura biologica). A quanto ammontano i maggiori costi (di mancato ammortamento dei macchinari, di riconversione agricola, ecc.) e i minori redditi?

A questo punto, in un’ottica di globalizzazione dei mercati,  si inseriscono considerazioni di opportunità per il nostro Paese, in merito alla coesistenza produttiva e all’utilizzazione o meno di materiale di propagazione brevettato proveniente dall’estero, che origina alimenti che per il momento non sono graditi al consumatore e che possono determinare una diminuzione della competitività delle nostre produzioni. Un consumatore che oggigiorno sarebbe meglio chiamare “acquistatore”, in quanto controlla e verifica accuratamente il prodotto prima di acquistarlo e che oggigiorno tende a scartare prodotti che contengono OGM.
Per quale motivo il nostro Paese dovrebbe aprire al transgenico se il consumatore non lo vuole? Non risponde ad alcuna logica economica la strategia di voler immettere sul mercato  un bene che l’80% degli acquirenti ha detto di non voler acquistare. Perché la nostra agricoltura dovrebbe abbandonare una strategia sicura, basata sulla qualità, sulla tracciabilità e sulla sicurezza alimentare, per far posto ad una produzione omologante, sempre meno richiesta dal mercato? Potrà competere il nostro Paese sul mercato globale sulla base dei bassi costi di produzione e dei bassi prezzi di vendita o, più realisticamente, potrà competere sulla base di produzioni di eccellenza ad alto valore aggiunto? Perché mai, in un’ottica di sviluppo sostenibile, dovremmo adattarci a coltivare prodotti “non ancora sicuri” per la salute umana e per l’ambiente, ben sapendo che questa strada è senza via di uscita a causa dell’inquinamento genetico?
         Sono interrogativi importanti, che, anche al di là di fattori economici,  meritano una risposta prima che sia intrapresa la via della coesistenza per il benessere del nostro Paese. In particolare, la contemporanea presenza di forme di agricoltura transgenica (con piante che hanno transgeni costitutivi) con forme di agricoltura convenzionali determina l’impossibilità da parte dell’agricoltore, anche nel caso in cui sostenga maggiori costi, di poter garantire una effettiva produzione “OGM free”, così come richiesto dal consumatore. In questa situazione alcune considerazioni sono necessarie relativamente alla possibilità che l’agricoltore metta in atto strategie di contenimento dell’inquinamento genetico:
-         all’agricoltore che non vuole coltivare transgenico conviene evitare l’inquinamento genetico? Con ogni probabilità gli converrà solo nel caso in cui sul mercato siano presenti tre prezzi del medesimo prodotto (prodotto OGM, prodotto con soglia di tolleranza inferiore allo 0,9%, prodotto “OGM free”). E’ ovvio che gli converrà evitare l’inquinamento genetico, e adotterà tecniche che comportano maggiori costi di produzione, solo nel caso in cui il prezzo di mercato del prodotto che otterrà (tutto da verificare, in quanto con l’inquinamento genetico non esiste la certezza di ottenere una produzione di un certo tipo) sarà in grado di remunerare questi maggiori costi. Nell’incertezza produttiva, con ogni probabilità, egli sceglierà di coltivare prodotto transgenico, in quanto è l’unico in grado di consentirgli di poter impostare una tecnica produttiva certa, con previsioni certe su ricavi e costi. Pertanto, in presenza di incertezza produttiva, si verrebbe a determinare una situazione simile a quella che ha visto l’esplosione delle superfici coltivate con piante transgeniche negli U.S.A., in Canada ed in altri Paesi dove queste produzioni sono considerate “Sostanzialmente Equivalenti” a quelle convenzionali. La presenza di un unico prezzo di mercato per prodotto OGM e per prodotto “OGM free” ha determinato una esplosione delle superfici coltivate con prodotto OGM, in quanto è quello caratterizzato dal minor costo di produzione;
-         l’agricoltore è sicuro che anche adottando determinate pratiche colturali potrà ottenere un prodotto realmente al di sotto della soglia di tolleranza? Purtroppo la risposta è negativa, in quanto sono talmente tante le possibilità di inquinamento genetico della produzione agricola, che difficilmente si potrà avere la certezza del risultato. Potrà accadere che nonostante gli sforzi operati dall’agricoltore il prodotto presenti soglie di OGM superiori allo 0,9%. Ecco allora che anche in questo caso difficilmente il nostro produttore adotterà pratiche colturali più costose nell’incertezza di concretizzare con un maggior prezzo il risultato della coltivazione. Ancora una volta sceglierà di produrre transgenico;
-         chi pagherà i maggiori costi? Nel caso delle produzioni “OGM free” il mercato offre spunti di riferimento, in quanto attualmente queste produzioni sono caratterizzate da prezzi superiori al prodotto convenzionale dell’ordine del 10% circa. E’ ovvio che queste maggiorazioni di prezzo ricadranno sul consumatore, il quale si troverà costretto a pagare di più il precedente prodotto convenzionale, per il sol fatto che qualcuno ha voluto introdurre un alimento del quale ancora non sono note le reali capacità  produttive, nutrizionali e ambientali.


In conclusione, la coesistenza tra produzioni transgeniche e convenzionali determinerà un ampliamento delle problematiche produttive e decisionali per l’agricoltore. E’ ovvio che in una situazione di incertezza in cui non sarà possibile determinare a priori la qualità del prodotto finale ottenuto (“OGM free”, “OGM” o “OGM free all’interno di una soglia di tolleranza dello 0,9%”), il produttore agricolo sarà portato a sostituire le produzioni convenzionali con quelle transgeniche, in quanto saranno le uniche che offriranno certezza nei costi di produzione e nei prezzi di vendita (in pratica egli sarà portato a non rischiare di coltivare con i costi del convenzionale, per dover poi vendere ai prezzi del transgenico). Ancora una volta “la moneta cattiva scaccerà quella buona”.

lunedì 27 maggio 2013

Il Movimento 5 Stelle e gli OGM in agricoltura


I parlamentari Prodani e Rizzetto del Movimento 5 Stelle hanno fatto una interrogazione parlamentare in merito alla sentenza della Corte di Giustizia europea nella quale viene ribadito che la messa in coltura di organismi geneticamente modificati non può essere assoggettata a una procedura nazionale di autorizzazione. In pratica la Corte di Giustizia Europea ammette la coesistenza e, quindi, la presenza involontaria di Ogm in altre colture, quando sappiamo benissimo che la coesistenza con questa tipologia di piante OGM non è assolutamente possibile.

