Visualizzazioni totali

Visualizzazione post con etichetta affamati. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta affamati. Mostra tutti i post

martedì 8 luglio 2014

Per un dialogo autentico sugli OGM, considerazioni del Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, card. Turkson

Un documento interessante per capire la posizione della Chiesa nei confronti degli OGM applicati al settore agroalimentare..........

"E' azzardato - e in ultima analisi assurdo, anzi peccaminoso - impiegare le biotecnologie senza la guida di un'etica profondamente responsabile."

"Si promuovono le nuove tecnologie asserendo che aumenteranno il cibo a disposizione di ciascuno, ma questo è solo un pezzo della storia. In realtà, le innovazioni sono concepite e realizzate a beneficio di un numero circoscritto di persone già molto abbienti. Man mano che si procede, molti piccoli produttori saranno inevitabilmente esclusi e/o spostati dalle loro terre. Saranno “amputati” dalle loro occupazioni tradizionali e dal loro stile di vita. Lo sradicamento di singoli, famiglie e comunità non è soltanto una dolorosa separazione dalla terra, ma investe il loro intero ambiente esistenziale e spirituale, minacciando e talvolta sconvolgendo le poche certezze della loro vita. Non dovrebbe sorprenderci il fatto che alcune popolazioni rifiutino certe innovazioni, non perché siano cattive o percepite come tali, ma perché il modo in cui vengono diffuse comporta costi insostenibili per coloro che in teoria dovrebbero beneficiarne. Non sono loro che non capiscono; è chi si rifiuta di guardare il quadro dell’insicurezza alimentare nel suo complesso – le persone, la loro dignità e la loro vita, oltre alla produzione e alla distribuzione del cibo – a non cogliere il nocciolo della questione, proprio come il chirurgo che ha in mente solo le braccia e non la persona intera."

http://www.aggiornamentisociali.it/easyne2/LYT.aspx?Code=AGSO&IDLYT=769&ST=SQL&SQL=ID_Documento=10102

