Visualizzazioni totali

Visualizzazione post con etichetta gmo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta gmo. Mostra tutti i post

martedì 7 gennaio 2014

NELLA BOZZA DI DOCUMENTO SULLA “COESISTENZA OGM” DELLA REGIONE FRIULI VENEZIA GIULIA” MANCANO LE “AREE RIFUGIO”

Premesso che la coesistenza tra coltivazioni OGM e coltivazioni “non OGM” è un “Cavallo di Troia” e prima o poi, in uno stesso mercato, le coltivazioni OGM soppianteranno le coltivazioni “non OGM” (la moneta cattiva scaccia la moneta buona), a mio parere ci sono alcune cose che non vanno nella “BOZZA DI DOCUMENTO SULLA “COESISTENZA OGM” DELLA REGIONE FRIULI VENEZIA GIULIA”.

In particolare, salta subito all’occhio che questa bozza non prevede la realizzazione delle “Aree rifugio per gli insetti”, così come stabilito dalla “Grover Guide per il Coltivatore” negli USA. Come è risaputo le “Aree Rifugio” sono rappresentate da aree coltivate a mais convenzionale (fino al 50% della superficie coltivata a mais Bt), allo scopo di evitare che soggetti di piralide resistenti alla proteina Bt localizzati nel campo di mais BT, vadano a fecondare altri soggetti resistenti, sempre localizzati nel campo di mais BT, dando così origine ad una progenie resistente. 

Il giochetto è presto spiegato: se noi accanto ad un campo di mais Bt mettiamo un campo di mais convenzionale, con ogni probabilità nel campo di mais Bt si selezioneranno insetti resistenti alla tossina Bt, mentre nel campo di mais convenzionale ci saranno soggetti non resistenti. L’esclusiva presenza di coltivazioni di mais Bt determinerebbe una forte presenza di soggetti resistenti (maschi e femmine), con creazione di progenie di insetti resistenti. Mettendo accanto al campo di mais Bt un campo di mais convenzionale, la formazione di progenie di piralide resistente alla tossina Bt è notevolmente rallentata, non evitata, in quanto soggetti resistenti provenienti dal campo di mais Bt possono fecondarsi con soggetti non resistenti provenienti dal campo di mais convenzionale.

Il fatto che si selezionino “ceppi di piralide” resistenti alla tossina Bt, rappresenterebbe un grande guaio per gli agricoltori biologici e per molti agricoltori convenzionali che, oggigiorno, anche al fine di rispettare talune esigenze della Grande Distribuzione Organizzata (GDO), utilizzano il Bacillus thuringiensis per il contenimento degli attacchi di taluni insetti.


E’ questa una pratica colturale estremamente necessaria, obbligatoriamente adottata anche negli USA e che è sicuramente da introdurre nelle norme di coesistenza.

domenica 22 dicembre 2013

Non credo che con gli OGM riusciremo a far concorrenza all’Ucraina sul mercato internazionale dei prodotti agricoli

L’Ucraina ha dei terreni unici – cernozëm (terra nera) – che rappresentano gran parte della copertura del suolo, occupando 27,8 milioni di ettari (a confronto l’Italia, per i non addetti ai lavori, ha una Superficie Agraria Coltivata di 13 milioni di ettari). Terreni ad elevato contenuto di humus che, secondo gli scienziati, possono offrire la possibilità di sfamare circa 300 milioni di persone.

Nel 2012 l’Ucraina ha prodotto 46,1 milioni di tonnellate di cereali e di legumi da granella, 8,4 milioni di tonnellate di semi di girasole, 23,2 milioni di tonnellate di patate e circa 1 milione di tonnellate di ortaggi. Una delle coltivazioni più promettenti dei prossimi anni è la coltivazione del mais, che viene attivamente venduto sui mercati esteri. Se sarà mais OGM, il nostro Paese potrà competere sul mercato mondiale con la produzione di questo stesso mais OGM? Risposta decisamente negativa e cerchiamo di vedere perché.

Il terreno agricolo è di proprietà di contadini. Tuttavia, la maggior parte di loro non riesce a gestire i propri appezzamenti da solo e perciò li affitta. Il termine di locazione medio in Ucraina è di 6 anni, il pagamento medio per la locazione dei terreni è di 51 euro per ettaro all’anno (in Italia, sempre per i non addetti ai lavori, il canone di affitto di un ettaro di terreno agricolo a seminativo può andare dai 1.000 ai 1.500 euro per ettaro…….20-30 volte). Tanti contratti di locazione sono conclusi per un periodo di 10 anni o più. È possibile pagare annualmente “in natura”, con grano prodotto, e non con denaro. Sta crescendo in Ucraina il numero di aziende agricole di grandi e medie imprese che gestiscono migliaia di ettari di terreno. Prendono il posto di inefficienti piccoli proprietari. Ma al momento il paese ha centinaia di migliaia di ettari di terreno che  erano coltivati ​​durante l’Unione Sovietica, ma non sono oggi ancora utilizzati in agricoltura. 

In Ucraina l’allevamento di bestiame da latte e suini sono le direzioni più promettenti per lo sviluppo dell’agricoltura. Alla fine del secolo scorso, l’Ucraina ha perso l’iniziale vantaggio nell’allevamento di bestiame da latte che aveva ereditato dall’Unione Sovietica. Di conseguenza, la gran parte dei capi di bestiame si trovano su terreno privato dei contadini. Tuttavia, i lavoratori ed il governo sono interessati alla comparsa di nuove aziende, che potrebbero fornire in modo permanente latte di qualità. Di conseguenza, nonostante la crisi, negli ultimi anni si sono evidenziate in Ucraina le tendenze allo sviluppo dell’allevamento di bestiame di alta produzione e efficienza e più modernizzato.
In Ucraina vivono 45,5 milioni di persone, la maggior parte delle quali preferisce i prodotti realizzati nel proprio paese. L’Ucraina sta aumentando le prestazioni nella produzione ed esportazione di oli vegetali (soprattutto olio di girasole). La quota dell’Ucraina nell’esportazione mondiale di olio di girasole è del 51%, mentre la sua quota nella produzione è di circa il 25%. Vengono migliorati e modernizzati la lavorazione e lo stoccaggio di cereali e prodotti lattiero-caseari. Tuttavia, l’agricoltura dell’Ucraina non ha ancora raggiunti minimamente i parametri del suo potenziale. L’Ucraina ha un gran numero di personale qualificato per lavorare in agricoltura, preparato dagli istituti didattici profilati. Lo stipendio medio in agricoltura nel 2012 è di 193 euro al mese, nell’industria di lavorazione di 276 euro al mese.

Avete letto bene……..lo stipendio medio in agricoltura è di 193 euro al mese………e noi dovremmo far concorrenza con gli OGM a questi Paesi?

