Visualizzazioni totali

Visualizzazione post con etichetta monopolio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta monopolio. Mostra tutti i post

mercoledì 8 ottobre 2014

Il monopolio sulle sementi porta ad un forte aumento dei prezzi dei semi


Come è risaputo, a livello mondiale il 60-70% delle varietà di semi transgenici è nelle mani di 6-7 aziende, che hanno il quasi monopolio del mercato. Per queste aziende gli Ogm sono un grande business. In questi ultimi anni  le imprese biotecnologiche hanno decisamente aumentato il prezzo dei semi. In particolare, secondo uno specifico studio effettuato da Anchal Arora e Sangeeta Bansal del “Centre for International Trade and Development School of International Studies Jawaharlal Nehru University (India),  in India nel 2006 il prezzo del seme di cotone OGM era 4 volte quello del non OGM. Questi prezzi sono stati giudicati troppo alti dagli organi governativi, i quali hanno imposto l’adozione di prezzi calmierati.


http://www.jnu.ac.in/sis/citd/DiscussionPapers/DP02_2012.pdf


Fino al 2006 il prezzo del seme legale di cotone Bt in India è stato di circa 1600 Rupie per pacchetto di 450 grammi. Di questo prezzo, 1250 Rupie sono state ritenute necessarie dalle ditte sementiere per coprire il "valore del tratto", ovvero il valore dell'innovazione tecnologica introdotta. Il dibattito sull'elevato prezzo del seme di cotone Bt, alla fine ha portato agli interventi del Governo, iniziati sin dalla  fine del 2005 con l'India del Sud Cotton Association, che ha invitato le  ditte sementiere ad abbassare i prezzi delle sementi. Questa idea ha guadagnato popolarità tra le varie organizzazioni di agricoltori, che hanno incoraggiato il governo dello stato di Andhra Pradesh a prendere posizione nei confronti del prezzo praticato dalle aziende sementiere sostenendo che il prezzo praticato era "esorbitante" e "non scientifico.


 http://www.agbioforum.org/v12n2/v12n2a03-sadashivappa.htm


 La questione dei prezzi del cotone Bt ha preso una svolta politica quando i funzionari della società sementiere e il Governo dello Stato hanno cercato un intervento e un sostegno da parte del governo federale indiano. Quando il ministero federale dell'Agricoltura ha sostenuto la richiesta di ridurre i prezzi, le ditte sementiere hanno offerto di ridurre il "valore del tratto" da 1.250 a 900 Rupie. Tuttavia, il governo di Andhra Pradesh ha richiesto di abbassare ulteriormente il "valore del tratto". Tale ricorso ha avuto successo e ha imposto alle ditte sementiere di fissare un "valore del tratto" ad un livello  ragionevole, alla pari con il valore Monsanto addebitato in Cina e negli Stati Uniti. Le ditte sementiere hanno ricorso in tribunale. Nel frattempo, anche se il caso era ancora pendente in tribunale, il governo di Andhra Pradesh ha emanato una direttiva, imponendo alle ditte sementiere di non vendere i semi Bt sopra le 750 Rupie per pacchetto. Diversi altri importanti Stati in cui è diffusa la coltivazione del cotone seguirono l'esempio Andhra Pradesh. Successivamente, la Corte Suprema ha ribadito l'ordine imposto alle ditte sementiere di vendere semi di cotone Bt allo stesso prezzo adottato in Cina. Pur rimanendo alcune incertezze giuridiche, i prezzi dei semi di cotone Bt in India sono scesi in modo significativo dal 2006, da 1.600 Rupie a 750 Rupie.


 http://business.rediff.com/column/2010/apr/01/guest-bt-cotton-monsanto-is-back-in-courts-over-royalty.htm