martedì 10 dicembre 2013

Aumento dei prezzi del cibo e fame nel mondo

Ciclicamente il problema dell’aumento del prezzo del cibo e della conseguente crisi alimentare si ripresenta nella sua gravità. L’insicurezza alimentare non è certamente una novità nel panorama dei problemi mondiali, e, purtroppo, la sua gravità non accenna a diminuire: secondo i dati diffusi dalla FAO, nel mondo sono circa 900 milioni le persone che soffrono la fame. E questo a dispetto dei numerosi e solenni impegni presi nelle più alte assise internazionali: nel 1996, i Paesi partecipanti al Vertice ONU sull’alimentazione si impegnarono a dimezzare entro il 2015 il numero degli affamati rispetto al 1991, riducendolo a 412 milioni. Nel 2000, invece, l’ONU approvò gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, fra cui quello di dimezzare la percentuale di chi soffre la fame, sempre entro il 2015 e in riferimento al 1991. Per raggiungere questo secondo obiettivo gli affamati nel mondo avrebbero dovuto ridursi a 585 milioni, mentre purtroppo dal 1996 essi sono in costante aumento.
Il cibo nel mondo non manca (secondo la FAO ci sarebbe cibo sufficiente per 12 miliardi di persone) e quella attuale è sicuramente una “crisi alimentare” dovuta alla mancanza di risorse economiche necessarie per poter acquistare il cibo, in relazione ad un rapido aumento dei prezzi degli alimenti e ad una stagnazione dei salari.
A questo punto, anche al fine di trovare le auspicabili soluzioni, è necessario interrogarsi sulle cause di tali aumenti del prezzo del cibo. È possibile affermare che l’attuale congiuntura è determinata da una serie di fattori, identificabili soprattutto:
- nella dinamica della domanda e dell’offerta di alimenti;
- nel  funzionamento dei mercati.
Per quanto attiene alla domanda di derrate agroalimentari occorre rilevare che la popolazione mondiale è in costante aumento e, secondo le previsioni più autorevoli, dovrebbe raggiungere gli 8 miliardi entro il 2020. Questo significa che solo per assicurare alla popolazione futura agli attuali livelli di alimentazione, sarà necessario aumentare del 40-50% la disponibilità di alimenti. Ma, a parte alcuni territori di Africa e America Latina, la possibilità di incrementare le superfici coltivate è piuttosto limitata, in quanto il suolo disponibile per nuove coltivazioni è troppo freddo, arido e/o in forte pendenza. Inoltre l’incremento della popolazione non si distribuisce uniformemente sul pianeta, ma spesso è concentrato proprio dove esistono già problemi di sottoalimentazione.
Anche la concentrazione della popolazione in agglomerati di grandi dimensioni è responsabile dell’incremento dei costi di produzione e di distribuzione degli alimenti e, in definitiva, del loro prezzo. I luoghi di produzione degli alimenti sono sempre più lontani da quelli di consumo. In questo contesto è cruciale o la redistribuzione della popolazione anche sul territorio rurale o lo sviluppo di quei servizi di mercato in grado di razionalizzare e di rendere efficiente la distribuzione degli alimenti (conservazione, imballaggio, trasporto, ecc.). Ovviamente questi servizi hanno un costo, che si ripercuote sul prezzo degli alimenti, a volte più elevato dello stesso costo dell’alimento.
Un altro fattore determinante della tensione sui prezzi delle derrate agroalimentari è l’innescarsi di processi di crescita economica in alcuni Paesi emergenti del Globo. L’incremento del reddito pro capite in taluni Paesi (ad esempio Cina e India) conduce ad una lievitazione della domanda di alimenti, che a sua volta, in presenza di una offerta mondiale sostanzialmente costante, determina la crescita dei prezzi. Ma questo diminuisce le possibilità di accesso al cibo di quei Paesi, o di quegli strati sociali, il cui reddito non è cresciuto e che così si ritrovano relativamente ancora più poveri. Si tratta di una vera e propria «guerra tra poveri», dove gli unici che guadagnano sono coloro che dispongono della proprietà legale del cibo, spesso con intenti speculativi.
Un fenomeno analogo deriva dalla ricchezza dei Paesi sviluppati, che permette loro di consumare — e spesso sprecare — troppi alimenti, aumentandone la domanda e quindi il prezzo. Occorrerebbe una maggiore sobrietà nel consumo di alimenti da parte dei Paesi ricchi, consapevoli del fatto che un incremento dei consumi da parte di taluni può determinare una carenza di alimenti per altri. Per esempio, nei Paesi sviluppati si consuma troppa carne: alcune stime indicano che se i Paesi Meno Avanzati (pma) raggiungessero i nostri livelli di consumo, sarebbero necessari 7 Pianeti per produrre i mangimi da destinare all’allevamento animale. Infatti, l’attività di ingrasso degli animali può essere rappresentata come la trasformazione di alcuni alimenti (i mangimi) in carne. Al contrario di quanto avveniva un tempo, oggi gli animali non mangiano più prodotti di scarto, ma competono con gli uomini, in quanto mangiano gli stessi prodotti (mais e soia, soprattutto). Ecco allora che l’incremento di prezzo delle derrate alimentari è dovuto a comportamenti di consumo elitari, che non tengono conto delle necessità alimentari di coloro che con noi condividono il pianeta e hanno diritto a una porzione adeguata delle sue risorse.