I dati sono stati presi da:

martedì 10 dicembre 2013

Aumento dei prezzi del cibo e fame nel mondo

Ciclicamente il problema dell’aumento del prezzo del cibo e della conseguente crisi alimentare si ripresenta nella sua gravità. L’insicurezza alimentare non è certamente una novità nel panorama dei problemi mondiali, e, purtroppo, la sua gravità non accenna a diminuire: secondo i dati diffusi dalla FAO, nel mondo sono circa 900 milioni le persone che soffrono la fame. E questo a dispetto dei numerosi e solenni impegni presi nelle più alte assise internazionali: nel 1996, i Paesi partecipanti al Vertice ONU sull’alimentazione si impegnarono a dimezzare entro il 2015 il numero degli affamati rispetto al 1991, riducendolo a 412 milioni. Nel 2000, invece, l’ONU approvò gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, fra cui quello di dimezzare la percentuale di chi soffre la fame, sempre entro il 2015 e in riferimento al 1991. Per raggiungere questo secondo obiettivo gli affamati nel mondo avrebbero dovuto ridursi a 585 milioni, mentre purtroppo dal 1996 essi sono in costante aumento.
Il cibo nel mondo non manca (secondo la FAO ci sarebbe cibo sufficiente per 12 miliardi di persone) e quella attuale è sicuramente una “crisi alimentare” dovuta alla mancanza di risorse economiche necessarie per poter acquistare il cibo, in relazione ad un rapido aumento dei prezzi degli alimenti e ad una stagnazione dei salari.
A questo punto, anche al fine di trovare le auspicabili soluzioni, è necessario interrogarsi sulle cause di tali aumenti del prezzo del cibo. È possibile affermare che l’attuale congiuntura è determinata da una serie di fattori, identificabili soprattutto:
- nella dinamica della domanda e dell’offerta di alimenti;
- nel  funzionamento dei mercati.
Per quanto attiene alla domanda di derrate agroalimentari occorre rilevare che la popolazione mondiale è in costante aumento e, secondo le previsioni più autorevoli, dovrebbe raggiungere gli 8 miliardi entro il 2020. Questo significa che solo per assicurare alla popolazione futura agli attuali livelli di alimentazione, sarà necessario aumentare del 40-50% la disponibilità di alimenti. Ma, a parte alcuni territori di Africa e America Latina, la possibilità di incrementare le superfici coltivate è piuttosto limitata, in quanto il suolo disponibile per nuove coltivazioni è troppo freddo, arido e/o in forte pendenza. Inoltre l’incremento della popolazione non si distribuisce uniformemente sul pianeta, ma spesso è concentrato proprio dove esistono già problemi di sottoalimentazione.
Anche la concentrazione della popolazione in agglomerati di grandi dimensioni è responsabile dell’incremento dei costi di produzione e di distribuzione degli alimenti e, in definitiva, del loro prezzo. I luoghi di produzione degli alimenti sono sempre più lontani da quelli di consumo. In questo contesto è cruciale o la redistribuzione della popolazione anche sul territorio rurale o lo sviluppo di quei servizi di mercato in grado di razionalizzare e di rendere efficiente la distribuzione degli alimenti (conservazione, imballaggio, trasporto, ecc.). Ovviamente questi servizi hanno un costo, che si ripercuote sul prezzo degli alimenti, a volte più elevato dello stesso costo dell’alimento.
Un altro fattore determinante della tensione sui prezzi delle derrate agroalimentari è l’innescarsi di processi di crescita economica in alcuni Paesi emergenti del Globo. L’incremento del reddito pro capite in taluni Paesi (ad esempio Cina e India) conduce ad una lievitazione della domanda di alimenti, che a sua volta, in presenza di una offerta mondiale sostanzialmente costante, determina la crescita dei prezzi. Ma questo diminuisce le possibilità di accesso al cibo di quei Paesi, o di quegli strati sociali, il cui reddito non è cresciuto e che così si ritrovano relativamente ancora più poveri. Si tratta di una vera e propria «guerra tra poveri», dove gli unici che guadagnano sono coloro che dispongono della proprietà legale del cibo, spesso con intenti speculativi.
Un fenomeno analogo deriva dalla ricchezza dei Paesi sviluppati, che permette loro di consumare — e spesso sprecare — troppi alimenti, aumentandone la domanda e quindi il prezzo. Occorrerebbe una maggiore sobrietà nel consumo di alimenti da parte dei Paesi ricchi, consapevoli del fatto che un incremento dei consumi da parte di taluni può determinare una carenza di alimenti per altri. Per esempio, nei Paesi sviluppati si consuma troppa carne: alcune stime indicano che se i Paesi Meno Avanzati (pma) raggiungessero i nostri livelli di consumo, sarebbero necessari 7 Pianeti per produrre i mangimi da destinare all’allevamento animale. Infatti, l’attività di ingrasso degli animali può essere rappresentata come la trasformazione di alcuni alimenti (i mangimi) in carne. Al contrario di quanto avveniva un tempo, oggi gli animali non mangiano più prodotti di scarto, ma competono con gli uomini, in quanto mangiano gli stessi prodotti (mais e soia, soprattutto). Ecco allora che l’incremento di prezzo delle derrate alimentari è dovuto a comportamenti di consumo elitari, che non tengono conto delle necessità alimentari di coloro che con noi condividono il pianeta e hanno diritto a una porzione adeguata delle sue risorse.
Nei tempi più recenti ha fatto la sua comparsa anche un altro potente protagonista nella competizione per l’allocazione dei prodotti agroalimentari: in seguito al boom del prezzo del petrolio, e di conseguenza delle altre risorse energetiche, assistiamo oggi all’utilizzo di risorse alimentari (soia, mais, girasole, ecc.) per la produzione di energia. In particolare, agli attuali prezzi del petrolio, le derrate agricole possono essere convenientemente utilizzate per la produzione di biodiesel, etanolo, singas (gas di sintesi), biomassa, ecc. Automobili che funzionano a biodiesel o a etanolo sono ormai una realtà, in particolare in Paesi come Stati Uniti e Brasile, così come centrali elettriche che funzionano a singas o a biomassa. Non v’è dubbio che si tratti di un competitore molto importante, in quanto l’economia mondiale è affamata di energia e tutti i mezzi risultano idonei pur di averne in quantità e a basso prezzo.
Significativi sono anche i fenomeni che influenzano l’andamento dell’offerta di derrate agroalimentari. Sicuramente i recenti incrementi del prezzo mondiale degli alimenti, sono dovuti anche all’aumento dei prezzi dei fattori della produzione, soprattutto quelli derivati in qualche modo dal petrolio (forza motrice, concimi, fitofarmaci, trasporti, conservazione, ecc.).
All’aumento dei prezzi dei prodotti agricoli ha sicuramente contribuito anche la presenza di situazioni ambientali avverse. In particolare, appare ormai evidente che i cambiamenti climatici hanno determinato situazioni produttive anomale. Nel 2007 la produzione di cereali in alcuni dei principali Paesi produttori, come Australia o Ucraina, ha subito forti flessioni a causa della siccità. Il che, a fronte di una domanda sostanzialmente rigida, avrebbe favorito un incremento dei prezzi. Non sappiamo se si tratti di un fenomeno episodico o di carattere permanente. Di certo la comunità scientifica e i Governi dei diversi Paesi sono molto preoccupati dal fenomeno del «riscaldamento globale» e dalla crisi idrica che ne dovrebbe conseguire. Se così accadrà, sembrano inevitabili ulteriori aumenti dei prezzi degli alimenti.
Poco sopra abbiamo menzionato l’esistenza di una competizione per l’allocazione dei prodotti agroalimentari fra usi alternativi. Un fenomeno analogo si verifica anche per un fattore produttivo insostituibile per l’agricoltura, la terra coltivabile, che viene destinata a insediamenti di vario tipo (abitazioni, ferrovie, strade, centri commerciali, campi da golf, aeroporti, ecc.). Purtroppo, tale sottrazione avviene molto spesso a scapito dei terreni migliori, ai margini degli antichi insediamenti urbani, che, per le necessità alimentari della popolazione, furono costruiti proprio dove erano presenti i terreni migliori. Si tratta di un processo inarrestabile, in quanto i guadagni che si possono ottenere dall’uso agricolo dei suoli non sono in grado di competere con quelli generati dalle destinazioni alternative extra agricole.