martedì 10 dicembre 2013

Aumento dei prezzi del cibo e fame nel mondo

Ciclicamente il problema dell’aumento del prezzo del cibo e della conseguente crisi alimentare si ripresenta nella sua gravità. L’insicurezza alimentare non è certamente una novità nel panorama dei problemi mondiali, e, purtroppo, la sua gravità non accenna a diminuire: secondo i dati diffusi dalla FAO, nel mondo sono circa 900 milioni le persone che soffrono la fame. E questo a dispetto dei numerosi e solenni impegni presi nelle più alte assise internazionali: nel 1996, i Paesi partecipanti al Vertice ONU sull’alimentazione si impegnarono a dimezzare entro il 2015 il numero degli affamati rispetto al 1991, riducendolo a 412 milioni. Nel 2000, invece, l’ONU approvò gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, fra cui quello di dimezzare la percentuale di chi soffre la fame, sempre entro il 2015 e in riferimento al 1991. Per raggiungere questo secondo obiettivo gli affamati nel mondo avrebbero dovuto ridursi a 585 milioni, mentre purtroppo dal 1996 essi sono in costante aumento.
Il cibo nel mondo non manca (secondo la FAO ci sarebbe cibo sufficiente per 12 miliardi di persone) e quella attuale è sicuramente una “crisi alimentare” dovuta alla mancanza di risorse economiche necessarie per poter acquistare il cibo, in relazione ad un rapido aumento dei prezzi degli alimenti e ad una stagnazione dei salari.
A questo punto, anche al fine di trovare le auspicabili soluzioni, è necessario interrogarsi sulle cause di tali aumenti del prezzo del cibo. È possibile affermare che l’attuale congiuntura è determinata da una serie di fattori, identificabili soprattutto:
- nella dinamica della domanda e dell’offerta di alimenti;
- nel  funzionamento dei mercati.
Per quanto attiene alla domanda di derrate agroalimentari occorre rilevare che la popolazione mondiale è in costante aumento e, secondo le previsioni più autorevoli, dovrebbe raggiungere gli 8 miliardi entro il 2020. Questo significa che solo per assicurare alla popolazione futura agli attuali livelli di alimentazione, sarà necessario aumentare del 40-50% la disponibilità di alimenti. Ma, a parte alcuni territori di Africa e America Latina, la possibilità di incrementare le superfici coltivate è piuttosto limitata, in quanto il suolo disponibile per nuove coltivazioni è troppo freddo, arido e/o in forte pendenza. Inoltre l’incremento della popolazione non si distribuisce uniformemente sul pianeta, ma spesso è concentrato proprio dove esistono già problemi di sottoalimentazione.
Anche la concentrazione della popolazione in agglomerati di grandi dimensioni è responsabile dell’incremento dei costi di produzione e di distribuzione degli alimenti e, in definitiva, del loro prezzo. I luoghi di produzione degli alimenti sono sempre più lontani da quelli di consumo. In questo contesto è cruciale o la redistribuzione della popolazione anche sul territorio rurale o lo sviluppo di quei servizi di mercato in grado di razionalizzare e di rendere efficiente la distribuzione degli alimenti (conservazione, imballaggio, trasporto, ecc.). Ovviamente questi servizi hanno un costo, che si ripercuote sul prezzo degli alimenti, a volte più elevato dello stesso costo dell’alimento.
Un altro fattore determinante della tensione sui prezzi delle derrate agroalimentari è l’innescarsi di processi di crescita economica in alcuni Paesi emergenti del Globo. L’incremento del reddito pro capite in taluni Paesi (ad esempio Cina e India) conduce ad una lievitazione della domanda di alimenti, che a sua volta, in presenza di una offerta mondiale sostanzialmente costante, determina la crescita dei prezzi. Ma questo diminuisce le possibilità di accesso al cibo di quei Paesi, o di quegli strati sociali, il cui reddito non è cresciuto e che così si ritrovano relativamente ancora più poveri. Si tratta di una vera e propria «guerra tra poveri», dove gli unici che guadagnano sono coloro che dispongono della proprietà legale del cibo, spesso con intenti speculativi.
Un fenomeno analogo deriva dalla ricchezza dei Paesi sviluppati, che permette loro di consumare — e spesso sprecare — troppi alimenti, aumentandone la domanda e quindi il prezzo. Occorrerebbe una maggiore sobrietà nel consumo di alimenti da parte dei Paesi ricchi, consapevoli del fatto che un incremento dei consumi da parte di taluni può determinare una carenza di alimenti per altri. Per esempio, nei Paesi sviluppati si consuma troppa carne: alcune stime indicano che se i Paesi Meno Avanzati (pma) raggiungessero i nostri livelli di consumo, sarebbero necessari 7 Pianeti per produrre i mangimi da destinare all’allevamento animale. Infatti, l’attività di ingrasso degli animali può essere rappresentata come la trasformazione di alcuni alimenti (i mangimi) in carne. Al contrario di quanto avveniva un tempo, oggi gli animali non mangiano più prodotti di scarto, ma competono con gli uomini, in quanto mangiano gli stessi prodotti (mais e soia, soprattutto). Ecco allora che l’incremento di prezzo delle derrate alimentari è dovuto a comportamenti di consumo elitari, che non tengono conto delle necessità alimentari di coloro che con noi condividono il pianeta e hanno diritto a una porzione adeguata delle sue risorse.
Nei tempi più recenti ha fatto la sua comparsa anche un altro potente protagonista nella competizione per l’allocazione dei prodotti agroalimentari: in seguito al boom del prezzo del petrolio, e di conseguenza delle altre risorse energetiche, assistiamo oggi all’utilizzo di risorse alimentari (soia, mais, girasole, ecc.) per la produzione di energia. In particolare, agli attuali prezzi del petrolio, le derrate agricole possono essere convenientemente utilizzate per la produzione di biodiesel, etanolo, singas (gas di sintesi), biomassa, ecc. Automobili che funzionano a biodiesel o a etanolo sono ormai una realtà, in particolare in Paesi come Stati Uniti e Brasile, così come centrali elettriche che funzionano a singas o a biomassa. Non v’è dubbio che si tratti di un competitore molto importante, in quanto l’economia mondiale è affamata di energia e tutti i mezzi risultano idonei pur di averne in quantità e a basso prezzo.
Significativi sono anche i fenomeni che influenzano l’andamento dell’offerta di derrate agroalimentari. Sicuramente i recenti incrementi del prezzo mondiale degli alimenti, sono dovuti anche all’aumento dei prezzi dei fattori della produzione, soprattutto quelli derivati in qualche modo dal petrolio (forza motrice, concimi, fitofarmaci, trasporti, conservazione, ecc.).
All’aumento dei prezzi dei prodotti agricoli ha sicuramente contribuito anche la presenza di situazioni ambientali avverse. In particolare, appare ormai evidente che i cambiamenti climatici hanno determinato situazioni produttive anomale. Nel 2007 la produzione di cereali in alcuni dei principali Paesi produttori, come Australia o Ucraina, ha subito forti flessioni a causa della siccità. Il che, a fronte di una domanda sostanzialmente rigida, avrebbe favorito un incremento dei prezzi. Non sappiamo se si tratti di un fenomeno episodico o di carattere permanente. Di certo la comunità scientifica e i Governi dei diversi Paesi sono molto preoccupati dal fenomeno del «riscaldamento globale» e dalla crisi idrica che ne dovrebbe conseguire. Se così accadrà, sembrano inevitabili ulteriori aumenti dei prezzi degli alimenti.
Poco sopra abbiamo menzionato l’esistenza di una competizione per l’allocazione dei prodotti agroalimentari fra usi alternativi. Un fenomeno analogo si verifica anche per un fattore produttivo insostituibile per l’agricoltura, la terra coltivabile, che viene destinata a insediamenti di vario tipo (abitazioni, ferrovie, strade, centri commerciali, campi da golf, aeroporti, ecc.). Purtroppo, tale sottrazione avviene molto spesso a scapito dei terreni migliori, ai margini degli antichi insediamenti urbani, che, per le necessità alimentari della popolazione, furono costruiti proprio dove erano presenti i terreni migliori. Si tratta di un processo inarrestabile, in quanto i guadagni che si possono ottenere dall’uso agricolo dei suoli non sono in grado di competere con quelli generati dalle destinazioni alternative extra agricole.
Ad aggravare le prospettive di sicurezza alimentare di taluni Paesi Meno Avanzati contribuirebbe anche l’uso dei terreni per coltivazioni di pregio destinate ai mercati dei Paesi ricchi. Con la produzione/esportazione di derrate agricole destinate ai Paesi ricchi, i Paesi Meno Avanzati cercano di acquisire valuta pregiata con la quale poter poi acquistare altri beni sui mercati internazionali: non a caso si parla in questi casi di cash crop (piantagioni da «cassa»). Si tratta di un fenomeno antico, almeno per prodotti come caffè o cacao, che negli ultimi anni si è ulteriormente esteso: basti pensare, ad esempio, alla coltivazione di fiori per il mercato europeo in Kenya o alla trasformazione delle risaie in allevamenti di gamberetti da esportazione in India. È ovvio che queste produzioni sono in competizione con la coltivazione di cibo per la popolazione locale e conseguentemente contribuiscono all’incremento dei prezzi delle derrate agroalimentari.
Da ultimo esaminiamo una serie di fattori che incidono sull’aumento dei prezzi dei prodotti agroalimentari derivanti dalle modalità concrete con cui funzionano i relativi mercati.
La domanda di prodotti alimentari, in confronto a quella di altri prodotti di consumo, è sostanzialmente rigida, in quanto le necessità biologiche riducono la libertà dei consumatori di comprimerne i consumi, anche a fronte di un aumento dei prezzi. Questo fatto aumenta il potere di mercato dei produttori e le loro possibilità di guadagno, spingendo i grandi potentati economici a tentare di costruire monopoli del cibo, al fine di controllane i prezzi. Vari strumenti vengono utilizzati a questo scopo, tra cui: acquisto massiccio delle terre agricole disponibili; realizzazione di forme di integrazione verticale tra produttori e distributori; espansione dei mercati a termine; tutela brevettuale del materiale genetico necessario per produrre il cibo (semi geneticamente modificati, animali clonati geneticamente modificati, ecc.). Evidentemente condotte di questo genere non possono che sollevare profondi dubbi in termini etici, in considerazione degli effetti che ne possono conseguire. Inoltre, in anni recenti si è registrato un notevole sviluppo di prodotti finanziari derivati, legati all’andamento delle quotazioni dei prodotti agroalimentari, in analogia con quanto è andato accadendo nella gran parte dei mercati borsistici e delle materie prime. L’abbondante liquidità disponibile in alcune aree del mondo, unitamente ai bassi tassi di interesse e all’alto prezzo del petrolio, ha reso il mercato di tali derivati estremamente attraente per speculatori in cerca di opportunità di diversificare il rischio e ottenere maggiori profitti, fino al punto che l’andamento di tali mercati concorre a trascinare i prezzi dei prodotti su cui i derivati si basano. Anche in questo caso è indispensabile sottolineare che una speculazione con tali effetti perde ogni giustificazione sul piano etico: l’attività speculativa, infatti, può ritenersi legittima solo quando rappresenta un incentivo all’efficienza dei mercati ed è al servizio dell’uomo, non più quando diventa un elemento di perturbazione tale da mettere a repentaglio le condizioni di vita di milioni di persone.
Un forte contributo alla contrazione della produzione di cibo con conseguente incremento dei prezzi è dato dalla modificazione delle politiche agricole di alcuni Paesi produttori. In particolare, l’ue, con la c.d. «Riforma Mc Sharry» attuata a partire dai primi anni del 2000, è passata da una politica agricola basata sul sostegno dei prezzi a una basata sul sostegno del reddito dell’agricoltore. Nel primo caso venivano fissati prezzi minimi garantiti e, di conseguenza, i guadagni dei produttori crescevano al crescere delle quantità prodotte. Una politica di questo genere spingeva dunque all’aumento della produzione e delle rese per ettaro, con il ricorso massiccio a concimi, fitofarmaci e irrigazione, e con effetti sicuramente criticabili in termini di impatto ambientale.
La nuova politica agricola dell’UE ha profondamente modificato il modo di produrre in agricoltura, in quanto ricorre a strumenti come:
-         limitazione delle superfici a seminativo;
-         progressiva riduzione dei prezzi interni al livello di quelli che si formano sul mercato mondiale;
-         introduzione di forme di sostegno al reddito dell’agricoltore legate alle superfici coltivate e non tanto alle quantità prodotte (con la conseguenza che l’agricoltore ottiene il sussidio anche se produce poco);
-         obbligo per i grandi produttori di destinare al riposo (set aside) una porzione, variabile di anno in anno, della superficie per la quale fruiscono di sussidi;
-         erogazione di aiuti per l’adozione di tecniche produttive eco-compatibili (riduzione dell’uso di concimi e fitofarmaci, diminuzione delle rese, riduzione del patrimonio bovino e ovino) o conformi alle norme sull’«agricoltura biologica»;
-         erogazione di premi per l’imboschimento di terreni normalmente destinati a seminativo.
È indubbio che tali misure abbiano determinato una consistente spinta alla riduzione della produzione cerealicola europea, peraltro storicamente eccedentaria, con effetti di una certa entità sull’offerta e quindi sui prezzi delle derrate agroalimentari a livello globale.
Da più parti, anche a livello politico, le piante geneticamente modificate sono presentate come una possibile soluzione al problema della fame, in quanto consentirebbero di aumentare la produzione e di conseguenza ridurre i prezzi. La questione è affiorata anche in occasione del vertice FAO di inizio giugno, senza che si potesse giungere ad un accordo, anche per la notoria polemica in materia fra USA, molto favorevoli agli ogm, e UE, tenacemente contraria.
Anche trascurando le implicazioni del ricorso agli OGM in termini di tutela della biodiversità e il fatto che la posizione appena espressa ripropone l’idea che la fame derivi soprattutto dall’insufficiente produzione di alimenti — che abbiamo già visto essere falsa —, le esperienze di coltivazione di ogm in alcuni Paesi evidenziano che le promesse non sono state mantenute, mentre si sono manifestati numerosi effetti negativi, vanificando quegli effetti miracolosi che, secondo alcuni sostenitori, costituirebbero il presupposto per la loro introduzione.
In particolare, per quanto riguarda le piante resistenti ai diserbanti totali, è stato riscontrato che l’uso continuo dello stesso diserbante ha determinato la selezione di piante infestanti geneticamente resistenti al diserbante. Inoltre le piante infestanti sono aumentate, in quanto le piante parentali selvatiche hanno acquisito il transgene che conferisce resistenza al diserbante e le piante transgeniche coltivate in una annata agraria sono divenute infestanti di altre piante transgeniche coltivate in annate successive. Per risolvere questi problemi è stato necessario ritornare ai vecchi diserbanti abbinati ai disseccanti totali.
Anche le piante transgeniche resistenti agli insetti presentano degli inconvenienti, in quanto dopo alcune generazioni anche gli insetti maturano una resistenza genetica alla tossina transgenica. Per evitare la selezione di insetti resistenti, i produttori di sementi transgeniche, ad esempio nel caso del mais, hanno consigliato agli agricoltori di riservare una certa quota della superficie coltivata (aree rifugio) al mais convenzionale, rendendo necessaria l’adozione di una pluralità di tecniche di coltivazione e dunque aumentando la complessità e anche i costi per i produttori agricoli (che infatti non sempre hanno seguito tale consiglio).
Infine, alcuni studi indipendenti condotti da ricercatori di Università americane avrebbero verificato poi che non è sempre vero che le piante transgeniche producano di più. In particolare, indagini effettuate su migliaia di ettari coltivati hanno evidenziato che la soia transgenica produce dal 6% all’11% in meno di quella convenzionale, mentre nel caso del mais transgenico si avrebbe un aumento della produzione del 2,6%.
Come le pagine precedenti hanno provato a mostrare, il problema del contenimento del prezzo del cibo non è di facile soluzione, in quanto coinvolge scelte di carattere politico, economico, sociale e di rapporti internazionali tra i diversi Paesi del globo. Affinché la situazione si normalizzi e si determinino condizioni nutrizionali stabili e sufficienti per tutti, sono necessari comportamenti cooperativi da parte degli organismi che compongono la lunga e complessa filiera di produzione del cibo. Questo comporta, necessariamente, che almeno alcuni comincino a mettere da parte forti interessi particolari per lasciare spazio alla ricerca di un bene comune globale.