Nei tempi più recenti ha fatto la sua comparsa anche un altro potente protagonista nella competizione per l’allocazione dei prodotti agroalimentari: in seguito al boom del prezzo del petrolio, e di conseguenza delle altre risorse energetiche, assistiamo oggi all’utilizzo di risorse alimentari (soia, mais, girasole, ecc.) per la produzione di energia. In particolare, agli attuali prezzi del petrolio, le derrate agricole possono essere convenientemente utilizzate per la produzione di biodiesel, etanolo, singas (gas di sintesi), biomassa, ecc. Automobili che funzionano a biodiesel o a etanolo sono ormai una realtà, in particolare in Paesi come Stati Uniti e Brasile, così come centrali elettriche che funzionano a singas o a biomassa. Non v’è dubbio che si tratti di un competitore molto importante, in quanto l’economia mondiale è affamata di energia e tutti i mezzi risultano idonei pur di averne in quantità e a basso prezzo.
Significativi sono anche i fenomeni che influenzano l’andamento dell’offerta di derrate agroalimentari. Sicuramente i recenti incrementi del prezzo mondiale degli alimenti, sono dovuti anche all’aumento dei prezzi dei fattori della produzione, soprattutto quelli derivati in qualche modo dal petrolio (forza motrice, concimi, fitofarmaci, trasporti, conservazione, ecc.).
All’aumento dei prezzi dei prodotti agricoli ha sicuramente contribuito anche la presenza di situazioni ambientali avverse. In particolare, appare ormai evidente che i cambiamenti climatici hanno determinato situazioni produttive anomale. Nel 2007 la produzione di cereali in alcuni dei principali Paesi produttori, come Australia o Ucraina, ha subito forti flessioni a causa della siccità. Il che, a fronte di una domanda sostanzialmente rigida, avrebbe favorito un incremento dei prezzi. Non sappiamo se si tratti di un fenomeno episodico o di carattere permanente. Di certo la comunità scientifica e i Governi dei diversi Paesi sono molto preoccupati dal fenomeno del «riscaldamento globale» e dalla crisi idrica che ne dovrebbe conseguire. Se così accadrà, sembrano inevitabili ulteriori aumenti dei prezzi degli alimenti.
Poco sopra abbiamo menzionato l’esistenza di una competizione per l’allocazione dei prodotti agroalimentari fra usi alternativi. Un fenomeno analogo si verifica anche per un fattore produttivo insostituibile per l’agricoltura, la terra coltivabile, che viene destinata a insediamenti di vario tipo (abitazioni, ferrovie, strade, centri commerciali, campi da golf, aeroporti, ecc.). Purtroppo, tale sottrazione avviene molto spesso a scapito dei terreni migliori, ai margini degli antichi insediamenti urbani, che, per le necessità alimentari della popolazione, furono costruiti proprio dove erano presenti i terreni migliori. Si tratta di un processo inarrestabile, in quanto i guadagni che si possono ottenere dall’uso agricolo dei suoli non sono in grado di competere con quelli generati dalle destinazioni alternative extra agricole.
Ad aggravare le prospettive di sicurezza alimentare di taluni Paesi Meno Avanzati contribuirebbe anche l’uso dei terreni per coltivazioni di pregio destinate ai mercati dei Paesi ricchi. Con la produzione/esportazione di derrate agricole destinate ai Paesi ricchi, i Paesi Meno Avanzati cercano di acquisire valuta pregiata con la quale poter poi acquistare altri beni sui mercati internazionali: non a caso si parla in questi casi di cash crop (piantagioni da «cassa»). Si tratta di un fenomeno antico, almeno per prodotti come caffè o cacao, che negli ultimi anni si è ulteriormente esteso: basti pensare, ad esempio, alla coltivazione di fiori per il mercato europeo in Kenya o alla trasformazione delle risaie in allevamenti di gamberetti da esportazione in India. È ovvio che queste produzioni sono in competizione con la coltivazione di cibo per la popolazione locale e conseguentemente contribuiscono all’incremento dei prezzi delle derrate agroalimentari.
Da ultimo esaminiamo una serie di fattori che incidono sull’aumento dei prezzi dei prodotti agroalimentari derivanti dalle modalità concrete con cui funzionano i relativi mercati.
La domanda di prodotti alimentari, in confronto a quella di altri prodotti di consumo, è sostanzialmente rigida, in quanto le necessità biologiche riducono la libertà dei consumatori di comprimerne i consumi, anche a fronte di un aumento dei prezzi. Questo fatto aumenta il potere di mercato dei produttori e le loro possibilità di guadagno, spingendo i grandi potentati economici a tentare di costruire monopoli del cibo, al fine di controllane i prezzi. Vari strumenti vengono utilizzati a questo scopo, tra cui: acquisto massiccio delle terre agricole disponibili; realizzazione di forme di integrazione verticale tra produttori e distributori; espansione dei mercati a termine; tutela brevettuale del materiale genetico necessario per produrre il cibo (semi geneticamente modificati, animali clonati geneticamente modificati, ecc.). Evidentemente condotte di questo genere non possono che sollevare profondi dubbi in termini etici, in considerazione degli effetti che ne possono conseguire. Inoltre, in anni recenti si è registrato un notevole sviluppo di prodotti finanziari derivati, legati all’andamento delle quotazioni dei prodotti agroalimentari, in analogia con quanto è andato accadendo nella gran parte dei mercati borsistici e delle materie prime. L’abbondante liquidità disponibile in alcune aree del mondo, unitamente ai bassi tassi di interesse e all’alto prezzo del petrolio, ha reso il mercato di tali derivati estremamente attraente per speculatori in cerca di opportunità di diversificare il rischio e ottenere maggiori profitti, fino al punto che l’andamento di tali mercati concorre a trascinare i prezzi dei prodotti su cui i derivati si basano. Anche in questo caso è indispensabile sottolineare che una speculazione con tali effetti perde ogni giustificazione sul piano etico: l’attività speculativa, infatti, può ritenersi legittima solo quando rappresenta un incentivo all’efficienza dei mercati ed è al servizio dell’uomo, non più quando diventa un elemento di perturbazione tale da mettere a repentaglio le condizioni di vita di milioni di persone.