Ad aggravare le prospettive di sicurezza alimentare di taluni Paesi Meno Avanzati contribuirebbe anche l’uso dei terreni per coltivazioni di pregio destinate ai mercati dei Paesi ricchi. Con la produzione/esportazione di derrate agricole destinate ai Paesi ricchi, i Paesi Meno Avanzati cercano di acquisire valuta pregiata con la quale poter poi acquistare altri beni sui mercati internazionali: non a caso si parla in questi casi di cash crop (piantagioni da «cassa»). Si tratta di un fenomeno antico, almeno per prodotti come caffè o cacao, che negli ultimi anni si è ulteriormente esteso: basti pensare, ad esempio, alla coltivazione di fiori per il mercato europeo in Kenya o alla trasformazione delle risaie in allevamenti di gamberetti da esportazione in India. È ovvio che queste produzioni sono in competizione con la coltivazione di cibo per la popolazione locale e conseguentemente contribuiscono all’incremento dei prezzi delle derrate agroalimentari.
Da ultimo esaminiamo una serie di fattori che incidono sull’aumento dei prezzi dei prodotti agroalimentari derivanti dalle modalità concrete con cui funzionano i relativi mercati.
La domanda di prodotti alimentari, in confronto a quella di altri prodotti di consumo, è sostanzialmente rigida, in quanto le necessità biologiche riducono la libertà dei consumatori di comprimerne i consumi, anche a fronte di un aumento dei prezzi. Questo fatto aumenta il potere di mercato dei produttori e le loro possibilità di guadagno, spingendo i grandi potentati economici a tentare di costruire monopoli del cibo, al fine di controllane i prezzi. Vari strumenti vengono utilizzati a questo scopo, tra cui: acquisto massiccio delle terre agricole disponibili; realizzazione di forme di integrazione verticale tra produttori e distributori; espansione dei mercati a termine; tutela brevettuale del materiale genetico necessario per produrre il cibo (semi geneticamente modificati, animali clonati geneticamente modificati, ecc.). Evidentemente condotte di questo genere non possono che sollevare profondi dubbi in termini etici, in considerazione degli effetti che ne possono conseguire. Inoltre, in anni recenti si è registrato un notevole sviluppo di prodotti finanziari derivati, legati all’andamento delle quotazioni dei prodotti agroalimentari, in analogia con quanto è andato accadendo nella gran parte dei mercati borsistici e delle materie prime. L’abbondante liquidità disponibile in alcune aree del mondo, unitamente ai bassi tassi di interesse e all’alto prezzo del petrolio, ha reso il mercato di tali derivati estremamente attraente per speculatori in cerca di opportunità di diversificare il rischio e ottenere maggiori profitti, fino al punto che l’andamento di tali mercati concorre a trascinare i prezzi dei prodotti su cui i derivati si basano. Anche in questo caso è indispensabile sottolineare che una speculazione con tali effetti perde ogni giustificazione sul piano etico: l’attività speculativa, infatti, può ritenersi legittima solo quando rappresenta un incentivo all’efficienza dei mercati ed è al servizio dell’uomo, non più quando diventa un elemento di perturbazione tale da mettere a repentaglio le condizioni di vita di milioni di persone.
Un forte contributo alla contrazione della produzione di cibo con conseguente incremento dei prezzi è dato dalla modificazione delle politiche agricole di alcuni Paesi produttori. In particolare, l’ue, con la c.d. «Riforma Mc Sharry» attuata a partire dai primi anni del 2000, è passata da una politica agricola basata sul sostegno dei prezzi a una basata sul sostegno del reddito dell’agricoltore. Nel primo caso venivano fissati prezzi minimi garantiti e, di conseguenza, i guadagni dei produttori crescevano al crescere delle quantità prodotte. Una politica di questo genere spingeva dunque all’aumento della produzione e delle rese per ettaro, con il ricorso massiccio a concimi, fitofarmaci e irrigazione, e con effetti sicuramente criticabili in termini di impatto ambientale.
La nuova politica agricola dell’UE ha profondamente modificato il modo di produrre in agricoltura, in quanto ricorre a strumenti come:
-         limitazione delle superfici a seminativo;
-         progressiva riduzione dei prezzi interni al livello di quelli che si formano sul mercato mondiale;
-         introduzione di forme di sostegno al reddito dell’agricoltore legate alle superfici coltivate e non tanto alle quantità prodotte (con la conseguenza che l’agricoltore ottiene il sussidio anche se produce poco);
-         obbligo per i grandi produttori di destinare al riposo (set aside) una porzione, variabile di anno in anno, della superficie per la quale fruiscono di sussidi;
-         erogazione di aiuti per l’adozione di tecniche produttive eco-compatibili (riduzione dell’uso di concimi e fitofarmaci, diminuzione delle rese, riduzione del patrimonio bovino e ovino) o conformi alle norme sull’«agricoltura biologica»;
-         erogazione di premi per l’imboschimento di terreni normalmente destinati a seminativo.
È indubbio che tali misure abbiano determinato una consistente spinta alla riduzione della produzione cerealicola europea, peraltro storicamente eccedentaria, con effetti di una certa entità sull’offerta e quindi sui prezzi delle derrate agroalimentari a livello globale.
Da più parti, anche a livello politico, le piante geneticamente modificate sono presentate come una possibile soluzione al problema della fame, in quanto consentirebbero di aumentare la produzione e di conseguenza ridurre i prezzi. La questione è affiorata anche in occasione del vertice FAO di inizio giugno, senza che si potesse giungere ad un accordo, anche per la notoria polemica in materia fra USA, molto favorevoli agli ogm, e UE, tenacemente contraria.
Anche trascurando le implicazioni del ricorso agli OGM in termini di tutela della biodiversità e il fatto che la posizione appena espressa ripropone l’idea che la fame derivi soprattutto dall’insufficiente produzione di alimenti — che abbiamo già visto essere falsa —, le esperienze di coltivazione di ogm in alcuni Paesi evidenziano che le promesse non sono state mantenute, mentre si sono manifestati numerosi effetti negativi, vanificando quegli effetti miracolosi che, secondo alcuni sostenitori, costituirebbero il presupposto per la loro introduzione.
In particolare, per quanto riguarda le piante resistenti ai diserbanti totali, è stato riscontrato che l’uso continuo dello stesso diserbante ha determinato la selezione di piante infestanti geneticamente resistenti al diserbante. Inoltre le piante infestanti sono aumentate, in quanto le piante parentali selvatiche hanno acquisito il transgene che conferisce resistenza al diserbante e le piante transgeniche coltivate in una annata agraria sono divenute infestanti di altre piante transgeniche coltivate in annate successive. Per risolvere questi problemi è stato necessario ritornare ai vecchi diserbanti abbinati ai disseccanti totali.
Anche le piante transgeniche resistenti agli insetti presentano degli inconvenienti, in quanto dopo alcune generazioni anche gli insetti maturano una resistenza genetica alla tossina transgenica. Per evitare la selezione di insetti resistenti, i produttori di sementi transgeniche, ad esempio nel caso del mais, hanno consigliato agli agricoltori di riservare una certa quota della superficie coltivata (aree rifugio) al mais convenzionale, rendendo necessaria l’adozione di una pluralità di tecniche di coltivazione e dunque aumentando la complessità e anche i costi per i produttori agricoli (che infatti non sempre hanno seguito tale consiglio).
Infine, alcuni studi indipendenti condotti da ricercatori di Università americane avrebbero verificato poi che non è sempre vero che le piante transgeniche producano di più. In particolare, indagini effettuate su migliaia di ettari coltivati hanno evidenziato che la soia transgenica produce dal 6% all’11% in meno di quella convenzionale, mentre nel caso del mais transgenico si avrebbe un aumento della produzione del 2,6%.
Come le pagine precedenti hanno provato a mostrare, il problema del contenimento del prezzo del cibo non è di facile soluzione, in quanto coinvolge scelte di carattere politico, economico, sociale e di rapporti internazionali tra i diversi Paesi del globo. Affinché la situazione si normalizzi e si determinino condizioni nutrizionali stabili e sufficienti per tutti, sono necessari comportamenti cooperativi da parte degli organismi che compongono la lunga e complessa filiera di produzione del cibo. Questo comporta, necessariamente, che almeno alcuni comincino a mettere da parte forti interessi particolari per lasciare spazio alla ricerca di un bene comune globale.

