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venerdì 27 giugno 2014

Chiara Tonelli e i nutraceutici OGM.......una problematica seria

La prof. Chiara Tonelli, nota sostenitrice delle piante OGM per scopi alimentari, ha recentemente rilasciato una intervista pubblicata da “Tutto scienze e tecnologia” dal titolo “Siete pronti a curarvi con carote, girasoli e pomodori OGM?”. Sinceramente la mia risposta è positiva, poiché se mi ammalerò, vorrò, nel limite del possibile, anche guarire. Però non sono d’accordo sul fatto di nutrirmi con questi alimenti, per cui spero essi siano venduti in farmacia. Perché il problema è proprio questo: quando ci saranno questi pomodori miracolosi, arricchiti di qualsiasi cosa, chi potrà garantirmi una scelta consapevole?   Potrò essere sicuro di mangiare quello che ritengo più opportuno e salutare per me, per la mia famiglia e per i miei figli?


Pertanto, non si vogliono mettere in discussione le reali capacità nutrizionali/”farmacologiche” di questi alimenti, che dovranno essere vagliate e supportate da specifiche indagini scientifiche, ma sussistono elementi di chiarezza che non possono essere elusi. In particolare, in questi ultimi anni sempre più spesso la ricerca genetica ci ha  stupito con le sue possibilità applicative. Le promesse sono entusiasmanti, piante alimentari che produrranno vitamine di ogni tipo e che salveranno dalla cecità milioni di bambini, frutti che potranno rimanere sugli scaffali dei negozi di vendita per settimane o, forse mesi, senza marcire, alimenti ricchi di licopene, che impediranno la formazione di qualsiasi tipo di cancro, alimenti ricchi di “Omega 3”, che impediranno l’invecchiamento delle nostre cellule e ci allungheranno la vita, “frutti particolari”, che impediranno la diffusione di malattie fortemente invalidanti, alimenti “ipocalorici”, in grado di banalizzare ogni dieta alimentare e l’elenco potrebbe continuare ancora e stupirci ancor di più. Sarà vero benessere o pura utopia? Miglioreranno la nostra salute o saranno fonte di angosce?

 

Come ci fa notare la prof. Tonelli, le promesse sono entusiasmanti, ma occorrerà considerare, così come sostengono alcuni studiosi, che qualsiasi manipolazione ingegneristica tesa a modificare il contenuto nutrizionale degli alimenti, interferendo in modo profondo con importanti vie metaboliche, può dar luogo a variazioni della concentrazione di altri importanti nutrienti, comprese, purtroppo, alcune tossine. Per esempio, inaspettatamente, il mais Bt (resistente alla piralide), già largamente coltivato negli U.S.A., presenta un elevato contenuto di lignina rispetto al mais isogenico. Un altro esempio è costituito dal pomodoro arricchito di betacarotene, che presenta, però, un basso contenuto in licopene. La problematica è sicuramente importante e fa sorgere alcune domande:

-   nel caso in cui non ci trovassimo di fronte allo stesso alimento (un pomodoro che a causa della modificazione genetica ha perso parte delle sue normali caratteristiche nutrizionali), lo potremo comunque utilizzare con le stesse modalità dell’alimento convenzionale?

-   otterremo da questo alimento gli stessi apporti nutrizionali?

-   il nutraceutico determinerà sicuramente una diminuzione della probabilità di contrarre una certa malattia, ma la possibilità di contrarre altre malattie rimarrà la stessa, diminuirà o aumenterà?

-   la nostra dieta quotidiana potrà rimanere la stessa, oppure dovrà subire delle modificazioni in relazione alla presenza di un alimento funzionale che, oltre all’apporto/sottrazione di quel nutrimento, porta con sé altri effetti nutrizionali?



Purtroppo, però, le aspettative non sono tutte favorevoli, in quanto questi nuovi alimenti prima di essere utilizzati dovranno rispondere a requisiti minimi essenziali di sicurezza alimentare ed ambientale, sui quali non è possibile derogare. Tali requisiti possono essere così individuati:

-                                                                                             da un punto di vista nutrizionale essi non dovrebbero avere controindicazioni di alcun tipo, in quanto quello della “sicurezza alimentare del cibo” è un prerequisito del quale non si dovrebbe nemmeno discutere; il cibo, per sua natura e in quanto tale, non deve nuocere alla salute (per esempio, come è risaputo, un’elevata assunzione di vitamine liposolubili, come per esempio la vitamina A, può determinare effetti dannosi per l’organismo simili a quelli di una carenza di queste stesse vitamine);

-                                                                                             essi dovranno avere una comprovata e significativa azione preventiva nei confronti di talune malattie;

-                                                                                             l’alimento funzionale dovrà svolgere la sua attività nell’ambito della normale dieta giornaliera e non dovrà essere oggetto di specifica somministrazione come nel caso dei farmaci;

-                                                                                             da un punto di vista della produzione agricola vi dovrà essere comprovata possibilità di coesistenza con altre forme di agricoltura convenzionale e/o biologica (non vi dovranno essere fenomeni di inquinamento genetico delle forme di agricoltura convenzionale);

-                                                                                             vi dovrà essere separazione netta della filiera distributiva di questi “prodotti arricchiti” da quelli convenzionali;

-                                                                                             essi dovranno essere caratterizzati da un favorevole grado di redditività per l’agricoltore, a prescindere dal pagamento di royalty e dalla presenza di contratti di coltivazione;

-                                                                                             vi dovrà essere una reale accettazione da parte dell’utilizzatore, sia esso privato o industria di trasformazione;

-                                                                                             non dovranno agevolare comportamenti di consumo parossistici, sia da un punto di vista della sostituzione di altri alimenti convenzionali, sia da un punto di vista della loro utilizzazione per prevenire situazioni patologiche inesistenti.