Un forte contributo alla contrazione della produzione di cibo con conseguente incremento dei prezzi è dato dalla modificazione delle politiche agricole di alcuni Paesi produttori. In particolare, l’ue, con la c.d. «Riforma Mc Sharry» attuata a partire dai primi anni del 2000, è passata da una politica agricola basata sul sostegno dei prezzi a una basata sul sostegno del reddito dell’agricoltore. Nel primo caso venivano fissati prezzi minimi garantiti e, di conseguenza, i guadagni dei produttori crescevano al crescere delle quantità prodotte. Una politica di questo genere spingeva dunque all’aumento della produzione e delle rese per ettaro, con il ricorso massiccio a concimi, fitofarmaci e irrigazione, e con effetti sicuramente criticabili in termini di impatto ambientale.
La nuova politica agricola dell’UE ha profondamente modificato il modo di produrre in agricoltura, in quanto ricorre a strumenti come:
-         limitazione delle superfici a seminativo;
-         progressiva riduzione dei prezzi interni al livello di quelli che si formano sul mercato mondiale;
-         introduzione di forme di sostegno al reddito dell’agricoltore legate alle superfici coltivate e non tanto alle quantità prodotte (con la conseguenza che l’agricoltore ottiene il sussidio anche se produce poco);
-         obbligo per i grandi produttori di destinare al riposo (set aside) una porzione, variabile di anno in anno, della superficie per la quale fruiscono di sussidi;
-         erogazione di aiuti per l’adozione di tecniche produttive eco-compatibili (riduzione dell’uso di concimi e fitofarmaci, diminuzione delle rese, riduzione del patrimonio bovino e ovino) o conformi alle norme sull’«agricoltura biologica»;
-         erogazione di premi per l’imboschimento di terreni normalmente destinati a seminativo.
È indubbio che tali misure abbiano determinato una consistente spinta alla riduzione della produzione cerealicola europea, peraltro storicamente eccedentaria, con effetti di una certa entità sull’offerta e quindi sui prezzi delle derrate agroalimentari a livello globale.
Da più parti, anche a livello politico, le piante geneticamente modificate sono presentate come una possibile soluzione al problema della fame, in quanto consentirebbero di aumentare la produzione e di conseguenza ridurre i prezzi. La questione è affiorata anche in occasione del vertice FAO di inizio giugno, senza che si potesse giungere ad un accordo, anche per la notoria polemica in materia fra USA, molto favorevoli agli ogm, e UE, tenacemente contraria.
Anche trascurando le implicazioni del ricorso agli OGM in termini di tutela della biodiversità e il fatto che la posizione appena espressa ripropone l’idea che la fame derivi soprattutto dall’insufficiente produzione di alimenti — che abbiamo già visto essere falsa —, le esperienze di coltivazione di ogm in alcuni Paesi evidenziano che le promesse non sono state mantenute, mentre si sono manifestati numerosi effetti negativi, vanificando quegli effetti miracolosi che, secondo alcuni sostenitori, costituirebbero il presupposto per la loro introduzione.
In particolare, per quanto riguarda le piante resistenti ai diserbanti totali, è stato riscontrato che l’uso continuo dello stesso diserbante ha determinato la selezione di piante infestanti geneticamente resistenti al diserbante. Inoltre le piante infestanti sono aumentate, in quanto le piante parentali selvatiche hanno acquisito il transgene che conferisce resistenza al diserbante e le piante transgeniche coltivate in una annata agraria sono divenute infestanti di altre piante transgeniche coltivate in annate successive. Per risolvere questi problemi è stato necessario ritornare ai vecchi diserbanti abbinati ai disseccanti totali.
Anche le piante transgeniche resistenti agli insetti presentano degli inconvenienti, in quanto dopo alcune generazioni anche gli insetti maturano una resistenza genetica alla tossina transgenica. Per evitare la selezione di insetti resistenti, i produttori di sementi transgeniche, ad esempio nel caso del mais, hanno consigliato agli agricoltori di riservare una certa quota della superficie coltivata (aree rifugio) al mais convenzionale, rendendo necessaria l’adozione di una pluralità di tecniche di coltivazione e dunque aumentando la complessità e anche i costi per i produttori agricoli (che infatti non sempre hanno seguito tale consiglio).
Infine, alcuni studi indipendenti condotti da ricercatori di Università americane avrebbero verificato poi che non è sempre vero che le piante transgeniche producano di più. In particolare, indagini effettuate su migliaia di ettari coltivati hanno evidenziato che la soia transgenica produce dal 6% all’11% in meno di quella convenzionale, mentre nel caso del mais transgenico si avrebbe un aumento della produzione del 2,6%.
Come le pagine precedenti hanno provato a mostrare, il problema del contenimento del prezzo del cibo non è di facile soluzione, in quanto coinvolge scelte di carattere politico, economico, sociale e di rapporti internazionali tra i diversi Paesi del globo. Affinché la situazione si normalizzi e si determinino condizioni nutrizionali stabili e sufficienti per tutti, sono necessari comportamenti cooperativi da parte degli organismi che compongono la lunga e complessa filiera di produzione del cibo. Questo comporta, necessariamente, che almeno alcuni comincino a mettere da parte forti interessi particolari per lasciare spazio alla ricerca di un bene comune globale.