I deputati M5S Prodani e Rizzetto hanno depositato una interrogazione, indirizzata al Presidente del Consiglio Letta e ai Ministri delle Politiche agricole e forestali (De Girolamo) e dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, per sapere se l’Esecutivo intenda rispettare immediatamente gli impegni assunti con l’approvazione dell’ordine del giorno del Senato, adottando come criterio guida per la coltivazione degli Ogm la clausola di salvaguardia.  Forse è una richiesta che cadrà nel nulla, in quanto sappiamo benissimo che sia Letta, sia il PD e buona parte del PDL (vedi la mozione sulla coesistenza presentata da Formigoni) sono favorevoli agli OGM.

martedì 30 aprile 2013

LE “MEZZE VERITA’” DI EMMA BONINO SUGLI OGM


Nel novembre 2008 Emma Bonino, allora Vice Presidente del Senato ed attualmente  titolare del Ministero degli Esteri, rispondeva ad un articolo di Carlo Petrini nel quale si metteva in luce il pericolo derivante da un cambiamento della normativa in merito alle soglie di tolleranze di OGM negli alimenti biologici.
Dalla risposta della Bonino traspare senza ombra di dubbio una posizione favorevole nei confronti degli OGM in ambito agroalimentare, sostenuta, però, da argomentazioni opinabili, le solite “mezze verità”.
Tralasciando la prima parte della lettera, che riporta dati di fatto non contestabili, ciò che lascia maggiormente perplessi sono le tre argomentazioni portate a favore degli OGM in ambito agroalimentare. In particolare, tra virgolette ed in grassetto le parole della Bonino:
Invece c’è forse una lezione da trarre dall’esperienza del mais Bt (l’unico Ogm coltivato in alcuni paesi europei),
-         più sicuro per l’ambiente perché non usa pesticidi”…………cara Bonino, mi dispiace dissentire, poiché  non è completamente vero che con il mais Bt non si usano pesticidi, in quanto c’è un problema di aree rifugio, c’è un problema di resistenza genetica degli insetti (piralide) e c’è un problema legato al fatto che la nicchia ecologica lasciata libera dalla piralide viene occupata da altri insetti (diabrotica). Pertanto, il problema degli insetti fitofagi è risolto solo in parte;

-         “più sicuro per il consumatore perché ha meno fumonisine, sostanze altamente tossiche alla salute umana abbondanti nel mais tradizionale ma ancor di più in quello biologico”. Anche questa è una “mezza verità”, in quanto il problema delle micotossine non è completamente eliminato con l’utilizzazione di mais Bt. Negli USA, dove il mais Bt è massicciamente utilizzato il problema delle micotossine rimane;



-         “più conveniente per i coltivatori che arrivano a guadagnare fino a 400 euro in più per ettaro”. Questa, cara Emma, non è una “mezza verità”, ma è proprio una “bufala”. Perché è una bufala? Perché, facendo i conti della serva:

a)    Il trattamento contro la piralide, esagerando,  ha un costo medio di 200 euro/ha, che sarebbero risparmiati, ok;
b)    La semente OGM negli Usa costa il 40% in più, per cui da 150 euro circa del convenzionale, passiamo a 210 euro/ha (+60 euro)
c)     I risparmi si riducono a 140 euro (200-60);
d)    Da dove arrivano gli altri 260 euro (400-140)? Possono arrivare solo da un aumento delle rese…….considerato che il mais ha un prezzo intorno ai 25 euro…….ne consegue che il mais Bt dovrebbe produrre 1 tonnellata in più per ettaro……fatto ancora tutto da dimostrare, anzi molti studi affermano che la produzione degli OGM rispetto al convenzionale è sostanzialmente analoga.
e)     Chi paga i costi di coesistenza?
f)      Chi paga i costi delle aree rifugio?
g)    Chi paga i costi di separazione di filiera?
h)    Chi paga i costi di certificazione e di etichettatura?
i)       Chi paga i costi di analisi?
j)      Paga sempre “pantalone”? Questa, cara Emma, si chiama “privatizzazione dei guadagni e collettivizzazione dei costi”  e in molti non sono d’accordo.


I MOTIVI PER I QUALI IL MINISTRO DELL’AGRICOLTURA ITALIANO NON PUO’ ESSERE FAVOREVOLE AGLI OGM


1 – questi OGM non sono adatti all’agricoltura italiana. L’Italia, anche con gli OGM,  con le sue piccole aziende agricole non potrà mai competere sul mercato mondiale sulla base dei bassi costi e dei bassi prezzi, ma potrà competere solo sulla base della qualità;



2 – con gli OGM l’agricoltore non guadagnerà di più, perché se è vero che calano i costi è altrettanto vero che calano anche i prezzi di mercato, in quanto il prezzo non viene fissato dall’agricoltore (in agricoltura, nel lungo periodo, costo unitario medio, costo marginale e prezzo di mercato tendono a coincidere). Anche l’esplosione delle superfici coltivate a livello mondiale in certi Paesi non è sinonimo di maggior reddito per il coltivatore, ma è dovuta alla mancata etichettatura degli alimenti OGM in questi stessi Paesi;



3 – gli OGM favoriscono la delocalizzazione produttiva. Quando avremo piante che “resistono” ad ogni avversità e ad ogni condizione pedoclimatica, è molto probabile che la loro coltivazione si sposterà in Paesi che hanno situazioni di costo di produzione più favorevoli delle nostre;



4 – il brevetto sugli OGM rende dipendente il coltivatore dalle multinazionali del seme, che potrebbero avviare coltivazioni con contratti di soccida per le piante sulla falsa riga di quello che già avviene nell’allevamento animale;



5 -  non è vero che con gli OGM la produzione per ettaro è superiore a quella delle sementi convenzionali;



6 – gli OGM sono contro la biodiversità, poiché il patrimonio genetico delle piante OGM coltivate deriva da un ristretto numero di cellule trasformate;

http://ogmbastabugie.blogspot.it/2012/10/ogm-e-societa-italiana-di-ecologia.html


7 – gli attuali OGM hanno il transgene inserito nel nucleo e determinano “inquinamento genetico” e, pertanto non rendono possibile la coesistenza con altre forme di agricoltura, sia essa convenzionale o biologica. Da rilevare che, oggigiorno, le moderne tecniche di ingegneria genetica consentirebbero di introdurre il transgene nei cloroplasti, evitando così l’inquinamento genetico;



8 – gli OGM favoriscono le strategie di appropriazionismo e di sostituzionismo del settore industriale nei confronti del settore agricolo. Con gli OGM il reddito dell’agricoltore nel lungo periodo è destinato a diminuire;



9 – gli OGM possono determinare la scomparsa dell’industria sementiera nazionale, determinando così grande preoccupazione per la sicurezza alimentare, sia da un punto di vista quantitativo, sia da un punto di vista qualitativo.



