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venerdì 4 aprile 2014

Il mercato, il prezzo, il margine delle sementi ibride di mais in Italia

Il seme ibrido di mais è brevettato, sia esso seme convenzionale o seme OGM. E questo è un avvertimento anche per tutti coloro che dicono mezze verità sul fatto che l’agricoltore con gli OGM è obbligato ad acquistare tutti gli anni la semente …… già oggi l’agricoltore, anche se le sementi in Italia non sono OGM, è obbligato ad acquistare tutti gli anni sementi ibride di mais brevettate, per cui paga tutti gli anni le relative royalty.
Pertanto, l’introduzione degli OGM non aggraverebbe questo problema, poiché il problema è già grave. Perché? Perché le sementi ibride hanno un costo elevatissimo e rappresentano una fonte di guadagno enorme per le industrie sementiere ……. ed è forse per questo motivo che sono in atto potenti azioni nei riguardi del mercato, al fine di ottenere il monopolio sulle sementi.
Facciamo un po’ di conti e vediamo di che cosa stiamo parlando (dati ENSE, anno 2004, ma le cose non sono molto diverse per il 2014……cambiano i prezzi):


I fabbisogni di seme e le forme di approvvigionamento del mercato: 

Il fabbisogno di sementi di mais per le semine 2004, ipotizzando stabilità nelle superfici investite, può essere così stimato:
Mais:
sup. coltivata nel 2003 (stima AIS):                                1.400.000 Ha
fabbisogno di seme (kg 20 x Ha):
28.000 t
moltiplicazione seme in Italia nel 2003 (dato ENSE):
5.000 Ha
produzione nazionale 2003 seme, prima certificazione (stima):
12.000 t
importazioni 2003 di seme (dato ISTAT):
22.000 t
esportazione 2003 di seme (dato ISTAT):
3.000 t
Le importazioni sono avvenute in particolare da Francia (14.000 t), Turchia (3.000 t), Spagna (2.000 t) e Stati Uniti (1.000 t).

Il peso medio di una dose di seme (25.000 semi) si aggira, a seconda delle annate, sui 6-6,5 kg e si impiegano 2,8-3,0 dosi di seme per ettaro.

In sintesi, il fabbisogno del nostro paese, pari a circa 28.000.000 di kg, equivale a circa 4.000.000 di dosi di seme da 25 mila semi ciascuna.

Considerato che oggi, primavera 2014, ogni dose di mais viene venduta all’agricoltore a 60 €, il conto è presto fatto………..

4.000.000 x 60  = 240.000.000 di euro circa

è il valore della semente di mais utilizzata in Italia…………ovvero 480 miliardi delle “vecchie lire”….niente male……..adesso si capisce meglio, forse, l’interesse delle multinazionali per ottenere il monopolio delle sementi.

Molto più interessante è il discorso relativo al Margine conseguibile dalla produzione e dalla vendita di semente di mais. In particolare, interessante è il prezzo per tonnellata della semente di mais. Considerato che una dose di seme pesa 6 kg circa e viene venduta a 60 euro……..il prezzo medio della semente ibrida di mais è pari a 10 euro per chilogrammo, che per tonnellata ammonta a 10.000 euro……incredibile veramente, se pensiamo che oggi il prezzo della granella di mais è dell'ordine di 0,2 euro per kg, ovvero 200 euro per tonnellata (un aumento di 50 volte)!

Perché è incredibile? Perché i costi di coltivazione agricoli della semente di mais non sono molto diversi da quelli della coltivazione convenzionale per ottenere granella ad uso zootecnico (tra l'altro la coltivazione è attuata nei Paesi dell'Emisfero Sud, dove minori sono i costi dei fattori produttivi)……per cui i margini ottenibili dalla produzione di semente di mais possono essere così quantificati (valori per ettaro):

-          Costo di coltivazione ……………………….…….. 1.000 €/ha

-         Produzione ottenuta …………………………….…. 5.000 kg/ha

-     Prezzo per kg................................................................. 10 €

-         Valore della produzione ottenuta ……………..…… 50.000 euro/ha

-         Margine Lordo ………………………………………. 49.000 euro/ha

Ovviamente il Margine Netto è diverso, poiché occorrerà tener conto dei costi di ricerca e sviluppo, dei costi di selezione, dei costi di lavorazione, dei costi per trattamenti insetticidi, dei costi di promozione, dei costi di imballaggio, dei costi di commercializzazione, delle imposte, ecc.


Ma è sicuramente un buon margine di partenza!!!! ed è per questo che si sono creati dei monopoli o quasi monopoli nel settore delle sementi