Sarà necessario, inoltre, da parte di tutti — e in particolare degli abitanti dei Paesi ricchi — un atteggiamento più sobrio nei confronti del cibo, al fine di maturare una nuova consapevolezza verso un bene del quale nessuno può fare a meno.

lunedì 29 aprile 2013

LA SCOMPARSA DELLA NOSTRA INDUSTRIA SEMENTIERA


In questi ultimi anni il più evidente elemento di trasformazione, a livello mondiale, del settore sementiero, è stato il massiccio ingresso in queste attività di grandi imprese multinazionali che, già attive nel settore chimico e farmaceutico, hanno esteso il proprio campo di azione all’ingegneria genetica e alla commercializzazioni dei prodotti biotecnologici.
         Tale evoluzione ha determinato una forte riduzione della nostra industria sementiera, che rappresenta un reale pericolo per la nostra sicurezza alimentare, sia essa intesa in termini quantitativi, sia essa intesa in termini qualitativi.
In particolare, di seguito saranno evidenziate le principali società che operano nel settore, con le relative quote di mercato a livello mondiale:
1)    Monsanto (USA) …………………23%
2)    DuPont (USA)…………………….15%
3)    Syngenta (Switzerland)……………9%
4)    Groupe Limagrain (France)………6%
5)    Land O’ Lakes (USA)……………...4%
6)    KWS AG (Germany)……………….3%
7)    Bayer (Germany)……………………2%
8)    Sakata (Japan)……………………..<2%
9)    DLF-Trifolium (Denmark)………..<2%
10)                      Takii (Japan)……………...…<2%