10 – gli OGM da soli non risolvono il problema delle micotossine;





11 – le piante OGM resistenti ai diserbanti non risolvono il problema delle erbe infestanti, in quanto:
                        - le erbe infestanti dopo pochi anni maturano una resistenza genetica al diserbante;
                        - le erbe infestanti parentali acquisiscono il transgene dalle piante OGM coltivate e diventano esse stesse resistenti al diserbante;
                        - le piante transgeniche coltivate (per esempio colza OGM) in annate successive diventano esse stesse infestanti di altre coltivazioni;



12 – non risolvono il problema degli insetti nocivi (anche utilizzando il mais BT, la piralide dopo pochi anni diventa resistente alla tossina BT);

http://ogmbastabugie.blogspot.it/2012/12/ogm-e-irm-insectresistance-management.html


13 - gli attuali OGM sono adatti a terreni fertili, pertanto favoriscono ancora una volta le aziende di pianura a scapito delle aziende di collina e di montagna, favorendo così l'esodo rurale da questi territori, con tutti i problemi connessi di assetto idrogeologico;

http://ogmbastabugie.blogspot.it/2014/06/motivazionidiverse-da-effetti-sulla.html

venerdì 29 marzo 2013

Anche negli U.S.A. qualcuno si muove per l’etichettatura degli alimenti OGM


Negli U.S.A. “WHOLE FOODS MARKET”, una catena di supermercati specializzata nella vendita di prodotti naturali e biologici, ha annunciato che, entro il 2018, tutti i prodotti venduti nei suoi magazzini, dovranno avere un'etichetta sulla quale sarà riportata l'eventuale presenza di organismi geneticamente modificati (OGM), “con l’obiettivo di consentire ai consumatori di compiere delle scelte informate riguardo agli ingredienti GM”.
Obiettivo di Whole Foods Market è quello di fornire una scelta informata ai consumatori per quanto riguarda gli ingredienti geneticamente modificati. Prodotti etichettati in modo chiaro, al fine di consentire ai clienti che vogliono evitare gli alimenti a base di OGM di farlo.
E’ stata fissata la scadenza del 2018. Entro il 2018 tutti i prodotti venduti nei negozi degli Stati Uniti e del Canada dovranno essere etichettati per indicare se contengono organismi geneticamente modificati (OGM). Whole Foods Market è la prima catena alimentare degli U.S.A. a fissare un termine per la piena trasparenza degli OGM.

giovedì 7 febbraio 2013

Le sementi OGM non sono sterili


Tra le tante argomentazioni contrarie all’introduzione degli OGM vi è anche quella relativa al fatto che gli OGM, in relazione ai brevetti posseduti dalle multinazionali del seme, snaturerebbero il ruolo dell’agricoltore,  che da sempre migliora e seleziona le proprie sementi e che, con l’avvento degli OGM, sarebbe obbligato a comprare tutti gli anni la semente.
Purtroppo questa affermazione non è vera, in quanto sia l’operazione di miglioramento genetico convenzionale (non OGM), sia l’operazione di produzione delle sementi convenzionali (siano esse ibride o no) non è quasi più svolta dall’agricoltore.

In termini molto semplicistici, le piante ibride (non OGM) derivano dalla fecondazione incrociata di un padre certo e di una madre certa. L’agricoltore è costretto ad acquistare tutti gli anni la semente ibrida (non OGM), in quanto la semente ottenuta in  seconda generazione non fornisce buoni risultati produttivi. L’agricoltore paga un servizio che gli consente di ottenere una maggiore produttività per ettaro.

Da rilevare poi che di solito la “multinazionale del seme” è  titolare del brevetto anche nel caso di piante convenzionali “Non OGM”, siano esse ibride o no.

Perché l’agricoltore preferisce acquistare tutti gli anni la semente? Per tre ordini di motivi:

-         La semente deve avere una elevata germinabilità  e affinchè sia tale è necessario che la semente sia coltivata, raccolta e conservata in modo adeguato e con tecnologie specifiche;


-         La semente deve essere libera da impurità. Anche in questo caso una produzione specifica per la semina garantisce un risultato superiore a quello che si potrebbe ottenere presso l’azienda agricola;


-         La semente deve essere libera da malattie. Anche in questo caso l’agricoltore preferisce affidarsi alle conoscenze di una impresa specializzata.  


Ci sono agricoltori che utilizzano parte del raccolto dell’annata per la semina nell’annata successiva? La risposta è affermativa. Soprattutto in questi ultimi anni in cui il margine economico per l’agricoltore è “ridotto all’osso”,  ci sono coltivatori che lo fanno. Le coltivazioni che si prestano ad una operazione del genere sono soprattutto soia, frumento (duro e tenero) e riso. Per il mais i coltivatori italiani, tranne qualche sporadico caso di seme vitreo e/o “Maranino”, comprano il seme ibrido (non OGM) ogni anno. 

A conferma del fatto che "non è vero che con gli OGM l'agricoltore è costretto ad acquistare tutti gli anni la semente", si tenga presente che il forte sviluppo della soia RR in Argentina ed in Brasile è dovuto al fatto che questi Paesi non riconoscono il brevetto sulle sementi. Pertanto, tutti gli anni gli agricoltori trattengono una parte del raccolto dell'annata di soia RR per riseminarlo nell'annata successiva. E la soia, pur essendo OGM, germina regolarmente!

mercoledì 16 gennaio 2013

Perché i ¾ dei consumatori sono contrari all’acquisto di OGM?