http://www.mdpi.com/2071-1050/1/4/1266

martedì 10 dicembre 2013

Aumento dei prezzi del cibo e fame nel mondo

Ciclicamente il problema dell’aumento del prezzo del cibo e della conseguente crisi alimentare si ripresenta nella sua gravità. L’insicurezza alimentare non è certamente una novità nel panorama dei problemi mondiali, e, purtroppo, la sua gravità non accenna a diminuire: secondo i dati diffusi dalla FAO, nel mondo sono circa 900 milioni le persone che soffrono la fame. E questo a dispetto dei numerosi e solenni impegni presi nelle più alte assise internazionali: nel 1996, i Paesi partecipanti al Vertice ONU sull’alimentazione si impegnarono a dimezzare entro il 2015 il numero degli affamati rispetto al 1991, riducendolo a 412 milioni. Nel 2000, invece, l’ONU approvò gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, fra cui quello di dimezzare la percentuale di chi soffre la fame, sempre entro il 2015 e in riferimento al 1991. Per raggiungere questo secondo obiettivo gli affamati nel mondo avrebbero dovuto ridursi a 585 milioni, mentre purtroppo dal 1996 essi sono in costante aumento.
Il cibo nel mondo non manca (secondo la FAO ci sarebbe cibo sufficiente per 12 miliardi di persone) e quella attuale è sicuramente una “crisi alimentare” dovuta alla mancanza di risorse economiche necessarie per poter acquistare il cibo, in relazione ad un rapido aumento dei prezzi degli alimenti e ad una stagnazione dei salari.
A questo punto, anche al fine di trovare le auspicabili soluzioni, è necessario interrogarsi sulle cause di tali aumenti del prezzo del cibo. È possibile affermare che l’attuale congiuntura è determinata da una serie di fattori, identificabili soprattutto:
- nella dinamica della domanda e dell’offerta di alimenti;
- nel  funzionamento dei mercati.
Per quanto attiene alla domanda di derrate agroalimentari occorre rilevare che la popolazione mondiale è in costante aumento e, secondo le previsioni più autorevoli, dovrebbe raggiungere gli 8 miliardi entro il 2020. Questo significa che solo per assicurare alla popolazione futura agli attuali livelli di alimentazione, sarà necessario aumentare del 40-50% la disponibilità di alimenti. Ma, a parte alcuni territori di Africa e America Latina, la possibilità di incrementare le superfici coltivate è piuttosto limitata, in quanto il suolo disponibile per nuove coltivazioni è troppo freddo, arido e/o in forte pendenza. Inoltre l’incremento della popolazione non si distribuisce uniformemente sul pianeta, ma spesso è concentrato proprio dove esistono già problemi di sottoalimentazione.
Anche la concentrazione della popolazione in agglomerati di grandi dimensioni è responsabile dell’incremento dei costi di produzione e di distribuzione degli alimenti e, in definitiva, del loro prezzo. I luoghi di produzione degli alimenti sono sempre più lontani da quelli di consumo. In questo contesto è cruciale o la redistribuzione della popolazione anche sul territorio rurale o lo sviluppo di quei servizi di mercato in grado di razionalizzare e di rendere efficiente la distribuzione degli alimenti (conservazione, imballaggio, trasporto, ecc.). Ovviamente questi servizi hanno un costo, che si ripercuote sul prezzo degli alimenti, a volte più elevato dello stesso costo dell’alimento.
Un altro fattore determinante della tensione sui prezzi delle derrate agroalimentari è l’innescarsi di processi di crescita economica in alcuni Paesi emergenti del Globo. L’incremento del reddito pro capite in taluni Paesi (ad esempio Cina e India) conduce ad una lievitazione della domanda di alimenti, che a sua volta, in presenza di una offerta mondiale sostanzialmente costante, determina la crescita dei prezzi. Ma questo diminuisce le possibilità di accesso al cibo di quei Paesi, o di quegli strati sociali, il cui reddito non è cresciuto e che così si ritrovano relativamente ancora più poveri. Si tratta di una vera e propria «guerra tra poveri», dove gli unici che guadagnano sono coloro che dispongono della proprietà legale del cibo, spesso con intenti speculativi.
Un fenomeno analogo deriva dalla ricchezza dei Paesi sviluppati, che permette loro di consumare — e spesso sprecare — troppi alimenti, aumentandone la domanda e quindi il prezzo. Occorrerebbe una maggiore sobrietà nel consumo di alimenti da parte dei Paesi ricchi, consapevoli del fatto che un incremento dei consumi da parte di taluni può determinare una carenza di alimenti per altri. Per esempio, nei Paesi sviluppati si consuma troppa carne: alcune stime indicano che se i Paesi Meno Avanzati (pma) raggiungessero i nostri livelli di consumo, sarebbero necessari 7 Pianeti per produrre i mangimi da destinare all’allevamento animale. Infatti, l’attività di ingrasso degli animali può essere rappresentata come la trasformazione di alcuni alimenti (i mangimi) in carne. Al contrario di quanto avveniva un tempo, oggi gli animali non mangiano più prodotti di scarto, ma competono con gli uomini, in quanto mangiano gli stessi prodotti (mais e soia, soprattutto). Ecco allora che l’incremento di prezzo delle derrate alimentari è dovuto a comportamenti di consumo elitari, che non tengono conto delle necessità alimentari di coloro che con noi condividono il pianeta e hanno diritto a una porzione adeguata delle sue risorse.
Nei tempi più recenti ha fatto la sua comparsa anche un altro potente protagonista nella competizione per l’allocazione dei prodotti agroalimentari: in seguito al boom del prezzo del petrolio, e di conseguenza delle altre risorse energetiche, assistiamo oggi all’utilizzo di risorse alimentari (soia, mais, girasole, ecc.) per la produzione di energia. In particolare, agli attuali prezzi del petrolio, le derrate agricole possono essere convenientemente utilizzate per la produzione di biodiesel, etanolo, singas (gas di sintesi), biomassa, ecc. Automobili che funzionano a biodiesel o a etanolo sono ormai una realtà, in particolare in Paesi come Stati Uniti e Brasile, così come centrali elettriche che funzionano a singas o a biomassa. Non v’è dubbio che si tratti di un competitore molto importante, in quanto l’economia mondiale è affamata di energia e tutti i mezzi risultano idonei pur di averne in quantità e a basso prezzo.
Significativi sono anche i fenomeni che influenzano l’andamento dell’offerta di derrate agroalimentari. Sicuramente i recenti incrementi del prezzo mondiale degli alimenti, sono dovuti anche all’aumento dei prezzi dei fattori della produzione, soprattutto quelli derivati in qualche modo dal petrolio (forza motrice, concimi, fitofarmaci, trasporti, conservazione, ecc.).
All’aumento dei prezzi dei prodotti agricoli ha sicuramente contribuito anche la presenza di situazioni ambientali avverse. In particolare, appare ormai evidente che i cambiamenti climatici hanno determinato situazioni produttive anomale. Nel 2007 la produzione di cereali in alcuni dei principali Paesi produttori, come Australia o Ucraina, ha subito forti flessioni a causa della siccità. Il che, a fronte di una domanda sostanzialmente rigida, avrebbe favorito un incremento dei prezzi. Non sappiamo se si tratti di un fenomeno episodico o di carattere permanente. Di certo la comunità scientifica e i Governi dei diversi Paesi sono molto preoccupati dal fenomeno del «riscaldamento globale» e dalla crisi idrica che ne dovrebbe conseguire. Se così accadrà, sembrano inevitabili ulteriori aumenti dei prezzi degli alimenti.
Poco sopra abbiamo menzionato l’esistenza di una competizione per l’allocazione dei prodotti agroalimentari fra usi alternativi. Un fenomeno analogo si verifica anche per un fattore produttivo insostituibile per l’agricoltura, la terra coltivabile, che viene destinata a insediamenti di vario tipo (abitazioni, ferrovie, strade, centri commerciali, campi da golf, aeroporti, ecc.). Purtroppo, tale sottrazione avviene molto spesso a scapito dei terreni migliori, ai margini degli antichi insediamenti urbani, che, per le necessità alimentari della popolazione, furono costruiti proprio dove erano presenti i terreni migliori. Si tratta di un processo inarrestabile, in quanto i guadagni che si possono ottenere dall’uso agricolo dei suoli non sono in grado di competere con quelli generati dalle destinazioni alternative extra agricole.
Ad aggravare le prospettive di sicurezza alimentare di taluni Paesi Meno Avanzati contribuirebbe anche l’uso dei terreni per coltivazioni di pregio destinate ai mercati dei Paesi ricchi. Con la produzione/esportazione di derrate agricole destinate ai Paesi ricchi, i Paesi Meno Avanzati cercano di acquisire valuta pregiata con la quale poter poi acquistare altri beni sui mercati internazionali: non a caso si parla in questi casi di cash crop (piantagioni da «cassa»). Si tratta di un fenomeno antico, almeno per prodotti come caffè o cacao, che negli ultimi anni si è ulteriormente esteso: basti pensare, ad esempio, alla coltivazione di fiori per il mercato europeo in Kenya o alla trasformazione delle risaie in allevamenti di gamberetti da esportazione in India. È ovvio che queste produzioni sono in competizione con la coltivazione di cibo per la popolazione locale e conseguentemente contribuiscono all’incremento dei prezzi delle derrate agroalimentari.
Da ultimo esaminiamo una serie di fattori che incidono sull’aumento dei prezzi dei prodotti agroalimentari derivanti dalle modalità concrete con cui funzionano i relativi mercati.
La domanda di prodotti alimentari, in confronto a quella di altri prodotti di consumo, è sostanzialmente rigida, in quanto le necessità biologiche riducono la libertà dei consumatori di comprimerne i consumi, anche a fronte di un aumento dei prezzi. Questo fatto aumenta il potere di mercato dei produttori e le loro possibilità di guadagno, spingendo i grandi potentati economici a tentare di costruire monopoli del cibo, al fine di controllane i prezzi. Vari strumenti vengono utilizzati a questo scopo, tra cui: acquisto massiccio delle terre agricole disponibili; realizzazione di forme di integrazione verticale tra produttori e distributori; espansione dei mercati a termine; tutela brevettuale del materiale genetico necessario per produrre il cibo (semi geneticamente modificati, animali clonati geneticamente modificati, ecc.). Evidentemente condotte di questo genere non possono che sollevare profondi dubbi in termini etici, in considerazione degli effetti che ne possono conseguire. Inoltre, in anni recenti si è registrato un notevole sviluppo di prodotti finanziari derivati, legati all’andamento delle quotazioni dei prodotti agroalimentari, in analogia con quanto è andato accadendo nella gran parte dei mercati borsistici e delle materie prime. L’abbondante liquidità disponibile in alcune aree del mondo, unitamente ai bassi tassi di interesse e all’alto prezzo del petrolio, ha reso il mercato di tali derivati estremamente attraente per speculatori in cerca di opportunità di diversificare il rischio e ottenere maggiori profitti, fino al punto che l’andamento di tali mercati concorre a trascinare i prezzi dei prodotti su cui i derivati si basano. Anche in questo caso è indispensabile sottolineare che una speculazione con tali effetti perde ogni giustificazione sul piano etico: l’attività speculativa, infatti, può ritenersi legittima solo quando rappresenta un incentivo all’efficienza dei mercati ed è al servizio dell’uomo, non più quando diventa un elemento di perturbazione tale da mettere a repentaglio le condizioni di vita di milioni di persone.
Un forte contributo alla contrazione della produzione di cibo con conseguente incremento dei prezzi è dato dalla modificazione delle politiche agricole di alcuni Paesi produttori. In particolare, l’ue, con la c.d. «Riforma Mc Sharry» attuata a partire dai primi anni del 2000, è passata da una politica agricola basata sul sostegno dei prezzi a una basata sul sostegno del reddito dell’agricoltore. Nel primo caso venivano fissati prezzi minimi garantiti e, di conseguenza, i guadagni dei produttori crescevano al crescere delle quantità prodotte. Una politica di questo genere spingeva dunque all’aumento della produzione e delle rese per ettaro, con il ricorso massiccio a concimi, fitofarmaci e irrigazione, e con effetti sicuramente criticabili in termini di impatto ambientale.
La nuova politica agricola dell’UE ha profondamente modificato il modo di produrre in agricoltura, in quanto ricorre a strumenti come:
-         limitazione delle superfici a seminativo;
-         progressiva riduzione dei prezzi interni al livello di quelli che si formano sul mercato mondiale;
-         introduzione di forme di sostegno al reddito dell’agricoltore legate alle superfici coltivate e non tanto alle quantità prodotte (con la conseguenza che l’agricoltore ottiene il sussidio anche se produce poco);
-         obbligo per i grandi produttori di destinare al riposo (set aside) una porzione, variabile di anno in anno, della superficie per la quale fruiscono di sussidi;
-         erogazione di aiuti per l’adozione di tecniche produttive eco-compatibili (riduzione dell’uso di concimi e fitofarmaci, diminuzione delle rese, riduzione del patrimonio bovino e ovino) o conformi alle norme sull’«agricoltura biologica»;
-         erogazione di premi per l’imboschimento di terreni normalmente destinati a seminativo.
È indubbio che tali misure abbiano determinato una consistente spinta alla riduzione della produzione cerealicola europea, peraltro storicamente eccedentaria, con effetti di una certa entità sull’offerta e quindi sui prezzi delle derrate agroalimentari a livello globale.
Da più parti, anche a livello politico, le piante geneticamente modificate sono presentate come una possibile soluzione al problema della fame, in quanto consentirebbero di aumentare la produzione e di conseguenza ridurre i prezzi. La questione è affiorata anche in occasione del vertice FAO di inizio giugno, senza che si potesse giungere ad un accordo, anche per la notoria polemica in materia fra USA, molto favorevoli agli ogm, e UE, tenacemente contraria.
Anche trascurando le implicazioni del ricorso agli OGM in termini di tutela della biodiversità e il fatto che la posizione appena espressa ripropone l’idea che la fame derivi soprattutto dall’insufficiente produzione di alimenti — che abbiamo già visto essere falsa —, le esperienze di coltivazione di ogm in alcuni Paesi evidenziano che le promesse non sono state mantenute, mentre si sono manifestati numerosi effetti negativi, vanificando quegli effetti miracolosi che, secondo alcuni sostenitori, costituirebbero il presupposto per la loro introduzione.
In particolare, per quanto riguarda le piante resistenti ai diserbanti totali, è stato riscontrato che l’uso continuo dello stesso diserbante ha determinato la selezione di piante infestanti geneticamente resistenti al diserbante. Inoltre le piante infestanti sono aumentate, in quanto le piante parentali selvatiche hanno acquisito il transgene che conferisce resistenza al diserbante e le piante transgeniche coltivate in una annata agraria sono divenute infestanti di altre piante transgeniche coltivate in annate successive. Per risolvere questi problemi è stato necessario ritornare ai vecchi diserbanti abbinati ai disseccanti totali.
Anche le piante transgeniche resistenti agli insetti presentano degli inconvenienti, in quanto dopo alcune generazioni anche gli insetti maturano una resistenza genetica alla tossina transgenica. Per evitare la selezione di insetti resistenti, i produttori di sementi transgeniche, ad esempio nel caso del mais, hanno consigliato agli agricoltori di riservare una certa quota della superficie coltivata (aree rifugio) al mais convenzionale, rendendo necessaria l’adozione di una pluralità di tecniche di coltivazione e dunque aumentando la complessità e anche i costi per i produttori agricoli (che infatti non sempre hanno seguito tale consiglio).
Infine, alcuni studi indipendenti condotti da ricercatori di Università americane avrebbero verificato poi che non è sempre vero che le piante transgeniche producano di più. In particolare, indagini effettuate su migliaia di ettari coltivati hanno evidenziato che la soia transgenica produce dal 6% all’11% in meno di quella convenzionale, mentre nel caso del mais transgenico si avrebbe un aumento della produzione del 2,6%.
Come le pagine precedenti hanno provato a mostrare, il problema del contenimento del prezzo del cibo non è di facile soluzione, in quanto coinvolge scelte di carattere politico, economico, sociale e di rapporti internazionali tra i diversi Paesi del globo. Affinché la situazione si normalizzi e si determinino condizioni nutrizionali stabili e sufficienti per tutti, sono necessari comportamenti cooperativi da parte degli organismi che compongono la lunga e complessa filiera di produzione del cibo. Questo comporta, necessariamente, che almeno alcuni comincino a mettere da parte forti interessi particolari per lasciare spazio alla ricerca di un bene comune globale.