Sarà necessario, inoltre, da parte di tutti — e in particolare degli abitanti dei Paesi ricchi — un atteggiamento più sobrio nei confronti del cibo, al fine di maturare una nuova consapevolezza verso un bene del quale nessuno può fare a meno.

domenica 8 dicembre 2013

Mais OGM in Italia. A quante polente dovremo rinunciare?

Da sempre la polenta fa parte dell’alimentazione e della gastronomia di gran parte della popolazione italiana. In tutte le Regioni esistono coltivazioni particolari di mais destinate all'ottenimento di granella idonea alla produzione di farina per polenta. Così, per esempio, in Piemonte troviamo il “Mais 8 file di Antignano”, in Lombardia troviamo il “Mais 8 file di Storo”, in Veneto il “Mais Marano”, nelle Marche troviamo il “Mais 8 file di Pollenza”, ecc.  Nel nostro Paese molti ristoranti vivono, e ricavano reddito,  grazie alla polenta, che rappresenta la base per la produzione di numerosi piatti tipici.

http://www.agricoltura.regione.lombardia.it/cs/Satellite?c=Redazionale_P&childpagename=DG_Agricoltura%2FDetail&cid=1213305708001&packedargs=NoSlotForSitePlan%3Dtrue%26menu-to-render%3D1213287460804&pagename=DG_AGRWrapper

Purtroppo, tutto questo “Ben di Dio” rischia di scomparire se nel nostro Paese sarà  introdotta la coltivazione di mais OGM ….….o, quantomeno, se sarà introdotta la coltivazione di questo mais OGM, che ha il transgene inserito nel genoma nucleare, che ha promotori costitutivi e che ha marcatori antibiotici) . In particolare, abbiamo già spiegato in un altro post che con la coesistenza, in presenza di incertezza produttiva e in assenza di etichettatura dei derivati (carne, latte, uova, ecc.), il mais OGM coltivato per scopi mangimistici è destinato a soppiantare interamente o quasi la coltivazione di mais convenzionale, destinato anch’esso a scopi mangimistici (il mais OGM ha un costo di produzione leggermente inferiore e i derivati da mangimi "non OGM" hanno lo stesso prezzo di vendita di quelli derivati dall’utilizzazione di mangimi OGM, per cui l’allevatore, che non è certo un benefattore, utilizzerà se possibile solo mangimi OGM).
Ma il problema della coesistenza, purtroppo, non riguarda solo il mais destinato alla produzione di mangimi, ma riguarda anche il mais di origine locale e destinato alla produzione di farina per polenta.   In particolare, in una situazione di inquinamento genetico diffuso, in relazione alla forte presenza di mais OGM per la produzione di mangimi (95% del totale),  anche le coltivazioni di “mais 8 file” destinate per la gran parte alla produzione di farina per polenta…..e che polenta! dovranno subire la presenza e l’inquinamento da polline OGM. Da questo punto di vista illuminante è la situazione che si è venuta a determinare in Messico, luogo di origine del mais, dove coltivazioni locali di mais sono state inquinate dal mais OGM.

http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3001031/

Lo scenario, ipotizzabile e fortemente realistico, che si verrà a determinare è molto semplice:

- la coesistenza con il mais OGM determinerà incertezza produttiva per i coltivatori di “mais 8 file”, che non saranno in grado di prevedere il livello di inquinamento che avrà il loro mais una volta raccolto. Se avrà un livello di OGM inferiore allo 0,9% non succederà niente, ma se avrà un livello superiore allo 0,9%, il loro mais dovrà essere etichettato e dovrà essere venduto come “mais OGM”, con la certezza di non venderne nemmeno un chicco. Questo mais, con ogni probabilità, sarà avviato verso la filiera mangimistica, con grave danno economico per i maiscoltori, in quanto il costo di produzione di questo "mais 8 file" è decisamente superiore al costo di produzione del mais per alimentazione animale;

- l’agricoltore convenzionale del mais 8 file in annate successive non potrà continuare a coltivare ai costi del convenzionale o del biologico destinato all'alimentazione umana per poi vendere ai prezzi del mais transgenico destinato all'alimentazione animale;

- dopo pochi anni, se la soglia di inquinamento genetico da OGM continuerà ad essere superiore allo 0,9%, gli agricoltori del mais convenzionale/biologico smetteranno di coltivare il “mais 8 file”, poichè se etichettato come OGM continueranno a non venderne un chicco e, pertanto, saranno costretti a subire forti perdite economiche;

- in questa situazione di incertezza produttiva, causata dalla presenza del “mais OGM”, si avrà una forte riduzione, se non addirittura la scomparsa, delle produzioni tipiche regionali di “mais 8 file”, poichè non più economicamente valide;

- con la scomparsa della coltivazione di “mais 8 file”, anche i piccoli ristoranti tipici avranno conseguenze negative, così come il turismo enogastronomico legato al consumo di questo preziosissimo alimento;

- nella suddetta situazione anche i piccoli mulini locali, che vivono grazie alla produzione di farina di “mais 8 file”, dovranno chiudere e diminuirà, così, anche il grado di autoapprovvigionamento alimentare locale di un territorio!


Scenario alternativo al precedente potrebbe essere la delocalizzazione produttiva del "mais 8 file" in aree marginali, ovvero in aree dove è antieconomica la produzione di "mais OGM". Se così fosse, la produzione di "mais 8 file" sarebbe comunque garantita, ma si avrebbe un forte aumento dei costi di produzione e, conseguentemente, del prezzo della farina per polenta derivante da “mais 8 file”………ma chi paga?........sempre noi?

venerdì 29 novembre 2013

Coesistenza “mais OGM” e “mais convenzionale”, a cosa dovremo rinunciare?