Occorrerà poi risolvere alcuni problemi strettamente connessi al loro consumo. In particolare:

-             esiste un problema di conservazione casalinga di questi alimenti, al fine di evitare azioni di consumo che non siano consapevoli, soprattutto da parte dei bambini;

-             occorrerà valutare attentamente eventuali interazioni con altri alimenti funzionali o con altri farmaci;

-             occorrerà riorganizzare il sistema di distribuzione di queste derrate agricolo/alimentari/farmaceutiche, al fine di evitare comportamenti illeciti;

-             occorrerà creare specifiche e dettagliate modalità di comunicazione delle caratteristiche di questi prodotti;

-             occorrerà evitare che essi siano considerati dal consumatore alla stessa stregua di un farmaco e come tali siano consumati;

-             occorrerà considerare che la domanda di nutraceutici non raggiungerà livelli elevati, per cui  il loro prezzo di mercato per unità di peso sarà sicuramente più elevato di quello degli omologhi prodotti convenzionali. Come cambierà l’assunzione degli altri fattori nutrizionali? Saranno assunti nelle precedenti quantità, oppure in quantità ridotta a causa del maggior prezzo del nutraceutico?;

-             occorrerà verificare se il prezzo unitario del “fattore nutrizionale funzionale”, sarà competitivo rispetto alle altre opportunità di acquisizione della funzionalità attraverso l’assunzione di altri alimenti presenti sul mercato;

-             in termini quantitativi, il fattore nutrizionale introdotto con la modificazione genetica in un determinato alimento, dovrà essere superiore a quello che è normalmente contenuto in altri nutrienti convenzionali. E’ inutile modificare geneticamente un alimento se è possibile ottenere la stessa funzionalità da altri alimenti;

-             l’efficacia degli “alimenti funzionali transgenici” dovrà essere uguale a quella ottenibile dagli integratori alimentari e dai farmaci che essi andranno a sostituire;

-             le modalità di assunzione non dovranno presentare difficoltà, soprattutto in termini di praticità e di semplicità di assunzione in viaggio o nei luoghi di lavoro;

-             occorrerà verificare se essi consentiranno di acquisire con una certa facilità la dose giornaliera di principio attivo in grado di prevenire quella particolare patologia;

-             occorrerà verificare se essi svolgono la loro attività anche nel caso in cui siano sottoposti a trattamenti termici di cottura e/o di preparazione culinaria in genere;

-             essi non dovranno perdere la loro funzionalità nel caso in cui siano oggetto di conservazione nel tempo;

-             la loro reperibilità  non dovrà essere più difficoltosa di quella degli “integratori alimentari” e dei farmaci che essi andranno a sostituire;

-             occorrerà considerare che essi aumenteranno le incertezze nutrizionali dei consumatori, in relazione alla presenza sul mercato di nutraceutici con diverso contenuto di principio attivo (per esempio, ogni ditta potrà produrre una patata arricchita di vitamina A con un diverso contenuto di vitamina per kg di prodotto) ed in relazione alla possibilità che, in modo fraudolento, vengano venduti come funzionali alimenti che non lo sono;

-             essi potrebbero favorire comportamenti di consumo dannosi per la salute del consumatore (il consumatore potrebbe essere portato ad assumere il succo di frutta arricchito di vitamine e a non mangiare più la  frutta!);

-             essi potrebbero assecondare il mantenimento di errati stili di vita da parte del consumatore (in presenza di un alimento arricchito che può avere effetti positivi sulla formazione di neoplasie, il consumatore potrebbe essere spinto a non smettere di fumare o di assumere alcool);

-             essi determineranno una situazione di mercato degli alimenti che sotto certi punti di vista è fortemente contraddittoria, in relazione ad una certa perdita di biodiversità;

-             il problema di maggior rilevanza riguarderà la qualità dell’”alimento funzionale transgenico”. Chi deciderà la quantità di “principio attivo funzionale” presente nell’alimento?  Chi deciderà le altre caratteristiche nutrizionali dell’alimento, che, con ogni probabilità, saranno inevitabilmente modificate?

In definitiva, consapevoli del fatto che non esistono “alimenti buoni o cattivi”, ma solo “regimi alimentari buoni o cattivi”, quando il consumatore potrà utilizzare per l’alimentazione quotidiana un “alimento funzionale”, aumenterà o diminuirà la probabilità di dar luogo ad una dieta equilibrata? Aumenterà o diminuirà la probabilità che il suo stato di salute si mantenga ad un buon livello o, addirittura, migliori, così come auspicato?

Per i “nutraceutici transgenici”, appare evidente che il problema dell’accettazione da parte del consumatore sarà commisurato alle reali capacità di poter prevenire situazioni patologiche per l’organismo (pensiamo, per esempio, ad un alimento funzionale come il sale iodato, largamente utilizzato, con successo, per prevenire problemi alla tiroide). A questo riguardo, importanti divengono gli elementi legati alla ricerca scientifica, che dovrà essere in grado di fornire certezze in merito agli effetti salutistici di questi “nuovi alimenti”, all’informazione, che dovrà comunicare al consumatore le caratteristiche di questi alimenti, e all’etichettatura, che dovrà consentire al consumatore una scelta consapevole. 

mercoledì 16 gennaio 2013

Perché i ¾ dei consumatori sono contrari all’acquisto di OGM?


Secondo le ultime indagini di mercato i ¾ degli intervistati avrebbe affermato di non voler acquistare e di non voler consumare cibo proveniente da piante OGM. Trattasi di una affermazione che evidenzia una certa disinformazione del consumatore, poiché è risaputo che tutti quanti noi, inconsapevolmente, mangiamo OGM tutte le volte che ci alimentiamo con prodotti derivati dall’allevamento animale (latte, carne, uova, ecc.), poiché nell’allevamento animale i mangimi OGM sono utilizzati in grande quantità e la Legge non prevede l’etichettatura dei derivati ottenuti dall’allevamento zootecnico.
Occorre comunque rilevare che in un momento in cui non sono ancora chiari gli effetti degli Organismi Transgenici (OT) sulla salute umana e sull’ambiente, è recentissima una ricerca francese che sembra mettere in dubbio le proprietà salutistiche degli OGM, il consumatore potrebbe affrontare una certa dose di rischio nel consumo di Cibi Transgenici (CT) nel caso in cui essi comportassero vantaggi economici e non soltanto economici.  In particolare, nel caso in cui:

1)    i CT avessero le stesse caratteristiche qualitative di quelli convenzionali ed avessero un prezzo di acquisto inferiore;

2)    i CT avessero lo stesso prezzo di acquisto di quelli convenzionali, ma offrissero migliori caratteristiche qualitative;

3)    i CT aumentassero la variabilità degli alimenti presenti sul mercato;

4)    i CT aumentassero la sicurezza alimentare;

5)    i CT aumentassero la sicurezza ambientale;

6)    i CT fossero in grado di risolvere i problemi della fame nel mondo;

7)    i CT consentissero di diminuire le differenze sociali tra le diverse persone.