Sarà necessario, inoltre, da parte di tutti — e in particolare degli abitanti dei Paesi ricchi — un atteggiamento più sobrio nei confronti del cibo, al fine di maturare una nuova consapevolezza verso un bene del quale nessuno può fare a meno.

sabato 23 novembre 2013

In Friuli Venezia Giulia una petizione a favore del mais OGM

Una petizione pro mais OGM sottoscritta da 400 imprenditori agricoli e' stata recentemente consegnata  al Presidente del Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia. In relazione alla definizione delle “Regole di coesistenza”, i firmatari hanno fatto presente che nelle campagne del Friuli Venezia Giulia è prassi consolidata la coltivazione simultanea di mais bianco e di mais giallo, che ha consentito la pacifica coesistenza fra imprenditori che perseguono i loro diversi obiettivi economici, senza che si sia mai creato alcun contenzioso giudiziario. Proprio in considerazione di questa secolare pratica, i firmatari sottintendono che non è necessaria alcuna regola di coesistenza tra mais convenzionale, mais OGM e mais Biologico, poiché ci penserà il mercato ad appianare ogni divergenza.
Si tratta a mio parere della solita “mezza verità” raccontata da chi, senza argomentazioni specifiche e senza alcun timore per le conseguenze che la scelta transgenica può avere sull’economia agro-industriale di un territorio, vuole adottare una tecnologia fortemente pervasiva, che non offre possibilità di coesistenza, poiché se è vero che con il mais OGM la coesistenza tecnica potrebbe anche essere possibile, in quanto il mais nel nostro Paese non ha parentali selvatiche, è altrettanto vero che non sarebbe possibile una coesistenza economica, in quanto il mais OGM modificherebbe quell’equilibrio economico che caratterizza attualmente il settore. In particolare, non essendoci etichettatura dei derivati (carne, latte, uova, ecc.) da mangimi OGM, dopo pochi anni, anche i coltivatori che volevano mantenersi “OGM free” saranno costretti dal mercato a coltivare OGM, poiché altrimenti coltiverebbero ai costi del convenzionale (più alti del transgenico), per poi vendere ai prezzi del transgenico.


Occorre poi far rilevare che il paragone “mais giallo/mais bianco” portato ad esempio di pacifica coesistenza dai promotori degli OGM in Friuli Venezia Giulia, non regge. In particolare, per i non addetti ai lavori, il “mais giallo” è quello destinato all’alimentazione animale (la quasi totalità delle coltivazioni), mentre il “mais bianco” è destinato all'alimentazione umana diretta per la produzione di particolari polente (anche in questo caso la quasi totalità). Perchè il paragone non regge? Non regge per il semplice fatto che per la gran parte della produzione di "mais bianco" non esistono soglie di tolleranza per il prodotto fecondato da polline di "mais giallo convenzionale". Pertanto il prodotto ottenuto può essere venduto senza specifica etichettatura, così come previsto per gli OGM. Diverso è il discorso relativo alla possibilità che il mais bianco destinato all'alimentazione umana sia fecondato da polline di mais OGM. In questo caso, se la percentuale di produzione finale supera lo 0,9%, il mais bianco dovrà essere etichettato come "alimento OGM" e saremmo quasi sicuri che non avrà mercato e che non ne sarà venduto un chicco!
Se si vuole avere un'idea di quello che già accade sul mercato del mais nel caso di "inquinamento genetico", è possibile portare ad esempio la coltivazione del "mais waxy". In particolare, il “mais waxy”, è caratterizzato da un’altissima percentuale di amilopectina (99%) ed una bassa quantità di amilosio (1%, rispetto al 25% del “mais giallo”), per cui è destinato a specifici usi industriali e per questa ragione gli ibridi di "mais waxy" vengono coltivati solo su contratto di coltivazione con l’industria di trasformazione. Tale contratto di coltivazione, nella fissazione del prezzo tiene conto del fatto che una parte della produzione sarà inquinata dal polline del “mais giallo convenzionale” e dovrà essere eliminata (di solito sono le 8-10 file perimetrali del campo coltivato) e destinata al mercato del “mais giallo”. Pertanto, anche il prezzo fissato nel contratto di coltivazione tiene conto di questa eventualità, con un “premio di coltivazione” che è dell’ordine di 10-20 euro/Tonnellata…….più o meno 150-300 euro/ettaro, che oggigiorno sono “gran soldi” in agricoltura (1).
In conclusione, la coesistenza tra "mais convenzionale" e "mais OGM" potrebbe anche essere possibile, ma è necessario che il mercato possa essere in grado di valorizzare la differenza esistente tra i due prodotti. Purtroppo, la possibilità di utilizzare nell'allevamento mangimi OGM, senza specifica etichettatura dei derivati ottenuti (carne, latte, uova, ecc.), impedisce al consumatore una scelta consapevole, per cui sarà impossibile dare un valore diverso ai mangimi OGM e a quelli convenzionali.   



