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sabato 13 aprile 2013

OGM, brevetto e agricoltore


In questa sede non si vuole entrare nel merito dell’utilità del Brevetto per lo sviluppo della nostra Società. E’ risaputo, infatti, che la tutela brevettuale può rappresentare un incentivo allo sviluppo tecnologico e che molti prodotti di uso comune, e quindi di elevata utilità, sono stati studiati, creati e diffusi anche grazie alla tutela brevettuale. In particolare, il Brevetto è lo strumento giuridico che conferisce all'autore di un'invenzione il monopolio temporaneo di sfruttamento dell'invenzione stessa, ossia il diritto di escludere terzi dall'attuare l'invenzione e dal trarne profitto.

Il brevetto, pertanto, rappresenta una sorta di  monopolio legale, seppur limitato territorialmente e temporalmente. Tale monopolio legale si giustifica con il fatto che il sistema brevettuale è basato su una forma di scambio: il titolare del brevetto riceve protezione per la propria invenzione e in cambio è obbligato a svelare e a descrivere l'invenzione stessa. Durante il periodo di applicazione del Brevetto, il detentore può sfruttare economicamente la protezione brevettuale, al fine di ottenere un ritorno economico per le spese di ricerca e sviluppo sostenute.

In un contesto di questo tipo si riscontrano tutti gli effetti di mercato del monopolio. In particolare, in un primo momento il Brevetto determina una tenuta dei prezzi di vendita del prodotto brevettato, in relazione al fatto che il monopolista è protetto dalla Legge e può applicare o una “politica dei prezzi”, mantenendo alti prezzi di vendita del prodotto (sarà poi la domanda ad adeguarsi a questi prezzi) o una “politica delle quantità”, attraverso un contingentamento volontario delle quantità immesse sul mercato (in questo caso sarà la domanda che sulla base della quantità richiesta stabilirà il prezzo di mercato). Solo in un secondo momento, ovvero trascorso il periodo di tutela brevettuale, la Società otterrà reali benefici dal consumo dei beni coperti da brevetto, in quanto il mercato sarà aperto alla concorrenza, i costi di produzione scenderanno e con loro i prezzi di mercato. A questo, e con particolare riferimento ai brevetti in ambito agroalimentare, occorre evidenziare che per le nuove varietà vegetali i diritti esclusivi nascenti dal brevetto durano 15 anni dalla concessione del brevetto stesso (30 anni nel caso di piante arboree). Soprattutto in ambito agroalimentare, però, è facile immaginare che dopo 15 anni quella determinata varietà sarà obsoleta, sarà superata, per cui sarà sostituita da un’altra varietà che a sua volta sarà tutelata dal brevetto per altri 15 anni! E’ facilmente intuibile che in questo modo il costitutore, mediante una attenta analisi dei tempi tecnici di introduzione di nuove cultivar, sarà  in grado di mantenere il brevetto sul seme di una determinata pianta per un tempo illimitato.

Dobbiamo essere convinti del fatto che l’introduzione di Organismi Transgenici (OT) in agricoltura è fortemente correlata, se non addirittura condizionata, dalla possibilità di brevettare il risultato della manipolazione genetica; se non ci fosse il brevetto, con ogni probabilità, non ci sarebbero nemmeno OT e oggigiorno, forse, non si parlerebbe di questo argomento.

Relativamente alla tutela brevettale delle innovazioni tecnologiche, ciò che lascia maggiormente perplessi è l’utilizzazione del brevetto in ambito agricolo, soprattutto nel caso in cui riguardi piante o animali di fondamentale importanza per l’alimentazione umana. Nella fattispecie, non stiamo parlando di una funzione fisiologica della quale ognuno di noi, volendo, potrebbe fare a meno; stiamo parlando di alimentazione, un’azione che bene o male ognuno di noi deve compiere obbligatoriamente almeno tre volte al giorno. Sono queste considerazioni che differenziano sostanzialmente i brevetti su materiale elettronico o su capi di abbigliamento, da quelli su piante ed animali ad uso alimentare, in quanto essi, per assurdo, potrebbero mettere in discussione anche la sovranità alimentare di un Paese. E di questo, ovviamente, si sono accorte le grandi multinazionali del seme, che stanno facendo di tutto per ottenere il monopolio nella produzione e nella distribuzione del seme, poiché non si tratta del solo seme, ma anche di tutto ciò che è possibile trovare a monte e a valle della produzione del cibo. In particolare, alcune domande sullo sfruttamento del brevetto esigono una risposta prima di adottare piante ed animali transgenici in agricoltura:

 - esistono delle limitazioni allo sfruttamento economico del brevetto? 

- chi decide in merito alla qualità dell’alimento?

- il detentore del brevetto potrà modificare a suo piacimento le caratteristiche intrinseche del prodotto alimentare?

- come potranno essere modificate le caratteristiche nutrizionali?

- il detentore del brevetto potrà modificare a suo piacimento il legame esistente tra qualità del prodotto e luogo di produzione?

- da un punto di vista etico, sarà tutto consentito o vi saranno delle limitazioni?

Consapevoli del fatto che l’agricoltura italiana è di fondamentale importanza per lo sviluppo sostenibile del territorio, dobbiamo chiederci che cosa potrebbe significare il "brevetto" per il settore agricolo italiano e, in particolare, quali effetti potrebbe avere per il reddito dell’agricoltore?

In primo luogo, il brevetto sulle piante e sugli animali contribuirà ad aumentare la dipendenza economica del settore agricolo nei confronti di quello industriale, in quanto l'agricoltore sarà costretto ad acquistare tutti gli anni la semente che intende coltivare o l’animale che intende allevare. Qualcuno potrebbe far rilevare che, di fatto, questo già accade per la gran parte delle sementi oggi coltivate. Vero! Nel caso degli OT, a parte la situazione di monopolio che si verrebbe a determinare, il brevetto significa qualcosa di più, in quanto l’agricoltore, oltre all’acquisto delle sementi, potrebbe essere “obbligato” ad acquistare anche la materia prima in grado di far produrre queste sementi (è il caso delle piante di soia e di mais resistenti ad uno specifico diserbante). In futuro il problema potrebbe essere amplificato dal fatto che le ditte che propongono questi nuovi organismi, per proteggersi dall’utilizzazione illecita di sementi brevettate non ibride, potrebbero inserire geni che consentono la germinazione del seme solo nel caso di contemporanea presenza di una sostanza particolare, che sarà venduta insieme alla semente. Se sarà vero poi, come ovviamente si spera, che questi nuovi organismi non avranno alcun effetto sulla salute umana e sull’ambiente, occorrerà considerare che la loro completa accettazione da parte del mercato  (presenza di una sola filiera di distribuzione, assenza di etichettatura obbligatoria dei prodotti OGM, ecc.) determinerà un forte vantaggio competitivo per le ditte sementiere, con creazione di un mercato in condizioni di monopolio o “quasi monopolio”. Si verrebbe a determinare ciò che, di fatto, è già avvenuto nei Paesi dove si registra un’accettazione incondizionata di questi nuovi alimenti: la presenza di un’unica filiera di distribuzione (per esempio, per il mais significa assenza di etichettatura e un unico prezzo di mercato), associata ad una diminuzione dei prezzi di mercato dei prodotti transgenici, ha determinato un’esplosione delle superfici coltivate con questi nuovi organismi. In pratica, cos’è accaduto? Il minor costo di produzione delle coltivazioni transgeniche ha determinato un abbassamento dei prezzi di mercato dei relativi prodotti, siano essi transgenici e non. Pertanto, anche gli agricoltori che in un primo momento non volevano coltivare transgenico sono stati costretti a farlo dal mercato, se volevano mantenere un certo grado di redditività dall’attività agricola.

Il brevetto su una pianta potrebbe consentire ai Paesi che ne detengono la proprietà di attuare le coltivazioni in località prossime ai mercati di collocamento, rendendo così competitive produzioni che attualmente sono penalizzate dagli elevati costi di trasporto/commercializzazione, evitando nel contempo le problematiche ambientali che queste coltivazioni potrebbero comportare se fossero attuate sul loro territorio. Per alcune produzioni questo già avviene. Cos’è accaduto? Alcuni Paesi, vuoi perché non hanno condizioni pedoclimatiche favorevoli, vuoi perché non sarebbero concorrenziali sul nostro mercato a causa degli elevati costi di trasporto, stanno producendo sul nostro territorio su base contrattuale alcuni prodotti dei quali detengono il brevetto; tali prodotti al momento della raccolta diverranno di loro proprietà. Ecco che in questo modo qualsiasi Paese, anche senza alcuna vocazionalità produttiva, e, al limite, senza disponibilità di territorio agricolo, di strutture e di competenze agricole specifiche, potrebbe divenire un protagonista nel mercato del cibo; la produzione sarebbe attuata nel nostro Paese per conto terzi, ovvero per conto di colui che ha il brevetto del materiale di propagazione, che si approprierà del valore aggiunto di questa coltivazione.