1. - A proposito di medesime caratteristiche qualitative e minori prezzi


Da un punto di vista strettamente economico il consumatore tende sempre più a risparmiare nelle operazioni di acquisto dei singoli beni, al fine di poter aumentare, con lo stesso reddito, i consumi totali. Pertanto, non vi è alcun dubbio sul fatto che egli potrebbe rivolgere l’attenzione verso i CT se, rispetto a quelli convenzionali, essi avessero le stesse caratteristiche organolettiche ed avessero un prezzo di acquisto inferiore.

Relativamente alle caratteristiche organolettiche, occorre, però, evidenziare che l’equivalenza qualitativa tra l’alimento transgenico e quello convenzionale è ancora tutta da dimostrare, in quanto il CT contiene sia il transgene o i transgeni, sia la proteina o le proteine espressione del transgene. Si aggiunga poi che alcuni studi avrebbero evidenziato caratteristiche nutrizionali sensibilmente diverse tra il prodotto OGM e il suo omologo convenzionale. Così, per esempio, secondo specifiche ricerche, il mais BT avrebbe un maggior contenuto di lignina rispetto al mais convenzionale, mentre il pomodoro arricchito di Vitamina A avrebbe un minor contenuto di licopene. In particolare, l'introduzione del transgene sembra cambiare il metabolismo della pianta, cambiando così le caratteristiche finali della pianta stessa. Ci sarebbero degli effetti a cascata dei quali ha parlato anche il prof. Dulbecco.
Non v'è dubbio che, a parità di qualità, nel caso in cui si verificasse una reale contrazione dei prezzi dei beni alimentari, si potrebbe determinare un incremento di benessere per la società, in relazione alla possibilità di consentire alle popolazioni più povere di poter acquistare una maggior quantità di beni necessari a soddisfare il loro fabbisogno alimentare e alla possibilità da parte dei consumatori dei Paesi ricchi di risparmiare nell'acquisto di alimenti, per poi destinare la restante parte del loro reddito ad altri consumi di livello superiore.

Da rilevare, però, che nel caso di prezzi di vendita inferiori rispetto a quelli convenzionali, ma in presenza di incertezze in merito alle caratteristiche qualitative, il consumatore pagherà meno questi alimenti, ma gli rimarrà comunque l'incertezza sulle loro reali capacità nutrizionali. Tale incertezza determina una diminuzione del grado di soddisfacimento dei bisogni, in quanto l'eventuale minor prezzo di acquisto dei CT, potrebbe essere visto come un vantaggio virtuale, non reale, caratterizzato da un livello di utilità inferiore rispetto a quello che avrebbe ottenuto dal consumo di cibi dei quali conosce le reali proprietà organolettiche e nutrizionali (costa meno, ma probabilmente vale anche meno!!). Non si spiegherebbe altrimenti il forte aumento del consumo di prodotti biologici e dei prodotti tipici che si è verificato negli ultimi anni (il consumatore paga di più un prodotto che secondo il suo giudizio è caratterizzato da una maggior utilità e che, pertanto, ritiene maggiormente idoneo a soddisfare i suoi bisogni, che, oggigiorno, fanno riferimento alla qualità, alla genuinità, alla sicurezza alimentare e alla tracciabilità).

A conclusione di queste considerazioni relative all’ipotesi che il consumatore possa ottenere dei benefici dalla riduzione dei prezzi dei prodotti alimentari transgenici, occorre rilevare che nella realtà i fatti dimostrano il contrario, ovvero che l’introduzione di alimenti transgenici non ha portato ad una riduzione dei prezzi dei rispettivi prodotti, ma ha determinato un aumento dei prezzi dei corrispondenti prodotti “non transgenici”. Tale effetto, sotto molti punti di vista paradossale, è dovuto al fatto che nei Paesi dove lo scetticismo nei confronti di questi alimenti è maggiore, sono state create due filiere per il medesimo prodotto: una per quello transgenico, e una per quello non transgenico. Questa suddivisione, effettuata al fine di consentire al consumatore di operare una scelta di acquisto consapevole, comporta dei costi di distribuzione (di segregazione, di conservazione, di lavorazione, di etichettatura, di analisi, ecc.), che riducono sensibilmente i vantaggi economici ottenibili durante la fase di produzione agricola. E’ ovvio che l’aumento del prezzo andrà a ripercuotersi sul consumatore, il quale già ora è costretto a spendere di più (per acquistare i tradizionali prodotti non transgenici) per la sola ragione che qualcuno ha voluto introdurre questi nuovi alimenti, senza affrontare preventivamente le problematiche economiche e sociali ad essi connesse (secondo informazioni assunte presso operatori del settore, per avere soia certificata “GMO free” occorre pagare una maggiorazione del 15% circa).

         In questo contesto, in cui i prezzi degli alimenti transgenici non sono sostanzialmente inferiori a quelli dell'omologo prodotto convenzionale, non si capisce perché mai il consumatore dovrebbe sostituire un alimento tradizionale, che da sempre fa parte della sua alimentazione e che ha dato dimostrazione nel tempo di essere sicuro, con un alimento che presenta, anche solo potenzialmente, dei rischi per la sua salute, per quella delle generazioni future e per l'ambiente.

E’ necessario che la ricerca chiarisca questi dubbi prima di adottare CT per l’alimentazione umana.


2. – A proposito di stessi prezzi e migliori caratteristiche qualitative


In presenza di incertezza in merito alle caratteristiche qualitative degli alimenti transgenici, il consumatore potrebbe essere disposto a correre qualche rischio nel loro consumo se, a parità di prezzo di acquisto rispetto a quelli convenzionali, essi manifestassero migliori caratteristiche qualitative (nutrizionali, di modalità di consumo, di reperibilità ecc.).

Economicamente parlando si tratta di una situazione che difficilmente potrà verificarsi, in quanto se il nuovo alimento avrà caratteristiche qualitative superiori a quello convenzionale, difficilmente in un medesimo mercato potrà avere lo stesso prezzo; sicuramente avrà un prezzo superiore, che terrà conto dell’elemento differenziale.