Secondo le ultime indagini di mercato i ¾ degli intervistati avrebbe affermato di non voler acquistare e di non voler consumare cibo proveniente da piante OGM. Trattasi di una affermazione che evidenzia una certa disinformazione del consumatore, poiché è risaputo che tutti quanti noi, inconsapevolmente, mangiamo OGM tutte le volte che ci alimentiamo con prodotti derivati dall’allevamento animale (latte, carne, uova, ecc.), poiché nell’allevamento animale i mangimi OGM sono utilizzati in grande quantità e la Legge non prevede l’etichettatura dei derivati ottenuti dall’allevamento zootecnico.
Occorre comunque rilevare che in un momento in cui non sono ancora chiari gli effetti degli Organismi Transgenici (OT) sulla salute umana e sull’ambiente, è recentissima una ricerca francese che sembra mettere in dubbio le proprietà salutistiche degli OGM, il consumatore potrebbe affrontare una certa dose di rischio nel consumo di Cibi Transgenici (CT) nel caso in cui essi comportassero vantaggi economici e non soltanto economici.  In particolare, nel caso in cui:

1)    i CT avessero le stesse caratteristiche qualitative di quelli convenzionali ed avessero un prezzo di acquisto inferiore;

2)    i CT avessero lo stesso prezzo di acquisto di quelli convenzionali, ma offrissero migliori caratteristiche qualitative;

3)    i CT aumentassero la variabilità degli alimenti presenti sul mercato;

4)    i CT aumentassero la sicurezza alimentare;

5)    i CT aumentassero la sicurezza ambientale;

6)    i CT fossero in grado di risolvere i problemi della fame nel mondo;

7)    i CT consentissero di diminuire le differenze sociali tra le diverse persone.



1. - A proposito di medesime caratteristiche qualitative e minori prezzi


Da un punto di vista strettamente economico il consumatore tende sempre più a risparmiare nelle operazioni di acquisto dei singoli beni, al fine di poter aumentare, con lo stesso reddito, i consumi totali. Pertanto, non vi è alcun dubbio sul fatto che egli potrebbe rivolgere l’attenzione verso i CT se, rispetto a quelli convenzionali, essi avessero le stesse caratteristiche organolettiche ed avessero un prezzo di acquisto inferiore.

Relativamente alle caratteristiche organolettiche, occorre, però, evidenziare che l’equivalenza qualitativa tra l’alimento transgenico e quello convenzionale è ancora tutta da dimostrare, in quanto il CT contiene sia il transgene o i transgeni, sia la proteina o le proteine espressione del transgene. Si aggiunga poi che alcuni studi avrebbero evidenziato caratteristiche nutrizionali sensibilmente diverse tra il prodotto OGM e il suo omologo convenzionale. Così, per esempio, secondo specifiche ricerche, il mais BT avrebbe un maggior contenuto di lignina rispetto al mais convenzionale, mentre il pomodoro arricchito di Vitamina A avrebbe un minor contenuto di licopene. In particolare, l'introduzione del transgene sembra cambiare il metabolismo della pianta, cambiando così le caratteristiche finali della pianta stessa. Ci sarebbero degli effetti a cascata dei quali ha parlato anche il prof. Dulbecco.
Non v'è dubbio che, a parità di qualità, nel caso in cui si verificasse una reale contrazione dei prezzi dei beni alimentari, si potrebbe determinare un incremento di benessere per la società, in relazione alla possibilità di consentire alle popolazioni più povere di poter acquistare una maggior quantità di beni necessari a soddisfare il loro fabbisogno alimentare e alla possibilità da parte dei consumatori dei Paesi ricchi di risparmiare nell'acquisto di alimenti, per poi destinare la restante parte del loro reddito ad altri consumi di livello superiore.

Da rilevare, però, che nel caso di prezzi di vendita inferiori rispetto a quelli convenzionali, ma in presenza di incertezze in merito alle caratteristiche qualitative, il consumatore pagherà meno questi alimenti, ma gli rimarrà comunque l'incertezza sulle loro reali capacità nutrizionali. Tale incertezza determina una diminuzione del grado di soddisfacimento dei bisogni, in quanto l'eventuale minor prezzo di acquisto dei CT, potrebbe essere visto come un vantaggio virtuale, non reale, caratterizzato da un livello di utilità inferiore rispetto a quello che avrebbe ottenuto dal consumo di cibi dei quali conosce le reali proprietà organolettiche e nutrizionali (costa meno, ma probabilmente vale anche meno!!). Non si spiegherebbe altrimenti il forte aumento del consumo di prodotti biologici e dei prodotti tipici che si è verificato negli ultimi anni (il consumatore paga di più un prodotto che secondo il suo giudizio è caratterizzato da una maggior utilità e che, pertanto, ritiene maggiormente idoneo a soddisfare i suoi bisogni, che, oggigiorno, fanno riferimento alla qualità, alla genuinità, alla sicurezza alimentare e alla tracciabilità).

A conclusione di queste considerazioni relative all’ipotesi che il consumatore possa ottenere dei benefici dalla riduzione dei prezzi dei prodotti alimentari transgenici, occorre rilevare che nella realtà i fatti dimostrano il contrario, ovvero che l’introduzione di alimenti transgenici non ha portato ad una riduzione dei prezzi dei rispettivi prodotti, ma ha determinato un aumento dei prezzi dei corrispondenti prodotti “non transgenici”. Tale effetto, sotto molti punti di vista paradossale, è dovuto al fatto che nei Paesi dove lo scetticismo nei confronti di questi alimenti è maggiore, sono state create due filiere per il medesimo prodotto: una per quello transgenico, e una per quello non transgenico. Questa suddivisione, effettuata al fine di consentire al consumatore di operare una scelta di acquisto consapevole, comporta dei costi di distribuzione (di segregazione, di conservazione, di lavorazione, di etichettatura, di analisi, ecc.), che riducono sensibilmente i vantaggi economici ottenibili durante la fase di produzione agricola. E’ ovvio che l’aumento del prezzo andrà a ripercuotersi sul consumatore, il quale già ora è costretto a spendere di più (per acquistare i tradizionali prodotti non transgenici) per la sola ragione che qualcuno ha voluto introdurre questi nuovi alimenti, senza affrontare preventivamente le problematiche economiche e sociali ad essi connesse (secondo informazioni assunte presso operatori del settore, per avere soia certificata “GMO free” occorre pagare una maggiorazione del 15% circa).