(1) Occorre, però, considerare che rispetto al “mais giallo” il costo di coltivazione del “mais waxy” è leggermente maggiore………altrimenti tutti coltiverebbero “mais waxy”. 

venerdì 8 novembre 2013

COESISTENZA OGM/CONVENZIONALE: VALUTAZIONE DEI DANNI

Ogni imprenditore deve essere libero di coltivare per il mercato ciò che ritiene più conveniente e/o più opportuno!” E’ questa, con ogni probabilità, la considerazione sulla base della quale l’Unione Europea, e conseguentemente il nostro Paese, prevede l’emanazione di specifiche norme per la coesistenza tra coltivazioni convenzionali e coltivazioni transgeniche. Trattasi, ovviamente, ed in termini generali, di una considerazione accettabile, con una semplice differenza nel caso degli OGM, in quanto se “è vero che non si può impedire a chi vuol coltivare transgenico di farlo, è altrettanto vero che non si può obbligare a coltivarli coloro che non li vogliono coltivare”. Tale considerazione è dettata dal fatto che questi “nuovi organismi viventi” hanno transgeni inseriti nel nucleo, che si esprimo in ogni parte della pianta (polline, foglie, radici, ecc.) e, pertanto, originano “inquinamento genetico” (il polline di queste piante si diffonde autonomamente nell’ambiente e può fecondare piante convenzionali, che, nel caso in cui il prodotto per il mercato sia costituito dal seme, originano una produzione che in parte deve essere considerata transgenica). In termini generali l’inquinamento genetico può verificarsi e rimanere circoscritto alle piante coltivate (per esempio tra mais transgenico e mais coltivato), ma può diffondersi anche tra piante coltivate e altre piante parentali selvatiche infestanti (per esempio tra colza transgenica e senape selvatica). Nel primo caso, con i dovuti e costosi accorgimenti,  l’inquinamento genetico, con ogni probabilità, potrebbe anche essere “controllato” (adeguate distanze tra campi OGM e campi convenzionali, specifiche misure agronomiche, barriere fisiche, ecc.), mentre nel secondo caso l’inquinamento genetico sarebbe di tipo pervasivo, in quanto la “pianta infestante transgenica” si diffonderebbe autonomamente nell’ambiente (col vento, con gli animali, con l’acqua, ecc.), anche a distanza di chilometri, ed il suo polline in annate successive andrebbe a fecondare “piante parentali coltivate”, che darebbero così origine ad una produzione che, in parte, sarebbe transgenica.  
La problematica introdotta precedentemente non è di poco conto, poichè nel caso di coesistenza, e soprattutto nel caso in cui l’inquinamento genetico provocasse dei danni di tipo economico, verrebbe meno quella certezza “causa/effetto” in grado di risolvere contenziosi di tipo giudiziario, tra “inquinatori e inquinati”. In particolare, mentre nel caso di piante coltivate che non hanno parentali selvatiche sarebbe semplice individuare la fonte dell’inquinamento (con ogni probabilità il campo coltivato confinante con piante transgeniche), la stessa cosa non si può dire nel caso di piante coltivate che possono essere fecondate dal polline di parentali selvatiche. Chi ha causato l’inquinamento? Il confinante che coltiva OGM, oppure il polline presente nell’ambiente delle parentali selvatiche? Le sentenze dei Giudici potranno avvalersi di elementi di certezza, oppure no? E’ ovvio che nel secondo caso gli elementi di incertezza non porteranno ad individuare un “colpevole certo”, per cui nel dubbio.................. 
Da un punto di vista pratico la domanda è la seguente: “è possibile la coesistenza tra coltivazioni agricole convenzionali (comprese quelle biologiche) e coltivazioni transgeniche?” Allo stato attuale delle cose, in relazione alle caratteristiche del materiale transgenico disponibile, che, come si è detto in precedenza, presenta transgeni inseriti nel nucleo, che si esprimono in ogni parte della pianta (polline compreso), la risposta è negativa, in quanto queste piante originano inquinamento genetico. Ecco allora che, nel caso di coesistenza, il settore produttivo che non intende produrre piante transgeniche, soprattutto nel caso di accordi contrattuali con gli utilizzatori del prodotto ottenuto dalla coltivazione, dovrà mettere a punto adeguate strategie agronomiche di contenimento dell’inquinamento genetico (sementi certificate, macchine apposite per la raccolta e per il trasporto, specifici luoghi di stoccaggio del raccolto, ecc.), al fine di poter avere “certezze” in merito alle caratteristiche qualitative del prodotto finale che intende avviare sul mercato. E’ ovvio che queste “certezze” hanno un costo, per cui, come minimo, la coesistenza tra coltivazioni transgeniche e coltivazioni convenzionali, comporterà sicuramente una lievitazione dei costi di produzione agricoli (non è ancora chiaro chi dovrà sostenere questi maggiori costi, ma si spera coloro che vogliono produrre transgenico), che potrebbe abbassare, se non addirittura annullare, i benefici economici ottenibili dalla coltivazione di materiale transgenico. E’ un primo effetto economico di una certa rilevanza, in quanto trattasi di un costo annuale, che dovrà essere sostenuto all’infinito o, quantomeno, sino al momento in cui la nostra società deciderà che l’etichettatura degli alimenti OGM non è più necessaria e verrà creata un’unica filiera di distribuzione per alimenti convenzionali e OGM.  Solo allora non saranno più necessarie norme che regolano la coesistenza, per cui le piante transgeniche si diffonderanno normalmente, così come ogni nuova pianta oggigiorno ottenuta attraverso metodiche di miglioramento genetico convenzionale. E’ ovvio che se verrà meno la separazione di filiera e l’etichettatura, le uniche piante che saranno coltivate saranno quelle transgeniche, in quanto accreditate di un minor costo di produzione.
Con la coesistenza, occorrerà poi considerare anche gli eventuali effetti di mercato (abbassamento dei prezzi, difficoltà di collocamento della merce, ecc.), poiché è vero che si avranno maggiori costi di produzione a livello agricolo, ma l’effetto più pericoloso potrà essere quello di vedersi rifiutare il prodotto da parte del consumatore interno o da parte dell’importatore estero, che ancora esige un alimento completamente esente da Organismi Transgenici (OT). Da questo punto di vista, nel caso in cui il nostro Paese riuscisse a realizzare filiere “OGM free”, vi potrebbero essere anche opportunità di mercato, indirizzate a soddisfare una domanda di “alimenti OGM free”, che per molti anni si manterrà ad un elevato livello.
Soprattutto per un Paese come il nostro, che produce prodotti trasformati di eccellenza (formaggi, insaccati, vini, ecc.), di alto valore aggiunto, i rischi di mercato sono sicuramente più importanti dei rischi produttivi agricoli, in quanto la qualità della materia prima di base potrebbe rappresentare un limite alla produzione di trasformati di eccellenza o, quantomeno, ritenuti tali dal consumatore. In particolare, è ovvio che se viene utilizzata materia prima transgenica, anche il prodotto trasformato sarà transgenico (di fatto, perché verificabile da una semplice analisi PCR, oppure “derivante” da OGM, nel caso in cui venga attuata la tracciabilità di filiera). E’ altrettanto ovvio che, se la legislazione lo prevede, questo prodotto dovrà essere etichettato come “contenente OGM” o “derivante da OGM”. Ecco che in questa situazione, al di là del fatto che gli OGM possano determinare anche effetti sui costi agricoli, gli scenari economici si faranno molto più complessi, in quanto si dovranno ipotizzare riduzioni di prezzo della materia prima e dei prodotti trasformati che non rispondono più alle esigenze dei consumatori, consumatori che non sono più disposti a pagare prezzi elevati per acquistare un prodotto che eccellente, secondo il loro metro di misura, non è più.
         E’ senz’altro vero che gli agricoltori di materia prima convenzionale subiranno maggiori costi, ma è altrettanto vero che anche i trasformatori di produzioni di eccellenza, che garantiscono un prodotto “OGM free”, subiranno maggiori costi (di approvvigionamento, di segregazione, di analisi, ecc.) e minori redditi (maggiori costi e non altrettanto maggiori prezzi, in quanto il prezzo di vendita sul mercato non potrà andare oltre certi livelli rispetto all’analogo  prodotto transgenico). Con ogni probabilità, gli unici che guadagneranno da questa situazione saranno i produttori di beni alimentari di scarsa qualità, che vedranno aumentare le difficoltà produttive di coloro che offrono prodotti di eccellenza (difficoltà nel reperimento della materia prima, maggiori costi di approvvigionamento, maggiori costi di analisi, minori prezzi di vendita rispetto agli incrementi di costo, ecc.) e vedranno divenire maggiormente competitivi i loro prodotti (in termini relativi se il prezzo dei prodotti di eccellenza aumenterà, il prezzo degli altri prodotti succedanei di minore qualità, pur rimanendo costante, è come se  diminuisse).
Trattasi, purtroppo, di uno scenario che si è già verificato. Ci si riferisce in modo particolare al settore dell’agricoltura biologica, nel quale gli agricoltori che hanno voluto garantire un alimento “libero da OGM” sono stati costretti a modificare le tecniche di produzione e a sostituire gli alimenti destinati al bestiame. L’esempio, a tutti noto, è quello della soia. A causa dell’inquinamento genetico determinato dalla “soia transgenica RR” molti agricoltori biologici nazionali hanno deciso, o sono stati costretti, di sostituire nell’alimentazione del bestiame la soia con il pisello proteico, che, come è risaputo, è caratterizzato da un prezzo di mercato superiore. Tale sostituzione ha sicuramente danneggiato gli agricoltori biologici, in quanto a fronte dei maggiori costi essi non hanno realizzato maggiori prezzi di vendita sul mercato (nel caso in cui essi abbiano realizzato maggiori prezzi, occorrerà considerare che il loro prodotto è divenuto meno competitivo rispetto a quelli convenzionali, per cui, con ogni probabilità, si è avuta una riduzione della domanda).