         A proposito di miglioramento qualitativo, occorre rilevare, però, che al momento attuale la ricerca ha lavorato solo ed esclusivamente alla creazione di piante semplici da ottenere (pochi geni specifici) e in grado di massimizzare i profitti delle imprese che detengono il brevetto su questi vegetali (piante resistenti ai diserbanti, agli attacchi di insetti, ecc.). Il consumatore finora non ha ottenuto alcun vantaggio da questi prodotti, in quanto ai fini nutrizionali essi non comportano nessun beneficio rispetto a quelli non modificati. Purtroppo, dai primi elementi a disposizione sembra anche che questi nuovi alimenti non siano migliori da un punto di vista organolettico rispetto a quelli già presenti sul mercato (il pomodoro che non marcisce, al di là dei problemi legati ai maggiori costi di produzione, è stato eliminato dal mercato per il consumo allo stato fresco, in quanto sembra che avesse un forte sapore metallico). Va detto, però, che siamo alle prime applicazioni e che le piante transgeniche attualmente coltivate sono destinate per la gran parte alla produzione di alimenti per il bestiame e di derivati industriali di prima trasformazione, per cui è estremamente difficile esprimere un giudizio razionale e oggettivo sulle loro caratteristiche qualitative.



3. – A proposito di aumento della variabilità alimentare


Il consumatore potrebbe accettare i CT nel caso in cui essi aumentassero la variabilità degli alimenti presenti sul mercato, al fine di avere a disposizione una maggior scelta di cibi e, quindi, una maggior variabilità nutrizionale. A questo proposito occorre rilevare che, al contrario, l’introduzione di OT determinerà con ogni probabilità una riduzione della variabilità genetica e, conseguentemente, una perdita in termini di variabilità nutrizionale. Tale situazione sarà determinata dal fatto che le poche piante trasformate (da un punto di vista economico ai costitutori non conviene ampliare la gamma delle piante “brevettate” di una stessa specie, in quanto costerebbe molto ottenerle e sarebbero tra loro concorrenti sullo stesso mercato), in relazione all’automazione del processo produttivo che metteranno in atto, saranno utilizzate su vasta scala dagli agricoltori. In questa situazione, anche le piante migliori da un punto di vista di talune caratteristiche qualitative (cultivar locali, cultivar con sapori particolari o con contenuti nutrizionali particolari, cultivar resistenti alle malattie, ecc.) potrebbero essere sostituite da quelle transgeniche. Un primo esempio di questa evoluzione l’abbiamo avuto dalla fortissima espansione delle superfici coltivate a mais e soia transgeniche negli U.S.A, in Canada e in Argentina. In pochi anni, in relazione al fatto che non essendoci segregazione di filiera (in questi Paesi il prezzo di mercato della materia prima transgenica e  convenzionale è uguale) il prezzo di mercato del mais e della soia è determinato dal minor costo di produzione delle piante transgeniche, gli agricoltori, al fine di mantenere un certo margine di redditività dall’attività di coltivazione, sono stati “obbligati” (ovviamente dal mercato) a sostituire le cultivar convenzionali (non più competitive da un punto di vista dei redditi) con quelle transgeniche. Pertanto, l’introduzione di piante transgeniche, soprattutto nel caso in cui non vi sia segregazione di filiera con l’analogo prodotto non transgenico, determina un percorso obbligato anche per l’agricoltore che non vuole coltivare queste piante. Egli sarà “costretto” a coltivare queste piante se vorrà mantenere una certa redditività  dall’attività agricola, poiché non potrà coltivare ai costi del convenzionale (più alti) per poi vendere ai prezzi del transgenico (più bassi).

La perdita di variabilità qualitativa determinerà poi una modificazione e una omologazione dei gusti del consumatore, che non sarà più in grado di distinguere i sapori tradizionali (i relativi alimenti saranno più rari e con ogni probabilità con un prezzo superiore), dai sapori tecnologici (alimenti maggiormente diffusi e con prezzi, forse, inferiori). Del resto la globalizzazione dei mercati svolge in questo senso un ruolo trainante, in quanto i sapori sono legati ai luoghi di produzione con le relative cultivar locali e rappresentano un limite alla globalizzazione delle aree di produzione.

A conclusione di queste poche considerazioni, occorre rilevare che il giudizio qualitativo è sempre un fatto soggettivo, per cui è difficile affermare che l’introduzione di un gene che aumenta il grado zuccherino o impedisce la maturazione rappresenti un miglioramento o un peggioramento qualitativo: il giudizio è sempre personale, legato a gusti e ad abitudini alimentari consolidate nel tempo. In questo contesto occorre soprattutto preservare il diritto fondamentale del consumatore di poter scegliere consapevolmente il cibo che intende acquistare. Da questo punto di vista l’etichettatura appare elemento di primaria importanza. Deve, però, essere un’etichettatura semplice, chiara e non fuorviante e, soprattutto, deve essere data la possibilità al consumatore di acquistare cibo sicuramente non transgenico, senza alcuna soglia di tolleranza.



4. – A proposito di sicurezza alimentare


I sostenitori dei CT affermano che essi aumenteranno la sicurezza alimentare, in quanto le piante saranno più sane e presenteranno una minor quantità di micotossine. Trattasi di un elemento importante da tenere nella dovuta considerazione, allorchè si tratterà di valutare rischi e benefici del CT. Purtroppo, però, anche nel caso delle produzioni transgeniche, così come per altri prodotti che non hanno mai fatto parte della nostra dieta, ci troviamo di fronte a nuovi alimenti dei quali non sono ancora conosciuti gli effetti sulla salute umana. Che qualche rischio sia presente lo possiamo rilevare dal fatto che la legislazione comunitaria ha vietato l’impiego di OT per la produzione di alimenti destinati alla nutrizione dei lattanti e dei bambini al di sotto dei tre anni e che le compagnie di assicurazione si rifiutino di stipulare contratti nei confronti dei rischi da OT.