I sostenitori del “mais OGM” affermano che la coesistenza con altre produzioni di mais sarebbe possibile, in quanto il mais non ha parentali selvatiche nel nostro Paese, per cui sarebbe sufficiente controllare con idonee distanze di sicurezza la diffusione del polline dai campi coltivati con piante OGM agli altri campi limitrofi “non OGM”…………..è ancora aperta la discussione su chi dovrà sostenere i maggiori oneri di queste “fasce tampone”. Ovviamente i fautori del “mais OGM” dicono che questi maggiori oneri li dovranno sostenere coloro che vogliono produrre “mais OGM free o biologico”, al contrario i coltivatori di mais convenzionale affermano che questi maggiori oneri li dovranno sostenere coloro che vogliono coltivare “mais OGM”. E’ questa la “vexata quaestio”, in quanto i sostenitori del “mais OGM” sanno benissimo che nel caso in cui fossero loro a dover sostenere gli oneri della coesistenza, non ci sarebbe alcun vantaggio economico. Vantaggio economico che si annulla completamente nei Paesi dove è prevista la separazione di filiera tra “mais OGM” e “mais convenzionale”, poiché i costi di coesistenza (aree tampone nei campi coltivati, pulizia delle macchine per la semina e la raccolta, conservazione in specifici silos, analisi genetiche di certificazione, specifica etichettatura degli alimenti, ecc.), anche ad un primo sommario giudizio, sono sicuramente superiori al vantaggio economico ottenibile dalla coltivazione in campo. Che sia chiaro, fino a quando il consumatore richiederà l’etichettatura degli alimenti OGM, ad esclusione delle ditte che vendono il seme, non ci sarà alcun vantaggio economico per nessuno.
Anche nel caso di coesistenza, noi consumatori, in relazione al fatto che sarà impossibile avere la certezza di produrre “mais OGM free”, dovremo comunque rinunciare a qualcosa. In particolare, pur nella consapevolezza che il 90% del mais prodotto in Italia è destinato all’alimentazione animale e ai digestori per produrre energia elettrica (Zea mays sub-sp. indentata), dovremo comunque rinunciare ad avere la certezza che gli alimenti derivanti da altre tipologie di mais (per uso alimentare umano) siano effettivamente “OGM free”, poiché l’inquinamento genetico prodotto dal “mais OGM” è solo in parte controllabile.  
In Italia le superfici investite a mais sono dell’ordine di 1 milione di ettari (per averne un’idea, 1/30 della superficie nazionale), che originano una produzione di circa 10 milioni di tonnellate, destinate, come si è detto, per oltre il 90% all’alimentazione animale e ai digestori per biogas. Rimangono 1 milione di tonnellate (1miliardo di kg) destinati alle utilizzazioni più disparate, compresa l’alimentazione umana. Dalla lavorazione della granella di mais si ricavano:
Prodotti alimentari: olio, farine per pane, polenta, zucchero, biscotti, ecc.;
Bevande alcooliche come birra e liquori;
Prodotti farmaceutici come acetone, aldeide acetica, acido citrico, acido lattico, acido fumarico, ecc.;
Prodotti dell’industria cartaria, tessile, ceramica e di quella delle vernici e degli esplosivi.
Per quanto attiene ai prodotti alimentari, si tratta soprattutto di mais particolari, che spesso sono rappresentati da prodotti tipici di un territorio (mais otto file, mais bianco, ecc.). Così, per esempio abbiamo le seguenti sottospecie di mais destinate per la gran parte all’alimentazione umana diretta:
- Zea mays sub-sp. everta: mais da far scoppiare (pop-corn).Raggruppa tipi primitivi, con piante prolifiche e accestite, portanti spighe piccole e numerose. Le cariossidi sono molto piccole (1.000 pesano 100 grammi e meno), hanno endo­sperma completamente vitreo, traslucido, molto proteico e se riscaldate «scoppiano» aumentando assai di volume e formando una massa bianca e porosa (pop-corn).
- Zea mays sub-sp. indurata: mais vitreo o plata («flint corn»). Ha cariossidi tondeggianti, con endosperma farinoso all'interno e corneo tutt'intorno. Moltissimi mais europei di antica introduzione appartengono a questo tipo. Questo mais è preferito nell'alimentazione umana e in avicoltura («Plata»).
- Zea mays sub-sp. amylacea: mais amilosico («soft corn»). Deriva da mutazioni che inducono modificazioni nella costituzione dell'amido (prevalenza di amilosio rispetto all'amilopectina) ed è destinato a specifiche preparazioni alimentari.
- Zea mays sub-sp. saccharata: mais zuccherino («sweet corn»). L'endosperma contiene poco amido e molti carboidrati solubili. Le spighe raccolte alla maturazione latteo-cerosa, costituiscono un ortaggio apprezzato da consumare fresco in insalata o inscatolato.
Come si è potuto notare, sono tante le sottospecie di mais…….…..mais non è solo quello destinato all’alimentazione animale, esistono sottospecie di mais destinate all’alimentazione umana diretta e non solo mediata dagli animali.
Le domande che ci possiamo porre sono le seguenti:
-         è giusto che con l’introduzione di “mais OGM” non sia più possibile avere a disposizione per l’alimentazione umana mais delle precedenti sottospecie sicuramente esente da OGM?”

-         è giusto che la presenza di “mais OGM” metta in difficoltà i coltivatori e gli utilizzatori di mais tradizionale?


-         è giusto che le incertezze produttive determinate dalla presenza del “mais OGM” possa determinare nel lungo periodo la scomparsa delle produzioni tipiche di mais tradizionale di un territorio?

martedì 19 novembre 2013

Il prezzo di mercato della “soia OGM” è inferiore al prezzo della “soia OGM free”


Tra gli elementi che devono essere considerati per valutare la convenienza ad introdurre una determinata coltivazione, oltre al costo dei mezzi tecnici e delle operazioni colturali, di estrema importanza è anche il prezzo di vendita sul mercato.
Per quanto riguarda la soia, l’unico prodotto per il quale al momento il mercato consente di operare un giusto confronto, il prezzo di mercato della “soia OGM free” è sicuramente superiore a quello della “soia OGM”.
Per operare questo confronto è sufficiente osservare il Bollettino della Borsa Merci di Bologna, l’unica Borsa Merci che riporta dati tra loro confrontabili, stessa materia prima “OGM” e “non OGM”.


E’ interessante notare il diverso prezzo, sempre superiore, dei trasformati di soia non derivanti da OGM, rispetto a quelli OGM. In particolare:
- Soia tostata integrale Estera non derivante OGM…………...…….497/498 €/T
- Soia tostata integrale Estera………………………….…………….474/475 €/T

Una differenza di 24/25 €/T, pari al 5% circa.

- Soia tostata Decorticata estera non derivante OGM………….……540/542 €/T
- Soia tostata Decorticata estera……………………….……….…….478/480 €/T

Una differenza di 60/62 €/T, pari all’11% circa.