         In questo contesto, in cui i prezzi degli alimenti transgenici non sono sostanzialmente inferiori a quelli dell'omologo prodotto convenzionale, non si capisce perché mai il consumatore dovrebbe sostituire un alimento tradizionale, che da sempre fa parte della sua alimentazione e che ha dato dimostrazione nel tempo di essere sicuro, con un alimento che presenta, anche solo potenzialmente, dei rischi per la sua salute, per quella delle generazioni future e per l'ambiente.

E’ necessario che la ricerca chiarisca questi dubbi prima di adottare CT per l’alimentazione umana.


2. – A proposito di stessi prezzi e migliori caratteristiche qualitative


In presenza di incertezza in merito alle caratteristiche qualitative degli alimenti transgenici, il consumatore potrebbe essere disposto a correre qualche rischio nel loro consumo se, a parità di prezzo di acquisto rispetto a quelli convenzionali, essi manifestassero migliori caratteristiche qualitative (nutrizionali, di modalità di consumo, di reperibilità ecc.).

Economicamente parlando si tratta di una situazione che difficilmente potrà verificarsi, in quanto se il nuovo alimento avrà caratteristiche qualitative superiori a quello convenzionale, difficilmente in un medesimo mercato potrà avere lo stesso prezzo; sicuramente avrà un prezzo superiore, che terrà conto dell’elemento differenziale.

         A proposito di miglioramento qualitativo, occorre rilevare, però, che al momento attuale la ricerca ha lavorato solo ed esclusivamente alla creazione di piante semplici da ottenere (pochi geni specifici) e in grado di massimizzare i profitti delle imprese che detengono il brevetto su questi vegetali (piante resistenti ai diserbanti, agli attacchi di insetti, ecc.). Il consumatore finora non ha ottenuto alcun vantaggio da questi prodotti, in quanto ai fini nutrizionali essi non comportano nessun beneficio rispetto a quelli non modificati. Purtroppo, dai primi elementi a disposizione sembra anche che questi nuovi alimenti non siano migliori da un punto di vista organolettico rispetto a quelli già presenti sul mercato (il pomodoro che non marcisce, al di là dei problemi legati ai maggiori costi di produzione, è stato eliminato dal mercato per il consumo allo stato fresco, in quanto sembra che avesse un forte sapore metallico). Va detto, però, che siamo alle prime applicazioni e che le piante transgeniche attualmente coltivate sono destinate per la gran parte alla produzione di alimenti per il bestiame e di derivati industriali di prima trasformazione, per cui è estremamente difficile esprimere un giudizio razionale e oggettivo sulle loro caratteristiche qualitative.



3. – A proposito di aumento della variabilità alimentare


Il consumatore potrebbe accettare i CT nel caso in cui essi aumentassero la variabilità degli alimenti presenti sul mercato, al fine di avere a disposizione una maggior scelta di cibi e, quindi, una maggior variabilità nutrizionale. A questo proposito occorre rilevare che, al contrario, l’introduzione di OT determinerà con ogni probabilità una riduzione della variabilità genetica e, conseguentemente, una perdita in termini di variabilità nutrizionale. Tale situazione sarà determinata dal fatto che le poche piante trasformate (da un punto di vista economico ai costitutori non conviene ampliare la gamma delle piante “brevettate” di una stessa specie, in quanto costerebbe molto ottenerle e sarebbero tra loro concorrenti sullo stesso mercato), in relazione all’automazione del processo produttivo che metteranno in atto, saranno utilizzate su vasta scala dagli agricoltori. In questa situazione, anche le piante migliori da un punto di vista di talune caratteristiche qualitative (cultivar locali, cultivar con sapori particolari o con contenuti nutrizionali particolari, cultivar resistenti alle malattie, ecc.) potrebbero essere sostituite da quelle transgeniche. Un primo esempio di questa evoluzione l’abbiamo avuto dalla fortissima espansione delle superfici coltivate a mais e soia transgeniche negli U.S.A, in Canada e in Argentina. In pochi anni, in relazione al fatto che non essendoci segregazione di filiera (in questi Paesi il prezzo di mercato della materia prima transgenica e  convenzionale è uguale) il prezzo di mercato del mais e della soia è determinato dal minor costo di produzione delle piante transgeniche, gli agricoltori, al fine di mantenere un certo margine di redditività dall’attività di coltivazione, sono stati “obbligati” (ovviamente dal mercato) a sostituire le cultivar convenzionali (non più competitive da un punto di vista dei redditi) con quelle transgeniche. Pertanto, l’introduzione di piante transgeniche, soprattutto nel caso in cui non vi sia segregazione di filiera con l’analogo prodotto non transgenico, determina un percorso obbligato anche per l’agricoltore che non vuole coltivare queste piante. Egli sarà “costretto” a coltivare queste piante se vorrà mantenere una certa redditività  dall’attività agricola, poiché non potrà coltivare ai costi del convenzionale (più alti) per poi vendere ai prezzi del transgenico (più bassi).

La perdita di variabilità qualitativa determinerà poi una modificazione e una omologazione dei gusti del consumatore, che non sarà più in grado di distinguere i sapori tradizionali (i relativi alimenti saranno più rari e con ogni probabilità con un prezzo superiore), dai sapori tecnologici (alimenti maggiormente diffusi e con prezzi, forse, inferiori). Del resto la globalizzazione dei mercati svolge in questo senso un ruolo trainante, in quanto i sapori sono legati ai luoghi di produzione con le relative cultivar locali e rappresentano un limite alla globalizzazione delle aree di produzione.

A conclusione di queste poche considerazioni, occorre rilevare che il giudizio qualitativo è sempre un fatto soggettivo, per cui è difficile affermare che l’introduzione di un gene che aumenta il grado zuccherino o impedisce la maturazione rappresenti un miglioramento o un peggioramento qualitativo: il giudizio è sempre personale, legato a gusti e ad abitudini alimentari consolidate nel tempo. In questo contesto occorre soprattutto preservare il diritto fondamentale del consumatore di poter scegliere consapevolmente il cibo che intende acquistare. Da questo punto di vista l’etichettatura appare elemento di primaria importanza. Deve, però, essere un’etichettatura semplice, chiara e non fuorviante e, soprattutto, deve essere data la possibilità al consumatore di acquistare cibo sicuramente non transgenico, senza alcuna soglia di tolleranza.