Da un punto di vista della sfruttabilità economica, il proprietario del brevetto potrebbe limitarsi a richiedere il pagamento di una royalty per ogni chilogrammo di semente venduta, lasciando libertà di scelta all’agricoltore in merito alle diverse opportunità di vendita sul mercato del prodotto ottenuto. Tale somma di denaro potrebbe essere vista come il giusto compenso per colui che ha investito in ricerca e sviluppo ed è riuscito ad ottenere una pianta caratterizzata da un surplus di utilità per l’agricoltore e per il consumatore. Occorre comunque rilevare che, soprattutto nel caso in cui il mercato della semente  sia in condizioni di monopolio, a differenza di quanto precedentemente affermato, l’imposizione di una royalty sulla semente potrebbe limitare il processo di riduzione dei costi di produzione, in quanto il monopolista, con ogni probabilità, sarà portato ad aumentare il prezzo di vendita della semente di un’aliquota  prossima al maggior margine che essa sarà in grado di determinare al produttore agricolo, con annullamento dei potenziali vantaggi economici per il coltivatore e, conseguentemente, per il consumatore (in pratica se la semente transgenica determina una diminuzione dei costi di 100 €/ha, il monopolista della semente potrebbe far pagare la semente 99 € in più ed accaparrarsi tutto il vantaggio). Pertanto, il brevetto potrebbe impedire l’attesa riduzione dei prezzi di mercato dei prodotti alimentari, annullando così anche l’auspicato ampliamento delle possibilità di acquisto di cibo da parte delle classi sociali economicamente più deboli (quelle classi sociali che in molti Paesi soffrono la fame perché non dispongono del reddito necessario per acquistare il cibo).
Rispetto alla situazione precedente, il detentore del brevetto potrebbe andare oltre. In particolare, oltre a richiedere il pagamento di una royalty per ogni chilogrammo di semente venduta, potrebbe richiedere una royalty anche per ogni chilogrammo di prodotto ottenuto da quella stessa semente. Il brevetto in questo caso porterebbe grandi vantaggi a colui che ne detiene la proprietà  e trasformerebbe l’agricoltore in un “dipendente” della stessa ditta proprietaria del seme, in quanto più l’agricoltore produce e più questa ditta guadagna.

Il detentore del brevetto potrebbe non accontentarsi  delle due precedenti strategie e potrebbe riservarsi anche la proprietà della produzione finale, attuando la produzione per conto proprio, sulla base di un rapporto contrattuale con l’agricoltore.  Trattasi di modalità di produzione che già avvengono in agricoltura (contratti di soccida) e che sarebbero amplificate dalla presenza di un forte ricorso al brevetto. In particolare, colui che detiene il brevetto non venderebbe la semente sul mercato e potrebbe sottoscrivere con l’agricoltore un “contratto di coltivazione”, nel quale sono indicate le epoche di semina, le modalità di coltivazione e quant’altro serve per portare a termine il processo produttivo, riservandosi la proprietà del prodotto una volta giunto a maturazione. Ovviamente per l’attività prestata l’agricoltore riceverà un compenso, che sarà commisurato all’impegno richiesto in termini di apporto di fattori della produzione (terra, lavoro, capitale). In una situazione come quella evidenziata, l’agricoltore non avrebbe alcun potere contrattuale, per cui la presenza di un unico  detentore della semente, associata al fatto che i coltivatori non sono in grado di manifestare un’unica controparte, li metterebbe tra loro in concorrenza per l’acquisizione della commessa di coltivazione.  E’ facilmente intuibile che in questa situazione si determinerebbe una tendenza verso il basso del compenso relativo allo svolgimento dell’attività agricola, in quanto, nel peggiore dei casi per la nostra agricoltura, colui che possiede il brevetto potrebbe trovare in altri Paesi migliori condizioni contrattuali per attuare il processo produttivo agricolo.

Ma il grande salto di qualità per le ditte che detengono il brevetto, potrà essere ottenuto allorquando la manipolazione genetica sulle piante consentirà di sfruttare l’”apomissia”, ovvero la possibilità di originare piante identiche alla madre anche nel caso di riproduzione sessuata. In particolare, lo sfruttamento dell’”apomissia” consentirà alle ditte sementiere  di  evitare la produzione e la successiva commercializzazione del seme, mantenendo comunque la possibilità di ricavare le royalty dal seme e dalla produzione di cibo; il seme una volta distribuito sarà annualmente prodotto autonomamente dall’azienda agricola, la quale, mediante un apposito contratto di sfruttamento della semente, sarà tenuta a pagare le royalty al detentore del brevetto, ogni qual volta utilizzerà le sementi apomittiche per una nuova semina. L’”apomissia” semplificherà notevolmente la vita al detentore del brevetto, che dovrà attuare un’unica operazione: distribuire una sola volta la semente e incassare le royalty ogni volta che quella pianta viene seminata ed il cibo viene prodotto. Qualcuno afferma che questo scenario è irrealizzabile, in quanto alle ditte sementiere non converrebbe mettere sul mercato una semente apomittica, poiché lieviterebbero le frodi e occorrerebbe mettere in atto un sistema di vigilanza decisamente costoso. Purtroppo queste affermazioni si scontrano con la realtà, in quanto le grandi multinazionali del seme stanno cercando di evitare questo inconveniente mediante la creazione di una “Apomissia inducibile chimicamente”. In pratica, che cosa accade? Accade che la semente apomittica germina ed origina una pianta identica alla madre solo in presenza di una sostanza chimica che sarà venduta a parte. Da rilevare che tutto questo non è fantascienza, in quanto il brevetto sull’”Apomissia inducibile” è già stato richiesto 

Gli esempi precedenti, costituiscono per il nostro Paese un vantaggio o uno svantaggio? Si adattano a tutte le coltivazioni o solo a quelle brevettate? E il consumatore otterrà dei vantaggi o degli svantaggi? Occorre rispondere a queste domande prima di effettuare delle scelte che potrebbero rivelarsi controproducenti per il nostro Paese.
A conclusione di quanto precedentemente esposto, è possibile affermare che il brevetto su piante ed animali transgenici sarà in grado di sconvolgere il modo di produrre in agricoltura. Lo scenario sarà quello di un settore in cui l’agricoltore avrà perso ogni potere decisionale; egli diverrà semplicemente un fornitore di mezzi di produzione a favore di colui che detiene il brevetto di quel prodotto, che diverrà anche proprietario del cibo. Cibo che potrà essere ottenuto in ogni parte del Globo, non importa con quale materiale genetico, non importa con quale tecnica di produzione, non importa con quali tutele sociali. Tutto questo comporterà la realizzazione di un grande mercato mondiale dei prodotti alimentari, un mercato dove l’imperativo sarà produrre di tutto ovunque, ai più bassi costi possibili, per poi vendere il prodotto laddove ci sono i mezzi economici per acquistarlo. 

Link utili:

http://www.agriregionieuropa.univpm.it/dettart.php?id_articolo=72

giovedì 7 febbraio 2013

Le sementi OGM non sono sterili


Tra le tante argomentazioni contrarie all’introduzione degli OGM vi è anche quella relativa al fatto che gli OGM, in relazione ai brevetti posseduti dalle multinazionali del seme, snaturerebbero il ruolo dell’agricoltore,  che da sempre migliora e seleziona le proprie sementi e che, con l’avvento degli OGM, sarebbe obbligato a comprare tutti gli anni la semente.
Purtroppo questa affermazione non è vera, in quanto sia l’operazione di miglioramento genetico convenzionale (non OGM), sia l’operazione di produzione delle sementi convenzionali (siano esse ibride o no) non è quasi più svolta dall’agricoltore.

In termini molto semplicistici, le piante ibride (non OGM) derivano dalla fecondazione incrociata di un padre certo e di una madre certa. L’agricoltore è costretto ad acquistare tutti gli anni la semente ibrida (non OGM), in quanto la semente ottenuta in  seconda generazione non fornisce buoni risultati produttivi. L’agricoltore paga un servizio che gli consente di ottenere una maggiore produttività per ettaro.

Da rilevare poi che di solito la “multinazionale del seme” è  titolare del brevetto anche nel caso di piante convenzionali “Non OGM”, siano esse ibride o no.

Perché l’agricoltore preferisce acquistare tutti gli anni la semente? Per tre ordini di motivi:

-         La semente deve avere una elevata germinabilità  e affinchè sia tale è necessario che la semente sia coltivata, raccolta e conservata in modo adeguato e con tecnologie specifiche;


-         La semente deve essere libera da impurità. Anche in questo caso una produzione specifica per la semina garantisce un risultato superiore a quello che si potrebbe ottenere presso l’azienda agricola;


-         La semente deve essere libera da malattie. Anche in questo caso l’agricoltore preferisce affidarsi alle conoscenze di una impresa specializzata.  


Ci sono agricoltori che utilizzano parte del raccolto dell’annata per la semina nell’annata successiva? La risposta è affermativa. Soprattutto in questi ultimi anni in cui il margine economico per l’agricoltore è “ridotto all’osso”,  ci sono coltivatori che lo fanno. Le coltivazioni che si prestano ad una operazione del genere sono soprattutto soia, frumento (duro e tenero) e riso. Per il mais i coltivatori italiani, tranne qualche sporadico caso di seme vitreo e/o “Maranino”, comprano il seme ibrido (non OGM) ogni anno. 