Come si è potuto notare dalle precedenti considerazioni, la coesistenza tra coltivazioni convenzionali e coltivazioni transgeniche aumenterà notevolmente le problematiche produttive e di mercato ed originerà sicuramente una grande mole di  contenzioso nella nostra società (aumenterà sicuramente il lavoro per gli avvocati). In particolare, non vi è alcun dubbio sul fatto che vi saranno dei danneggiati e dei danneggiatori. I danneggiati sono certi, in quanto hanno seminato materiale “non OGM” (certificato?) ed hanno ottenuto un raccolto che ad una analisi PCR risulta transgenico (saranno costretti  a vendere il prodotto ad un prezzo inferiore e/o dovranno risarcire i danni nel caso di rapporto contrattuale con utilizzatori terzi). La stessa cosa non si può dire per i danneggiatori, in quanto l’inquinamento genetico è pervasivo e non ha fonte certa (chi ha determinato il danno? La semente inquinata? l’agricoltore confinante che coltiva OGM? il polline portato dal vento da chilometri di distanza? le piante parentali selvatiche che col tempo sono divenute OGM? od altro ancora), per cui nel caso di contenzioso difficilmente un Giudice potrà esprimere un parere fondato su elementi di certezza. Permane comunque il fatto che un danno è stato provocato e che qualcuno sarà costretto a subirlo.
In termini generali, per danno deve intendersi qualsiasi effetto nocivo prodotto da individui terzi nei confronti di altre persone (siano esse persone fisiche o giuridiche) o di altre entità economiche (beni materiali, ma anche beni immateriali). Così, per esempio, se il danno riguarda la distruzione parziale o totale di un bene fisico, oggigiorno la casistica potrebbe essere veramente complessa e interessare un’enorme quantità di beni (danno emergente). Nel caso in oggetto il danno è causato dalla coesistenza tra agricoltura convenzionale, transgenica e biologica, che determina un raccolto che non ha le caratteristiche di quello che ci si aspettava di ottenere. In particolare, in termini pratici e secondo quanto rilevato dai bollettini delle principali Borse Merci, tale raccolto è caratterizzato da un prezzo di mercato inferiore a quello che ci si aspettava di ottenere.
Ci si trova in presenza di un danno anche quando si ha una diminuzione del reddito normalmente prodotto dal bene danneggiato (lucro cessante). Così, per esempio, a causa di un danno da inquinamento genetico, un campo coltivato a mais subisce una perdita di produttività per un certo numero di anni (a quanto ammonta il danno annuale subito?) Oppure, ancora, per l’ingrasso degli animali gli agricoltori biologici hanno dovuto sostituire le proteine della soia con quelle del pisello proteico, più costoso. Oppure, ancora, gli agricoltori biologici non sono più in grado di garantire una produzione esente da OGM, per cui sono costretti ad abbandonare l’agricoltura biologica, con tutti i danni conseguenti (danni di avviamento per il periodo di certificazione, danno per abbandono dei clienti che con tanta fatica si erano fatti, danno per lucro cessante a causa del fatto che non possono più attuare l’agricoltura biologica). A quanto ammontano i maggiori costi (di mancato ammortamento dei macchinari, di riconversione agricola, ecc.) e i minori redditi?

A questo punto, in un’ottica di globalizzazione dei mercati,  si inseriscono considerazioni di opportunità per il nostro Paese, in merito alla coesistenza produttiva e all’utilizzazione o meno di materiale di propagazione brevettato proveniente dall’estero, che origina alimenti che per il momento non sono graditi al consumatore e che possono determinare una diminuzione della competitività delle nostre produzioni. Un consumatore che oggigiorno sarebbe meglio chiamare “acquistatore”, in quanto controlla e verifica accuratamente il prodotto prima di acquistarlo e che oggigiorno tende a scartare prodotti che contengono OGM.
Per quale motivo il nostro Paese dovrebbe aprire al transgenico se il consumatore non lo vuole? Non risponde ad alcuna logica economica la strategia di voler immettere sul mercato  un bene che l’80% degli acquirenti ha detto di non voler acquistare. Perché la nostra agricoltura dovrebbe abbandonare una strategia sicura, basata sulla qualità, sulla tracciabilità e sulla sicurezza alimentare, per far posto ad una produzione omologante, sempre meno richiesta dal mercato? Potrà competere il nostro Paese sul mercato globale sulla base dei bassi costi di produzione e dei bassi prezzi di vendita o, più realisticamente, potrà competere sulla base di produzioni di eccellenza ad alto valore aggiunto? Perché mai, in un’ottica di sviluppo sostenibile, dovremmo adattarci a coltivare prodotti “non ancora sicuri” per la salute umana e per l’ambiente, ben sapendo che questa strada è senza via di uscita a causa dell’inquinamento genetico?
         Sono interrogativi importanti, che, anche al di là di fattori economici,  meritano una risposta prima che sia intrapresa la via della coesistenza per il benessere del nostro Paese. In particolare, la contemporanea presenza di forme di agricoltura transgenica (con piante che hanno transgeni costitutivi) con forme di agricoltura convenzionali determina l’impossibilità da parte dell’agricoltore, anche nel caso in cui sostenga maggiori costi, di poter garantire una effettiva produzione “OGM free”, così come richiesto dal consumatore. In questa situazione alcune considerazioni sono necessarie relativamente alla possibilità che l’agricoltore metta in atto strategie di contenimento dell’inquinamento genetico:
-         all’agricoltore che non vuole coltivare transgenico conviene evitare l’inquinamento genetico? Con ogni probabilità gli converrà solo nel caso in cui sul mercato siano presenti tre prezzi del medesimo prodotto (prodotto OGM, prodotto con soglia di tolleranza inferiore allo 0,9%, prodotto “OGM free”). E’ ovvio che gli converrà evitare l’inquinamento genetico, e adotterà tecniche che comportano maggiori costi di produzione, solo nel caso in cui il prezzo di mercato del prodotto che otterrà (tutto da verificare, in quanto con l’inquinamento genetico non esiste la certezza di ottenere una produzione di un certo tipo) sarà in grado di remunerare questi maggiori costi. Nell’incertezza produttiva, con ogni probabilità, egli sceglierà di coltivare prodotto transgenico, in quanto è l’unico in grado di consentirgli di poter impostare una tecnica produttiva certa, con previsioni certe su ricavi e costi. Pertanto, in presenza di incertezza produttiva, si verrebbe a determinare una situazione simile a quella che ha visto l’esplosione delle superfici coltivate con piante transgeniche negli U.S.A., in Canada ed in altri Paesi dove queste produzioni sono considerate “Sostanzialmente Equivalenti” a quelle convenzionali. La presenza di un unico prezzo di mercato per prodotto OGM e per prodotto “OGM free” ha determinato una esplosione delle superfici coltivate con prodotto OGM, in quanto è quello caratterizzato dal minor costo di produzione;
-         l’agricoltore è sicuro che anche adottando determinate pratiche colturali potrà ottenere un prodotto realmente al di sotto della soglia di tolleranza? Purtroppo la risposta è negativa, in quanto sono talmente tante le possibilità di inquinamento genetico della produzione agricola, che difficilmente si potrà avere la certezza del risultato. Potrà accadere che nonostante gli sforzi operati dall’agricoltore il prodotto presenti soglie di OGM superiori allo 0,9%. Ecco allora che anche in questo caso difficilmente il nostro produttore adotterà pratiche colturali più costose nell’incertezza di concretizzare con un maggior prezzo il risultato della coltivazione. Ancora una volta sceglierà di produrre transgenico;
-         chi pagherà i maggiori costi? Nel caso delle produzioni “OGM free” il mercato offre spunti di riferimento, in quanto attualmente queste produzioni sono caratterizzate da prezzi superiori al prodotto convenzionale dell’ordine del 10% circa. E’ ovvio che queste maggiorazioni di prezzo ricadranno sul consumatore, il quale si troverà costretto a pagare di più il precedente prodotto convenzionale, per il sol fatto che qualcuno ha voluto introdurre un alimento del quale ancora non sono note le reali capacità  produttive, nutrizionali e ambientali.