Qualcuno, osservando Bollettini Merci che riportano prezzi di soia nazionale (non OGM) più bassi della soia estera (probabilmente OGM), afferma, erroneamente, che non è vero che la “soia OGM free” ha un prezzo superiore alla “soia OGM”, anzi è vero il contrario. Trattasi di un confronto errato, che non è fattibile, in quanto si tratta di due prodotti completamente diversi, caratterizzati da un contenuto proteico diverso. In particolare, la soia nazionale costa meno della soia di importazione perchè ha un contenuto proteico intorno al 43% e non perchè non è OGM, mentre la soia estera costa di più di quella nazionale perchè ha un contenuto proteico intorno al 49% e non perchè è OGM.

venerdì 8 novembre 2013

Il Ministro dell'Ambiente Andrea Orlando e la libertà per ogni stato membro di non coltivare OGM

Il Ministro dell'Ambiente, Andrea Orlando, ha commentato la richiesta inviata dalla Commissione di Bruxelles al Consiglio Europeo dei Ministri di avviare un nuovo dibattito sulla cosiddetta "proposta sulla coltivazione", sulla quale il Parlamento Europeo ha già espresso il proprio parere. La proposta consentirebbe agli Stati membri di limitare o di vietare la coltivazione di Ogm sul proprio territorio per motivi diversi dalla tutela contro i rischi per la salute e l'ambiente, come per esempio le specificità delle singole nazioni. Il Ministro ha affermato che "La proposta della Commissione europea di lasciare ai Paesi membri più autonomia sugli Ogm rafforza la posizione dell'Italia, contraria all'uso di prodotti transgenici nella sua agricoltura. Viene coronato un impegno che il ministero porta davanti da anni".
"L'Italia ha un'agricoltura fatta di qualità, di colture biologiche, di prodotti apprezzati nel mondo. Gli Ogm, invece, sono produzioni massive, commodity per l'agroindustria multinazionale, e non sono convenienti per la crescita della green economy, che aiuta le imprese italiane a intercettare la ripresa. Per questo motivo - ricorda Orlando - nelle scorse settimane ho scritto al ministro delle Politiche agricole, Nunzia De Girolamo, per ricordarle il divieto italiano alla coltivazione del granturco geneticamente modificato e le sanzioni. Ma soprattutto è urgente che si muovano le Regioni - conclude il ministro - varando quelle 'regole di coesistenza' che difendano le produzioni tipiche nazionali, uno dei valori dell'Italia nel mondo, dai nuovi prodotti transgenici".
Al Ministro Orlando, persona seria ed onesta, è però necessario ricordare che la “libertà agli Stati membri di vietare la coltivazione degli OGM sul loro territorio è subordinata alla realizzazione di altre manovre, come per esempio l’etichettatura dei “derivati da OGM” (carne, latte, uova, ecc.), poiché, se così non fosse, la norma potrebbe risultare un “cavallo di Troia” per l’introduzione degli OGM nel nostro Paese.


Al Ministro Orlando occorre poi ricordare che anche la norma sulla coesistenza, se non attuata in modo serio e consapevole, può trasformarsi in un mezzo per agevolare l’ingresso degli OGM nel nostro Paese.



venerdì 12 luglio 2013

Finalmente, era ora. divieto di coltivazione degli OGM

Finalmente, era ora. Il Ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali Nunzia De Girolamo, della Salute Beatrice Lorenzin e dell'Ambiente e della tutela del territorio e del Mare, Andrea Orlando hanno firmato oggi, 12 luglio 2013, il decreto interministeriale che vieta in modo esclusivo la coltivazione di mais geneticamente modificato MON810 sul territorio italiano. Il divieto è così in vigore fino all'adozione delle misure previste dal regolamento comunitario 178/2002 e comunque per un periodo di massimo diciotto mesi. Il provvedimento sarà immediatamente notificato alla Commissione europea e agli altri 27 Stati membri dell'Unione europea.
"Con i Ministri Lorenzin e Orlando avevamo preso un impegno preciso sugli Ogm, considerate anche le posizioni unitarie del Parlamento e delle Regioni. Con il decreto che abbiamo firmato oggi - spiega in una nota De Girolamo - vietiamo la sola coltivazione del mais Mon810 in Italia, colmando un vuoto normativo dovuto alle recenti sentenze della Corte di Giustizia europea. È un provvedimento che tutela la nostra specificità, che salvaguardia l'Italia dall’omologazione. La nostra agricoltura si basa sulla biodiversità, sulla qualità e su queste dobbiamo continuare a puntare, senza avventure che anche dal punto di vista economico non ci vedrebbero competitivi. Il decreto di oggi è solo il primo elemento, quello più urgente, di una serie di ulteriori iniziative, con le quali definiremo un nuovo assetto nella materia della coltivazione di Ogm nel nostro Paese"
Il divieto di coltivazione del Mais MON810 è motivato dalla preoccupazione sollevata da uno studio del Consiglio per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura, 

http://www.infogm.org/IMG/pdf/italie_lettre_moratoire_mon810_avril2013.pdf

consolidato da un recentissimo approfondimento tecnico scientifico dell’Istituto Superiore per la protezione e la ricerca ambientale, che ne evidenzia l'impatto negativo sulla biodiversitànon escludendo rischi su organismi acquatici, peraltro già evidenziati da un parere dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare reso nel dicembre 2011.
Il decreto giunge a conclusione della procedura di emergenza attivata dal nostro Governo nell'aprile 2013, ed è giuridicamente sostenuto anche dal precedente provvedimento di divieto di coltivazione di Organismi geneticamente modificati, fondato su analoghe motivazioni, adottato il 16 marzo 2012 dal Governo francese e tuttora in vigore. Le sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione europea, cui l'Italia si conforma, ribadiscono la legittimità di misure di coesistenza che salvaguardino le colture tradizionali e biologiche, e che dovranno essere adottate dalle Regioni conformemente alla sentenza n. 116 del 2006 della Corte costituzionale, nel quadro di una organica e condivisa disciplina statale che definirà principi comuni al fine di garantire il rispetto della libera concorrenza e della libertà di iniziativa economica, a parità di condizioni sull’intero territorio nazionale.
Si auspica che in futuro la “Clausola di salvaguardia” possa essere chiesta anche per motivazioni economiche e non soltanto per motivazioni salutistiche o ambientali. In particolare, è ormai assodato che:

1 – questi OGM non sono adatti all’agricoltura italiana. L’Italia, anche con gli OGM,  con le sue piccole aziende agricole non potrà mai competere sul mercato mondiale sulla base dei bassi costi e dei bassi prezzi, ma potrà competere solo sulla base della qualità;



2 – con gli OGM l’agricoltore non guadagnerà di più, perché se è vero che calano i costi è altrettanto vero che calano anche i prezzi di mercato, in quanto il prezzo non viene fissato dall’agricoltore (in agricoltura, nel lungo periodo, costo unitario medio, costo marginale e prezzo di mercato tendono a coincidere). Anche l’esplosione delle superfici coltivate a livello mondiale in certi Paesi non è sinonimo di maggior reddito per il coltivatore, ma è dovuta alla mancata etichettatura degli alimenti OGM in questi stessi Paesi;



3 – gli OGM favoriscono la delocalizzazione produttiva. Quando avremo piante che “resistono” ad ogni avversità e ad ogni condizione pedoclimatica, è molto probabile che la loro coltivazione si sposterà in Paesi che hanno situazioni di costo di produzione più favorevoli delle nostre;