A conferma del fatto che "non è vero che con gli OGM l'agricoltore è costretto ad acquistare tutti gli anni la semente", si tenga presente che il forte sviluppo della soia RR in Argentina ed in Brasile è dovuto al fatto che questi Paesi non riconoscono il brevetto sulle sementi. Pertanto, tutti gli anni gli agricoltori trattengono una parte del raccolto dell'annata di soia RR per riseminarlo nell'annata successiva. E la soia, pur essendo OGM, germina regolarmente!

mercoledì 3 ottobre 2012

OGM, I pomi della discordia


I pomi della discordia
Pietro Greco
 L’ultima a far parlare di sé è stata Amflora, la patata geneticamente modificata nata nei laboratori dalla grande azienda chimica tedesca Basf. Alcune settimane fa la Commissione Europea ne ha autorizzato la coltivazione in campo aperto e la vendita, rompendo una moratoria che durava da dodici anni. La patata non arriverà sulla nostre tavole. Verrà utilizzata solo a fini industriali, per la produzione di amido. Eppure è riuscita a riaccendere la vecchia polemica tra i due opposti partiti degli apologetici e degli apocalittici delle «biotecnologie verdi»: ovvero delle diverse applicazioni della tecnica del Dna ricombinante a piante, tuberi e ad altri prodotti dell’agricoltura. Gli apologetici considerano questi organismi geneticamente modificati (ogm) la bacchetta magica capace di salvare l’umanità dallo spettro della fame. Gli apocalittici, all’opposto, guardano agli ogm come al «cibo Frankenstein», messo a punto da apprendisti stregoni che porteranno l’umanità alla perdizione.
Nonostante vada avanti, tra qualche tregua e improvvise fiammate, la polemica sulle «biotecnologie verdi» si concentra soprattutto da noi, in Italia. Dove continua a essere tanto dura quanto confusa. Ideologica, nella sua essenza. Perché i due opposti partiti chiedono a tutti noi non un’analisi critica delle potenzialità e dei rischi, ma una scelta di campo totale a favore o totalmente contro un processo – l’utilizzo delle tecnologie del Dna ricombinante in agricoltura – che in realtà è molto articolato e complesso, che si snoda lungo percorsi storici e, quindi, modificabili, che attraverso almeno quattro diverse dimensioni autonome, se non del tutto indipendenti: quelle della sicurezza alimentare, dell’impatto ecologico, dell’economia e della politica.
Prendiamo, per esempio, la dimensione della sicurezza alimentare e, quindi, del rischio per la salute dell’uomo. Molti prodotti alimentari geneticamente modificati con le tecniche del Dna ricombinante (chiamiamoli per mera comodità, cibi ogm) sono sulle tavole di centinaia di milioni di persone di tutto il mondo – sotto forma, soprattutto, di soia e di mais ma anche di altri prodotti più o meno essenziali – da almeno un paio di decenni. Ma non si ha notizia che abbiano prodotto danni significativi alla salute dell’uomo. Non più degli altri cibi, prodotti con tecniche convenzionali o nell’ambito della cosiddetta agricoltura biologica. Indagini accurate svolte sia negli Stati Uniti (dalla Food and Drug Administration) sia in Europa hanno dimostrato che non esiste un rischio sanitario specifico associato agli ogm. Per paradosso, i cibi ogm potrebbero essere persino più sicuri dei cibi convenzionali e persino dei cibi biologici: visto che devono superare prove di innocuità non richieste, in genere, agli altri prodotti alimentari. Ciò non toglie che singoli prodotti ogm possano risultare dannosi: per esempio provocare allergie. Ma, appunto, si tratta di prodotti specifici. Non dell’intera classe dei cibi ogm. E questo ci fornisce un primo insegnamento, fatto proprio dall’Organizzazione Mondiale di Sanità: non è possibile parlare in maniera generalizzata di “prodotti ogm”, ma la valutazione del rischio sanitario va riferita sempre, caso per caso, al singolo prodotto. Ma questo vale (dovrebbe valere) per qualsiasi prodotto alimentare che giunge sulle nostre tavole.
Anche il rischio ecologico, alla luce dei dati scientifici noti, va ridimensionato. Il tecnologie del Dna ricombinante vengono applicate alle piante per inserire uno o più geni “alieni”, appartenenti ad altre specie. Il rischio paventato è che questi geni possano diffondersi nell’ambiente ad altre specie di piante, determinando effetti ecologici indesiderabili e incontrollabile. Ora è vero che sono stati documentati diversi casi di «trasferimento genico orizzontale», ovvero di salti di geni “alieni” da una pianta OGM a una pianta non OGM, selvatica o coltivata che sia. Ma è anche vero che – a tutt’oggi – non ci sono state conseguenze particolarmente gravi da un punto di vista ecologico. Essenzialmente per due motivi: perché il «trasferimento genico orizzontale», tra specie diverse di piante, avviene normalmente in natura. E poi perché è difficile (anche se non impossibile) che un gene totalmente estraneo venga accettato e dia luogo a un «hopeful monster», ovvero a una nuova specie con caratteristiche diverse e vincenti. In genere il trasferimento orizzontale di geni “alieni”, se anche avviene con successo, genera mostri piuttosto deboli: facilmente eliminati per selezione naturale. Alcuni sostengono che il rischio di seri effetti indesiderati, anche se non si finora realizzato, potrebbe realizzarsi in futuro. E che, in ogni caso, nessuno ha verificato gli effetti ecologici di lungo termine, non fosse altro perché quel lungo termine non è ancora passato. Ma per valutare questi rischi e farli rientrare in ambiti fisiologici basta muoversi con prudenza. Valutare caso per caso. Non serve fermarsi del tutto.
C’è poi la dimensione economica del problema. A tutt’oggi l’applicazione a scala commerciale delle «biotecnologie verdi» si è concentrata nelle mani di poche aziende multinazionali, che hanno utilizzato queste conoscenze tutto sommato con scarsa creatività: le specie di piante geneticamente modificate sono poche e poche sono anche le funzioni (in genere la resistenza ai pesticidi) per cui sono state modificate. Inoltre l’approccio di queste aziende è di tipo monopolistico (cercano di imporre ai contadini solo l’uso delle loro sementi), nell’ambito di un sistema intensivo di produzione agricola. Un approccio così insostenibile – sia sul piano sociale che sul piano ecologico – da risultare del tutto inaccettabile. In definitiva, le «biotecnologie verdi» vengo utilizzate male e, troppo spesso, producono benefici per pochi e inconvenienti per molti. Ma i guasti – ripetiamo, inaccettabili – derivano non da proprietà intrinseche delle nuove tecnologie basate sul Dna ricombinante, bensì dalla loro appropriazione da parte di pochi in un sistema di mercato globale che è insieme iperliberista e iperprotezionista.
Eccoci, dunque, all’altra faccia della dimensione economica del problema. Gli uffici di comunicazione delle imprese biotecnologiche affermano che i cibi OGM  possono risolvere – con il basso costo di produzione e l’alta produttività – il problema della malnutrizione e della fame nel mondo. Un assunto del tutto infondato. La fame del mondo non dipende dalla scarsità di cibo, ma dalla sua cattiva distribuzione. Il cibo attualmente prodotto nel mondo intero sarebbe più che sufficiente ad alimentare l’intera popolazione del pianeta. Se, oggi, un miliardo di persone è malnutrito non è perché manca il cibo, ma perché quel miliardo di persone non vi ha accesso. E il mancato accesso al cibo di tante persone dipende da almeno tre fattori: un liberismo sfrenato (il controllo monopolistico delle sementi, per esempio), gli enormi sussidi economici erogati all’agricoltura europea e nordamericana che tagliano fuori i prodotti agricoli e l’economia dei paesi più poveri; la corruzione e la cattiva organizzazione di molti di quegli stessi paesi poveri. Nessuno di questi problemi viene alleviato di per sé dall’introduzione di colture OGM, anzi l’attuale gestione delle «biotecnologie verdi» li aggrava tutti.
Non c’è dubbio: gli OGM, come ha scritto Francesco Sala, potranno essere utili all’intera umanità. Ma solo se saranno gestiti nell’ambito di un’economia socialmente più sostenibile. Solo se saranno considerati una risorsa non a vantaggio di pochi, ma a beneficio di tutti. Ciò ci riporta alla quarta dimensione del «problema OGM», la dimensione della politica. Che, in tutta questa complessa partita, brilla per la sua assenza. Due i nodi principali che devono essere sciolti: quello della “trasparenza” e quello della “conoscenza come bene comune globale”. Le istituzioni politiche devono assicurare la massima trasparenza nella ricerca, nella produzione e nella distribuzione del cibo OGM. In modo che la filiera dei prodotti sia sempre ricostruibile. Le coltivazione segregabili (ovvero avvenire in ambienti ben definiti e separati da altri). In modo, inoltre, da offrire la possibilità a chi rifiuta i transgenici, per qualsiasi motivo, sia messo in grado di farlo. Questa trasparenza per ora è lacunosa. Occorre aumentarla.
Ma la politica deve fare di più. Deve assumere la conoscenza, anche la conoscenza biotecnologica, come un «bene comune» a disposizione di tutti e non come un «bene appropriabile» da parte di privati. In pratica significa non lasciare le «biotecnologie verdi» in mano a poche imprese private, ma finanziare con fondi pubblici la ricerca – una ricerca totalmente libera (nei limiti di legge). Basterebbe questo per aumentare la probabilità di avere prodotti biotecnologici che beneficiano non il produttore, come avviene ora, ma il consumatore, come dovrebbe essere. Più in generale, occorre che le istituzioni politiche stabiliscano nuove regole per un’agricoltura socialmente ed ecologicamente sostenibile. Contrastando il combinato disposto di iperliberismo e iperprotezionismo che garantisce pochi ricchi, mentre affama centinaia di milioni di poveri e mette a rischio l’ambiente.
In definitiva, ciò che ci viene richiesto nella società della conoscenza è una cultura scientifica più solida. Capace di analizzare in dettaglio i problemi e di distinguere gli effetti dalle cause, le cause prossime dalle cause remote, le azioni e le retroazioni di quel sistema estremamente complesso che è l’economia globalizzata fondata sull’innovazione tecnologica. O acquisiamo questa cultura scientifica o, semplicemente, saremo incapaci di capire il mondo in cui viviamo. Di valorizzarne le opportunità e di modificarlo lì dove produce effetti che non desideriamo. 

martedì 2 ottobre 2012

Ecoetica e ricerca scientifica


Ecoetica e ricerca scientifica: gli ecologi hanno qualcosa da dire?
Roberto Danovaro
Istituto di Scienze del Mare, Università di Ancona,
Via Brecce Bianche 60131 Ancona.