In conclusione, la coesistenza tra produzioni transgeniche e convenzionali determinerà un ampliamento delle problematiche produttive e decisionali per l’agricoltore. E’ ovvio che in una situazione di incertezza in cui non sarà possibile determinare a priori la qualità del prodotto finale ottenuto (“OGM free”, “OGM” o “OGM free all’interno di una soglia di tolleranza dello 0,9%”), il produttore agricolo sarà portato a sostituire le produzioni convenzionali con quelle transgeniche, in quanto saranno le uniche che offriranno certezza nei costi di produzione e nei prezzi di vendita (in pratica egli sarà portato a non rischiare di coltivare con i costi del convenzionale, per dover poi vendere ai prezzi del transgenico). Ancora una volta “la moneta cattiva scaccerà quella buona”.

giovedì 7 novembre 2013

Documento predisposto in occasione dell’audizione del Capo del Corpo forestale dello Stato alla Camera dei Deputati, del 6 novembre 2013


CORPO FORESTALE DELLO STATO
ISPETTORATO GENERALE
Documento predisposto in occasione dell’audizione del Capo del Corpo forestale dello Stato, Cesare Patrone, alla Camera dei Deputati, del 6 novembre 2013, ore 15.00, sulle attività svolte dal Corpo forestale dello Stato in materia di organismi geneticamente modificati (Ogm)

Gli organismi geneticamente modificati (Ogm), come è noto, sono esseri viventi che possiedono un patrimonio genetico alterato artificialmente tramite l'aggiunta, l'eliminazione o la modifica di elementi genici.
L’agricoltura è uno dei settori ad alto “rischio-OGM”, in particolare per quanto attiene ai pericoli generati dall’induzione di resistenze o tolleranze in organismi nocivi, dalla selezione di organismi infestanti o “superinfestanti”, dall’alterazione del valore nutrizionale e infine dalla riduzione di varietà coltivate e perdita di biodiversità.
Non trascurabili sono anche i rischi derivanti dall’interazione con altri organismi, che potrebbero originare un pericoloso trasferimento orizzontale dei geni, l’inquinamento della base genetica attraverso la dispersione di semi o polline, il trasferimento di geni a microrganismi ed infine la generazione di nuovi virus per ricombinazione genetica.
La normativa italiana vigente non consente la coltivazione di alcun organismo geneticamente modificato sul territorio nazionale, se non attraverso una preventiva autorizzazione ai fini dell’iscrizione nel “Registro nazionale delle varietà vegetali geneticamente modificate” e un’attenta separazione delle filiere a garanzia del principio di coesistenza tra colture biologiche, convenzionali e transgeniche. In Italia sono le Regioni che hanno la competenza di adottare le misure di coesistenza tra i diversi tipi di colture e, come noto, tale possibilità non è stata ancora utilizzata da alcuna Regione.
In particolare il D.Lgs n. 212/2001 stabilisce che la messa in coltura di Ogm debba essere soggetta ad autorizzazione con provvedimento del Ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, di concerto con il Ministro dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare e del Ministro della Salute, sia allo scopo di “evitare il contatto con le colture derivanti da prodotti sementieri tradizionali”, sia di “non arrecare eventuale danno biologico all'ambiente circostante, tenuto conto delle peculiarità agroecologiche, ambientali e pedoclimatiche”.
In data 6 dicembre 2012, tuttavia, la Corte di Giustizia europea ha dichiarato che la coltivazione di Ogm non può essere assoggettata a una procedura nazionale di autorizzazione quando l’impiego e la commercializzazione di tali varietà siano autorizzati ai sensi dell’articolo 20 del Regolamento (CE) n. 1829/2003, relativo agli alimenti e ai mangimi geneticamente modificati, e le medesime varietà siano state iscritte nel catalogo comune delle varietà delle specie di piante agricole previsto dalla direttiva 2002/53/CE, relativa al catalogo comune delle varietà delle specie di piante agricole, emendata con il regolamento sopra citato.
Tra le varietà di Ogm iscritte nel catalogo comune europeo è presente la varietà di mais Mon810, capace di produrre una proteina-tossina letale (Cry1Ab) per gli eventuali lepidotteri parassiti e, in particolare, per uno dei principali fitofagi della specie, la piralide, Ostrinia nubilalis, una farfalla molto diffusa nell’Italia centro settentrionale.
Nel giugno 2013 un imprenditore agricolo ha reiterato la semina di mais, effettuata la prima volta due anni or sono, privo di tracciabilità ma dichiarato geneticamente modificato, in due appezzamenti localizzati nella Regione Friuli Venezia Giulia, rispettivamente nel Comune di Mereto di Tomba (UD) e di Vivaro (PO).
Il Corpo forestale dello Stato, in ragione della sua missione istituzionale di Forza di polizia specializzata nella tutela delle risorse agro alimentari e ambientali del Paese, di propria iniziativa in agro di Pordenone e su delega della Procura della Repubblica di Udine ha svolto nei mesi scorsi dei campionamenti nei campi presuntivamente seminati a Ogm e di quelli a essi limitrofi, sia per accertare la varietà di mais geneticamente modificato coltivata, sia al fine di verificare una possibile contaminazione ambientale.
Circa la specificità dell’azione tossica degli Ogm, infatti, sussistono numerosi dubbi a livello comunitario e nazionale. Il Consiglio dell’Unione europea, ha espresso la necessità di rafforzare le procedure di valutazione del rischio ambientale degli Ogm, con particolare riferimento alla possibilità di un impatto sugli insetti non bersaglio; parallelamente, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) ha raccomandato il rafforzamento delle misure di gestione e sorveglianza, per evitare l’eventuale acquisizione di resistenza da parte dei parassiti e ridurre la mortalità di popolazioni di lepidotteri sensibili.
Il rischio di un impatto sulle popolazioni di lepidotteri non target è stato ulteriormente evidenziato in un parere dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA) risalente allo scorso 30 aprile; nel medesimo studio, inoltre, non si esclude la possibilità di un impatto negativo sugli organismi acquatici sensibili alle tossine prodotte dal mais Mon810.
Il dossier predisposto dal Consiglio per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura (CRA) in data 2 aprile 2013, poi, sottolinea “l’impatto sugli imenotteri parassitoidi specialisti di O. nubilalis” e ribadisce ulteriormente il rischio di “modifica delle popolazioni di lepidottero non bersaglio”. Infine, paventa anche la possibilità di una predisposizione allo “sviluppo di parassiti secondari, potenzialmente dannosi per altre colture”, come verificatosi già in Argentina e sta avvenendo in Spagna, su colture di mais OGM.
Sulla base delle considerazioni sopra esposte, il 12 luglio 2013 è stato sottoscritto, come è noto, un Decreto interministeriale a firma congiunta del Ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, del Ministro dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare e del Ministro della Salute, in cui viene sancito il divieto di coltivazione di mais Mon810 sul territorio italiano per un periodo di 18 mesi.
Come si legge nella sentenza  della  Corte di Giustizia UE, interpellata in via Pregiudiziale dal Tribunale di Pordenone, nonché nella causa C-36/11, in data 6 dicembre 2012, la corte di Giustizia Europea ha dichiarato che: “la messa in coltura di organismi geneticamente modificati quali le varietà del mais MON 810 non può essere assoggettata a una procedura nazionale di autorizzazione quando l'impiego e la commercializzazione di tali varietà sono autorizzati ai sensi dell'art. 20 del regolamento CE n. 1829/2003 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 settembre 2003, relativo agli alimenti e ai mangimi geneticamente modificati, e le medesime varietà sono state iscritte nel catalogo comune delle varietà delle specie di piante agricole previsto dalla direttiva 2002/53/CE del Consiglio del 13 giugno 2002, relativa al catalogo comune delle varietà delle specie di piante agricole, emanata con il regolamento n.1829/2003”.
“L'art. 26 bis della direttiva 2001/18CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 12 marzo 2001, sull'emissione deliberata nell'ambiente di organismi geneticamente modificati e che abroga la direttiva 90/220/CEE del Consiglio, come modificata dalla direttiva 2008/27/CE del Parlamento europeo e del Consiglio dell'11 marzo 2008, NON CONSENTE ad uno Stato membro di opporsi in via generale alla messa in coltura sul territorio di tali organismi geneticamente modificati nelle more dell'adozione di misura coesistenza diretta a evitare la presenza accidentale di organismi geneticamente modificati in altre colture”; ciò non può essere di impedimento in via generale alla messa in coltura di OGM, con la conseguenza che i divieti devono riguardare i singoli casi, previa valutazione degli specifici aspetti relativi alla possibilità e/o probabilità di contaminazione.
Premesso quanto sopra, sul piano operativo il Corpo forestale dello Stato ha proceduto al campionamento del mais geneticamente modificato seminato nei terreni delle due province friulane; le analisi, affidate all'Istituto Zooprofilattico delle Marche e dell’Umbria, ente di ricerca specializzato nel settore, hanno confermato che la varietà di mais impiegata è il Mon810. La mancanza di tracciabilità delle sementi utilizzate, tuttavia, ha comportato l’irrogazione della sanzione amministrativa di € 16.000 prevista dal D.Lgs. 70/2005 nei confronti dell’imprenditore agricolo. La contestazione è stata effettuata e irrogata con un “codice” generico, come indicato dal Ministero dell'Ambiente  e  della Tutela del Territorio e del Mare, nelle more di adozione di un apposito capitolo con relativo codice per i pagamenti (modello F23), come previsto dall'artico 13 del medesimo decreto legislativo.
L’attività di campionamento eseguita dal Corpo forestale dello Stato ha riguardato anche i terreni limitrofi ai campi seminati con mais Mon810, allo scopo di verificare eventuali contaminazioni ambientali a carico dei terreni coltivati con mais tradizionale; i risultati analitici ottenuti dimostrano, in effetti, un “inquinamento genetico” del mais transgenico che arriva anche fino al 10%.
A fronte di una comprovata diffusione nell’ambiente del mais Ogm e della relativa tossina e sulla scorta delle considerazioni scientifiche sopra enunciate, è stata effettuata alla Procura della Repubblica di Udine una Comunicazione di notizia di reato concernente la violazione dei seguenti articoli del Codice penale:
Art. n. 650 C.P. - Inosservanza dei provvedimenti dell’autorità, per aver inosservato (coltivando mais Mon810), il provvedimento interministeriale sopra richiamato, in attesa di un'ordinanza da parte di un Ente locale (Regione e/o Provincia e/o Comune) a tutt'oggi non avvenuta;
Art. n. 635 C.P.  – Danneggiamento, poiché coltivando varietà di Mais Mon810 si potrebbe avere un impatto sugli imenotteri parassitoidi specialisti di Ostrinia nubilalis, oltre che modificare  le popolazioni di lepidotteri non bersaglio e favorire lo sviluppo di parassiti secondari, potenzialmente dannosi per le altre colture (piante e arbusti fruttiferi, viti e boschi);
Art. n. 56 e 500 C.P. – Diffusione di una malattia delle piante o degli animali, in quanto la coltivazione di Mais Mon810 può comportare rischi per le popolazioni di lepidotteri non target e, inoltre, non è esclusa la possibilità di impatto negativo sugli organismi acquatici sensibili alle tossine Cry1Ab prodotte dalla coltivazione della varietà di mais in questione.
Il Corpo forestale dello Stato sta attualmente verificando l’eventuale livello di contaminazione presente a carico dei favi degli alveari adibiti alla produzione di polline e miele situati nelle zone limitrofe ai campi Ogm e in quelli coltivati con mais convenzionale. Detto materiale è stato conferito all’Istituto Zooprofilattico sperimentale delle Marche e dell’Umbria per accertare l’inquinamento ambientale a carico delle popolazioni di imenotteri e dei prodotti agroalimentari connessi alla loro preziosa attività.
Si constata che, in coincidenza di questi prelievi effettuati dal personale del Corpo forestale dello Stato all'interno degli alveari collocati vicino ai campi coltivati con mais OGM, Mon810, si è registrata un’accelerazione relativa a una nuova e diversa definizione dello stato giuridico del polline da ingrediente, come è definito attualmente (obbligo di menzionarlo in etichetta), a componente come potrebbe essere in futuro. Infatti, la Commissione europea, nella persona del Commissario europeo per la salute e la politica dei consumatori, Tonio Borg ha sottolineato la necessità di fare attenzione a non trasformare la proposta della Commissione in un tema OGM. La proposta di modifica della Direttiva 2001/110/CE è volta a chiarire che il polline è un componente naturale e non un ingrediente del miele “altrimenti significherebbe definire il miele come un prodotto trasformato, confondendo i consumatori e non essendo in linea con le definizioni a livello internazionale”.
Secondo Borg, questo chiarimento proposto dalla Commissione non scavalca le conclusioni della Corte di Giustizia, dal momento che ogni polline geneticamente modificato presente nel miele dovrà essere autorizzato prima di poter commercializzare il prodotto.
In attesa di questi nuovi ulteriori risultati e sviluppi, si stanno estendendo i controlli su altri terreni localizzati anche in altre Regioni, al fine di verificare la presenza non dichiarata di ulteriore mais geneticamente modificato e di controllare il relativo grado di contaminazione ambientale.
In tale contesto, la soluzione ottimale alla complessa questione OGM, potrebbe avvenire solo in sede di rivisitazione delle decisioni europee del 2001 e del 2003, tesa a restituire ai singoli Stati un campo di azione autonomo per la coltivazione o il divieto sul proprio territorio di colture OGM, coerenti con le diverse tipologie di agricoltura e dei diversi valori ambientali e territoriali presenti e adottati nei singoli Stati europei.
Nelle more di tale processo sarebbe possibile l’adozione, da parte di uno degli Enti territoriali interessati da colture OGM, della relativa ordinanza di applicazione del decreto governativo del luglio del 2013 così da potere consentire l’applicazione, di quanto previsto dall’art. 650 del c.p., in caso di perdurante inosservanza dell’obbligo del divieto di colture OGM da parte di chiunque.
In alternativa, il decreto del luglio 2012 dovrebbe essere potenziato con le necessarie previsioni sanzionatorie di tipo penale da prevedere, in considerazione della lesione dei valori colturali, economici e territoriali di eccellenza dell’agricoltura italiana, con l’adozione di una decretazione di urgenza, al pari, di quanto avvenuto, per altra tipologia di fattispecie illegale, nell’agosto del 2000, per il reato d’incendio boschivo, introdotto con D.L. del 3 agosto 2000 e convertito successivamente in legge.
Sarebbe utile inoltre nel contempo realizzare una sinergia fra gli Istituti di ricerca impegnati e quindi l’Istituto Zooprofilattico dell’Umbria e delle Marche, l’ISPRA del Ministero dell’Ambiente e il CRA del Ministero delle politiche agricole, da proporre eventualmente anche all’Autorità Giudiziaria, per approfondire in maniera certa l’esistenza o meno dei danni provocati all’ambiente.
Il ruolo della ricerca scientifica e in particolare di quella pubblica, infatti, non si deve esaurire o limitare alla sperimentazione di nuove e vantaggiose applicazioni delle moderne biotecnologie, ma deve essere anche quello di valutare e prevenire i rischi connessi all’introduzione di tali tecniche nell’ambiente, fornendo, tra l'altro, delle risposte esaurienti e rassicuranti all’opinione pubblica e ai cittadini.
Il Corpo forestale dello Stato intanto sta continuando nello svolgimento delle indagini tese a evidenziare i danni ambientali emergenti e a verificare l’esistenza sul territorio nazionale di altre piantagioni di mais OGM.