TOTALE……………………………68% circa

Le strategie di sviluppo attuate dalle multinazionali hanno sostanzialmente determinato due grandi fenomeni:
i) una crescente concentrazione dell’offerta sia nel settore degli agrofarmaci, che in quello delle sementi;
 ii) una crescente osmosi tra il settore delle sementi e quello degli agrofarmaci, nonché tra tali settori e quello farmaceutico.
Come esito di tali processi, non soltanto si assiste a una progressiva assimilazione dell’identità degli operatori presenti nel settore delle sementi e in quello degli agrofarmaci, ma anche ad un’analoga evoluzione delle dinamiche competitive, incentrate in misura crescente sullo sfruttamento e sulla difesa dei diritti di proprietà intellettuale, così come da anni avviene nel settore farmaceutico.
A livello mondiale, 5 grandi compagnie controllano oltre il 90% delle colture transgeniche (Monsanto, Aventis, Syngenta, DuPont e Dow). Esse sono il risultato di un intenso processo di fusioni e di acquisizioni attuate negli ultimi decenni: Syngenta è, a esempio, il risultato della fusione parziale tra la britannica Zeneca e l'elvetica Novartis, la quale a sua volta era frutto della fusione tra Ciba Geigy e Sandoz; Monsanto si è ingrandita grazie a una serie numerosa di acquisizioni di compagnie quali Asgrow, Agracetus, Dekalb, Cargil, ecc.; Aventis nasce dalla fusione della francese Rhone Poulenc e della tedesca Hoest; Du Pont ha acquistato la Pioneer.
I processi di concentrazione e integrazione descritti, funzionali al perseguimento della massima efficienza tecnico-produttiva, pongono tuttavia il problema dei possibili comportamenti strategici dei grandi gruppi multinazionali diretti a realizzare un maggiore controllo dei mercati e a orientare le scelte degli utilizzatori. Da un lato, infatti, l’evoluzione tecnologica e normativa dei settori in esame ha certamente generato la necessità di disporre di maggiori risorse e dimensioni per affrontare gli ingenti costi legati allo sviluppo e alla registrazione delle nuove varietà e delle nuove molecole; dall’altro, la concentrazione in poche mani delle risorse destinate alla ricerca e allo sviluppo delle varietà di sementi, nonché delle sostanze più idonee a garantirne la coltivazione e la crescita, consente di esercitare un potere di mercato nei confronti degli agricoltori, utilizzatori finali dei prodotti sementieri e fitofarmacologico, aumentandone di fatto il grado di dipendenza dall’industria della produzione degli input.
Al riguardo, è appena il caso di ricordare, ad esempio, come la diffusione di prodotti trasngenici, tutelati dai diritti di protezione intellettuale, ostacoli l'utilizzazione delle sementi di seconda generazione per la semina successiva, garantendo l'impossibilità per gli agricoltori di appropriarsi del seme proveniente dal raccolto dell'anno precedente senza corrispondere i relativi diritti all'azienda costitutrice.
Nonostante in Europa e in Italia l'espansione dei prodotti biotecnologici sia stata sino ad oggi frenata da una normativa ambientale e sanitaria più restrittiva, ispirata al principio di precauzione per evitare gli effetti nocivi degli OGM sulla salute e sull'ambiente, ormai anche in tali aree la tendenza in atto è verso una maggiore concentrazione della produzione in capo alle stesse multinazionali.
Sotto il profilo concorrenziale, il settore sementiero è rappresentato da un insieme estremamente numeroso e composito di mercati, che si differenziano tra di loro sia a livello orizzontale, in funzione della specifica tipologia di coltivazione cui la semente è destinata (riso, mais, soia, orticole, barbabietole, ecc.), sia, a livello verticale, in funzione della specifica fase della catena produttiva e distributiva alla quale si fa riferimento. Ciò in quanto, ad esempio, l’immissione sul mercato di sementi comporta la realizzazione di diverse attività produttive, verticalmente collegate, nelle quali sono spesso presenti soggetti imprenditoriali distinti, caratterizzati da un diverso grado di integrazione verticale. Solo in un numero ristretto di casi, l’attività delle imprese sementiere si estende dalla fase più a monte della ricerca di base sino alla quella più a valle della distribuzione agli utilizzatori finali.
Le ditte sementiere possono ad esempio distinguersi a seconda che:
1) siano attive anche nella fase della ricerca di base finalizzata alla realizzazione del materiale genetico (ricerca genetica);
2) si limitino ad acquistare il materiale genetico di base e a svolgere attività di moltiplicazione;
3) siano costitutori del materiale di moltiplicazione e procedano all’iscrizione delle varietà, commercializzandole con marchio proprio;
4) acquistino le diverse varietà di seme per rivenderle con un proprio marchio.
E' evidente che la struttura dei mercati tende ad essere tanto più concentrata quanto più si risale alla fase produttiva a monte della ricerca di base, la quale richiede ingenti investimenti, non solo legati ai costi specifici dell'innovazione e della sperimentazione, ma anche alla necessità di affrontare i rischi commerciali legati all'immissione sul mercato delle nuove molecole e delle nuove varietà.