L’etica fa riferimento all’insieme dei valori intorno ai quali si “struttura” una comunità. Le diverse culture hanno prodotto nel tempo diverse forme di etica con presupposti ed obiettivi diversi. Negli ultimi anni la crescente coscienza sociale dell’interdipendenza dell’uomo dall’ambiente in cui vive ha portato alla formulazione di una nuova prospettiva etica: l’etica ecologica (Ecoetica). L’ecoetica rappresenta un’estensione delle problematiche della bioetica, poiché non si limita ad una visione antropocentrica del rapporto tra uomo e vita (concetto di “persona”, eutanasia, aborto, clonazione, salute, sicurezza alimentare), ma le amplia a livello di ecosistema e di biosfera.
L’ecoetica è diversa dalle etiche classiche nei presupposti e nell’approccio logico poiché si basa sulla ricerca scientifica. Il punto di partenza è dato da una constatazione banale: mai prima d’oggi, una singola specie (l’Uomo) aveva avuto un impatto così forte sulla biosfera né, fino ad oggi, una singola specie poteva condizionare la struttura degli ecosistemi, poteva creare ambienti artificiali di dimensioni confrontabili a quelli naturali trasformando radicalmente gli equilibri naturali. L’uomo è uscito dal processo di evoluzione per selezione naturale, sottraendosi alle ferree leggi della natura ed ha “rotto” un processo chiave del funzionamento dell’ecosistema: la “ciclizzazione” di materia ed energia. Non ponendosi l’obiettivo della conservazione dell’integrità della biosfera e delle specie che in essa vivono (inclusa la specie Homo sapiens), le forme di etica classiche non costituiscono i presupposti per garantire la stessa sopravvivenza dell’uomo.
Il problema di fondo da un punto di vista biologico-evolutivo è che l’uomo è nato e si è evoluto in un sistema che adesso sta profondamente modificando. Con il crescente controllo sull’ambiente l’uomo sta alterando i presupposti evolutivi che ne hanno permesso l’affermazione e la dominanza sul globo. Non solo. L’uomo investe  le proprie energie nel rendere sempre più egemonica la propria posizione nel contesto della biosfera. Gran parte dei finanziamenti rivolti alla ricerca scientifica, infatti, sono indirizzati all’aumento dell’aspettativa di vita media o alla predizione di eventi naturali (modellistica ambientale, cambiamenti climatici). Questo semplice concetto contiene uno spunto di riflessione importante: la natura è vista sempre più come fonte di beni e servizi che permettono all’uomo, o a pochi uomini, di mantenere l’egemonia su altri. Questa visione distorta delle relazioni tra l’uomo e l’ambiente non può non avere conseguenze importanti sulla qualità della vita umana.
Le problematiche relative allo stato di salute degli ecosistemi e al concetto d’inquinamento sono fondamentalmente legate al rapporto tra uomo e ambiente. L’inquinamento, il danno ambientale sono le manifestazioni di una “malattia” dell’ecosistema in cui l’uomo vive. Quello che sappiamo dell’inquinamento è che parte dei cambiamenti osservati negli ecosistemi avvengono in modo naturale, mentre alcuni processi vengono accelerati o modificati dall’intervento dell’uomo. Tuttavia il “giocattolo ambiente” diviene “problema” di pubblico interesse solo quando si “rompe” e non può essere più utilizzato proficuamente. La distruzione degli habitat è una delle cause più importanti della perdita di biodiversità. L’ambiente viene fruttato, degradato, proprio alla stregua di un prodotto consumistico di facile accesso. Questo è stato possibile senza sensi di colpa almeno fino alla fine degli anni ’60, con la  comparsa dei primi movimenti ambientalisti. Purtroppo,  il concetto di salvaguardia ambientale appare tuttora soggetto di sensibilità individuale. Ancora una volta il sospetto è che la scarsa sensibilità ai problemi ambientali riveli nuove conflittualità tra protezione dell’ambiente e prospettive economiche. Si stanno aprendo nuovi mercati e tra questi l’uso dell’ambiente naturale si sta proponendo in modo prepotente come oggetto del business del futuro, all’insegna del motto: “distruggere per ricostruire”.
La progressiva distruzione degli habitat, l’utilizzo e lo sfruttamento non sostenibile delle risorse ambientali stanno portando rapidamente le società avanzate ad investire nel recupero ambientale. Dal momento che la distruzione degli habitat non è ancora “eticamente” deplorevole (e spesso non viene sanzionata dalle istituzioni), il degrado ambientale può rappresentare uno dei maggiori investimenti dell’ “industria del recupero” del prossimo futuro.
L’industria chimica e la cosiddetta “tecno-scienza”  hanno portato alla produzione chimica oltre 1000 nuove molecole ed alla distribuzione di oltre 10.000 prodotti chimici ogni anno. Qual è l’impatto di queste nuove sostanze introdotte nell’ambiente? In generale è tacitamente “accettato” il concetto (essenziale a non danneggiare l’economia delle imprese) che le “sostanza chimiche sono “innocenti” fino a quando non ne viene provata la dannosità”.
Negli ultimi anni si parla sempre più frequentemente di micro-inquinanti, di molecole ad azione biologica in grado di mimare l’effetto di ormoni o in grado di alterare la produzione o l’effetto di ormoni (endocrine disrupters) con conseguenze immediate sulla salute e sul comportamento umano. I prodotti chimici vengono testati nel caso del loro utilizzo diretto da parte dell’uomo (rischio sanitario), ma vengono trascurati gli studi volti ad appurare l’effetto sull’ambiente di queste sostanze. Cosa può dire l’ecologo a questo proposito? Determinare la presenza di contaminanti nell’ambiente piuttosto che il loro effetto a livello sistemico è (eco)eticamente corretto?
L’uomo sembra prendere coscienza dei limiti di tolleranza dell’ambiente. Tuttavia, la “spinta” al recupero ambientale è ancora ostaggio della reazione sociale emotiva scatenata da disastri ambientali. Le reazioni emotive sono, per loro natura, tanto forti e spontanee quanto temporanee e spesso prive d’adeguata pianificazione. Forse per questa ragione, le politiche d’intervento dettate da casi d’emergenza ambientale si sono rivelate inefficaci e spesso fallimentari. Ne sono un esempio i casi d’incidenti di petroliere o i tentativi di combattere l’insorgenza di mucillagini in Adriatico. Enorme spreco di fondi e mancanza di pianificazione.
I disastri ambientali distraggono l’attenzione pubblica da un rischio più importante ancorché silente: l’inquinamentocronico. Tutti i prodotti chimici di uso domestico e industriale vengono sintetizzati, prodotti e commercializzati senza alcun principio cautelativo. Servono anni (un tempo infinito per l’economia contemporanea) affinché la ricerca dia una risposta. Immancabilmente, quando alcune molecole vengono escluse dal mercato il danno è già stato fatto, n’è un esempio storico il DDT e più recentemente l’uso di antivegetativi quali il TBT. L’impressione che ho avuto dalle sortite mass-mediali di molti colleghi (un esempio per tutti: il caso dell’alga killer in Mediterraneo o l’Acanthaster in Australia) è che molti scienziati cerchino di  cavalcare la logica del dare pubblicità a presunti disastri ambientali paventando come disastro anche ciò che disastro non è (o non è provato che lo sia). L’obiettivo è  robabilmente quello di aumentare la sensibilità del pubblico verso determinati problemi e, quindi, di incrementare i fondi per la ricerca. Cui prodest? Alla ricerca? Alla programmazione? Edonismo scientifico? E qual è il messaggio/immagine che trasferiamo all’opinione pubblica? L’invasione di specie aliene è certamente un problema di scala globale. Ma la riduzione delle praterie di Posidonia oceanica o della biodiversità (?) in Mediterraneo sono da imputarsi all’invasione di un’alga killer o alla distruzione degli habitat, all’eutrofizzazione e cementificazione delle coste? Credo che almeno i ricercatori dovrebbero mantenere la giusta dimensione dei problemi per poter proporre le giuste soluzioni alla società ed alle istituzioni.
Gli organismi transgenici e più in generale gli organismi geneticamente modificati, da un punto di vista ecologico, possono essere considerati alla stregua di specie aliene. Modificare geneticamente un organismo vuol dire produrre una nuova varietà, determinare artificiosamente una variabilità intraspecifica. Le problematiche relative all’utilizzo di specie transgeniche in agricoltura sono state già esaustivamente esposte in una lettera precedentemente pubblicata da questo bollettino. Tra i benefici prospettati dall’uso di OGM vi è il miglioramento della qualità della vita. Una realtà certa è l’esistenza di una forte spinta economica nella direzione della ricerca e della produzione di prodotti manipolati geneticamente, soprattutto in ambito  agroalimentare. Tali ricerche dovrebbero essere sostenute con il finanziamento da parte d’istituzioni pubbliche. Tuttavia, assistiamo ad un forte sostegno da parte di aziende private, incluse importanti multinazionali, che assumendo il controllo delle ricerche, porteranno necessariamente ad un orientamento in termini produttivi prima che conoscitivi dell’effetto degli OGM sull’ambiente. Tuttavia in questa fase di sviluppo del pensiero scientifico le ricerche devono essere orientate anche alla comprensione di alcune problematiche chiave che hanno ripercussioni di natura etica.
Uno degli aspetti che si rivela potenzialmente più pericoloso è che pistole che sparano DNA all’interno delle cellule (gene guns) non permettono di capire dove si inserisce esattamente il transgene nell’ambito del DNA della cellula ospite. Recentemente è stata sviluppata l’ipotesi che dovrebbe metterci in guardia sulle potenziali conseguenze ecologiche dell’introduzione di organismi geneticamente modificati nell’ambiente. L’ipotesi del Gene di Troia (Trojan gene hypothesis)  è stata formulata per i pesci medaka (pesci ornamentali che vengono allevati soprattutto in Giappone) che vengono prodotti in laboratorio con tecniche di ingegneria genetica. Questi pesci, di maggiori dimensioni dei corrispettivi selvatici, producono molti più gameti quelli non modificati e sono in grado di fecondare più femmine. Tuttavia sono anche più cagionevoli dei selvatici e quindi con una vita media molto più breve. In altri termini si riproducono più facilmente ma poi muoiono prima.
Lo stesso processo è stato dimostrato anche per il salmone transgenico, largamente utilizzato in acquacoltura, soprattutto in Norvegia. Recenti studi hanno stimato che se salmoni ingegnerizzati fossero messi a contatto con una comunità selvatica, accidentalmente o intenzionalmente (e molti esemplari sono già sfuggiti agli impianti dove erano allevati), la varietà selvatica potrebbe estinguersi in meno di 40 generazioni. Le specie transgeniche possono non essere “super-specie”, ma “cavalli di Troia” in grado di sostituirsi alle naturali per poi estinguersi.