L’azione del Corpo forestale dello Stato è incentrata sulla convinzione che prevenzione e repressione debbano coesistere sinergicamente, nell’ottica di ottimizzare il valore aggiunto del paesaggio agroalimentare italiano, la cui conservazione risulta prioritaria ai fini del mantenimento sul territorio di produzioni agricole capaci di generare sia alte remunerazioni economiche per gli agricoltori, sia numerosi servizi ambientali per tutti i cittadini, nonché i prodotti di eccellenza del made in Italy, che rappresentano la nostra carta d’identità in ambito internazionale.

mercoledì 9 gennaio 2013

Con la coesistenza gli OGM scacceranno il convenzionale


Nel caso di coesistenza gli attuali OGM, che hanno il transgene nucleare che si esprime in ogni parte della pianta (nelle foglie, nelle radici e anche nel polline), creano “inquinamento genetico" e determinano incertezza produttiva per coloro che non li vogliono coltivare, siano essi coltivatori convenzionali o biologici. Soprattutto nel caso di "Rapporti di integrazione verticale" con l'industria (produzione di "mais bianco" o di "mais 8 file" o di "mais da pop corn"), sarà impossibile per l'agricoltore convenzionale sottoscrivere contratti di conferimento della merce, poichè egli non avrà nessuna certezza in merito alle caratteristiche finali del prodotto ottenuto (il raccolto avrà più o meno dello 0,9% di OGM?). In questa situazione di incertezza, il coltivatore convenzionale nel tempo sarà portato a sostituire le coltivazioni convenzionali con quelle OGM, poichè non potrà continuare a coltivare ai costi del convenzionale/biologico per poi vendere ai prezzi (più bassi) del transgenico.