Sarà necessario, inoltre, da parte di tutti — e in particolare degli abitanti dei Paesi ricchi — un atteggiamento più sobrio nei confronti del cibo, al fine di maturare una nuova consapevolezza verso un bene del quale nessuno può fare a meno.

venerdì 15 novembre 2013

Coesistenza tra piante OGM e piante “non OGM”: a chi spettano i costi di coesistenza?

Il problema è sicuramente attuale…….nel caso di coesistenza tra “piante non OGM”, siano esse convenzionali o biologiche, e “piante OGM”, e soprattutto nel caso in cui uno Stato preveda l'etichettatura degli alimenti derivati, ci sarà sicuramente un generalizzato aumento dei costi di coltivazione per le diverse tipologie produttive (non OGM, OGM e biologico), in relazione alle aree di rispetto, alla pulizia delle attrezzature di lavorazione e di raccolta, ai costi di segregazione, ecc.
Una domanda sorge spontanea: a chi spettano i maggiori costi di coesistenza? Agli agricoltori "non OGM” o agli agricoltori che vogliono introdurre gli OGM sul territorio nazionale? La risposta non è semplice, poiché ognuno di essi dirà che dovranno essere gli altri a sostenere i costi di coesistenza.
  Al fine di rispondere a questa domanda è necessario focalizzare l’attenzione sulle caratteristiche di ogni diversa forma di agricoltura e sui conseguenti danni che ne possono derivare nel caso di coesistenza.
Per l’agricoltore convenzionale la presenza di polline transgenico che può inquinare la sua produzione non OGM deve essere evitata, ma non costituisce un grande problema, poiché non ha una dotazione particolare di macchine da ammortizzare. L’importante è che questa soglia di inquinamento non superi la soglia dello 0,9%, così come previsto dalla Legge sull’etichettatura, per non avere una riduzione di prezzo. Nel caso in cui, invece, questa soglia superasse lo 0,9% ecco che si presentano una serie di danni per l’agricoltore convenzionale, che sarà costretto a vendere sul mercato del transgenico la sua produzione convenzionale (ha sostenuto i costi del convenzionale, per poi vendere ai prezzi, più bassi, del transgenico).
Diverso è il discorso per l’agricoltore biologico, che ha fatto le siepi intorno alla sua azienda agricola, si è dotato di macchine particolari per effettuare la “falsa semina” e per l’esecuzione dei trattamenti antiparassitari con prodotti naturali, si è dotato di strutture particolari per l’allevamento degli animali biologici, si è dotato di macchine particolari per la trasformazione dei prodotti agricolo/zootecnici, ha sopportato i minori introiti del periodo di conversione, si è sottoposto ai controlli previsti dalla Legge………..tutto questo comporta maggiori costi, con la speranza di poter ottenere maggiori prezzi di vendita, che non otterrà se il suo prodotto sarà anche in parte OGM. Con ogni probabilità il prodotto biologico inquinato da OGM non sarà accettato dalla filiera biologica e dovrà essere venduto sul mercato del convenzionale. Se poi il livello di inquinamento supererà lo 0,9%, anche questo prodotto che doveva essere biologico, dovrà essere venduto sul mercato del transgenico, con indubbi maggiori perdite negli incassi.
Chi guadagnerà da questa situazione? Gli unici che guadagneranno saranno i coltivatori di piante OGM, che vedranno aumentare i costi e le difficoltà produttive di chi fa agricoltura convenzionale e/o biologica e vedranno divenire maggiormente competitive le loro produzioni.

In una situazione come quella delineata, anche al fine di ristabilire una determinata concorrenza di mercato, è necessario che siano gli agricoltori che intendono coltivare OGM a sostenere i costi di coesistenza…….se così non fosse, dopo pochi anni le coltivazioni “non OGM”, convenzionale e biologica, scomparirebbero.

mercoledì 9 gennaio 2013

Con la coesistenza gli OGM scacceranno il convenzionale


Nel caso di coesistenza gli attuali OGM, che hanno il transgene nucleare che si esprime in ogni parte della pianta (nelle foglie, nelle radici e anche nel polline), creano “inquinamento genetico" e determinano incertezza produttiva per coloro che non li vogliono coltivare, siano essi coltivatori convenzionali o biologici. Soprattutto nel caso di "Rapporti di integrazione verticale" con l'industria (produzione di "mais bianco" o di "mais 8 file" o di "mais da pop corn"), sarà impossibile per l'agricoltore convenzionale sottoscrivere contratti di conferimento della merce, poichè egli non avrà nessuna certezza in merito alle caratteristiche finali del prodotto ottenuto (il raccolto avrà più o meno dello 0,9% di OGM?). In questa situazione di incertezza, il coltivatore convenzionale nel tempo sarà portato a sostituire le coltivazioni convenzionali con quelle OGM, poichè non potrà continuare a coltivare ai costi del convenzionale/biologico per poi vendere ai prezzi (più bassi) del transgenico.

Una sentenza della Corte di giustizia europea riconosce alla Pioneer il diritto di distribuire per la semina mais OGM in Italia. Secondo il tribunale con sede a Lussemburgo, l'ingresso nel Paese di varietà già ammesse a livello comunitario non può essere bloccato da Leggi statali o regionali. Tale sentenza, implicitamente, ammette la possibilità di coesistenza tra coltivazioni convenzionali/biologiche e coltivazioni transgeniche.
A questo punto una domanda è lecita: è possibile nel nostro Paese la coesistenza tra coltivazioni agricole convenzionali (comprese quelle biologiche) e transgeniche? Allo stato attuale delle cose, in relazione alle caratteristiche del materiale transgenico disponibile, che presenta transgeni inseriti nel nucleo della cellula e che, pertanto, si esprimono in ogni parte della pianta (foglie, radici, polline, ecc.), la risposta è negativa, in quanto le piante transgeniche originano inquinamento genetico. Ecco allora che, nel caso di coesistenza, il settore produttivo che non intende ottenere prodotto transgenico, soprattutto nel caso di accordi contrattuali con gli utilizzatori finali (produzione di "mais bianco" per polenta, di "mais 8 file" per polenta, mais da "pop corn", ecc.), dovrà mettere a punto adeguate strategie di contenimento dell’inquinamento genetico, al fine di poter avere “certezze”, che non avrà mai, in merito alle caratteristiche qualitative del prodotto finale ottenuto.
E’ ovvio che queste strategie hanno un costo, per cui la coesistenza tra coltivazioni transgeniche e coltivazioni convenzionali/biologiche, prevede sicuramente una lievitazione dei costi di produzione per chi vuole ottenere produzioni convenzionali, che possono abbassare, se non addirittura annullare, i profitti normalmente ottenibili, creando situazioni di extramarginalità nel settore produttivo delle piante convenzionali/biologiche, fino a decretarne la loro scomparsa.
Occorrerà poi considerare anche gli effetti di mercato (abbassamento dei prezzi, difficoltà di collocamento della merce, ecc.), poiché è vero che si avranno maggiori costi di produzione a livello agricolo nell’ambito della produzione convenzionale, ma l’effetto più pericoloso potrà essere quello di vedersi rifiutare il prodotto da parte del consumatore interno o da parte dell’importatore estero, che, secondo specifiche indagini campionarie, ancora esige un alimento esente da Organismi Transgenici (OT).
Soprattutto per un Paese come il nostro, che produce alimenti trasformati di eccellenza (formaggi, insaccati, vini, ecc.), di alto valore aggiunto, i rischi di mercato sono sicuramente più pericolosi dei rischi produttivi agricoli, in quanto la qualità della materia prima di base potrebbe rappresentare un limite alla produzione di trasformati di eccellenza o, quantomeno, ritenuti tali dal consumatore. In particolare, è ovvio che se viene utilizzata materia prima transgenica, anche il prodotto trasformato sarà transgenico (di fatto, perché verificabile da una analisi PCR, oppure “derivante” da OGM, nel caso in cui venga attuata la tracciabilità di filiera). E’ altrettanto ovvio che, se la legislazione lo prevede, questo prodotto dovrà essere etichettato come “contenente OGM” o “derivante da OGM”. Ecco che in questa situazione, al di là del fatto che gli OGM possano determinare anche effetti sui costi agricoli, gli scenari economici si faranno molto più complessi, in quanto si dovranno ipotizzare riduzioni di prezzo dei prodotti trasformati che non rispondono più alle esigenze dei consumatori, consumatori che non sono più disposti a pagare prezzi elevati per acquistare un prodotto che eccellente, secondo il loro metro di misura, non è più.
         Nella suddetta situazione, occorrerebbe quindi verificare il complesso degli effetti prodotti dall’introduzione di OT sull’intera filiera distributiva, che parte dall’agricoltore ed arriva alla distribuzione al dettaglio. E’ vero che gli agricoltori convenzionali/biologici subiranno maggiori costi, ma è altrettanto vero che anche i trasformatori che non vogliono gli OGM subiranno maggiori costi (acquisizione materia prima, analisi di laboratorio, certificazioni, ecc.) e minori incassi, ed è altrettanto vero che anche i distributori di prodotti di eccellenza subiranno maggiori costi (segregazione, etichettatura, ecc.) e minori incassi. Inutile sottolineare che la coesistenza, in relazione ai precedenti maggiori costi, obbligherà i produttori ed i distributori ad aumentare il prezzo di vendita delle derrate alimentari certificate “OGM Free”. In questa situazione, di coesistenza, con ogni probabilità, gli unici che guadagneranno saranno i produttori di beni alimentari di scarsa qualità (OGM), che vedranno aumentare le difficoltà produttive di coloro che offrono prodotti di eccellenza (no OGM) (difficoltà nel reperimento della materia prima, maggiori costi di approvvigionamento, maggiori costi di analisi, ecc.) e vedranno divenire maggiormente competitivi i prodotti da loro offerti (in termini relativi se il prezzo dei prodotti di eccellenza aumenterà, il prezzo degli altri prodotti di minore qualità, pur rimanendo stabile, è come se diminuisse).
         A questo punto, in un’ottica di globalizzazione dei mercati,  si inseriscono considerazioni di opportunità per il nostro Paese, in merito all’utilizzazione o meno di produzioni che possono determinare una diminuzione della competitività delle nostre produzioni e che non sono gradite dal consumatore, un consumatore che controlla e verifica accuratamente il prodotto prima di acquistarlo.
La contemporanea presenza di forme di agricoltura transgenica (con piante che hanno transgeni inseriti nel nucleo della cellula), con forme di agricoltura convenzionali determina l’impossibilità da parte dell’agricoltore, anche nel caso in cui sostenga maggiori costi, di poter garantire una effettiva produzione “OGM free”, così come richiesto dal consumatore.
In questa situazione alcune considerazioni sono necessarie relativamente alla possibilità che l’agricoltore metta in atto strategie di contenimento dell’inquinamento genetico:

1)                            all’agricoltore che non vuole coltivare transgenico conviene evitare l’inquinamento genetico? Con ogni probabilità gli converrà solo nel caso in cui sul mercato siano presenti tre prezzi del medesimo prodotto (prodotto OGM, prodotto con soglia di tolleranza inferiore allo 0,9%, prodotto "OGM free"). E’ ovvio che egli adotterà tecniche che comportano maggiori costi di produzione, solo nel caso in cui il prezzo di mercato del prodotto che ottiene (tutto da verificare, in quanto con l’inquinamento genetico non esiste la certezza di ottenere una produzione di un certo tipo e, quindi, un prezzo di mercato certo) sia in grado di remunerare questi maggiori costi. Nell’incertezza produttiva, con ogni probabilità, egli sceglierà di coltivare prodotto transgenico, in quanto è l’unico in grado di consentirgli di poter impostare una tecnica produttiva certa, con previsioni certe su ricavi e costi. Pertanto, in presenza di incertezza produttiva, si verrebbe a determinare una situazione simile a quella che ha visto l’esplosione delle superfici coltivate con piante transgeniche negli U.S.A., in Canada ed in altri Paesi, dove queste produzioni sono considerate “Sostanzialmente Equivalenti” a quelle convenzionali. La presenza di un unico prezzo di mercato per prodotto OGM e prodotto “OGM free” ha determinato una esplosione delle superfici coltivate con prodotto OGM, in quanto è quello caratterizzato dal minor costo di produzione;

2)                            l’agricoltore è sicuro che anche adottando determinate pratiche colturali potrà ottenere un prodotto realmente al di sotto della soglia di tolleranza? Purtroppo la risposta è negativa, in quanto sono talmente tante le possibilità di inquinamento genetico della produzione agricola, che difficilmente si potrà avere la certezza del risultato. Potrà accadere che nonostante gli sforzi operati dall’agricoltore il prodotto presenti soglie di OGM superiori allo 0,9%. Ecco allora che anche in questo caso difficilmente il nostro produttore adotterà pratiche colturali più costose nell’incertezza di concretizzare con un maggior prezzo il risultato della coltivazione. Ancora una volta, consapevole del fatto che difficilmente potrà avere la certezza di ottenere una produzione “OGM Free” o al di sotto della soglia di tolleranza, egli sarà portato a coltivare piante OGM, in quanto saranno le uniche che determineranno certezze in merito ai costi di produzione ed ai prezzi di vendita;

3)                            chi pagherà i maggiori costi? Nel caso delle produzioni “OGM free” il mercato offre spunti di riferimento, in quanto attualmente queste produzioni sono caratterizzate da prezzi superiori al prodotto convenzionale dell’ordine del 5% circa. E’ ovvio che queste maggiorazioni di prezzo ricadranno sul consumatore, il quale si troverà costretto a pagare di più il prodotto convenzionale, per il sol fatto che qualcuno ha voluto introdurre un alimento del quale ancora non sono note le reali capacità  produttive, nutrizionali e ambientali.

4)                            chi guadagnerà da questa situazione? Ancora una volta si sottolinea il fatto che in questa situazione gli unici che guadagneranno saranno i produttori di alimenti ritenuti di scarsa qualità dal consumatore e gli alimenti OGM secondo le ultime indagini rientrano tra questi.

In conclusione, la coesistenza tra produzioni transgeniche e convenzionali determina un ampliamento delle problematiche produttive e decisionali per l’intera filiera produttiva, dall’agricoltore, al trasformatore, al distributore. E’ ovvio che in una situazione di incertezza in cui non sarà possibile determinare a priori la qualità del prodotto finale ottenuto, il produttore agricolo sarà portato a sostituire le produzioni convenzionali con quelle transgeniche, in quanto saranno le uniche che offriranno certezza nei costi di produzione e nei prezzi di vendita (in pratica egli sarà portato a non rischiare di coltivare con i costi del convenzionale, per poi vendere ai prezzi del transgenico). Ecco allora che, ancora una volta, la “Moneta cattiva scaccerà la moneta buona”.

lunedì 31 dicembre 2012

OGM e deruralizzazione del territorio


Gli OGM contribuiranno al mantenimento dell’attività agricole in aree meno dotate da un punto di vista delle capacità produttive dei terreni, le cosiddette aree marginali?

         Trattasi di una problematica di estrema rilevanza, in quanto da sempre l’agricoltura svolge un ruolo di rilievo per la nostra società. Da un lato essa è fonte rinnovabile di beni di consumo, siano essi alimentari e non, dall'altro costituisce l'unica attività che consente di "presidiare" costantemente il territorio, impedendo fenomeni di dissesto idrogeologico e fenomeni legati al degrado dell'ambiente antropizzato. In particolare, in un'ottica di sviluppo sostenibile le principali attività che l'agricoltura, e l'agricoltore, deve assicurare alla collettività possono essere riassunte nelle seguenti:
-      produzione di derrate agricole;
-      fornitura di materie prime per altri settori economici;
-      presidio del territorio;
-      manutenzione del territorio;
-      tutela della flora e della fauna;
-      conservazione della biodiversità;
-      riciclo degli effetti ambientali negativi prodotti da altre attività produttive o di consumo sul territorio (assestamento del territorio, immobilizzazione dell'anidride carbonica, ecc.);
-    conservazione del paesaggio e del territorio rurale;
-    conservazione di elementi culturali tradizionali;
-    conservazione di tecniche di trasformazione e di pratiche gastronomiche tradizionali.
Pertanto, la nostra società ha bisogno della presenza dell’agricoltura e dell’agricoltore sul territorio rurale e dovrà adottare politiche agrarie in grado di proteggere il suo reddito, al fine di consentire la permanenza di questa attività anche in aree marginali (di collina, di montagna), che non possono certo competere sulla base dei bassi costi di produzione, ma che possono essere competitive solo sulla base di presupposti di qualità dei prodotti che offrono sul mercato.Dalle suddette considerazioni si evince che l'aspetto produttivo rappresenta solo una parte delle finalità a cui l'agricoltura deve rispondere, per cui prima di introdurre nel nostro Paese la coltivazione di OGM occorrerà verificare l'impatto che questa tecnologia potrà avere su questo settore economico. In particolare, alcuni dubbi sorgono in merito al mantenimento della sua competitività sul mercato internazionale. L'agricoltura italiana si caratterizza per la presenza di aziende agricole di modeste dimensioni, che spesso non possono certo permettersi l'acquisto di macchinari specifici per una determinata coltura, per un costo dei fattori produttivi molto elevato (terra e manodopera soprattutto) e per limitazioni di carattere ambientale in merito all'utilizzazione di determinati fattori della produzione (concimi, antiparassitari, ecc.). Come potrà competere la nostra agricoltura, anche se saranno introdotte le piante transgeniche, con l'agricoltura americana o argentina, dove aziende agricole di migliaia di ettari sono alla continua ricerca dell'automazione del processo produttivo (e le piante transgeniche costituiscono il primo passo per ottenerla)? Come potrà farlo, se consideriamo che il processo produttivo sarà controllato dai satelliti e dove l'intervento dell'uomo sarà quasi nullo? Trattasi di un problema reale che potrebbe contribuire alla scomparsa dell'agricoltura dai territori marginali, alimentando fortemente tutte quelle problematiche connesse alla conservazione ed alla tutela del territorio. E' senza dubbio un argomento che rappresenta una delle frontiere più interessanti e nello stesso tempo più inquietanti della vita contemporanea, uno dei campi in cui scienza, ricerca, tecnologia ed etica si intrecciano, dando vita a problematiche, spesso sconosciute, che con ogni probabilità si ripercuoteranno a lungo sullo sviluppo della nostra società e su quello delle generazioni future. In particolare, si tratta di una tecnologia fortemente innovativa, che rende le piante simili a laboratori in grado di produrre di tutto ovunque. Con le moderne biotecnologie sarà "finalmente" possibile indurre nelle piante la resistenza al freddo, in modo tale da poter coltivare piante tipicamente mediterranee (agrumi, olivo, vite, ecc.) in ogni parte del pianeta; sarà possibile introdurre resistenza a fattori pedoclimatici avversi (acidità, contenuto di calcare, contenuto di sodio, ecc.) rendendo possibile l'ampliamento delle aree di produzione di qualsiasi pianta; sarà possibile "generare" piante che per fiorire hanno un ridotto fabbisogno di freddo invernale, per cui sarà possibile produrre mele e pere tipiche delle aree settentrionali anche nelle regioni meridionali della penisola; sarà possibile far produrre a piante erbacee annuali le sostanze che attualmente otteniamo dopo anni di allevamento da piante arboree (per esempio sembra che sia possibile ottenere olio di colza uguale a quello ottenuto dalla spremitura delle olive), e gli esempi potrebbero continuare ancora. E' fuori da ogni dubbio il fatto che le potenzialità di questa nuova tecnologia siano enormi e di portata tale da poter affermare che difficilmente sarà possibile operare una obiettiva e rispondente previsione degli effetti che essa potrà avere sul settore agricolo (con particolare riferimento all'azienda agricola) e, conseguentemente, sul territorio rurale, del quale l'azienda agricola è sicuramente soggetto predominante.La possibilità di ottenere "nuovi individui" appositamente progettati e realizzati per poter resistere a condizioni pedoclimatiche avverse pone il problema dell'eventuale spostamento delle produzioni da quelle che attualmente sono le tradizionali aree di coltivazione e/o di allevamento, con conseguente aggravamento delle problematiche legate al presidio e alla conservazione del territorio rurale. Tale nuova localizzazione potrebbe avvenire sia allo scopo, più che legittimo, di aumentare il grado di autoapprovvigionamento alimentare di una determinata regione, sia, meno legittimamente, per incentivare la produzione in aree dove è possibile reperire a più basso costo i fattori produttivi necessari ad ottenerla per poi esportare i prodotti ottenuti sui mercati di consumo. In quest'ultimo caso, oltre ai problemi legati alla disoccupazione e all'esodo rurale che si verificherebbe nei territori in cui quella particolare attività viene abbandonata, inevitabilmente, un aumento dell'impatto ambientale provocato dalle operazioni di condizionamento, trasporto e ridistribuzione, necessarie per far giungere i prodotti dai luoghi di produzione ai mercati di collocamento. In questa situazione verrebbero meno anche gli elementi legati alla "tipicità" delle produzioni agricole, intendendo con questo termine il legame esistente tra tipologia del materiale di propagazione, tecnica di produzione e luogo di produzione. In particolare, con l'introduzione di organismi geneticamente modificati sarà possibile superare il limite naturale che ostacola la diffusione di determinate produzioni in ambiti a loro ostili (è il caso per esempio di gran parte delle produzioni ortofrutticole mediterranee), poichè mediante l'"ingegneria genetica" sarà possibile introdurre geni in grado di conferire alla pianta una specifica resistenza a fattori pedoclimatici avversi. Queste ultime affermazioni pongono problematiche decisamente rilevanti per i Paesi che si affacciano sul mediterraneo:
 - cosa ne sarà degli agricoltori che attualmente ricavano un reddito da queste coltivazioni, una volta che sarà possibile ottenerle anche in altre aree del pianeta? - cosa ne sarà del paesaggio rurale tipico di determinati territori, allorchè la diminuita domanda di questi prodotti determinerà il loro abbandono da parte degli agricoltori?- cosa ne sarà degli elementi di cultura tradizionali legati a determinate produzioni tipiche?- cosa ne sarà delle tradizionali filiere legate alle produzioni agricole localizzate nell’area mediterranea (trasformazione e commercializzazione in primis)?
- quali interventi occorrerà mettere in atto per contrastare l'abbandono di queste coltivazioni, in relazione alla funzione paesaggistica e di contenimento del dissesto idrogeologico da esse determinato?