4. – A proposito di sicurezza alimentare


I sostenitori dei CT affermano che essi aumenteranno la sicurezza alimentare, in quanto le piante saranno più sane e presenteranno una minor quantità di micotossine. Trattasi di un elemento importante da tenere nella dovuta considerazione, allorchè si tratterà di valutare rischi e benefici del CT. Purtroppo, però, anche nel caso delle produzioni transgeniche, così come per altri prodotti che non hanno mai fatto parte della nostra dieta, ci troviamo di fronte a nuovi alimenti dei quali non sono ancora conosciuti gli effetti sulla salute umana. Che qualche rischio sia presente lo possiamo rilevare dal fatto che la legislazione comunitaria ha vietato l’impiego di OT per la produzione di alimenti destinati alla nutrizione dei lattanti e dei bambini al di sotto dei tre anni e che le compagnie di assicurazione si rifiutino di stipulare contratti nei confronti dei rischi da OT.

Le incertezze nutrizionali per i consumatori aumenteranno poi quando saranno introdotti gli OT di seconda generazione, ovvero quelli che presentano un “arricchimento” in termini di vitamine e/o di proteine, ecc. (cibi arricchiti, cibi funzionali, nutraceutici, ecc.). Tale affermazione è supportata dal fatto che essi esteriormente sono identici a quelli convenzionali, per cui potrebbe accadere che al consumatore possano essere venduti come alimenti non transgenici, alimenti transgenici “arricchiti”. Trattasi di un aspetto molto importante, in quanto, per esempio, nel caso di alimenti che contengono più vitamine, sappiamo che è dannoso per la salute umana sia una carenza di vitamine, sia un eccesso delle stesse (soprattutto le liposolubili). Pertanto questi prodotti dovranno essere segregati da quelli convenzionali e venduti sotto stretto controllo.

A proposito delle precedenti affermazioni, dobbiamo dire che il primo incidente alimentare causato da OT si è già verificato. Negli U.S.A. una partita di STARLINK, un mais transgenico autorizzato solo per l’alimentazione animale, è stato erroneamente avviato all’alimentazione umana; risultato, circa 50 persone hanno accusato malesseri e sono ricorse alle cure mediche, alcuni prodotti trasformati a base di mais sono stati ritirati dal mercato, alcuni stabilimenti di lavorazione del mais hanno dovuto interrompere la lavorazione, si sono avuti danni economici per milioni di euro.

Pertanto il problema della rintracciabilità e dell’etichettatura dei prodotti transgenici è un elemento da non sottovalutare, in quanto sempre più frequentemente il consumatore vorrà conoscere l’origine ed il percorso produttivo e commerciale del prodotto che intende acquistare. 

Tra gli altri elementi che inducono a pensare che vi possa essere qualche altra probabilità di rischio per la salute si ricordano:

-         gli effetti allergici che possono essere provocati da talune sostanze presenti nell’alimento transgenico e normalmente assenti nell’alimento convenzionale;

-         il passaggio del gene che codifica per la resistenza ad alcuni antibiotici (utilizzato durante la fase di creazione dell’OT) alla flora batterica intestinale e da questa ad alcuni batteri patogeni che diventerebbero essi stessi resistenti all’antibiotico;

-         gli effetti e le interazioni dovuti alla presenza della proteina espressione del transgene che è stato introdotto e che si trova nell’alimento;

-         gli effetti e le interazioni dovuti alla presenza del transgene introdotto e che si trova nell’alimento;

-         gli effetti prodotti dai promotori e dai terminatori sull’alimento e sull’ambiente.

Molto difficile è risolvere il problema delle allergie, in quanto anche una minima parte della popolazione che si nutre di questi alimenti potrebbe, senza esserne a conoscenza, risultare allergica a quella particolare proteina e avere quindi delle conseguenze sulla salute (anche senza arrivare allo shock anafilattico).

Ancora una volta di estrema importanza è lo sviluppo della ricerca in merito agli effetti sulla salute e sull’ambiente degli OT e l’etichettatura di questi prodotti, al fine di consentire al consumatore una scelta consapevole.



5. – A proposito di sicurezza ambientale


Il consumatore potrebbe correre qualche rischio nel consumare CT, nel caso in cui essi fossero prodotti con un minor impatto sull’ambiente e fossero in grado di aumentare la sicurezza ambientale. In particolare, la coltivazione di OT resistenti alle più svariate patologie, potrebbe sicuramente contribuire alla diminuzione degli effetti negativi prodotti dall'utilizzazione in agricoltura convenzionale di taluni formulati chimici.

Trattasi di un elemento di estrema importanza, poiché questi effetti sono per lo più di tipo diffuso, difficilmente controllabili con progetti puntuali sul territorio (filtri, depuratori ecc.). Anche in questo caso, però, i ricercatori non hanno fatto i conti con la complessità del “sistema naturale”, in quanto specifiche ricerche hanno verificato che, col tempo, gli insetti, ma così anche i patogeni vegetali, maturano una naturale resistenza genetica, per cui si creano generazioni di insetti resistenti alla tossina (sembra ogni 4-5 anni per la piralide), mentre le piante infestanti possono divenire geneticamente resistenti al diserbante o acquisire, mediante impollinazione incrociata, il gene di resistenza all’erbicida, vanificando così, di fatto, gli sforzi operati per rendere resistenti al diserbante soltanto le piante coltivate (secondo taluni autori, nei Paesi che per primi hanno  introdotto OT esistono già piante infestanti resistenti al ROUNDOP).

Da queste semplici considerazioni risulta evidente che la trasformazione genetica non è in grado di risolvere il problema, in quanto dopo pochi anni esso si ripresenta nella medesima condizione, se non addirittura in termini peggiori, in quanto l’insetto o la pianta infestante da controllare sarà caratterizzata da una maggior variabilità genetica e, quindi, sarà ancor più difficile da contenere (di tale eventualità non saranno certo entusiasti i coltivatori biologici, che si troveranno a dover contrastare senza mezzi chimici di sintesi insetti con patrimoni genetici diversi e, quindi, caratterizzati da una maggior virulenza).