Una sentenza della Corte di giustizia europea riconosce alla Pioneer il diritto di distribuire per la semina mais OGM in Italia. Secondo il tribunale con sede a Lussemburgo, l'ingresso nel Paese di varietà già ammesse a livello comunitario non può essere bloccato da Leggi statali o regionali. Tale sentenza, implicitamente, ammette la possibilità di coesistenza tra coltivazioni convenzionali/biologiche e coltivazioni transgeniche.
A questo punto una domanda è lecita: è possibile nel nostro Paese la coesistenza tra coltivazioni agricole convenzionali (comprese quelle biologiche) e transgeniche? Allo stato attuale delle cose, in relazione alle caratteristiche del materiale transgenico disponibile, che presenta transgeni inseriti nel nucleo della cellula e che, pertanto, si esprimono in ogni parte della pianta (foglie, radici, polline, ecc.), la risposta è negativa, in quanto le piante transgeniche originano inquinamento genetico. Ecco allora che, nel caso di coesistenza, il settore produttivo che non intende ottenere prodotto transgenico, soprattutto nel caso di accordi contrattuali con gli utilizzatori finali (produzione di "mais bianco" per polenta, di "mais 8 file" per polenta, mais da "pop corn", ecc.), dovrà mettere a punto adeguate strategie di contenimento dell’inquinamento genetico, al fine di poter avere “certezze”, che non avrà mai, in merito alle caratteristiche qualitative del prodotto finale ottenuto.
E’ ovvio che queste strategie hanno un costo, per cui la coesistenza tra coltivazioni transgeniche e coltivazioni convenzionali/biologiche, prevede sicuramente una lievitazione dei costi di produzione per chi vuole ottenere produzioni convenzionali, che possono abbassare, se non addirittura annullare, i profitti normalmente ottenibili, creando situazioni di extramarginalità nel settore produttivo delle piante convenzionali/biologiche, fino a decretarne la loro scomparsa.
Occorrerà poi considerare anche gli effetti di mercato (abbassamento dei prezzi, difficoltà di collocamento della merce, ecc.), poiché è vero che si avranno maggiori costi di produzione a livello agricolo nell’ambito della produzione convenzionale, ma l’effetto più pericoloso potrà essere quello di vedersi rifiutare il prodotto da parte del consumatore interno o da parte dell’importatore estero, che, secondo specifiche indagini campionarie, ancora esige un alimento esente da Organismi Transgenici (OT).
Soprattutto per un Paese come il nostro, che produce alimenti trasformati di eccellenza (formaggi, insaccati, vini, ecc.), di alto valore aggiunto, i rischi di mercato sono sicuramente più pericolosi dei rischi produttivi agricoli, in quanto la qualità della materia prima di base potrebbe rappresentare un limite alla produzione di trasformati di eccellenza o, quantomeno, ritenuti tali dal consumatore. In particolare, è ovvio che se viene utilizzata materia prima transgenica, anche il prodotto trasformato sarà transgenico (di fatto, perché verificabile da una analisi PCR, oppure “derivante” da OGM, nel caso in cui venga attuata la tracciabilità di filiera). E’ altrettanto ovvio che, se la legislazione lo prevede, questo prodotto dovrà essere etichettato come “contenente OGM” o “derivante da OGM”. Ecco che in questa situazione, al di là del fatto che gli OGM possano determinare anche effetti sui costi agricoli, gli scenari economici si faranno molto più complessi, in quanto si dovranno ipotizzare riduzioni di prezzo dei prodotti trasformati che non rispondono più alle esigenze dei consumatori, consumatori che non sono più disposti a pagare prezzi elevati per acquistare un prodotto che eccellente, secondo il loro metro di misura, non è più.
         Nella suddetta situazione, occorrerebbe quindi verificare il complesso degli effetti prodotti dall’introduzione di OT sull’intera filiera distributiva, che parte dall’agricoltore ed arriva alla distribuzione al dettaglio. E’ vero che gli agricoltori convenzionali/biologici subiranno maggiori costi, ma è altrettanto vero che anche i trasformatori che non vogliono gli OGM subiranno maggiori costi (acquisizione materia prima, analisi di laboratorio, certificazioni, ecc.) e minori incassi, ed è altrettanto vero che anche i distributori di prodotti di eccellenza subiranno maggiori costi (segregazione, etichettatura, ecc.) e minori incassi. Inutile sottolineare che la coesistenza, in relazione ai precedenti maggiori costi, obbligherà i produttori ed i distributori ad aumentare il prezzo di vendita delle derrate alimentari certificate “OGM Free”. In questa situazione, di coesistenza, con ogni probabilità, gli unici che guadagneranno saranno i produttori di beni alimentari di scarsa qualità (OGM), che vedranno aumentare le difficoltà produttive di coloro che offrono prodotti di eccellenza (no OGM) (difficoltà nel reperimento della materia prima, maggiori costi di approvvigionamento, maggiori costi di analisi, ecc.) e vedranno divenire maggiormente competitivi i prodotti da loro offerti (in termini relativi se il prezzo dei prodotti di eccellenza aumenterà, il prezzo degli altri prodotti di minore qualità, pur rimanendo stabile, è come se diminuisse).
         A questo punto, in un’ottica di globalizzazione dei mercati,  si inseriscono considerazioni di opportunità per il nostro Paese, in merito all’utilizzazione o meno di produzioni che possono determinare una diminuzione della competitività delle nostre produzioni e che non sono gradite dal consumatore, un consumatore che controlla e verifica accuratamente il prodotto prima di acquistarlo.
La contemporanea presenza di forme di agricoltura transgenica (con piante che hanno transgeni inseriti nel nucleo della cellula), con forme di agricoltura convenzionali determina l’impossibilità da parte dell’agricoltore, anche nel caso in cui sostenga maggiori costi, di poter garantire una effettiva produzione “OGM free”, così come richiesto dal consumatore.
In questa situazione alcune considerazioni sono necessarie relativamente alla possibilità che l’agricoltore metta in atto strategie di contenimento dell’inquinamento genetico:

1)                            all’agricoltore che non vuole coltivare transgenico conviene evitare l’inquinamento genetico? Con ogni probabilità gli converrà solo nel caso in cui sul mercato siano presenti tre prezzi del medesimo prodotto (prodotto OGM, prodotto con soglia di tolleranza inferiore allo 0,9%, prodotto "OGM free"). E’ ovvio che egli adotterà tecniche che comportano maggiori costi di produzione, solo nel caso in cui il prezzo di mercato del prodotto che ottiene (tutto da verificare, in quanto con l’inquinamento genetico non esiste la certezza di ottenere una produzione di un certo tipo e, quindi, un prezzo di mercato certo) sia in grado di remunerare questi maggiori costi. Nell’incertezza produttiva, con ogni probabilità, egli sceglierà di coltivare prodotto transgenico, in quanto è l’unico in grado di consentirgli di poter impostare una tecnica produttiva certa, con previsioni certe su ricavi e costi. Pertanto, in presenza di incertezza produttiva, si verrebbe a determinare una situazione simile a quella che ha visto l’esplosione delle superfici coltivate con piante transgeniche negli U.S.A., in Canada ed in altri Paesi, dove queste produzioni sono considerate “Sostanzialmente Equivalenti” a quelle convenzionali. La presenza di un unico prezzo di mercato per prodotto OGM e prodotto “OGM free” ha determinato una esplosione delle superfici coltivate con prodotto OGM, in quanto è quello caratterizzato dal minor costo di produzione;

2)                            l’agricoltore è sicuro che anche adottando determinate pratiche colturali potrà ottenere un prodotto realmente al di sotto della soglia di tolleranza? Purtroppo la risposta è negativa, in quanto sono talmente tante le possibilità di inquinamento genetico della produzione agricola, che difficilmente si potrà avere la certezza del risultato. Potrà accadere che nonostante gli sforzi operati dall’agricoltore il prodotto presenti soglie di OGM superiori allo 0,9%. Ecco allora che anche in questo caso difficilmente il nostro produttore adotterà pratiche colturali più costose nell’incertezza di concretizzare con un maggior prezzo il risultato della coltivazione. Ancora una volta, consapevole del fatto che difficilmente potrà avere la certezza di ottenere una produzione “OGM Free” o al di sotto della soglia di tolleranza, egli sarà portato a coltivare piante OGM, in quanto saranno le uniche che determineranno certezze in merito ai costi di produzione ed ai prezzi di vendita;

3)                            chi pagherà i maggiori costi? Nel caso delle produzioni “OGM free” il mercato offre spunti di riferimento, in quanto attualmente queste produzioni sono caratterizzate da prezzi superiori al prodotto convenzionale dell’ordine del 5% circa. E’ ovvio che queste maggiorazioni di prezzo ricadranno sul consumatore, il quale si troverà costretto a pagare di più il prodotto convenzionale, per il sol fatto che qualcuno ha voluto introdurre un alimento del quale ancora non sono note le reali capacità  produttive, nutrizionali e ambientali.

4)                            chi guadagnerà da questa situazione? Ancora una volta si sottolinea il fatto che in questa situazione gli unici che guadagneranno saranno i produttori di alimenti ritenuti di scarsa qualità dal consumatore e gli alimenti OGM secondo le ultime indagini rientrano tra questi.

In conclusione, la coesistenza tra produzioni transgeniche e convenzionali determina un ampliamento delle problematiche produttive e decisionali per l’intera filiera produttiva, dall’agricoltore, al trasformatore, al distributore. E’ ovvio che in una situazione di incertezza in cui non sarà possibile determinare a priori la qualità del prodotto finale ottenuto, il produttore agricolo sarà portato a sostituire le produzioni convenzionali con quelle transgeniche, in quanto saranno le uniche che offriranno certezza nei costi di produzione e nei prezzi di vendita (in pratica egli sarà portato a non rischiare di coltivare con i costi del convenzionale, per poi vendere ai prezzi del transgenico). Ecco allora che, ancora una volta, la “Moneta cattiva scaccerà la moneta buona”.