Un problema altrettanto importante da un punto di vista ecologico è il gene flow, ovvero il flusso genico tra organismi geneticamente modificati (e.g., piante transgeniche) e piante/organismi naturali e selvatici. Il trasferimento di geni per la resistenza agli erbicidi da piante transgeniche a piante selvatiche è stato largamente dimostrato. Tuttavia è stata recentemente dimostrata anche la possibilità di un flusso genico tra organismi appartenenti a Regni diversi, ad esempio organismi  vegetali e batteri. Acinetobacter incorpora il DNA transgenico della barbabietola da zucchero.
Un altro problema ambientale legato all’uso di OGM è dato dal caso della farfalla monarca (Danaus plexippus). Il bruco di questa farfalla, mangiando il  polline del mais transgenico muore. Dato che il polline, trasportato dal vento, può essere distribuito in aree molto ampie le conseguenze ecologiche possono essere potenzialmente rilevanti anche su larga scala. Recenti studi hanno dimostrato che la creazione di forme di resistenza a seguito di uno scambio genico tra organismi selvatici e geneticamente modificati determina un aumento da 2 a 5 volte dell’uso di erbicidi e di pesticidi, con un conseguente aumento dei danni all’ambiente. Questo risultato dovrebbe far riflettere sulla convenienza da un punto di vista ecologico (riduzione inquinamento per ridotto uso di erbicidi). Quali potrebbero essere le possibili conseguenze di un uso di piante transgeniche su larga scala? Diminuzione della biodiversità? Creazione di forme resistenti (come già avvenuto in passato con il DDT)?
Il problema, da un punto di vista ecologico, quindi non è solo dato dalla preoccupazione di ingerire degli organismi geneticamente modificati (per le possibili conseguenze dirette sulla salute umana), ma vedere quali sono gli effetti su una scala più ampia, su una scala ecosistemica. La politica di ricerca e/o adozione degli OGM non è forse un problema inerente gli aspetti dell’ecoetica? Qual è il costo del degrado ambientale? Certamente non può essere solo delle sue potenzialità di sfruttamento economico o di monetizzazione in chiave eco-turistica, ma neppure il costo del recupero/biorisanamento dell’ambiente. Il fatto che le biotecnologie della clonazione facciano balenare l’idea che sia presto possibile riprodurre specie estinte (come in Jurassic Park) può rappresentare un facile alibi per coloro che tendono a considerare ogni danno inflitto alla natura come “recuperabile”. Inclusa la scomparsa di una specie. Un  prezzo che potrebbe essere quantificato con il costo necessario a finanziare le ricerche e l’attuazione di una clonazione postuma. Anche se ciò fosse possibile, il danno “sistemico” dato dalla scomparsa di una o più specie sul funzionamento dell’ecosistema o sui processi co-evolutivi  non può essere quantificato in questi termini. In altre parole, anche clonando la specie estinta, il danno ambientale, di fatto, non sarebbe riparato. Inoltre, appare evidente che l’estinzione di una specie non è dovuta alla morte di tutti gli esemplari che la rappresentano, ma anche, e soprattutto, alla scomparsa delle condizioni ambientali che ne permettono la prosperità. Questa perdita è difficilmente  colmabile.
Un altro problema rilevante dal punto di vista etico è quello dei brevetti. Un brevetto è, per definizione, legato all’invenzione di qualcosa di originale, di nuovo, per il quale vengono richieste delle “royalties” (diritti dell’inventore) nel caso in cui qualcuno voglia copiare o utilizzare lo strumento inventato. Se io invento il jukebox lo brevetto, se un’azienda vuole costruire lo stesso juke-box deve pagare una royalty, questo è normale. Sarebbe tuttavia necessario chiedersi se è giusto brevettare degli  organismi geneticamente modificati. I geni esistono in natura, noi non facciamo altro che potenziarne le applicazioni prelevandoli da un organismo ed innestandoli in un altro. In altri termini: è eticamente corretto brevettare un gene?
Possiamo dire che è eticamente  corretto brevettare le invenzioni, ma lo è altrettanto brevettare le scoperte scientifiche? Il problema etico si pone anche con la nascita del mercato dei prodotti “terminator” (sementi suicide, ovvero sementi che hanno un gene suicida “autokilling”). Il flusso genico di geni autokilling sta determinando l’estinzione delle forme selvatiche contaminate. Nel tempo, si è creata anche una notevole diffidenza verso questo tipo di prodotti ed i governi di numerosi paesi hanno chiesto maggiori informazioni e garanzie rispetto all’impiego di tali prodotti. A questo proposito ecco la risposta di Harry Collins, un responsabile del settore ricerche di una di queste multinazionali (la Delta & Pine Land Seed Co) nel Gennaio 2000:
We’ve continued right on with work on the Technology Protection System [Terminator]. We never really slowed down. We’re on target, moving ahead to commercialize it. We never really backed off.
Dovremmo interrogarci su quale sia la responsabilità (eco)etica di tale atteggiamento.
Esistono obiettivamente poche possibilità per imporre un comportamento ecologicamente ed eticamente responsabile. Tuttavia credo che, piuttosto che chiedere un blocco totale dei diritti dei brevetti basati sull’uso di geni e di organismi geneticamente modificati, si possa proporre che una percentuale dei proventi di tali brevetti venga destinata alle istituzioni pubbliche per scopi socialmente utili. Tra questi, in primo luogo, il finanziamento della ricerca volta a comprendere gli effetti ecologici o sanitari di tali prodotti o, se questi sono stati riconosciuti come non dannosi, devoluti a scopi sociali. In tal modo si garantirebbe l’interesse alla tutela dell’ambiente, si incrementerebbero i fondi per la ricerca in campo ambientale, si infonderebbe un maggior senso di fiducia della società nei confronti degli scienziati (sempre più percepiti come strumenti nelle mani delle multinazionali e dei loro segreti scientifici), si avrebbe una ricaduta socialmente utile e la possibilità effettiva di compiere questo tipo di ricerche (che richiedono notevoli risorse economiche). Le tesi della neonata Unione Internazionale di Ecoetica (EEIU; www.eeiu.org) possono essere così sintetizzate. La prima regola per conciliare economia ed ecologia è ristabilire una compatibilità tra un metabolismo naturale e un metabolismo antropico. L’uomo ha operato un’accelerazione dello sfruttamento delle risorse che non permette più agli ecosistemi di rigenerarsi. Il secondo punto consiste nell’accettare la responsabilità umana sulle componenti dell’ecosistema, ma al contempo limitare il suo controllo sull’ambiente. L’uomo non può pensare di utilizzare l’ambiente sfruttandone le risorse per poi “risanarlo”, perché questo vuol dire semplicemente aumentare la dipendenza dell’ambiente dall’uomo, e di conseguenza rendere ancora più artificiale l’ecosistema naturale. Quando parliamo di protezione ambientale nel senso di intervento dell’uomo (per es., ingegneria ambientale o biorisanamento e biotecnologie ambientali), dovremmo comprendere a fondo le conseguenze effettive di tali interventi. L’auspicio sarebbe quello di rendere alla natura il principio dell’autoregolazione. Inoltre, è fondamentale stabilire/definire che cosa è “bene/benefico” e cosa è “danno” per decidere in una prospettiva di lungo termine ciò che è bene fare da ciò che non è giusto fare, indipendentemente dalla presenza di un interesse di tipo economico. Produrre un danno nel presente che verrà scontato dalle generazioni future è eticamente inaccettabile anche se prevedessimo una progressiva diminuzione del rischio ambientale nel tempo. Quantificare il danno ambientale per identificare a priori ciò che riteniamo accettabile e ciò che riteniamo non accettabile.
Ciò che non possiamo regolamentare a posteriori, possiamo deciderlo a priori, quindi se noi stabiliamo a priori quello che è accettabile, possiamo già introdurlo come regolamentazione delle attività dell’uomo. Le istituzioni hanno il dovere di “monitorare” la qualità ambientale usando non solo la migliore tecnologia disponibile, ma anche la massima chiarezza legislativa. Le politiche ambientali scelte ed imposte a livello di Comunità Europea possono funzionare. L’adozione dell’uso della benzina verde ha determinato una forte diminuzione (di circa venti volte) dei livelli di piombo in mare. Questo dimostra che è possibile adottare delle politiche ambientali e, se le scelte ambientali si riveleranno giuste, ottenere buoni risultati per l’ambiente. Gli strumenti di intervento esistono.
E’ necessario un confronto tra ecologi, istituzioni, associazioni ambientaliste e settori produttivi per discutere l’importanza dell’accettazione di principi precauzionali. Il senso di tali principi può essere sintetizzato con il concetto: “non inserire o utilizzare prodotti di cui non sia stata dimostrata l’innocuità da un punto divista sanitario e ambientale”. Questo concetto si può facilmente applicare sia nel caso di prodotti chimici che per organismi geneticamente modificati, ribaltando così il concetto dell’ “usare” fino a quando non si dimostra la dannosità. La scienza ha responsabilità importanti: deve sviluppare la ricerca anche su tematiche delicate e controverse (come quelle relative agli organismi geneticamente modificati), poiché non esiste altro modo di valutare le conseguenze (positive o negative) dei prodotti della ricerca scientifica che quello di continuare la ricerca stessa. E’ necessario tuttavia che la ricerca venga sviluppata e incrementata con l’utilizzo di fondi pubblici anziché privati. Questo per la necessità di non sottostare alla sola prospettiva economica del prodotto scientifico.
Ma la scienza non deve solo rivendicare il diritto alla conoscenza. L’asservimento della scienza agli interessi economici è un sospetto crescente a livello delle diverse componenti della nostra società. È importante che la Scienza sciolga quest’ambiguità, per evitare che la “paura” della Scienza determini un tramonto della ragion critica che ci precipiterebbe in un nuovo “medioevo del pensiero”. La Ricerca Scientifica ha davanti a sé un duro lavoro da compiere:
deve entrare in una fase propositiva: pensare al futuro per costruirlo. L’Ecoetica può contribuire a porre le basi, i valori, i riferimenti di questo processo. Tuttavia  mancano, a mio avviso, anche a livello locale o nazionale, le indicazioni, le prospettive e le soluzioni che potrebbero essere fornite dagli ecologi. Gli ecologi non ci sono. Non vogliono/riescono a fare sentire la loro voce. Più semplicemente spesso non hanno idee ben definite rispetto a queste problematiche o non le esplicitano.
L’invito che porgo in questa sede alla Società Italiana di Ecologia è quello del contribuire alla creazione di una Rete di Ecologi interessati all’Ecoetica, all’etica della Ricerca Scientifica, alla comprensione delle ripercussioni ecologiche di tutte le espressioni della ricerca scientifica e allo stimolo di politiche sociali che tengano conto delle prospettive ecosistemiche di ogni scelta. Una Rete che accolga la sfida di una fase propositiva, che sappia far sentire la propria voce a livello istituzionale, mass-mediale e che promuova la cultura della ricerca ecologica e denunci i rischi di scelte ecoeticamente scorrette.
Un’occasione importante, ammesso che gli ecologi abbiano qualcosa da dire….