A decretare la perdita di competitività delle produzioni agricole attuate in aree marginali sarà poi l’inevitabile diminuzione dei prezzi delle materie prime agricole, in relazione all’abbattimento dei costi di produzione generati dagli individui biotecnologici. Infatti, in questo settore economico, al contrario di quanto avviene in quello industriale che opera per la gran parte in condizioni di oligopolio, si è in presenza di un'offerta decisamente atomistica. In questa situazione l'agricoltore non è in grado di controllare il prezzo dei suoi prodotti. E’ forse inutile far osservare che i maggiori danni saranno subiti dalle aziende agricole ubicate in aree marginali, che dovranno continuare ad operare in un mercato in cui troveranno produzioni OGM ottenute in aree molto produttive ed offerte ad un prezzo sempre più basso. Queste aziende, non più remunerative per il mercato, saranno con ogni probabilità abbandonate con tutte le conseguenze di ne potranno derivare in termini di conservazione dell’assetto idrogeologico, di tutela del paesaggio, di presidio del territorio, ecc.
L’inevitabile contrazione dei prezzi indotta dall’utilizzazione di OGM può determinare anche una diminuzione del  reddito reale dell’agricoltore, in quanto i prezzi dei prodotti non agricoli che egli acquista sul mercato rimarranno, nella migliore delle ipotesi, costanti (se il prezzo del grano diminuisce, occorrono più quintali di grano per acquistare un’automobile, un televisore, un abito, ecc.). Addirittura, per la legge di Engel, vi è la possibilità che, in relazione ad un aumento del reddito reale del consumatore, favorito dalla diminuzione del prezzo dei prodotti agricolo-alimentari (se diminuisce il prezzo degli alimenti, a parità di reddito il consumatore può acquistare una maggior quantità di altri beni), si verifichi un aumento della domanda di beni non agricoli, con conseguente aumento del loro prezzo e conseguente ulteriore diminuzione del reddito reale dell'agricoltore. Ecco, allora, che in questa situazione l’agricoltore si sentirà “più povero”, in quanto sarà costretto a produrre di più (anche attraverso un maggior sfruttamento delle risorse naturali) per poter mantenere il precedente livello di benessere, in pratica, per mantenere lo stesso livello di potere d’acquisto. Del resto le moderne biotecnologie in agricoltura incrementando  la  produttività e, soprattutto,  la  produzione agricola, tendono  a  ridurre  i  prezzi  e  a   mettere  in  moto  un   processo  di  "macina  tecnologica"  che  porta,  tra l'altro,  all'espulsione  dal  mercato di una parte di agricoltori  che, nel caso in cui le   condizioni del mercato del  lavoro extra-agricolo lo rendano  possibile, si  spostano su occupazioni extra-agricole  a più alta remunerazione.
Ecco allora che possono venir meno le condizioni che attualmente consentono la permanenza delle aziende agricole anche in territori marginali, dove a fatica l’agricoltore riesce ancora a ricavare un certo reddito dall’attività di coltivazione delle piante e di allevamento degli animali. Cosa ne sarà dell’agricoltura attuata in territori marginali che vedranno diminuire i prezzi dei prodotti agricoli, prezzi che già ora, in molti casi, non sono in grado di fornire un pieno reddito all’agricoltore? La risposta è semplice: con ogni probabilità questi territori saranno abbandonati, con amplificazione dei problemi connessi all’esodo rurale delle famiglie contadine ed al dissesto idrogeologico del territorio. La stessa domanda si può porre in altri termni con conclusioni non dissimili: che cosa  ne sarà  dei fattori  della produzione  liberati dall'adozione degli individui  biotecnologici?  Essi,  con ogni  probabilità, potranno avere due destinazioni:
- potranno essere impiegati in altri settori economici (industriale o terziario) nel caso in cui ve ne sia la necessità;
- potranno  continuare ad  essere impiegati nell'azienda agricola,  nel caso in cui, al contrario della situazione precedente, non vi sia richiesta di tali fattori in altri settori economici.Nel primo caso si avrebbe un aumento dell'esodo rurale, con aumento quindi delle problematiche relative al presidio ed alla manutenzione del    territorio.  Nel secondo caso si assisterebbe ad un aumento dell'offerta di  questi fattori  della produzione,  con conseguente  abbassamento delle relative remunerazioni  e creazione  di aziende agricole extramarginali; aziende che  con  la  loro  attività non   sono  più  in  grado  di  remunerare adeguatamente i fattori della produzione (in esubero) impiegati.
Il minor reddito per il produttore agricolo delle aree marginali è anche conseguenza del fatto che gli OGM sono sostanzialmente disattivanti nei confronti dei fattori della produzione che egli apporta direttamente (manodopera soprattutto) e richiedono, nello stesso tempo, un maggior apporto di fattori esterni all’azienda agricola, fattori produttivi di origine industriale (sementi che offrono dei vantaggi ma che costano di più e fattori produttivi in grado di far produrre le stesse sementi), che l’agricoltore è costretto ad acquistare sul mercato. Questa situazione è particolarmente dannosa per le aziende agricole di modeste dimensioni come quelle italiane, nelle quali il lavoro manuale rappresenta ancora una componente importante del reddito netto derivante dall’attività agricola. Una  politica di  questo  tipo,  operata soprattutto dall'industria produttrice dei mezzi tecnici per  l'agricoltura, è nota  come politica di "appropriazionismo",  mediante la  quale viene perseguita una  strategia che mira  ad aumentare  il grado  di industrializzazione  del processo   produttivo  agricolo  tramite l'espropriazione  di  attività tradizionalmente svolte all'interno  dell'azienda agricola e la loro sostituzione con  input di origine industriale.   Anche in  questo caso si  assisterebbe ad  una perdita di importanza del settore agricolo, che vedrebbe diminuire il  fabbisogno di manodopera,  per lo più  di tipo familiare, necessario  per portare a termine  le produzioni,  con   conseguente  aumento   delle  problematiche   relative  all'esodo rurale, all’occupazione ed al  presidio ed alla  conservazione del  territorio. A questo proposito possiamo affermare che, soprattutto per le coltivazioni erbacee annuali, la semente biotecnologica potrebbe rappresentare il primo passo per consentire la completa automazione del processo produttivo agricolo (piante autosufficienti, resistenti a tutti i tipi di malattie e che crescono ovunque), un processo produttivo che sarà controllato dai satelliti,  che non avrà più bisogno dell’agricoltore o, per lo meno, ne avrà bisogno in modo molto limitato. E’ in questo contesto, ovvero in un contesto in cui il reddito da capitale prevarrà sul reddito fornito dagli altri fattori produttivi (terra e lavoro che molto spesso sono di proprietà dello stesso imprenditore agricolo), che si creano i presupposti per il passaggio del controllo del territorio rurale dall’agricoltore, che non riesce più a ricavare un reddito adeguato dall’attività agricola poiché i fattori della produzione di cui dispone non sono più necessari e quindi non sono più remunerati, ad individui estranei all’attività agricola, che con i propri capitali, o con i capitali di terzi, saranno in grado di subentrare non soltanto nell’attività di coltivazione, ma anche nella proprietà delle aziende agricole.  Tale situazione, inevitabilmente, darà origine a gravi problemi di sostenibilità del territorio rurale, in quanto le tecniche di produzione che questi “nuovi agricoltori” adotteranno saranno sicuramente indirizzate alla massimizzazione del reddito da capitale da loro stessi fornito.
Con  l'introduzione di  individui geneticamente modificati l'agricoltore   potrebbe  perdere parte delle funzioni imprenditoriali, poichè  verrà ad assumere sempre più importanza il settore industriale, quale  fornitore del materiale di  propagazione (semente transgenica resistente ad un determinato diserbante) e dei mezzi tecnici necessari  per portare  a  termine  il processo  produttivo (diserbante complementare alla semente transgenica),  nonchè quale utilizzatore  del prodotto  agricolo ottenuto.  In  particolare, sarà  sempre più  possibile modificare  il  pacchetto  di  informazioni  genetiche  che  controllano  la   crescita  delle  piante  e  le loro  reazioni  nei  riguardi  dell'ambiente.   I programmi di  riproduzione  renderanno  l'agricoltura sempre  più indipendente  dall'ambiente  naturale.  Il raccolto  agricolo non  sarà più  determinato fondamentalmente  dalle specifiche  condizioni   naturali  (natura  del suolo,  clima,  ecc.)  ma dall'ammontare  delle conoscenze scientifiche e  tecnologiche che sono incorporate  nei prodotti di base  (sementi, metodi di difesa), destinati a determinare  dove, come  e  quando   l'agricoltore deve seminare, raccogliere  e quali  cure deve dedicare  alle sue colture.A proposito delle precedenti affermazioni, occorre rilevare che l'introduzione di  individui geneticamente  modificati potrebbe  comportare anche  una diminuzione dell'importanza di questo settore economico in  relazione alle   strategie  di  "sostituzionismo" messe  in  atto dal  settore  industriale  legato  alla  trasformazione dei  prodotti agricoli.  In  particolare,  la  possibilità  recentemente  offerta dalle  biotecnologie  avanzate di  intervenire sulla  base organica    del   processo  produttivo  agricolo,  manipolandola   e controllandola,  consente per  la prima  volta di  rimuovere l'ostacolo che ha finora   impedito  la  completa  industrializzazione  del processo  produttivo agricolo  e la  produzione  industriale di  materia  organica,  in tal  modo permettendo l'unificazione delle varie fasi di produzione di   prodotti alimentari in un  unico processo produttivo di tipo    industriale.  Questa  opportunità è resa  possibile  dallo   sviluppo  di  organismi  fortemente specializzati  nella produzione  di  materie  prime di  base  (vitamine,  carboidrati,   grassi,  ecc.).    Tali  sostanze   potranno poi  essere utilizzate dall'industria  per produrre  beni alimentari e non.
Per lo "sviluppo sostenibile" della nostra agricoltura occorrerà poi rivedere le norme relative alla brevettabilità dei prodotti transgenici, in quanto non è possibile accettare che colui che ha inserito un gene in una pianta acquisisca il “monopolio di fatto” su quella pianta, impedendone, così, la libera coltivazione.