Le incertezze nutrizionali per i consumatori aumenteranno poi quando saranno introdotti gli OT di seconda generazione, ovvero quelli che presentano un “arricchimento” in termini di vitamine e/o di proteine, ecc. (cibi arricchiti, cibi funzionali, nutraceutici, ecc.). Tale affermazione è supportata dal fatto che essi esteriormente sono identici a quelli convenzionali, per cui potrebbe accadere che al consumatore possano essere venduti come alimenti non transgenici, alimenti transgenici “arricchiti”. Trattasi di un aspetto molto importante, in quanto, per esempio, nel caso di alimenti che contengono più vitamine, sappiamo che è dannoso per la salute umana sia una carenza di vitamine, sia un eccesso delle stesse (soprattutto le liposolubili). Pertanto questi prodotti dovranno essere segregati da quelli convenzionali e venduti sotto stretto controllo.

A proposito delle precedenti affermazioni, dobbiamo dire che il primo incidente alimentare causato da OT si è già verificato. Negli U.S.A. una partita di STARLINK, un mais transgenico autorizzato solo per l’alimentazione animale, è stato erroneamente avviato all’alimentazione umana; risultato, circa 50 persone hanno accusato malesseri e sono ricorse alle cure mediche, alcuni prodotti trasformati a base di mais sono stati ritirati dal mercato, alcuni stabilimenti di lavorazione del mais hanno dovuto interrompere la lavorazione, si sono avuti danni economici per milioni di euro.

Pertanto il problema della rintracciabilità e dell’etichettatura dei prodotti transgenici è un elemento da non sottovalutare, in quanto sempre più frequentemente il consumatore vorrà conoscere l’origine ed il percorso produttivo e commerciale del prodotto che intende acquistare. 

Tra gli altri elementi che inducono a pensare che vi possa essere qualche altra probabilità di rischio per la salute si ricordano:

-         gli effetti allergici che possono essere provocati da talune sostanze presenti nell’alimento transgenico e normalmente assenti nell’alimento convenzionale;

-         il passaggio del gene che codifica per la resistenza ad alcuni antibiotici (utilizzato durante la fase di creazione dell’OT) alla flora batterica intestinale e da questa ad alcuni batteri patogeni che diventerebbero essi stessi resistenti all’antibiotico;

-         gli effetti e le interazioni dovuti alla presenza della proteina espressione del transgene che è stato introdotto e che si trova nell’alimento;

-         gli effetti e le interazioni dovuti alla presenza del transgene introdotto e che si trova nell’alimento;

-         gli effetti prodotti dai promotori e dai terminatori sull’alimento e sull’ambiente.

Molto difficile è risolvere il problema delle allergie, in quanto anche una minima parte della popolazione che si nutre di questi alimenti potrebbe, senza esserne a conoscenza, risultare allergica a quella particolare proteina e avere quindi delle conseguenze sulla salute (anche senza arrivare allo shock anafilattico).

Ancora una volta di estrema importanza è lo sviluppo della ricerca in merito agli effetti sulla salute e sull’ambiente degli OT e l’etichettatura di questi prodotti, al fine di consentire al consumatore una scelta consapevole.



5. – A proposito di sicurezza ambientale


Il consumatore potrebbe correre qualche rischio nel consumare CT, nel caso in cui essi fossero prodotti con un minor impatto sull’ambiente e fossero in grado di aumentare la sicurezza ambientale. In particolare, la coltivazione di OT resistenti alle più svariate patologie, potrebbe sicuramente contribuire alla diminuzione degli effetti negativi prodotti dall'utilizzazione in agricoltura convenzionale di taluni formulati chimici.

Trattasi di un elemento di estrema importanza, poiché questi effetti sono per lo più di tipo diffuso, difficilmente controllabili con progetti puntuali sul territorio (filtri, depuratori ecc.). Anche in questo caso, però, i ricercatori non hanno fatto i conti con la complessità del “sistema naturale”, in quanto specifiche ricerche hanno verificato che, col tempo, gli insetti, ma così anche i patogeni vegetali, maturano una naturale resistenza genetica, per cui si creano generazioni di insetti resistenti alla tossina (sembra ogni 4-5 anni per la piralide), mentre le piante infestanti possono divenire geneticamente resistenti al diserbante o acquisire, mediante impollinazione incrociata, il gene di resistenza all’erbicida, vanificando così, di fatto, gli sforzi operati per rendere resistenti al diserbante soltanto le piante coltivate (secondo taluni autori, nei Paesi che per primi hanno  introdotto OT esistono già piante infestanti resistenti al ROUNDOP).

Da queste semplici considerazioni risulta evidente che la trasformazione genetica non è in grado di risolvere il problema, in quanto dopo pochi anni esso si ripresenta nella medesima condizione, se non addirittura in termini peggiori, in quanto l’insetto o la pianta infestante da controllare sarà caratterizzata da una maggior variabilità genetica e, quindi, sarà ancor più difficile da contenere (di tale eventualità non saranno certo entusiasti i coltivatori biologici, che si troveranno a dover contrastare senza mezzi chimici di sintesi insetti con patrimoni genetici diversi e, quindi, caratterizzati da una maggior virulenza).

Da un punto di vista ambientale il problema di maggior rilievo è quello relativo all’inquinamento genetico. Questi OT, infatti, hanno i transgeni contenuti nel nucleo per cui si esprimono in ogni parte della pianta, anche nel polline (è già disponibile una tecnologia che consentirebbe di inserire il transgene nei cloroplasti ed eliminerebbe questo problema, ma non è ancora applicata), che, ovviamente, si disperde nell’ambiente mediante il vento e gli insetti. Il polline di OT, quindi, può fecondare piante parentali selvatiche non transgeniche (colza RR e senape selvatica per esempiuo), che darebbero così origine a semi che contengono il transgene. Ovviamente in un’annata successiva, anche nel caso in cui decidessimo di non coltivare queste piante, il transgene potrebbe passare dalle piante parentali selvatiche a quelle coltivate e via di seguito. Così il transgene potrebbe autonomamente replicarsi senza l’ausilio dell’uomo.

         In relazione alla diffusione aerea del polline, andrebbero verificate anche le possibilità di inquinamento genetico delle coltivazioni convenzionali attuate in prossimità di coltivazioni transgeniche (problematica della coesistenza). Quali conseguenze si avranno per le colture tipiche che non prevedono nel loro disciplinare di produzione la possibilità di utilizzare individui transgenici? Quali conseguenze si avranno per le produzioni biologiche che bandiscono completamente l’utilizzo agricolo e zootecnico degli OT? Chi sarà responsabile dei danni economici prodotti? Quali e quanti contenziosi si apriranno?