Rigenerazione dell'agricoltura e Dottrina Sociale della Chiesa


LA RIGENERAZIONE DELL’AGRICOLTURA E LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA
+ Mario Toso SDB

Premessa: agricoltura e la Dottrina sociale della Chiesa
Bisogna riconoscere che, in questi ultimi anni, la dottrina sociale della Chiesa (=DSC), specie mediante il Compendio, l’enciclica Caritas in veritate (=CIV) di Benedetto XVI, i Messaggi per la Giornata mondiale della pace come quello intitolato Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato (1 gennaio 2010), ma anche mediante i suoi soggetti, singoli e collettivi – persone, comunità ecclesiali, organismi pastorali, istituti culturali, associazioni, movimenti ed organizzazioni laicali cattolici o di ispirazione cristiana, non esclusa la Coldiretti -, con tutte le loro iniziative culturali e le buone pratiche, ha contribuito a tenere viva una percezione positiva ed alta del ruolo dell’agricoltura rispetto al bene comune delle Nazioni e della famiglia umana.
Una tale percezione è stata proposta e declinata entro il quadro di uno sviluppo integrale, sostenibile, inclusivo, aperto alla Trascendenza. Lo sguardo teologico, antropologico ed etico della DSC, concretizzandosi in un’interpretazione personalista, relazionale e fraterna dell’esistenza umana nel mondo, ha sollecitato:
a)     a vedere l’agricoltura come un bene comunitario, un bene comune, perché bene fondamentale e imprescindibile per l’umanità dal punto di vista dell’alimentazione, della custodia dell’ambiente (sebbene spesso possa danneggiarlo), della prosperità dei popoli, del bene comune mondiale;
b)    a promuovere il passaggio dal concetto di territorio agricolo e di suolo avente una destinazione d’uso riconoscibile a quello di «ambiente di vita» della comunità, in cui le connessioni dello svolgimento delle attività agricole e la presenza stessa di insediamenti rurali divengono inseparabili dai fenomeni biologici e naturali e, tutti insieme, concorrono a formare un contesto umanitario ed identificabile. La CIV, allorché parla della natura la configura come «ambiente di vita dell’umanità»: «ambiente» perché è talmente integrata nelle dinamiche sociali e culturali da non costituire più una variabile indipendente. La desertificazione e l’impoverimento produttivo di alcune aree, si legge nella CIV, sono anche frutto dell’impoverimento delle popolazioni che le abitano e della loro arretratezza. Incentivando lo sviluppo economico e culturale di quelle popolazioni, si tutela anche la natura (cf CIV n. 51). Lo stesso può essere ripetuto per l’agricoltura;
c)     a ricercare un nuovo modello di sviluppo dell’agricoltura che attualmente la Coldiretti, assieme ad altre istituzioni, sta coniugando in termini di qualità, di tipicità, di multifunzionalità, di presidio e di manutenzione del territorio, di sicurezza alimentare (bene collettivo).
In questo contesto merita che si fermi a considerare l’agricoltura quale attività economica «verde», un concetto che si sta sempre più affermando, sebbene sia ancora in cerca di una definizione chiara (che probabilmente non ci verrà offerta dalla Conferenza di Rio+20). Una tale prospettiva assume un senso più completo se l’agricoltura viene vissuta, come suggerisce la CIV, con modalità che, mentre consentono di produrre ricchezza, preservano e, possibilmente, rafforzano le potenzialità dell’ambiente per consentire alle generazioni future la libertà di scelta fra uso e non uso del patrimonio naturale tra diversi livelli di benessere naturale e di qualità dell’ambiente. Detto diversamente, l’agricoltura in quanto «economia verde» dovrebbe essere praticata come settore volto alla realizzazione di un’autentica solidarietà a dimensione locale e mondiale, intergenerazionale.
Si inserisce sicuramente qui l’impegno della Coldiretti a contrastare i meccanismi perversi di industrializzazioni e di finanziarizzazioni esasperate dell’agricoltura, improntate a modelli produttivistici e consumistici che ignorano l’importanza della sicurezza ambientale ed alimentare, del rispetto/benessere degli animali, della produzione locale, anteponendo la ricerca del profitto a quella della qualità e della genuinità.

1.     L’approccio «olistico» della Dottrina sociale della Chiesa: agricoltura e bene comune

La lettura in termini personalisti, comunitari, relazionali e fraterni dell’agricoltura e del settore ittico da parte della DSC li rappresenta come settori che fanno parte di un tutto umano socio-economico-ambientale e culturale, retto dai principi del bene comune, della destinazione universale dei beni, della giustizia sociale, della solidarietà e della sussidiarietà. Un tale approccio getta una luce particolare sulla considerazione dei vari settori economici e sui loro rapporti.
I diversi settori economici – poiché hanno come soggetti persone o gruppi di persone, popoli liberi e responsabili e poiché sono fondamentali in ordine allo sviluppo umano integrale – vanno pensati ed organizzati in modo da non essere disarticolati, sperequati, sottodimensionati. Come ha insegnato la Mater et magistra, della quale si è celebrato l’anno scorso il cinquantesimo anniversario di promulgazione, i diversi settori produttivi vanno promossi simultaneamente, gradualmente e proporzionatamente, di modo che tutti quelli che vi lavorano possano essere responsabili e protagonisti della loro evoluzione economica e della realizzazione del bene comune.
Un simile approccio evidenzia, con l’essenzialità dei vari settori dal punto di vista dell’economia nazionale e mondiale, anche la loro valenza antropologica e civile. I molteplici settori economici hanno una valenza e una funzione intrinseche indisgiungibili da una funzione umana e sociale. L’unità e l’interdipendenza tra i settori economici sono date sì dalla moltiplicazione delle interconnessioni e delle comunicazioni proprie della globalizzazione ma soprattutto dall’unità e dall’intrinseca solidarietà degli esseri umani, dei gruppi e dei popoli, che lavorano insieme nelle comunità locali e nella comunità mondiale perché siano assicurate le condizioni in cui possa svilupparsi pienamente la loro vita.
Il vero sviluppo economico sostenibile è sviluppo solidale, inclusivo. È sviluppo di tutti. La ricchezza di un popolo non si misura tanto dall’abbondanza complessiva dei beni, ma anche e più ancora dalla loro qualità e dalla loro reale ed efficace ridistribuzione secondo giustizia, a garanzia dello sviluppo personale di tutti, fine ultimo delle economie nazionali e dell’economia mondiale.
L’approccio olistico dei settori economici, che li vede correlati e subordinati al bene comune, comanda politiche economico-sociali-ambientali all’insegna della giustizia sociale e dell’equità, ossia di una giustizia non astratta o avulsa dal vissuto, bensì commisurata alle persone, ai gruppi e ai popoli concreti, situati all’interno di rapporti sociali particolari, propri di Paesi aventi cultura, grado di sviluppo e redditi diversi. Il quadro valoriale e criteriologico offerto dal suddetto approccio olistico non tollera che vi siano squilibri tra i settori economici. Coloro che vivono in un settore sperequato non devono subire ingiustizie a livello di istruzione, di remunerazione e di sicurezza sociale, di partecipazione alla gestione della cosa pubblica.
Non si può, allora, assistere indifferenti al paradosso odierno, e cioè che la crescita della ricchezza mondiale in termini assoluti non corrisponda allo sviluppo di tutti, inclusi gli agricoltori e i pescatori. Se il fenomeno della globalizzazione ha contribuito in parte a ridurre la povertà estrema ha, tuttavia, favorito la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi. A questo proposito basti pensare che la popolazione mondiale più ricca ha un reddito mediamente nove volte maggiore di quello delle popolazioni più povere. E in alcuni Paesi, in particolare dell’America Latina, anche ventisette volte superiore. Simili divari sono particolarmente evidenti sul piano dei salari. I compensi dei top manager, in molti casi, sono incomparabilmente più alti rispetto a quelli dei comuni lavoratori dell’industria o della terra o di coloro che, pur lavorando tutta la giornata, senza sosta, percepiscono un salario insufficiente per la loro famiglia e per un’esistenza dignitosa.
Secondo l’approccio olistico della DSC, l’agricoltura non può essere considerata un settore perennemente depresso e nemmeno assistenzializzato. Così, assieme al settore ittico non può essere considerato settore marginale o periferico di un’economia nazionale e men che meno una variabile dipendente del capitalismo finanziario sregolato, a proiezione globale. Settore agricolo e settore ittico vanno, invece, promossi quali settori sostenibili, che svolgono funzioni fondamentali per il bene-essere dell’umanità, sebbene in alcune zone geografiche, per molteplici ragioni, diminuisca il numero degli addetti ed anche il loro contributo al PIL. Perché, però, l’agricoltura e la pesca possano essere settori sostenibili, dal punto di vista ambientale e sociale, c’è bisogno di una migliore armonizzazione delle politiche sul piano nazionale e sovranazionale, nonché della creazione di istituzioni globali, capaci di affrontare e risolvere questioni altrettanto globali come l’inquinamento, il surriscaldamento del pianeta, la ridistribuzione delle risorse energetiche, la povertà, la fame, la mancanza di accesso all’acqua potabile per tutti, la sicurezza alimentare, la pace, la disponibilità di acqua per le coltivazioni, la diffusione di nuove piante commestibili, la proprietà del terreno.