Qualcuno potrebbe affermare che i precedentI scenari sono in contrasto con quello che è accaduto in alcuni Paesi (U.S.A., Canada, Argentina), nei quali, a “testimonianza del gradimento degli agricoltori”, si è avuto un forte incremento delle superfici destinate alla coltivazione di piante transgeniche. A tal riguardo occorre osservare che l’incremento delle superfici si è avuto solo nei Paesi in cui si è in presenza di un’unica filiera di distribuzione per il medesimo prodotto, sia esso transgenico o  non transgenico. In presenza di un’unica filiera, e con prezzi flettenti dei prodotti così come si è verificato per la soia e per il mais transgenici, è ovvio che se l’agricoltore vuole conservare un certo margine di redditività dall’attività di coltivazione, sarà “costretto”, anche suo malgrado, a seminare le cultivar caratterizzate dal minor costo di produzione (ovvero quelle transgeniche). Ecco allora che l’incremento delle superfici coltivate è dovuto, non tanto ad un gradimento dell’agricoltore nei confronti di queste piante, ma alla necessità da parte dello stesso di mantenere un certo margine di redditività dall’attività agricola (è ovvio che se il prezzo del mais transgenico è uguale a quello del mais convenzionale, egli coltiverà quello caratterizzato dal minor costo di produzione, ovvero quello transgenico).
A questo  punto, e sulla  base delle considerazioni precedenti, occorre  valutare attentamente se l’introduzione di OGM in agricoltura  risponde  a  presupposti di  "sviluppo sostenibile", sia da un punto  di vista dei "reali vantaggi"         ottenibili dall'attuale società  e dalle generazioni future,   sia da un punto di vista dei "reali vantaggi" ottenibili dal   settore agricolo.
Occorre rilevare poi che in un futuro ormai prossimo, le nostre produzioni dovranno confrontarsi con quelle provenienti da Paesi caratterizzati da costi di produzione decisamente inferiori ai nostri, da Paesi che non hanno limitazioni nell’utilizzazione di determinati prodotti chimici, siano essi concimi e/o antiparassitari, da Paesi nei quali il lavoro minorile non è tutelato o è, addirittura, incentivato e/o sfruttato, da Paesi che non saranno in grado di garantire il materiale genetico da cui deriva la produzione e l’elenco potrebbe continuare ancora. Ecco allora che nei prossimi anni i problemi per l’agricoltura nazionale deriveranno con ogni probabilità anche dalla globalizzazione dei mercati e dalla conseguente realizzazione di un grande mercato mondiale dei prodotti alimentari, un mercato dove con ogni probabilità l’imperativo sarà produrre di più (non importa con quale tecnica e/o con quale materiale genetico) ai più bassi costi possibili, per poi vendere i prodotti ottenuti laddove ci sono i soldi per acquistarlo.
In un contesto come quello delineato occorre chiedersi: ma i bassi costi e la globalizzazione dei mercati si conciliano con la qualità della produzione da tutti auspicata? Si adattano alla necessità di assicurare un reddito anche agli agricoltori delle aree “svantaggiate” da un punto di vista dei costi di produzione? Si conciliano con lo sviluppo sostenibile del territorio? Riescono a preservare l’identità culturale, economica, sociale e professionale di un territorio?
E’ a queste domande che occorre fornire una risposta, al fine di verificare se nel lungo periodo gli OT e il conseguente processo di globalizzazione dei mercati rappresenti per il territorio rurale del nostro Paese un’opportunità o, al contrario, una strada pericolosa, che potrebbe determinare effetti dannosi per il benessere della nostra società e per quello delle generazioni future.
Pertanto, le problematiche relative all'introduzione di coltivazioni transgeniche di prima generazione sono notevoli e di portata tale da non giustificare una decisione affrettata. In particolare, come per le altre innovazioni tecnologiche, la loro applicazione può essere buona, mediocre o, addirittura, cattiva. Per il momento, le moderne biotecnologie hanno riguardato solo ed esclusivamente applicazioni finalizzate all'automazione del processo produttivo agricolo. Certamente la nostra agricoltura da sempre basata su presupposti di tipicità e di qualità non ha bisogno dell'attuale biotecnologia, che per essere considerata sostenibile dovrebbe avere possibilità applicative decisamente migliori.
Occorrerà poi valutare attentamente se questi "nuovi alimenti" rispondono ad una reale esigenza del consumatore. Soprattutto nell'attuale momento in cui quest'ultimo tende a privilegiare la tipicità, la salubrità e, più in generale, la naturalezza dei prodotti alimentari (il forte aumento del consumo di produzioni biologiche ne è una conferma), si può affermare che il loro sviluppo è sicuramente controtendenza. Una controtendenza che andrà valutata attentamente, al fine di non impiegare risorse e capacità umane nello sviluppo di produzioni delle quali, per il momento, non abbiamo una reale necessità.
In definitiva, compito dell’attuale generazione, se veramente crede che questa tecnologia possa essere determinante per lo sviluppo sostenibile, è quello di fugare ogni dubbio applicativo, in ossequio al principio di precauzione, demandandone l’applicazione in campo aperto alle future generazioni.   

mercoledì 5 dicembre 2012

Agrobiotecnologie e OGM: una valutazione di ordine etico


Agrobiotecnologie e OGM: una valutazione di ordine etico
Prof. Carlo Mons. Rocchetta
Consigliere Ecclesiastico Nazionale della CNCD

L'utilizzazione delle biotecnologie in campo agro-alimentare rappresenta una rivoluzione tanto rilevante da poter essere paragonata all'invenzione del fuoco alle origini dell'umanità, alla scoperta dell'energia elettrica in epoca moderna o all'utilizzazione dell'energia ato­mica in età contemporanea. Come tale, essa porta con sé una grande quantità di interrogativi etici su cui tutti, e specialmente noi credenti, siamo chiamati ad interrogarci. E' in gioco infatti il futuro stesso della comunità umana e del creato, della qualità della vita, dell'agricoltura e della sicurezza alimentare.
La posizione della Chiesa cattolica è, in questo senso, di grande prudenza, come è stato perfettamente espresso nella parole che il Santo Padre ha pronunciato nel Giubileo degli agricoltori, quando ha invitato gli operatori del mondo agricolo a:
"resistere alle tentazioni di una produttività e di un guadagno che vadano a discapito del rispetto della natura. Da Dio la terra è stata affidata all'uomo 'perché la coltivasse la custodisse' (Gen 2,15). Quando si dimentica questo principio, facendosi tiranni e non custodi della natura, questa prima o poi si ribellerà”.
E aggiungeva:
"E' un principio da ricordare nella stessa produzione agricola quando si tratta di promuoverla con /'applicazione di biotecnologie, che non possono essere valutate solo sulla base di immediati interessi economici. E' necessario sottoporle previamente ad un rigoroso con­trollo scientifico ed etico, per evitare che si risolvano in disastri per la salute dell' uomo e per l'avvenire della terra".
Una posizione non di chiusura, ma di discernimento e di opportuna cautela, in cui sono implicati almeno tre nodi problematici:
. il dialogo tra scienza e morale, evitando ogni fondamentali­smo e operando perché la scienza sia a servizio della persona umana e della collettività, non solo dell'economia e degli inte­ressi di pochi gruppi finanziari;
. la questione del rischio etico in campo agrobiotecnologico, mettendo in primo piano il principio della massima precauzio­ne rispetto a quello del cosiddetto "danno calcolato";
. il rispetto della natura, con interventi che non le facciano violenza, ma che salvaguardino l'unità dell'ecosistema e la biodi­versità.
E' chiaro che la mia riflessione si limita alla questione degli OGM in campo agro alimentare, lasciando da parte tutta la problematica relativa alla biomedicina e alla farmaceutica. Ritengo infatti che si debba porre una netta distinzione tra i due ambiti:
. il campo delle applicazioni biomediche e farmaceutiche è circoscritto alla cura di determinate situazioni di malattia e puòessere tenuto sotto un sufficiente controllo;
. il discorso delle agrobiotecnologie avanzate è invece indirizza­to ad intervenire sulla natura in una forma globale, introducen­do modifiche sostanziali nel sistema-vita e nella relazione tra le specie, con effetti a campo aperto certamente più difficili da controllare.