In merito alle piante transgeniche resistenti ai patogeni, siano essi animali o vegetali, è già stato verificato che col tempo si potrebbe avere una naturale selezione genetica di insetti e di piante infestanti resistenti. Cosa accadrà quando questi insetti o queste piante divenute resistenti inizieranno a produrre danni? Fondamentalmente si potrà andare in due direzioni:

- introduzione nella medesima pianta transgenica di altri geni in grado di renderla di nuovo resistente ai patogeni (ed è la strada che potrebbe essere  perseguita, al fine di brevettare ogni 5-6 anni una nuova pianta transgencia e consolidare così la dipendenza dell’agricoltore dall’industria sementiera per l’acquisto dei semi);

- studio e produzione di specifici formulati chimici in grado di eliminare l’antagonista (nuovi antiparassitari, nuovi diserbanti ecc.).

Nessuna delle due soluzioni appare sostenibile, in quanto nel primo caso, col tempo, avremmo una proliferazione di geni estranei contenuti nella medesima pianta (quando nella stessa pianta i transgeni saranno 10, 20 o 1.000 sarà ottenuto lo stesso cibo o qualcosa di diverso?), mentre nel secondo caso ci troveremmo dopo pochi anni nella situazione di partenza, ovvero ad un punto in cui sarà necessario studiare e applicare nuovi formulati chimici per “controllare” le generazioni di insetti resistenti.

Per quanto attiene specificamente alle piante resistenti agli insetti, occorre poi considerare che la proteina insetticida sembra non si limiti a contenere gli attacchi degli insetti "bersaglio" dannosi, ma potrebbe colpire indiscriminatamente anche altri insetti, alcuni dei quali svolgono funzioni utili per la produttività della stessa pianta (impollinazione, per esempio) o funzioni diverse nel terreno. Trattasi di un elemento di estrema importanza, da tenere nella dovuta considerazione, in quanto potrebbe portare alla riduzione o, addirittura, all’eliminazione di alcune specie di insetti che svolgono il loro ruolo all’interno della catena alimentare. Cosa accadrà, quando il transgene che produce la proteina insetticida si trasferirà in altre piante selvatiche parentali? Quali insetti saranno eliminati da questa proteina? Quali effetti vi potranno essere per gli altri animali che fanno parte della medesima catena alimentare? Occorre dare una risposta a queste domande prima di immettere deliberatamente nell’ambiente piante transgeniche.



6. – A proposito di fame nel mondo

         “Gli OT rappresentano l’unico modo per risolvere il problema della fame nel mondo”. La precedente affermazione, cara ai sostenitori degli OT per scopi alimentari, contrasta però con la realtà. Infatti, occorre considerare che molto spesso i problemi di sottoalimentazione di determinate aree del pianeta sono legati non solo ed esclusivamente ad una carenza di quantità, ma anche a problemi interni di carattere economico e politico. Pertanto, alleviare il problema alimentare di queste popolazioni, significa prima di tutto eliminare la povertà (consentire loro di avere un reddito adeguato mediante il quale acquistare il cibo necessario) e le motivazioni politiche che impediscono loro di raggiungere accettabili livelli di reddito. Non troverebbe altra spiegazione il fenomeno per cui, in questi ultimi anni, molti Paesi che manifestano problemi di sottoalimentazione (per esempio l’India) sono divenuti i principali esportatori mondiali di cereali.

In questa situazione, occorrerà verificare anche la possibilità che la coltivazione di OT possa addirittura aggravare i problemi di sottoalimentazione di determinate aree del pianeta. Tale situazione potrebbe essere determinata dalla lievitazione dei prezzi interni del cibo, in relazione all’aumento delle esportazioni.   

Eliminazione della fame nel mondo significa sicuramente produrre maggiori quantità di cibo, ma significa anche modificare le abitudini alimentari dei Paesi ricchi, che in nome della fettina e degli hamburger a basso prezzo, destinano gran parte delle calorie di origine vegetale all’ingrasso degli animali da carne. E’ risaputo, infatti, che per produrre una caloria di origine bovina, occorrono mediamente sette-otto calorie di origine vegetale. Questo, ovviamente, non vuol dire che per sconfiggere la fame nel mondo dobbiamo diventare tutti vegetariani, ma evidenzia una richiesta di maggior consapevolezza nei confronti dell’alimentazione. Consapevolezza anche degli effetti ambientali prodotti dall’allevamento intensivo (sul suolo e sulle acque) e delle caratteristiche qualitative delle carni, in relazione alla sfrenata ricerca dei bassi prezzi (carne agli ormoni, carne con antibiotici, carne bovina ottenuta con proteine di origine animale o con l’utilizzazione di sottoprodotti e di scarti di lavorazione, ecc.).



7. – A proposito di differenze sociali


Il consumatore potrebbe avere un atteggiamento favorevole nei confronti dei CT se essi consentissero di diminuire le differenze sociali tra le diverse persone e consentissero un miglioramento del livello di benessere degli strati sociali più deboli.  Ad un primo sommario giudizio si può affermare, al contrario, che essi contribuiranno ad aggravare ulteriormente le differenze sociali esistenti all’interno della nostra società. Infatti, il loro acquisto, in relazione ai probabili rischi ed agli auspicati minori prezzi di mercato, sarà effettuato in prevalenza dalle classi sociali economicamente più deboli, mentre le classi sociali più ricche continueranno ad alimentarsi con prodotti biologici, prodotti a denominazione di origine controllata, prodotti tipici, ecc., creando dall’altra parte una sorta di proletariato alimentare. Tale eventualità, soprattutto nel momento attuale in cui non sono ancora chiari gli effetti sulla salute umana, pone problemi di sicurezza sociale non indifferenti, che potrebbero avere forti ripercussioni a lungo termine.