2.     I pericolosi virus del mercantilismo, del capitalismo finanziario deregolato
La DSC di questi ultimi anni si è impegnata a mostrare la pericolosità delle nuove ideologie dell’ecocentrismo e del biocentrismo nei confronti del rapporto dell’uomo con l’ambiente. Essa, però, ha anche sottolineato la pericolosità del mercantilismo, del capitalismo finanziario deregolato, della tecnocrazia.
Si tratta di ideologie negative che, con le loro sfasature dei parametri antropologici ed etici, sono anche all’origine della crisi ecologica contemporanea e di non pochi problemi che investono il settore agricolo.
Qui ci si ferma, in particolare, a considerare le conseguenze deleterie di un’eccessiva finanziarizzazione dell’economia reale, che finisce per essere strumentalizzata e destrutturata dall’assolutizzazione del profitto a breve termine. Come è ben noto, oggi si verificano fenomeni di speculazione finanziaria anche con riferimento alla terra, all’acqua, alle derrate alimentari, che contribuiscono ad impoverire ancor di più coloro che vivono in situazioni di precarietà. L’ascesa dei prezzi alimentari conduce milioni di persone alla fame, ponendo le premesse di forti tensioni sociali, mentre i grandi gruppi alimentari e le nuove potenze economiche registrano una costante crescita di fatturati e di utili. Analogamente, l’aumento dei prezzi delle risorse energetiche primarie, con la conseguente spasmodica e non controllata ricerca di energie alternative, finiscono per avere conseguenze negative sull’ambiente e sulla biodiversità, nonché sull’uomo stesso.
Qui, in Italia, numerose piccolissime o piccole e medie imprese agricole, organizzate anche come cooperative, stanno chiudendo i battenti non solo perché manca da anni una vera e propria politica industriale, non solo perché non c’è sufficiente ricambio generazionale a causa del calo demografico, non solo perché vengono puntualmente penalizzate da politiche di sviluppo che privilegiano le imprese più forti e «virtuose», non solo perché non si coltiva un fecondo rapporto fra scuola e mondo del lavoro, ma anche perché non possono godere del supporto adeguato di un sistema finanziario e monetario libero, stabile, trasparente, democratico (non oligarchico), funzionale all’economia reale, alle imprese, alle comunità locali. Attualmente ciò avviene perché le banche, anche a seguito della recente crisi finanziaria ed economica, sono poco propense a concedere credito a quelle entità imprenditoriali che non possono garantire un profitto a breve. Peraltro le banche etiche, il microcredito, i fondi di solidarietà istituiti da diocesi e da altre istituzioni, appaiono impari rispetto alle crescenti richieste di finanziamento.
Si verificano, poi, casi in cui gli istituti intermediari appaiono maggiormente interessati e solerti, più che a supportare i loro clienti, ad avvantaggiarsi del loro fallimento. Appena i piccoli e medi imprenditori non riescono più a pagare il mutuo, i contributi all’Inps o l’Irpef, entrano in scena vari soggetti che spolpano gli sventurati. In seguito al tracollo, alla mancanza dei pagamenti e, quindi, alla registrazione nell’elenco degli insolventi, le banche procedono alla vendita all’asta delle aziende e dei terreni, con l’immediato arrivo di multinazionali o di grossi produttori alimentari pronti al loro acquisto.
A fronte di situazioni di difficoltà economiche, molte delle quali, specie in concomitanza alla crisi finanziaria, non sono create per demerito dei titolari delle aziende – si rammenti che molte imprese sono entrate in crisi perché, ad esempio, non hanno ricevuto il pagamento di lavori eseguiti per conto della pubblica amministrazione, perché non hanno trovato sufficiente credito dalle banche e perché talora non hanno ricevuto tempestivamente da queste i propri stessi risparmi depositati presso i loro sportelli -; a fronte dell’urgenza di creare nuove aree di operosità c’è bisogno di un credito “amico”, che non assecondi, ovviamente, passività o assistenzialismi. Ma una finanza “amica”, specie a motivo del primato accordato al profitto a breve termine che è il “vangelo” delle banche dedite alla speculazione, appare sempre meno disponibile. Ciò rende problematica l’esistenza di molte piccole e medie imprese, non solo quelle che vivono nel settore agricolo ed ittico, ma anche di quelle che, svolgendo attività a forte valenza sociale, hanno attinenza con il welfare societario o, meglio, con il bene-essere della società, con i beni collettivi quali l’ambiente, la sicurezza alimentare, l’acqua.
Non paia, allora, strano se la CIV ha raccomandato che il motivo per l’impiego delle risorse finanziarie non sia solo speculativo e non ceda alla tentazione di ricercare solo profitto di breve termine, ma sia, invece, anche la sostenibilità delle imprese a lungo termine, il suo puntuale servizio all’economia reale (cf CIV n. 40). Non paia, allora, un’invadenza di campo se il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, con le sue riflessioni Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale, proponga, in linea con la CIV, una più pertinente regolazione del suddetto sistema sul piano mondiale, mediante la riforma delle istituzioni esistenti, ma anche creandone di nuove sul piano regionale (ad es. la BCE con corrispettiva unificazione politica), varando politiche fiscali o industriali che, mentre contrastano la speculazione finanziaria finalizzata al profitto a breve, incentivino le banche commerciali ad erogare il credito ad imprese, famiglie e comunità locali.