1.  IL DIALOGO TRA SCIENZA E MORALE

La scienza riveste certamente un compito primario nel cammino dell'umanità, e nessuno si sogna di negarne la validità. Il problema è sapere quale scienza, a servizio di chi e di che cosa? E' questo l'interrogativo di fondo.

1.1. - Si deve in primo luogo distinguere tra ricerca scientifica e applicazioni, tra scienza e tecnologia. Non a caso il Santo Padre parla di "applicazione biotecnologiche", non di "ricerca scientifica".
La ricerca scientifica è necessaria, a condizione ovviamente che si attui con mezzi leciti e sia indirizzata a fini umanistici, e si ponga quin­di a servizio della vita e di una sua migliore qualità, e mai contro.
Le applicazioni biotecnologiche richiedono invece di essere sottoposte al vaglio delle scienze dello spirito (dall'etica alla filosofia della scienza, al diritto e alla stessa politica), evitando ogni forma di integralismo scientifico in base a cui ciò che è tecnicamente possibile diviene ipso facto, sempre e in ogni caso, eticamente valido e legittimo. Non è così!
Se ci si deve guardare dal pregiudizio antiscientifico, ci si deve in pari tempo e con la stessa forza tenere lontani da ogni determinismo scientifico.
Non è corretto, sotto il profilo etico, passare direttamente dalle scoperte scientifiche alle loro immediate applicazioni senza la mediazione delle scienze dello spirito, senza quindi una verifica interdisciplinare sulle implicazioni che esse possono avere sul piano del bene della per­sona e del bene comune.
Non si tratta - come è chiaro - di fermare anacronisticamente la scienza, ma di farle ritrovare il suo vero statuto, la sua vera funzione antropologica, mettendola in dialogo con la comunità civile e con le altre scienze, in modo che si possa attuare:
. come scienza-sapienza, come un "sapere" a servizio dell'uo­mo, e non come un potere illimitato, per lo più in mano ad interessi di parte o di solo mercato;
. come scienza umanistica, cosciente delle sue enormi responsabilità nei confronti della comunità umana e dell' ambiente naturale, dell'oggi e del domani del pianeta terra.

1.2. - Ed è qui che interviene il secondo dato da precisare. A chi e a che cosa deve obbedire la ricerca scientifica e le sue applicazioni: a criteri solo di guadagno o non a criteri più alti? Sta in questo interrogativo uno dei punti nodali da sciogliere.
La quasi totalità della ricerca scientifica è oggi in mano a grandi gruppi privati che mirano ad applicazioni solo (o quasi solo) legate al profitto. E' giusto questo? A quali conseguenze conduce una simile situazione?
Non è giusto e le conseguenze sono che la scienza e le sue applicazioni finiscono per essere solo a servizio del grande capitale o della finanziarizzazione dell' economia.
E' urgente rivedere questa situazione e operare con sempre più forza perché la ricerca scientifica sia affidata anzitutto ad Enti Pubblici che ricerchino, nelle applicazioni, ciò che è il bene della collettività e dell’umanità, e non interessi particolari o di mero guadagno. Penso alla Comunità Europea e ai suoi ingenti fondi. Penso ai singoli Stati: che cosa fanno per promuovere autonoma­mente la ricerca scientifica? Più in particolare è legittimo chieder­si: perché gli enormi investimenti economici utilizzati per la ricer­ca dei prodotti transgenici non sono impiegati in una prospettiva positiva, per la conservazione, il miglioramento e l’incremento delle diverse specie esistenti, invece che per il loro impoverimen­to? Perché, ad esempio, questi enormi investimenti economici non sono utilizzati:
. per il rafforzamento della variabilità genetica naturale e il suo miglioramento?
. per la ricerca di antiparassiti naturali e il controllo delle erbe infestanti?
. per la gestione ecologica dei rifiuti e l'incremento delle tecni­che agronomiche di fertilizzazione?
. per metodi ecologici di produzione e di conservazione degli alimenti?
. per sostenere l'agricoltura ecocompatibile, invece di sottoporla al pericolo di contagio derivante dalle colture transgeniche?
. per l'incremento della qualità e della tipicità dei prodotti regionali e per un miglior equilibrio dell'ambiente?
Evidentemente questi settori non sono remunerativi.
Proprio il caso degli OGM è emblematico a riguardo: la prudenza che molti di noi manifestano, riguarda gli attuali OGM, derivanti da incroci transgenici, ossia dalla combinazione sistematica tra regni e specie diverse. Sono questi OGM che creano forti dubbi sia sul piano del rispetto della natura che per gli effetti che si possono avere sul­l'ambiente, sulla salute e la salubrità dei cibi.
Non è escluso che si possa pensare a OGM, chiamiamoli "eco­compatibili", ossia ad organismi rafforzati usufruendo delle loro stesse risorse o di incroci naturali, come si è sempre fatto in agricoltura, usufruendo per questo delle enormi possibilità che la scienza mette oggi a disposizione. Sarebbe questo un investimento importante, perché eliminerebbe alcuni eccessi di pesticidi e renderebbe la pianta capace, da sola, di difendersi da alcuni parassiti, senza fare violenza alla natura o correre il rischio di determinare effetti non previsti.
Perché non si fa? Evidentemente è un procedimento più lungo e non fa guadagnare come gli attuali OGM. Sono un po' transcent, ma non credo ci siano altre spiegazioni. E' una via percorribile? Personal­mente e concretamente se, a livello di principi, vedo l'opportunità di questa via, ne colgo al tempo stesso la difficoltà di attuazione, dato che tutto il discorso degli OGM è ormai gestito dal grande potere eco­nomico. Ma qualcosa bisognerà pur fare!


2. LA QUESTIONE DEL RISCHIO ETICO IN CAMPO AGROBIOTECNOLOGICO: "DANNO CALCOLATO" O PRINCIPIO DI PRECAUZIONE?

Eticamente quanto più un'azione può avere effetti gravi, estesi, irreversibili e incontrollabili tanto più esige di essere attentamente vagliata e sottoposta al criterio della massima precauzione.
Su questo aspetto la comunità scientifica mondiale è oggi divisa. Un numero sufficiente di scienziati ha sollevato dubbi sugli alimenti a base di OGM, dall' aumento di allergie e di intolleranze, al calo dei valori nutritivi, all'aumento della tossicità e della resistenza agli anti­biotici. Tra i potenziali rischi ambientali, sono segnalati i problemi dell'impollinazione incrociata, l'aumento nell'uso dei pesticidi e la distruzione di molte specie. Non manca perfino chi arriva a paventare una possibile serie di effetti a catena, derivanti dall'uso sempre più esteso di OGM, che potrebbero mettere in crisi lo stesso sistema-vita sul pianeta, come una potenziale "bomba biologica".
Se fossero veri questi pericoli, anche solo una parte, ci troveremmo di fronte a conseguenze devastanti e probabilmente non più sanabili all'interno dell' ecosistema.
Data questa incertezza e finché essa perdura, non è moralmente accettabile sottoporre /'umanità ad un rischio planetario di una tale portata.
L'industria mondiale degli OGM si difende affermando che nessun progresso è privo di rischi: i treni e gli aerei hanno i loro costi in vite umane; eppure nessuno sarebbe disposto a rinunciare ad essi. Ma siamo sicuri che sia la stessa cosa? Treni e aerei dipendono in gran parte dall'uso improprio che se ne fa e se possono comportare degli effetti negativi ciò riguarda generalmente ambiti circoscritti o singoli fruitori.
Gli interventi di ingegneria genetica in campo agro-alimentare concernono invece modificazioni permanenti, probabilmente irreversibili e, a lungo andare, imprevedibili impresse nel quadro della struttura biologica stessa egli esseri viventi, e riguardanti /'universalità del pia­neta e del suo futuro. Non è etico attuare una sperimentazione, di que­sta portata, quando non si è moralmente certi degli effetti che si posso­no generare, non solo nell'immediato, ma anche a medio e lungo ter­mine.
Il principio di precauzione deve prevalere sulla logica del solo rischio o, come si usa dire oggi, del "danno calcolato". Giovanni Paolo II sta ripetendo, in modo instancabile, che non si può fare della vita umana un oggetto di sperimentazioni, tanto più pericolose in quanto minacciano il valore stesso della vita e la sopravvivenza dell'u­manità. La vita non è un oggetto in nostro possesso, e ogni applicazio­ne delle tecniche agrobiotecnologiche non è mai una questione unica­mente scientifica; è sempre una questione di grande responsabilità morale.
L'etica da promuovere è l'etica della responsabilità, fondata:
. su informazione e formazione circa quelli che sono i meccani­smi che stanno subordinando l'etica alla scienza e la scienza a1l' economia;
. su scelte etiche che mettano al primo posto la persona e il suo habitat, e non interessi di parte;
. sull'impegno a prevenire i rischi, e non limitarsi a riparare i danni quando potrebbe essere troppo tardi;
. sulla capacità di andare incontro ai cambiamenti e di governar­li, e non di subirli passivamente.