8. - Conclusioni

        

Come si è potuto osservare, le problematiche relative all'introduzione di coltivazioni transgeniche di prima generazione sono notevoli e di portata tale da non giustificare una decisione affrettata. In particolare, come per le altre innovazioni tecnologiche, se da un lato il tipo di sviluppo attuato in agricoltura in questi ultimi anni, improntato soprattutto all'esasperante ricerca del massimo profitto, ha consentito di massimizzare la produttività dei fattori della produzione, dall'altro non è sempre stato in grado di garantire sia un'equa ripartizione delle produzioni tra le diverse aree del pianeta, sia modalità di produzione compatibili con l'esigenza di salvaguardare l'ambiente e lo sviluppo sostenibile del territorio rurale. A questo proposito si auspica che le moderne biotecnologie, così come gran parte delle innovazioni tecnologiche introdotte in agricoltura in questo secolo (diserbanti, insetticidi, anticrittogamici, regolatori di crescita, ecc.), non siano viste come un ulteriore strumento "necessario" per incrementare la produttività del lavoro, a scapito, ancora una volta, dell'ambiente. Se si parte dal presupposto che occorra incrementare il reddito da lavoro in agricoltura, mantenendo inalterato o, meglio, abbassando il prezzo di vendita dei prodotti agricolo-alimentari, affinché, con motivazioni di tipo ricardiano, il consumatore incrementi il suo reddito reale e possa così destinare la parte eccedente ad altri consumi non primari, l'"individuo biotecnologico" diventa strumento fondamentale per attuare tale strategia.

Occorre, inoltre, considerare che anche nel caso delle tecniche che prevedono l’utilizzazione di DNA ricombinante, così come del resto per gran parte delle tecnologie fortemente innovative, l’applicazione può essere buona, mediocre o, addirittura, cattiva. Per il momento, le moderne biotecnologie hanno riguardato solo ed esclusivamente applicazioni finalizzate all'automazione del processo produttivo agricolo e all'incremento dei profitti privati. In particolare, l’adozione di questa tecnologia è avvenuta senza prima verificare se vi possano essere delle controindicazioni sia da un punto di vista degli effetti biologici che essa può determinare (sulla salute umana, sugli ecosistemi, sulla biodiversità, ecc.), sia da un punto di vista degli effetti economici che la sua applicazione può avere su sistemi produttivi agricoli sensibili come quelli presenti in Paesi ad elevata pressione antropica come l’Italia, che, come è risaputo, non sono particolarmente competitivi da un punto di vista dei costi di produzione e dove l’agricoltura svolge altre importanti funzioni che vanno al di là della semplice produzione di materie prime e alimenti.

Pertanto, le problematiche relative all'introduzione di queste coltivazioni transgeniche per scopi alimentari sono notevoli e di portata tale da non giustificare una decisione affrettata. Certamente la nostra agricoltura da sempre basata su presupposti di tipicità e di qualità non ha per il momento bisogno di questa  biotecnologia, che per essere considerata sostenibile dovrebbe avere possibilità applicative decisamente migliori.

Occorrerà poi valutare attentamente se questi "nuovi alimenti" rispondono ad una reale esigenza del consumatore. Soprattutto nell'attuale momento in cui quest'ultimo tende a privilegiare la tipicità, la salubrità e, più in generale, la naturalezza dei prodotti alimentari (il forte aumento del consumo di produzioni biologiche ne è una conferma), si può affermare che il loro sviluppo è sicuramente controtendenza. Una controtendenza che andrà valutata attentamente, al fine di non impiegare risorse e capacità umane nello sviluppo di produzioni delle quali, forse, non abbiamo una reale necessità.

In definitiva, possiamo affermare che con troppa fretta si cerca di applicare una tecnologia fortemente innovativa, che potrebbe avere ripercussioni significative sulla salute umana ed animale, sull’ambiente, sulla sicurezza alimentare e sullo sviluppo delle generazioni future e della quale l’attuale società non ne sente la necessità, in quanto siamo in presenza di produzioni eccedentarie rispetto al fabbisogno. In particolare, occorre essere  consapevoli del fatto che:

-         nell’Unione Europea non ci sono problemi di carenza alimentare, anzi, al contrario, ci sono problemi di eccedenze produttive. Gli agricoltori vengono pagati per non coltivare i terreni (set-aside), per gran parte dei prodotti sono applicate quote di produzione che non devono essere superate e molto spesso si è costretti a ritirare, a stoccare o a distruggere parte delle produzioni in eccesso (vino, burro, riso, ecc.) al fine di non far crollare i prezzi di mercato;

-         la domanda di prodotti alimentari è sempre più orientata verso cibi caratterizzati da un elevato standard qualitativo, intendendo con questo termine tipicità e naturalezza dei prodotti, assenza di residui di antiparassitari e assenza di manipolazioni genetiche;

-         siamo in presenza di rischi alimentari, in quanto la comunità scientifica non ha ancora chiarito gli effetti degli OT sulla salute umana, sulla salute degli altri animali e sull’ambiente.

Purtroppo, nel caso delle piante transgeniche ad uso alimentare, siamo di fronte ad una tecnologia che non ha subito il vaglio di adeguate sperimentazioni basate sul “principio di precauzione” e che determinando incertezza ed irreversibilità potrebbe condizionare le possibilità di sviluppo delle generazioni future. Pertanto compito dell'attuale generazione, se ritiene veramente che questa tecnologia possa in futuro essere determinante per il benessere delle generazioni future, è quello di potenziare la ricerca in questo settore, al fine di verificare gli impatti che essa può avere sull'uomo e sull'ambiente, posticipandone lo sfruttamento economico fino a quando le incertezze applicative non saranno definitivamente chiarite.

mercoledì 7 novembre 2012

Il pomodoro OGM contro l’arteriosclerosi pone altre problematiche per la nostra alimentazione


E’ recente la notizia che “un’equipe di studiosi della California University è stata in grado di sperimentare per la prima volta gli effetti benefici sulla salute cardiovascolare di pomodori  geneticamente modificati e in grado di abbattere il colesterolo  “cattivo”, LDL”.
Si tratta sicuramente di una notizia e di una scoperta molto importante, poiché i processi arteriosclerotici sono alla base di numerose malattie e sconfiggerli sarebbe un successo per noi tutti. Questo pomodoro pone però altri interrogativi, che vanno ad arricchire e ad ampliare le problematiche legate alla produzione ed alla utilizzazione di alimenti OGM. In particolare:
-      Ci troviamo di fronte allo stesso identico alimento, oppure le altre caratteristiche sono modificate. Per esempio è stato creato un pomodoro OGM arricchito di Vit. A ma si è scoperto che ha un minor contenuto di licopene. Si legge testualmente nella notifica presentata al Ministero dell’Ambiente per l’approvazione: “Tale modifica comporta a livello fenotipico una variazione evidente del colore del frutto di pomodoro che da rosso diventa arancione ed una modifica nella composizione dei carotenoidi presenti nel frutto, in quanto tutto il licopene è convertito in beta-carotene.” Lo stesso Mais BT rispetto a quello convenzionale ha un maggior contenuto di lignina;

-       Potremo utilizzare questo pomodoro con le stesse modalità dell’alimento convenzionale?