3.     L’ideologia della tecnocrazia e gli OGM
La DSC mette anche in guardia rispetto all’ideologia della tecnocrazia. La tecnica, fatto profondamente umano, che consente di migliorare le condizioni di vita, può divenire un assoluto che strumentalizza l’uomo e il creato, riducendoli a meri oggetti da produrre e da manipolare senza limiti (cf CIV nn. 68-70).
Da tempo la Coldiretti, alla luce del principio della creazione, nonché dei principi di precauzione e di responsabilità, ma in particolare anche del principio della destinazione universale dei beni, ha optato per una scelta chiaramente contraria alle produzioni transgeniche. Questo, però, non è significato opposizione assoluta ad ogni uso delle tecnologie progredite e nemmeno preclusione alla ricerca e alla sperimentazione. Né è significato un disinteresse per questo tema complesso. Anzi - in un contesto di legislazioni plurali rispetto alle produzioni transgeniche, a fronte dei problemi concreti delle imprese che finiscono per utilizzare prodotti contenenti percentuali di elementi transgenici – la Coldiretti si è fatta promotrice a livello legislativo di politiche di trasparenza dei processi produttivi e di certificazione della storia, della qualità e dell’origine dei prodotti agroalimentari, agricoli ed ittici, a tutela del diritto all’informazione e alla scelta consapevole del consumatore rispetto alla percentuale di presenza di prodotti transgenici nelle derrate alimentari.
Rispetto all’impiego delle tecnologie avanzate la CIV esprime una posizione prudente, senza chiusure preconcette, che è bene avere presente.
«All’uomo è lecito esercitare – si legge nella CIV – un governo responsabile sulla natura per custodirla, metterla a profitto e coltivarla anche in forme nuove e con tecnologie avanzate in modo che essa possa degnamente accogliere e nutrire la popolazione che la abita» (CIV n. 50).
Secondo la CIV, l’economia non può svolgere la sua giusta funzione, e così contribuire a debellare le piaghe della fame e della miseria, non tanto perché non vi siano risorse materiali, quanto piuttosto perché, in diverse parti del mondo, essa manca di istituzioni in grado sia di garantire un accesso alla terra, al cibo e all’acqua regolare e adeguato dal punto di vista nutrizionale, sia di fronteggiare le necessità connesse con i bisogni primari e con le emergenze di vere e proprie crisi alimentari, provocate da cause naturali o dall’irresponsabilità politica nazionale ed internazionale.
In particolare, per la CIV, l’economia relativa allo sviluppo agricolo, nelle varie comunità locali, che sono le prime responsabili delle scelte e delle decisioni relative all’uso della terra coltivabile, dovrebbe poter usufruire di investimenti in infrastrutture rurali, in sistemi di irrigazione, in trasporti, in organizzazione dei mercati, in formazione e diffusione di tecniche appropriate, capaci cioè di utilizzare al meglio le risorse umane, naturali e socio-economiche maggiormente accessibili a livello locale, in modo da garantire una loro sostenibilità anche nel lungo periodo.
Nel contesto di questo discorso la CIV accenna ad una criteriologia importante circa l’impiego corretto delle nuove tecniche di produzione agricola. In vista di uno sviluppo sostenibile nell’agricoltura «potrebbe risultare utile considerare – si legge nella CIV – le nuove frontiere che vengono aperte da un corretto impiego delle tecniche di produzione agricola tradizionali e di quelle innovative, supposto che esse siano state dopo adeguata verifica riconosciute opportune, rispettose dell’ambiente e attente alle popolazioni più svantaggiate» (CIV n. 27).
In altre parole, a proposito dell’impiego delle nuove tecnologie, la posizione della Chiesa non è per un orientamento univoco o per una risposta tranciante, non appare schierata aprioristicamente per un «sì» o per un «no» incondizionati e radicali. Essa non è totalmente chiusa alle tecniche innovative, ma nemmeno è aperta ad esse in maniera indiscriminata. Essa richiede un discernimento attento che, peraltro, si estende anche a quelle tradizionali. Con riferimento ad interventi sul creato invita, dunque, ad un atteggiamento prudenziale, offrendo le coordinate etiche essenziali con cui affrontare ed inquadrare i problemi che si pongono. Il sì o il no all’uso, ad esempio, delle tecniche biologiche e biogenetiche va espresso tenendo conto di molteplici fattori in gioco.
Sottesi alle sintetiche affermazioni della CIV stanno alcuni principi morali che è bene esplicitare:
a) gli interventi dell’uomo sulla natura, ivi compresi gli altri esseri viventi, devono contribuire alla salvaguardia e alla crescita delle risorse del creato a vantaggio non solo delle generazioni presenti ma anche di quelle future: in sostanza, si deve tener conto anche dei principi della solidarietà e della giustizia intergenerazionali e, inoltre, si deve «avvertire come dovere gravissimo quello di consegnare la terra alle nuove generazioni in uno stato tale che anch’esse possano degnamente abitarla e ulteriormente coltivarla» (CIV n. 50);
b) non tutto ciò che è tecnicamente e scientificamente possibile è moralmente lecito. La liceità dell’uso delle tecniche biologiche e biogenetiche non esaurisce tutta la problematica etica: come per ogni comportamento umano, è necessario valutare accuratamente la loro reale utilità nonché le possibili conseguenze anche in termini di rischi. Nell’ambito degli interventi tecnico-scientifici di forte ed ampia incisività sugli organismi viventi, con la possibilità di notevoli ripercussioni a lungo termine, non si può agire con leggerezza ed irresponsabilità. Il processo di verifica e di sperimentazione delle nuove tecnologie deve prendere in considerazione sia il loro impatto sociale-economico-ambientale a livello locale, senza trascurare le interconnessioni a livello regionale ed internazionale, sia la sostenibilità e l’opportunità di tale impatto nel tempo;
c) l’introduzione di una nuova tecnica agricola non deve in nessun modo rendere maggiormente difficile, dipendente e vulnerabile la vita dei più poveri. Sovente si pubblicizzano gli OGM come resistenti a parassiti e a siccità. Ma non si considera adeguatamente che varietà di semi locali resistono da 40 mila anni, e che le monocolture OGM non solo contribuiscono a diminuire la biodiversità, ma possono rendere i contadini che le praticano dipendenti dalle multinazionali, dalle quali devono comprare ogni anno le granaglie nel caso in cui queste siano di tipo sterile.
Tenendo conto della gerarchia dei valori che la Chiesa riconosce nel rapporto uomo ed ambiente, sembra si debba concludere che la criteriologia da essa offerta per la promozione di nuove tecniche di produzione agricola debba essere impiegata in maniera da non separarne le parti che la articolano e da assegnare la preminenza ai bisogni dei Paesi più poveri, in linea con le esigenze del Vangelo e il principio della destinazione universale dei beni.

4.     Disoccupazione ed agricoltura

In alcune regioni d’Europa, come in Italia, l’agricoltura è settore depresso, parzialmente assistenzializzato, non sufficientemente valorizzato rispetto alle sue potenzialità, nel quadro dell’economia nazionale e del servizio al bene comune. Se fosse adeguatamente sostenuto ed incrementato, esso costituirebbe non solo un pilastro fondamentale nella realizzazione di uno sviluppo sostenibile ma anche nel superamento della piaga della disoccupazione, specie giovanile. Quest’ultima, in alcune regioni, si attesta al 30%.
Nonostante l’insana e l’improvvida emarginazione del lavoro, praticata da un capitalismo finanziario deregolato che lo sottodimensiona, esso è e rimane fattore indispensabile nella personalizzazione e socializzazione delle persone, nella formazione e nel mantenimento della famiglia, nella realizzazione del bene comune e della pace. Proprio per questo, per la DSC è sempre prioritario l’obiettivo dell’accesso al lavoro per tutti (cf CIV n. 32).
Sulla base di un simile «imperativo categorico» diviene cogente la considerazione del settore agricolo quale area di possibile impiego. Si tenga presente che oggigiorno, benché ridotte, anche per la progressiva meccanizzazione, sussistono in esso varie opportunità di lavoro collegate anche all’esigenza di nuove professionalità. Infatti, congiuntamente alla realizzazione di un’agricoltura biologica, sono richieste professionalità come quelle di: ispettore di certificazione, consulente per aziende che vogliono certificarsi come azienda Bio, esperti per lotta guidata o integrata (insetti killer e prodotti naturali per proteggere le colture), esperti per piogge artificiali (radaristi, chimici, meteorologi e piloti per provocare precipitazioni mediante irrorazione di sostanze chimiche nelle nuvole), divulgatori agrobiologici (sui modi migliori per trattare suolo e piante senza avvelenare uomini e ambiente), agronici (informatica applicata all’agricoltura intensiva, serre, vivai), esperti di acquacoltura, soprattutto marina, allevatori di insetti per lotta guidata.
Evidentemente, il settore agricolo potrà contribuire al meglio nella soluzione della piaga della disoccupazione quando venga inserito in un quadro di politiche coordinate e programmate relativamente ai molteplici settori economici, al rapporto tra scuola e mondo agricolo, al fisco, al credito, all’innovazione, alla sicurezza sociale. Le politiche relative all’agricoltura debbono essere improntate alla giustizia sociale, senza fare degli agricoltori degli assistiti, bensì imprenditori valenti, al servizio delle comunità, di uno sviluppo sostenibile, inclusivo, aperto alla Trascendenza, in un contesto socio-economico globalizzato.
Da questo punto di vista, appaiono strategici, specie rispetto a pratiche che tendono a mercantilizzare il mondo agricolo, a destrutturarlo e a privarlo di adeguati investimenti:
a)    Il ritorno ad un rinnovato spirito di mutualità e di cooperazione per meglio far fronte alla crescente richiesta di beni e di servizi più qualitativi da parte dei lavoratori della terra. L’organizzazione dei contadini rimane un’esigenza imprescindibile sia per una maggior unità tra di loro, sia per interagire con più efficacia con altri settori e con le istituzioni pubbliche, sia per meglio competere in un mercato globale;
b)    La valorizzazione dell’azienda famigliare. In un contesto in cui l’agricoltura ha sempre più bisogno del supporto di un’«ecologia umana» appare vitale e imprescindibile il suo nesso stretto con la famiglia, quale prima e fondamentale struttura della suddetta ecologia (cf Centesimus annus n. 39). L’ONU ha stabilito che il 2014 sarà l’anno internazionale dedicato all’agricoltura famigliare. Ebbene, la tradizione del pensiero sociale cattolico potrà aiutare a dare all’espressione «agricoltura famigliare» tutto quello spessore semantico e valoriale che è vissuto da quell’unità relazionale che è il «noi» famigliare, in cui i soggetti si amano reciprocamente, in un mutuo potenziamento del loro essere. Che cosa meglio di una simile relazionalità e convivialità famigliare può essere humus fecondo e modello comportamentale per un’agricoltura biologica o «verde», ossia per un’agricoltura che trasmette valori e che deve vivere un rapporto costante di alleanza tra l’uomo e la natura?;
c)     La crescita del settore agricolo dal punto di vista economico, sociale ed ecologico, quale condizione della realizzazione di una democrazia sostanziale e partecipativa. Non sembri un’esagerazione. Ma l’arretratezza del settore agricolo all’interno delle economie nazionali e dell’economia mondiale significherebbe di fatto l’emarginazione sociale e politica dei lavoratori della terra dalla democrazia. Un settore agricolo depresso costituirebbe una lacerazione nella continuità del tessuto democratico. Una reale crescita, anche del settore agricolo, implica uno sviluppo non solo del settore tecnologico, non solo dal punto di vista del fatturato, ma anche dal punto di vista sociale rispetto alla partecipazione nella realizzazione responsabile del bene comune.

Conclusione
Nell’attuale contesto della globalizzazione contrassegnato da aspetti positivi e negativi, da ideologie negative, quali mercantilismo e la tecnocrazie, la DSC sollecita ad essere protagonisti di una nuova evangelizzazione. Dal suo grembo aperto alla trascendenza possono derivare per l’agricoltura incentivi a vivere la sua alta vocazione di custode e di stimolo nello sviluppo delle virtualità del Creato, apprendendone la «grammatica» e concorrendo a renderlo sempre più ciò che deve essere, ossia una casa comune per tutti