3. IL RISPETTO DELLA NATURA: INTERVENIRE ENTRO CERTI CONFINI, RISPETTANDO L'ECOSISTEMA E SALVAGUARDANDO LA BIODIVERSITÀ

Ed ecco allora il terzo nodo problematico: fino a che punto è lecito intervenire nel quadro della natura? Qual è il ruolo dell' uomo nel creato: è il ruolo di un padrone assoluto o non piuttosto di un fedele amministratore?
E' noto come non siano mancati storici e ambientalisti che hanno ritenuto o ritengono la tradizione giudaico-cristiana responsabile del degrado ambientale, facendo risalire l'origine di questa responsabilità al comando biblico di Gen 1,28: "Siate fecondi e dominate la terra, soggiogatela e dominatela". Una corretta esegesi dei testi biblici va però in tutt'altra direzione.
Gen 1,26.28. I due verbi aramaici corrispondenti a "soggiogare" e "dominare", contrariamente al significato immediato che sembrano evocare, contengono, nel linguaggio biblico, due immagini estrema­mente significative. Il primo verbo (soggiogare) serve a descrivere il dominio di un re saggio che si prende cura dei suoi sudditi e fa di tutto, perché non manchi loro niente; in quanto tale, il verbo non indica affatto un potere dispotico o sfrenato che fa scempio della terra e dei suoi frutti, ma un compito sapienziale. Non saremmo più di fronte ad un re saggio, ma ad un tiranno. Il secondo verbo (dominare, radah) rimanda ad una missione di guida, come un pastore che conduce il gregge all'ovile, evitando che vada incontro alla morte o alla perdita di sé e descrive il ruolo dell'uo­mo come un ruolo di responsabilità. In entrambi le formulazioni, la signoria data da Dio alle sue creature, a1l 'uomo e alla donna, non rap­presenta mai una potestà assoluta, ma relativa: è una signoria ricevuta da Dio, attenta a proteggere quanto è stato loro affidato.
Gen 2,15. Il testo del secondo racconto è più facile da comprendere e implica un'ulteriore immagine di notevole significato: quella del giardiniere: "Il Signore prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse". I due verbi ("coltivare" e "custo­dire") esprimono il compito di un custode che si prende cura del giar­dino che gli è stato consegnato, coltivandolo e custodendolo appunto. "Coltivare" si oppone ad abbandonare; "custodire" a "distruggere", inquinare o devastare. L'uomo è quindi considerato come il giardiniere di Dio e il fruitore del bene-terra, non un suo despota.
E' quanto viene richiamato, indirettamente, dalla stessa immagine dell'albero del bene e del male, come spiega Giovanni Paolo II, nell'enciclica "Sollicitudo rei socialis": "Il dominio accordato dal Creatore all' uomo non è un potere assoluto, né si può parlare di libertà di 'usare e abusare', o di disporre delle cose come meglio aggrada. La limitazione imposta dallo stesso Creatore fin dal principio, ed espres­sa simbolicamente con la proibizione di "mangiare il frutto dell' albe­ro" (Gen 2,16), mostra con sufficiente chiarezza che, nei confronti della natura visibile, siamo sottomessi a leggi non solo biologiche, ma anche morali, che non si possono impunemente trasgredire" (SRS 34).
Dunque è lecito intervenire nel mondo della natura, ma entro precisi confini, non spadroneggiandola a piacimento o creando condizioni di invivibilità. "Risulta evidente - sottolinea ancora Giovanni Paolo II nell'enciclica appena citata - che lo sviluppo, l'uso delle risorse della terra e la maniera di utilizzarle non possono essere distaccati dal rispetto delle esigenze morali. Una di queste impone senza dubbio limiti all'uso della natura visibile" (SRS 34). La natura è un dono da rispettare e migliorare, non da violentare.
"Dio perdona, la natura non perdona", afferma un antico detto della saggezza cristiana. E' pericoloso far violenza alla natura; essa conserva la memoria di quanto subisce e prima o poi si ribellerà. Oggi questo pericolo non riguarda più solo questo o quel caso particolare, ma il "villaggio globale" dell'umanità del cosmo.
Siamo sicuri, ad esempio, che il mancato rispetto delle diverse specie, l'incrocio fra geni di piante, di animali e geni umani sempre più estesa e capillare non finisca per sconvolgere l'ordine strutturale stes­so della natura e non introduca situazioni di squilibrio non più control­labili?
. Altro è l'intervento per migliorare la natura al suo interno e renderla capace di difendersi da parassiti mortali, come si è detto, ma all'interno del loro stesso essere e utilizzando o incrementando le loro stesse risorse di natura.
. Altro è la violazione sistematica e globale delle leggi biologi­che degli esseri e delle loro relazioni con l'immissione di situazioni nuove che vi si oppongono e possono creare situa­zioni non più controllabili.
Finché l'applicazione delle biotecnologie in campo agro-alimentare non avrà sciolto ogni riserva in questo campo sarà un preciso dovere etico chiedere almeno una moratoria. L'uomo deve guardarsi dal rischio di ridurre il cosmo ad una preda da conquistare o ad una casa da saccheggiare. Già in un discorso del 24.3.97, Giovanni Paolo II aveva denunciato questo pericolo: "L'ambiente è diventato spesso una preda a vantaggio di alcuni forti gruppi industriali e a scapito dell' u­manità nel suo insieme, con un conseguente danno per gli equilibri dell' ecosistema, della salute degli abitanti e delle generazioni future".
Le parole del Santo Padre richiamano due problematiche attualissime, collegate alle agrobiotecnologie: l'unità dell' ecosistema e la salvaguardia della biodiversità.
L'ecosistema rappresenta un 'unità interattiva, dove ogni essere è in relazione dinamica con l'altro da sé e ogni modificazione che vi viene introdotta agisce in modo diacronico e sincronico sul circuito vitale degli esseri e del rapporto uomo-natura. Per questa ragione è sbagliato applicare alle scienze biologiche i principi delle scienze fisiche:
. la fisica è per definizione il campo delle leggi rigide e sempre eguali (posta una causa si dà un effetto);
. la biologia è invece il campo delle interdipendenze: il patrimo­nio genetico del DNA non una semplice fila di perline, dove ne puoi togliere una e sostituirla con ultra, senza che ciò non pro­vochi un cambiamento nella struttura stessa dell'essere. E' peri­coloso trasportare la logica deterministica della fisica all'interno della biologia e delle sue applicazioni in campo agro-alimentare.
L'unità dell'ecosistema è un bene da difendere, non un oggetto da mercanteggiare o da lasciare in balia del business economico. E' in gioco la sopravvivenza stessa della vita e dell'ambiente. Non si può disattendere questa responsabilità, agendo senza una coscienza infor­mata da principi etici. Giovanni Paolo II ha messo ripetutamente in guardia da una simile tentazione e ha parlato di mercanti che ''fanno del mercato la loro 'religione' , fino a calpestare, in nome di dio-pote­re, di dio-denaro, la dignità della persona umana e della sua vita". E' da questa nuova religione del profitto a tutti i costi che occorre guar­darsi, ritrovando un'autentica spiritualità del creato, comprensiva di un atteggiamento estetico verso la natura, che sia in grado di rimanda­re al Creatore di tutte le cose, con meraviglia e gratitudine, e ci orienti verso una dimensione contemplativa, e non distruttiva, del creato.
Lo stesso discorso vale per la biodiversità; essa è un valore da apprezzare e da promuovere, non da impoverire o ridurre sempre più. La questione non è soltanto ambientale; è etica. Non è moralmente lecito impoverire la varietà e la differenza della flora e della fauna, indebolendo o addirittura cancellando le molteplici specie di piante e di animali che la natura ha prodotto in migliaia e migliaia di anni e il Creatore ci ha donato, lasciando alle generazioni future una natura omologata a pochissime specie. Le applicazioni biotecnologiche, se vogliono essere utilizzate in senso umanistico, devono rafforzare la biodiversità, e non accellerarne la diminuzione e la scomparsa.
Intervenire sulla natura è legittimo, come si è detto, ma ciò deve sempre avvenire entro precisi confini e nel rispetto dell'unità dell'ecosistema, delle configurazione delle singole specie e della biodiversità. L'uomo è custode della natura, non despota.
La stessa questione della brevettazione degli OGM andrebbe ripensata in questo quadro. E' noto come il 12 maggio 1998 il Parlamento Europeo e il Consiglio dell' UE abbia approvato la "direttiva sulla protezione giuridica delle invenzioni biotecnologiche"; una direttiva che non è priva di interrogativi etici per le implicazioni che può avere sia in campo agrobiologico e biozoologico che in campo bioagroali­mentare.
Brevettare le sequenze geniche significa brevettare organismi viventi, e brevettare organismi viventi è brevettare la vita, finendo per ridurla ad un manufatto, ad un prodotto fatto dall'uomo e commercia­bile come ogni altro un oggetto di consumo. E' legittimo tutto questo? A che cosa condurrà? Dietro questa scelta, oltre che una questione di soldi (le famose royalties), non si nasconde forse una sorta di "delirio di onnipotenza"?
Il patrimonio genico appartiene a Dio e quindi a tutta l'umanità; e come tale deve essere considerato e valutato. Su questo punto, si è pronunciata la stessa UNESCO, affermando che "il materiale genetico è patrimonio comune dell'umanità" e "non deve produrre alcun gua­dagno economico". Purtroppo questa regola non è affatto rispettata dalla direttiva europea. La stessa distinzione che essa elabora tra "sco­prire" e "inventare" non è per nulla convincente. Anche in questo caso siamo di fronte ad un problema morale di rilevanza mondiale. Le applicazioni biotecnologiche devono salvaguardare il principio che il patrimonio genico (da qualunque essere provenga, umano, animale o vegetale) deve servire al bene di tutti e di ciascuno, senza diventare dominio esclusivo di qualche potentato economico e dell' arbitrio di interessi di parte.


4. CONCLUSIONE

Nei confronti delle agrobiotecnologie è dunque opportuno tenere ­al momento - un atteggiamento critico. La scoperta, di per sé legitti­ma, di nuove possibilità tecnologiche innovative non può indurre automaticamente alloro impiego, senza una verifica che consideri i rischi etici e faccia prevalere sempre e comunque gli interessi della colletti­vità su quello dei grandi potentati economici. Mai come oggi la nostra libertà dev'essere sottoposta al criterio della responsabilità e della pru­denza. Chi non lo facesse, diverrebbe colpevole tra l0 o 20 anni degli eventuali danni che potrebbero essere provocati da un uso degli OGM non sufficientemente vagliato o valutato in tutti i loro effetti. La comu­nità cristiana è oggi in prima fila in questa ricerca, per dare il proprio specifico apporto alla difesa della vita e dell' ambiente e promuovere uno sviluppo integrale e sostenibile dell’umanità.