Secondo i dati contenuti nell'ultimo rapporto disponibile di Databank  sull'industria sementiera in Italia, nel 2007 le prime 8 imprese controllavano circa il 50% del settore, mentre le prime 4 circa il 40%. Maggiori livelli di concentrazione si riscontravano nei comparti del mais e della soia, mentre si osservava una forte polverizzazione dell'offerta soprattutto nelle aree delle foraggere e delle orticole.
La concentrazione di imprese che forniscono gli strumenti alla produzione agricola, quali le sementi e gli agrofarmaci, configura un regime di oligopolio che incide pesantemente sui rapporti contrattuali tra i soggetti della filiera, specialmente per quanto attiene all'andamento dei prezzi dei suddetti mezzi tecnici di produzione, che mostrano crescite costanti rispetto a quelle registrate per i prezzi alla produzione.
        Gli agricoltori sono costretti a confrontarsi con poche imprese organizzate su basi multinazionali che, di fatto, svolgono sempre e comunque il ruolo di price maker a fronte della concentrazione dell'offerta dei mezzi tecnici di produzione.
Il regime di oligopolio in cui opera il mercato delle sementi favorisce inoltre la riduzione della base genetica e della diversità genetica delle risorse fitogenetiche per l'alimentazione e l'agricoltura, diminuendo la possibilità di scelta degli agricoltori e quindi la loro libertà imprenditoriale.
        La base genetica andrebbe invece ampliata attraverso la produzione di sementi che siano realmente diversificate (non solo nel nome) in una logica di mercato libero in cui sia garantita la protezione dei diritti brevettuali, rafforzando la vigilanza sull'operato dell'Ufficio europeo dei brevetti.
Per quanto venga sempre più riconosciuta l'importanza del ruolo dei sistemi informali delle sementi nel mantenere la biodiversità agricola, occorrono maggiori sforzi a sostegno delle produzioni locali, per il miglioramento dell'accesso a sementi di qualità e per lo sviluppo dell'imprenditoria su piccola scala.
        Alcuni strumenti atti a favorire la diversificazione delle sementi sono già operativi, ma vanno potenziati in una logica di sistema che coinvolga tutti gli operatori della filiera. Il Trattato internazionale sulle risorse fitogenetiche per l'alimentazione e l'agricoltura, ponendo l'accento sulla speciale natura di tali risorse e sulle peculiarità delle loro caratteristiche, rappresenta la cornice normativa entro la quale attivare una serie di azioni che vanno dall'attuazione delle indicazioni dettate dalle «Linee guida nazionali per la conservazione in situ, on farm ed ex situ della biodiversità vegetale, animale e microbica di interesse agrario» (adottate con decreto del Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali 6 luglio 2012, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 171 del 24 luglio 2012) ad una più attenta riformulazione dei piani di sviluppo rurale.
        La conservazione e il miglioramento delle risorse genetiche vegetali in situ e on farm dipendono tuttavia dalla possibilità effettiva di utilizzare tali risorse in modo duraturo e richiedono pertanto norme che permettano la commercializzazione di materiali genetici diversificati. Il quadro giuridico di riferimento deve pertanto consentire la commercializzazione di varietà provenienti dalla conservazione in situ e non incluse negli elenchi ufficiali delle sementi, che si fondano sui criteri di conformità «DUS» (carattere distintivo, uniformità e stabilità). Occorre cioè consentire la coltivazione e la commercializzazione di sottospecie indigene e varietà che si sono adattate naturalmente alle condizioni locali e regionali e che sono minacciate dall'erosione genetica. In tal senso, per tutelare le varietà da conservazione, ossia quelle dotate di determinate caratteristiche, a partire da un legame tra risorsa genetica, storia e territorio, l'Italia ha disciplinato, con decreto del Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali 18 aprile 2008, le condizioni per la commercializzazione di sementi di varietà da conservazione. Queste, dopo essere state iscritte in una apposita sezione del registro nazionale delle varietà di specie agrarie e ortive, possono essere commercializzate in modiche quantità, mediante vendita diretta da parte dei produttori e soltanto in ambito locale.
       In conclusione, gli strumenti per una razionalizzazione del mercato delle sementi esistono, ma occorre che diventino temi rilevanti nell'agenda delle nostre istituzioni. L'insediamento di tavoli di confronto nei quali associazioni degli agricoltori, ministeri competenti, regioni e associazioni di rappresentanza delle case produttrici di sementi e fitofarmaci possano confrontarsi periodicamente su soluzioni operative per migliorare il sistema, potrebbe essere un primo passo per arrecare grandi benefici al settore agroalimentare.