4 – il brevetto sugli OGM rende dipendente il coltivatore dalle multinazionali del seme, che potrebbero avviare coltivazioni con contratti di soccida per le piante sulla falsa riga di quello che già avviene nell’allevamento animale;



5 -  non è vero che con gli OGM la produzione per ettaro è superiore a quella delle sementi convenzionali;



6 – gli OGM sono contro la biodiversità, poiché il patrimonio genetico delle piante OGM coltivate deriva da un ristretto numero di cellule trasformate;


7 – gli attuali OGM hanno il transgene inserito nel nucleo e determinano “inquinamento genetico” e, pertanto non rendono possibile la coesistenza con altre forme di agricoltura, sia essa convenzionale o biologica. Da rilevare che, oggigiorno, le moderne tecniche di ingegneria genetica consentirebbero di introdurre il transgene nei cloroplasti, evitando così l’inquinamento genetico;



8 – gli OGM favoriscono le strategie di appropriazionismo e di sostituzionismo del settore industriale nei confronti del settore agricolo. Con gli OGM il reddito dell’agricoltore nel lungo periodo è destinato a diminuire;



9 – gli OGM possono determinare la scomparsa dell’industria sementiera nazionale, determinando così grande preoccupazione per la sicurezza alimentare, sia da un punto di vista quantitativo, sia da un punto di vista qualitativo.



10 – gli OGM da soli non risolvono il problema delle micotossine;





11 – le piante OGM resistenti ai diserbanti non risolvono il problema delle erbe infestanti, in quanto:
                        - le erbe infestanti dopo pochi anni maturano una resistenza genetica al diserbante;
                        - le erbe infestanti parentali acquisiscono il transgene dalle piante OGM coltivate e diventano esse stesse resistenti al diserbante;
                        - le piante transgeniche coltivate (per esempio colza OGM) in annate successive diventano esse stesse infestanti di altre coltivazioni;



12 – non risolvono il problema degli insetti nocivi (anche utilizzando il mais BT, la piralide dopo pochi anni diventa resistente alla tossina BT);



martedì 28 maggio 2013

LA DIPLOMAZIA USA E LE MULTINAZIONALI DEGLI OGM


di G. Sinatti - 26 maggio 2013

Un'analisi di 926 cablogrammi diplomatici del Dipartimento di Stato provenienti da 113 paesi, fra il 2005 ed il 2009, svolta dall'organizzazione americana Food & Water Watch, dimostra le fortissime pressioni esercitate dalla diplomazia Usa sui Paesi esteri, specialmente quelli meno sviluppati, per spingerli a introdurre le colture modificate geneticamente nella loro agricoltura, nonostante fin dal 2009 il prestigioso International Assessment of Agricultural Knowledge, Science and Technology for Development abbia dimostrato che i costi elevati dei semi e dei prodotti chimici correlati, l'incertezza sulle rese ed i rischi per la sicurezza alimentare locale rendano questi prodotti una scelta errata per i Paesi in via di sviluppo.
Impostata come una "diplomazia della scienza", l'azione diplomatica si coordinava con le attività dello USAID (agenzia governativa Usa per lo sviluppo internazionale) e del ministero dell'agricoltura Usa (USDA), indipendentemente dall'orientamento politico dei governi Usa, come dimostra la piena continuità da Bush ad Obama di questa azione di pressione. L'esigenza di sostenere gli ogm in agricoltura dipende dalla fortissima opposizione che queste colture hanno trovato non solo in Europa, ma anche in Sud America, Asia, Oceania ed Africa, dove, ad esempio, oltre 400 organizzazioni, ad esempio, hanno richiesto nel 2012 il bando della coltivazione e dell'importazione di sementi biotech.
Per un mercato mondiale che, secondo i dati ISAAA (l'organizzazione statunitensi pro-Ogm), vale 15 miliardi di dollari l'anno, proprio l'Africa rappresenta la "frontiera finale" della diffusione delle colture biotech. Allineato con questa impostazione, il Dipartimento di Stato, per esempio, si concentra sul Kenya, fondamentale per bocca della stessa segretaria del Dipartimento di Stato, Hillary Clinton che dichiara: "Con il Kenya alla guida delle biotecnologie e della biosicurezza, non solo possiamo rafforzare l'agricoltura in Kenya, ma il Kenya può diventare il leader di tutta l'Africa". Ecco quindi che la diplomazia Usa affianca le sperimentazioni, rivelatesi poi fallimentari, di Rockfeller Foundation, Gates Foundation e Monsanto sulla cassava e sulle patate in Kenya, sul fagiolo dall'occhio, sul sorgo e ancora sulla cassava in Nigeria, così come in altri 42 Paesi oggetto della pressione Usa, sfruttando anche i programmi che lo Usaid gestisce in stretto partenariato con Monsanto, DuPont, Cargill e Syngenta.
Ai Paesi africani si prospetta anche la possibilità di penetrare con i loro prodotti a basso costo nel mercato europeo, in modo da colpire uno dei maggiori ostacoli alla diffusione degli Ogm agro-alimentari: le norme sull'etichettatura obbligatoria. Esse vengono adottate, oltre che dall'Unione Europea, anche da Australia, Brasile, Cina, Giappone, Nuova Zelanda, Russia, Arabia Saudita, e Sud Corea, con soglie di contenuto GM che variano da zero al 5 per cento. Per questo, la pressione diplomatica Usa si concentra in modo particolare sull'ottenere dai governi esteri regolamentazioni e normative che consentano l'utilizzo di sementi e colture biotech e che non adottino etichettature obbligatorie per tracciare la presenza di OGM nei prodotti agro-alimentari.
Contro l'Europa in particolare gli Usa combattono una lunga battaglia di diplomazia commerciale, sfruttando anche le regole dell'organizzazione mondiale del commercio (WTO) per fare breccia nei bandi che molti Paesi europei hanno proclamato contro le colture geneticamene modificate in agricoltura.
La lotta contro le resistenze europee è particolarmente dura e si concentra sui Paesi di più recente accessione all'Unione Europea, come Romania e Bulgaria, chiedendo alla prima, ad esempio, di "svolgere un ruolo attivo per difendere la possibilità di utilizzo delle colture biotech da parte degli agricoltori", ed alla seconda di "diventare un modello di successo e sostenere l'agricoltura biotech nella UE".
Ma non sono solo i nuovi Paesi europei il bersaglio della pressione Usa, ma le stesse maggiori agricolture europee, come quella italiana, fortemente ostile all'introduzione degli Ogm. Risulta chiaramente da un cablogramma del 23 novembre 2005 che il Dipartimento di Stato non si fa scrupolo di utilizzare tutti gli strumenti mediatici e comunicativi, inclusa l'organizzazione da parte del consolato Usa di Milano, in Italia, col sostegno della Regione Lombardia, di un tour pro-ogm nel settembre 2005 da parte di un eminente studioso Usa, il prof. Bruce Chassy, in quattro città del nord Italia, comprendente l'incontro con alti dirigenti del Ministero dell'Agricoltura italiano, una storica intervista al settimanale di centro-sinistra L'Espresso ("Non sparate sugli Ogm", L'Espresso, 15 settembre 2005), ripetute comparizioni televisive, oltre all'intervento pro-ogm davanti a 200 studiosi e rappresentanti pubblici, in occasione della "Prima conferenza mondiale sul futuro della scienza" promossa a Venezia dalla Fondazione Veronesi.