Da un punto di vista ambientale il problema di maggior rilievo è quello relativo all’inquinamento genetico. Questi OT, infatti, hanno i transgeni contenuti nel nucleo per cui si esprimono in ogni parte della pianta, anche nel polline (è già disponibile una tecnologia che consentirebbe di inserire il transgene nei cloroplasti ed eliminerebbe questo problema, ma non è ancora applicata), che, ovviamente, si disperde nell’ambiente mediante il vento e gli insetti. Il polline di OT, quindi, può fecondare piante parentali selvatiche non transgeniche (colza RR e senape selvatica per esempiuo), che darebbero così origine a semi che contengono il transgene. Ovviamente in un’annata successiva, anche nel caso in cui decidessimo di non coltivare queste piante, il transgene potrebbe passare dalle piante parentali selvatiche a quelle coltivate e via di seguito. Così il transgene potrebbe autonomamente replicarsi senza l’ausilio dell’uomo.

         In relazione alla diffusione aerea del polline, andrebbero verificate anche le possibilità di inquinamento genetico delle coltivazioni convenzionali attuate in prossimità di coltivazioni transgeniche (problematica della coesistenza). Quali conseguenze si avranno per le colture tipiche che non prevedono nel loro disciplinare di produzione la possibilità di utilizzare individui transgenici? Quali conseguenze si avranno per le produzioni biologiche che bandiscono completamente l’utilizzo agricolo e zootecnico degli OT? Chi sarà responsabile dei danni economici prodotti? Quali e quanti contenziosi si apriranno?

In merito alle piante transgeniche resistenti ai patogeni, siano essi animali o vegetali, è già stato verificato che col tempo si potrebbe avere una naturale selezione genetica di insetti e di piante infestanti resistenti. Cosa accadrà quando questi insetti o queste piante divenute resistenti inizieranno a produrre danni? Fondamentalmente si potrà andare in due direzioni:

- introduzione nella medesima pianta transgenica di altri geni in grado di renderla di nuovo resistente ai patogeni (ed è la strada che potrebbe essere  perseguita, al fine di brevettare ogni 5-6 anni una nuova pianta transgencia e consolidare così la dipendenza dell’agricoltore dall’industria sementiera per l’acquisto dei semi);

- studio e produzione di specifici formulati chimici in grado di eliminare l’antagonista (nuovi antiparassitari, nuovi diserbanti ecc.).

Nessuna delle due soluzioni appare sostenibile, in quanto nel primo caso, col tempo, avremmo una proliferazione di geni estranei contenuti nella medesima pianta (quando nella stessa pianta i transgeni saranno 10, 20 o 1.000 sarà ottenuto lo stesso cibo o qualcosa di diverso?), mentre nel secondo caso ci troveremmo dopo pochi anni nella situazione di partenza, ovvero ad un punto in cui sarà necessario studiare e applicare nuovi formulati chimici per “controllare” le generazioni di insetti resistenti.

Per quanto attiene specificamente alle piante resistenti agli insetti, occorre poi considerare che la proteina insetticida sembra non si limiti a contenere gli attacchi degli insetti "bersaglio" dannosi, ma potrebbe colpire indiscriminatamente anche altri insetti, alcuni dei quali svolgono funzioni utili per la produttività della stessa pianta (impollinazione, per esempio) o funzioni diverse nel terreno. Trattasi di un elemento di estrema importanza, da tenere nella dovuta considerazione, in quanto potrebbe portare alla riduzione o, addirittura, all’eliminazione di alcune specie di insetti che svolgono il loro ruolo all’interno della catena alimentare. Cosa accadrà, quando il transgene che produce la proteina insetticida si trasferirà in altre piante selvatiche parentali? Quali insetti saranno eliminati da questa proteina? Quali effetti vi potranno essere per gli altri animali che fanno parte della medesima catena alimentare? Occorre dare una risposta a queste domande prima di immettere deliberatamente nell’ambiente piante transgeniche.



6. – A proposito di fame nel mondo

         “Gli OT rappresentano l’unico modo per risolvere il problema della fame nel mondo”. La precedente affermazione, cara ai sostenitori degli OT per scopi alimentari, contrasta però con la realtà. Infatti, occorre considerare che molto spesso i problemi di sottoalimentazione di determinate aree del pianeta sono legati non solo ed esclusivamente ad una carenza di quantità, ma anche a problemi interni di carattere economico e politico. Pertanto, alleviare il problema alimentare di queste popolazioni, significa prima di tutto eliminare la povertà (consentire loro di avere un reddito adeguato mediante il quale acquistare il cibo necessario) e le motivazioni politiche che impediscono loro di raggiungere accettabili livelli di reddito. Non troverebbe altra spiegazione il fenomeno per cui, in questi ultimi anni, molti Paesi che manifestano problemi di sottoalimentazione (per esempio l’India) sono divenuti i principali esportatori mondiali di cereali.

In questa situazione, occorrerà verificare anche la possibilità che la coltivazione di OT possa addirittura aggravare i problemi di sottoalimentazione di determinate aree del pianeta. Tale situazione potrebbe essere determinata dalla lievitazione dei prezzi interni del cibo, in relazione all’aumento delle esportazioni.   

Eliminazione della fame nel mondo significa sicuramente produrre maggiori quantità di cibo, ma significa anche modificare le abitudini alimentari dei Paesi ricchi, che in nome della fettina e degli hamburger a basso prezzo, destinano gran parte delle calorie di origine vegetale all’ingrasso degli animali da carne. E’ risaputo, infatti, che per produrre una caloria di origine bovina, occorrono mediamente sette-otto calorie di origine vegetale. Questo, ovviamente, non vuol dire che per sconfiggere la fame nel mondo dobbiamo diventare tutti vegetariani, ma evidenzia una richiesta di maggior consapevolezza nei confronti dell’alimentazione. Consapevolezza anche degli effetti ambientali prodotti dall’allevamento intensivo (sul suolo e sulle acque) e delle caratteristiche qualitative delle carni, in relazione alla sfrenata ricerca dei bassi prezzi (carne agli ormoni, carne con antibiotici, carne bovina ottenuta con proteine di origine animale o con l’utilizzazione di sottoprodotti e di scarti di lavorazione, ecc.).



7. – A proposito di differenze sociali


Il consumatore potrebbe avere un atteggiamento favorevole nei confronti dei CT se essi consentissero di diminuire le differenze sociali tra le diverse persone e consentissero un miglioramento del livello di benessere degli strati sociali più deboli.  Ad un primo sommario giudizio si può affermare, al contrario, che essi contribuiranno ad aggravare ulteriormente le differenze sociali esistenti all’interno della nostra società. Infatti, il loro acquisto, in relazione ai probabili rischi ed agli auspicati minori prezzi di mercato, sarà effettuato in prevalenza dalle classi sociali economicamente più deboli, mentre le classi sociali più ricche continueranno ad alimentarsi con prodotti biologici, prodotti a denominazione di origine controllata, prodotti tipici, ecc., creando dall’altra parte una sorta di proletariato alimentare. Tale eventualità, soprattutto nel momento attuale in cui non sono ancora chiari gli effetti sulla salute umana, pone problemi di sicurezza sociale non indifferenti, che potrebbero avere forti ripercussioni a lungo termine.



8. - Conclusioni

        

Come si è potuto osservare, le problematiche relative all'introduzione di coltivazioni transgeniche di prima generazione sono notevoli e di portata tale da non giustificare una decisione affrettata. In particolare, come per le altre innovazioni tecnologiche, se da un lato il tipo di sviluppo attuato in agricoltura in questi ultimi anni, improntato soprattutto all'esasperante ricerca del massimo profitto, ha consentito di massimizzare la produttività dei fattori della produzione, dall'altro non è sempre stato in grado di garantire sia un'equa ripartizione delle produzioni tra le diverse aree del pianeta, sia modalità di produzione compatibili con l'esigenza di salvaguardare l'ambiente e lo sviluppo sostenibile del territorio rurale. A questo proposito si auspica che le moderne biotecnologie, così come gran parte delle innovazioni tecnologiche introdotte in agricoltura in questo secolo (diserbanti, insetticidi, anticrittogamici, regolatori di crescita, ecc.), non siano viste come un ulteriore strumento "necessario" per incrementare la produttività del lavoro, a scapito, ancora una volta, dell'ambiente. Se si parte dal presupposto che occorra incrementare il reddito da lavoro in agricoltura, mantenendo inalterato o, meglio, abbassando il prezzo di vendita dei prodotti agricolo-alimentari, affinché, con motivazioni di tipo ricardiano, il consumatore incrementi il suo reddito reale e possa così destinare la parte eccedente ad altri consumi non primari, l'"individuo biotecnologico" diventa strumento fondamentale per attuare tale strategia.

Occorre, inoltre, considerare che anche nel caso delle tecniche che prevedono l’utilizzazione di DNA ricombinante, così come del resto per gran parte delle tecnologie fortemente innovative, l’applicazione può essere buona, mediocre o, addirittura, cattiva. Per il momento, le moderne biotecnologie hanno riguardato solo ed esclusivamente applicazioni finalizzate all'automazione del processo produttivo agricolo e all'incremento dei profitti privati. In particolare, l’adozione di questa tecnologia è avvenuta senza prima verificare se vi possano essere delle controindicazioni sia da un punto di vista degli effetti biologici che essa può determinare (sulla salute umana, sugli ecosistemi, sulla biodiversità, ecc.), sia da un punto di vista degli effetti economici che la sua applicazione può avere su sistemi produttivi agricoli sensibili come quelli presenti in Paesi ad elevata pressione antropica come l’Italia, che, come è risaputo, non sono particolarmente competitivi da un punto di vista dei costi di produzione e dove l’agricoltura svolge altre importanti funzioni che vanno al di là della semplice produzione di materie prime e alimenti.

Pertanto, le problematiche relative all'introduzione di queste coltivazioni transgeniche per scopi alimentari sono notevoli e di portata tale da non giustificare una decisione affrettata. Certamente la nostra agricoltura da sempre basata su presupposti di tipicità e di qualità non ha per il momento bisogno di questa  biotecnologia, che per essere considerata sostenibile dovrebbe avere possibilità applicative decisamente migliori.

Occorrerà poi valutare attentamente se questi "nuovi alimenti" rispondono ad una reale esigenza del consumatore. Soprattutto nell'attuale momento in cui quest'ultimo tende a privilegiare la tipicità, la salubrità e, più in generale, la naturalezza dei prodotti alimentari (il forte aumento del consumo di produzioni biologiche ne è una conferma), si può affermare che il loro sviluppo è sicuramente controtendenza. Una controtendenza che andrà valutata attentamente, al fine di non impiegare risorse e capacità umane nello sviluppo di produzioni delle quali, forse, non abbiamo una reale necessità.

In definitiva, possiamo affermare che con troppa fretta si cerca di applicare una tecnologia fortemente innovativa, che potrebbe avere ripercussioni significative sulla salute umana ed animale, sull’ambiente, sulla sicurezza alimentare e sullo sviluppo delle generazioni future e della quale l’attuale società non ne sente la necessità, in quanto siamo in presenza di produzioni eccedentarie rispetto al fabbisogno. In particolare, occorre essere  consapevoli del fatto che:

-         nell’Unione Europea non ci sono problemi di carenza alimentare, anzi, al contrario, ci sono problemi di eccedenze produttive. Gli agricoltori vengono pagati per non coltivare i terreni (set-aside), per gran parte dei prodotti sono applicate quote di produzione che non devono essere superate e molto spesso si è costretti a ritirare, a stoccare o a distruggere parte delle produzioni in eccesso (vino, burro, riso, ecc.) al fine di non far crollare i prezzi di mercato;

-         la domanda di prodotti alimentari è sempre più orientata verso cibi caratterizzati da un elevato standard qualitativo, intendendo con questo termine tipicità e naturalezza dei prodotti, assenza di residui di antiparassitari e assenza di manipolazioni genetiche;

-         siamo in presenza di rischi alimentari, in quanto la comunità scientifica non ha ancora chiarito gli effetti degli OT sulla salute umana, sulla salute degli altri animali e sull’ambiente.

Purtroppo, nel caso delle piante transgeniche ad uso alimentare, siamo di fronte ad una tecnologia che non ha subito il vaglio di adeguate sperimentazioni basate sul “principio di precauzione” e che determinando incertezza ed irreversibilità potrebbe condizionare le possibilità di sviluppo delle generazioni future. Pertanto compito dell'attuale generazione, se ritiene veramente che questa tecnologia possa in futuro essere determinante per il benessere delle generazioni future, è quello di potenziare la ricerca in questo settore, al fine di verificare gli impatti che essa può avere sull'uomo e sull'ambiente, posticipandone lo sfruttamento economico fino a quando le incertezze applicative non saranno definitivamente chiarite.