L'ampio report di Food & Water Watch è uno lavoro fondamentale perché dimostra come nella questione degli Ogm in agricoltura non sono solo in gioco modelli diversi di concepire la produzione agricola ed il rapporto tra agricoltura e ambiente, ma sono soprattutto in gioco la sovranità alimentare e l'indipendenza economico-commerciale dei Paesi dalle strategie mondialiste delle grandi multinazionali che fondano il loro potere sulla capacità di controllare il cibo del mondo.

venerdì 29 marzo 2013

Anche negli U.S.A. qualcuno si muove per l’etichettatura degli alimenti OGM


Negli U.S.A. “WHOLE FOODS MARKET”, una catena di supermercati specializzata nella vendita di prodotti naturali e biologici, ha annunciato che, entro il 2018, tutti i prodotti venduti nei suoi magazzini, dovranno avere un'etichetta sulla quale sarà riportata l'eventuale presenza di organismi geneticamente modificati (OGM), “con l’obiettivo di consentire ai consumatori di compiere delle scelte informate riguardo agli ingredienti GM”.
Obiettivo di Whole Foods Market è quello di fornire una scelta informata ai consumatori per quanto riguarda gli ingredienti geneticamente modificati. Prodotti etichettati in modo chiaro, al fine di consentire ai clienti che vogliono evitare gli alimenti a base di OGM di farlo.
E’ stata fissata la scadenza del 2018. Entro il 2018 tutti i prodotti venduti nei negozi degli Stati Uniti e del Canada dovranno essere etichettati per indicare se contengono organismi geneticamente modificati (OGM). Whole Foods Market è la prima catena alimentare degli U.S.A. a fissare un termine per la piena trasparenza degli OGM.

martedì 25 settembre 2012

Socio-economic analysis of GMO


In Italy, and in other European Union countries, agriculture has functions which are more than the simple production of food or raw materials. Agriculture has a role of fundamental importance for the protection and maintenance of the territory, for landscape conservation and protection (hedges, dry-stone walls, olives, citrus fruit, special rows of trees, etc.), for the protection of flora and fauna, for the preservation of biodiversity, for the creation of areas for recreation, for the preservation of the traditional culture of rural territory, and for the mitigation of the negative consequences on the environment, caused by other production and consumption activities.
    Let’s suppose for a moment that our country could do without agriculture for food production: could it also do without agriculture for territory protection? The answer is certainly in the negative, since the presence of agriculture in a territory managed like ours is synonymous with “safety and protection of the environment”. Our society must therefore adopt agrarian policies capable of protecting the farmer’s income, in order to guarantee him those indispensable rewards that will make him remain on the land.
    Unfortunately, the existing transgenic organisms will not guarantee a higher income for the producer, because in agriculture, as is well known, a cut in production costs corresponds, in the long run, to a fall in products’ sale prices, thus annulling the profits (it should be pointed out that a price fall would also imply a real income loss for the  producer: non-agricultural products would cost more in terms of agricultural products).
    The producer’s reduced income is also a consequence of the fact that GMO (= Genetically Modified Organisms) substantially neutralise the production factors directly introduced by the entrepreneur. At the same time, GMO require a major input of external factors of industrial origin, that must be acquired on the market.
    The increase in producer’s income could come from a differentiation of products towards those with an added value (food with more proteins, more vitamins, fewer calories, parthenocarpy, etc.). However, these earning opportunities can come about only if the market is “free”. If  production is carried out “on contract” – which is more likely -  the profit increase would favour almost exclusively the patent holder of the transgenic plant.
    From a first appraisal,  it can be asserted that existing transgenic crops are the first step towards a complete automation of the process of production (precision farming, almost impossible to realise on Italian territory) and towards a standardisation of food production. Production will be controlled by satellites, will not need the farmer and will determine an increase in the return on capital to the detriment of returns destined to the remuneration of other productive factors. It is in this context, among other things, that the premises are created for a shift in control of rural territory, from the farmer (no longer able to obtain an income from his own production factors) to individuals that have nothing to do with agricultural activity, who with their own capital or with capital of third parties will be able to take over not only cultivation but also farm property.
     For a “sustainable development” of our agriculture, the laws regarding the patenting of transgenic products will then have to be revised. It is not acceptable that he who inserted a gene in a plant therefore acquires the right for the “de facto monopoly” on that plant, thus preventing its free cultivation. This assertion is supported by the consideration  that, the moment  when the transgenic plant is considered equal to the “non-transgenic” and the farmers start growing it, even those farmers who initially did not intend to cultivate it will be forced to do so. This is due to the fact that they will have to operate in a market where the price of that product will be in proportion to the (lower) production costs of the transgenic plant. Therefore, if growers want to remain competitive in the market, they will have to change their production to transgenic. In this way a de facto monopoly for the market of the seeds of that plant could be created.
    In  this context we may place the misgivings expressed by some about the relation between “agriculture and the lords of the genes”, or rather between the farmers and the “owners” of the genetic material from which that same product originates. How can this patent be exploited? Are there any limits to the economic exploitation of the invention, or is everything permitted to the patent holder?
    Undoubtedly, these questions need definite answers about the possible consequences on the agricultural sector of the patent’s exploitation. We might even think of a situation in which the farmer does not buy the seed himself, but he receives it from the same company that owns the patent and will also own the final product. Production will be carried out by the grower on the basis of an “agreement” prescribing pesticides to be used, agricultural operations to carry out and everything  else necessary for the final product . For his work, the farmer will receive a lump-sum remuneration embracing his labour and the use of special equipment. In such a situation, the grower is relieved  of  most of the business risks, but at the same time he becomes a supplier of labour and capital, to the advantage of the integrating company, which remains the owner of the seed and the final product. Obviously, in a market economy, the grower’s remuneration for a production on commission would be subject to the law of supply and demand. So what will happen when the company that owns the seed finds a grower able to provide the same services at a lower cost, or when it finds another country with more favourable production costs? Obviously, other conditions being equal and operating on a global scale, it will move its production to where it costs less.
     In a not too distant future, our products will have to face competition with products from countries with much lower production costs, from countries where the use of certain chemicals (either fertilisers or pesticides) is not regulated, from countries where child labour, far from being eliminated, is enforced and exploited, from countries not able to guarantee the genetic material from which the product is derived. This list could go on. That is why in the next few years the problems related to national agriculture may, very probably, stem from market globalisation and from the subsequent setting up of a huge world-wide market of food products, where the absolute rule will be producing more (it doesn’t matter how) at the lowest possible cost.
    Nevertheless, in this context some questions must be asked: are low costs and market globalisation compatible with the quality of production which we all wish for?  Do they assure an income for agricultural producers from areas that are at a “disadvantage” as far as production factors’ costs are concerned? Are they compatible with the sustainable development of the territory? Can they preserve the cultural, economic, social and professional  identity of a territory?
    These questions must have definite answers in order to verify if, over a long period,  the transgenic organisms and the subsequent process of market globalisation represent an opportunity for our country agriculture or rather a dangerous path that could bring harmful effects on the well-being of our society.