-      Otterremo da questo pomodoro gli stessi altri apporti nutrizionali?

-      Questo pomodoro, grazie alle sue proprietà,  potrebbe determinare una diminuzione della probabilità di contrarre una certa malattia, ma la possibilità di contrarre altre malattie rimarrà la stessa, diminuirà o aumenterà?

-      La nostra dieta quotidiana potrà rimanere la stessa, oppure dovrà subire delle modificazioni in relazione all’utilizzazione di questo pomodoro, che, oltre all’apporto/sottrazione di quel nutrimento, porta con sé altri effetti nutrizionali?

-      Consapevoli del fatto che non esistono “alimenti buoni o cattivi”, ma solo “regimi alimentari buoni o cattivi”, quando il consumatore potrà utilizzare questo pomodoro per l’alimentazione quotidiana, aumenterà o diminuirà la probabilità di dar luogo ad una dieta equilibrata nell’apporto dei fondamentali nutrienti?

-      In definitiva, mediante l’utilizzazione di questo pomodoro aumenterà o diminuirà la probabilità che il nostro stato di salute si mantenga ad un buon livello o, addirittura, migliori, così come auspicato?
Lo stesso Premio Nobel Dulbecco nel 2002 ci aveva avvertito di questa situazione, ma nessuno ne ha tenuto conto.

giovedì 11 ottobre 2012

I rischi legati alla diffusione degli OGM in agricoltura


Di seguito una sintetica ma completa analisi dei rischi legati alla diffusione degli OGM in agricoltura. L’analisi è stata svolta dal prof. Raffaele Testolin, Direttore del Dipartimento Produzione Vegetale e Tecnologie Agrarie Università di Udine,  che non è sicuramente un “anti OGM”, in quanto firmatario della “lettera degli scienziati con la richiesta per liberalizzare la sperimentazione OGM”.  Si tratta sicuramente di una analisi obiettiva, che mette in luce ancora una volta la necessità di fare ricerca prima di introdurre piante OGM nel nostro Paese.

ISTITUTO REGIONALE DI STUDI EUROPEI
DEL FRIULI VENEZIA GIULIA
Via Concordia 7 - 33170 Pordenone
Tel. 0434.365326 Fax. 0434.364584
email: irse@culturacdspn.it


PROFESSIONI NEL VERDE
Presidio del territorio e nicchie di mercato
XX Seminario internazionale sulle nuove professionalità
PORDENONE 12 - 16 luglio 2000
Nell'ambito delle attività internazionali
Sostenute dalla Regione Friuli Venezia Giulia
Con la partecipazione di
Fondazione Cassa di Risparmio
di Udine e Pordenone

BIOTECNOLOGIE A OCCHI APERTI  


Raffaele Testolin,
Dipartimento Produzione Vegetale e Tecnologie Agrarie Università di Udine  (Coordinatore del seminario)  


1. Perché si creano organismi geneticamente modificati (OGM) (omissis)
2. Come si creano gli OGM, con particolare riferimento alle piante (omissis)
3. La diffusione degli OGM (omissis)

4. I rischi legati alla diffusione degli OGM

La rapida diffusione di organismi geneticamente modificati (virus, batteri, lieviti, artropodi, animali e piante superiori) ha creato un notevole allarme anche nella comunità scientifica circa i rischi che il rilascio in natura di OGM può creare per la salute dell'uomo e degli animali che si alimentano con questi OGM o prodotti da essi derivati (farine ecc.) e i rischi per l'ambiente (Tab. 2).
Ovviamente gli OGM hanno posto e pongono anche problemi etici che riguardano da una parte i limiti consentiti ad una generazione di alterare il mondo in cui vive senza curarsi delle conseguenze per le generazioni future e dall'altra se sia permesso creare dei rischi per la società a solo scopo di profitto di singole imprese. E' questa per esempio l'accusa che viene mossa alle compagnie che hanno sviluppato piante transgeniche resistenti ad erbicidi e che costringono gli agricoltori ad acquistare oltre che le sementi, l'erbicida adatto. Si tratta di questioni importanti, ma che riguardano campi non trattabili dal punto di vista scientifico.
Al di là degli aspetti etici, la lista dei potenziali rischi che possono o devono avere una risposta scientifica, è lunga e riguarda, ad esempio:
- l'impatto tout court sull'ambiente di OGM (virus, batteri, pesci, animali, ...) che entrano come un soggetto del tutto nuovo in un ecosistema che non ha contribuito a crearli e a selezionarli;
- la possibile tossicità e allergenicità dei prodotti alimentari derivanti dagli OGM;
- il gene flow o flusso di geni da organismi transgenici ad organismi non-transgenici, in particolare da piante transgeniche a colture non transgeniche e specie selvatiche con le quali le piante transgeniche possono ibridare naturalmente (Dale e Scheffler 1996);
- il trasferimento a batteri del terreno di plasmidi artificiali presenti in organismi transgenici in decomposizione (Nielsen et al 1997);
- il cosiddetto horizontal gene transfer, cioè il trasferimento occasionale di geni tra organismi molto diversi: per esempio tra batteri ed eucarioti mediante fenomeni di coniugazione (Tepfer 1993; Droge et al 1998).


4.1 Rischi per l'uomo e per gli animali che si alimentano con prodotti di OGM

I costrutti utilizzati per il trasferimento di geni a piante, contengono - come abbiamo visto - una copia di un gene che permette la selezione dei trasformati. Molti costrutti contengono come gene marker per la selezione dei trasformati un gene che conferisce resistenza alla kanamicina. Questo gene di origine batterica, noto anche come nptII (neomicina fosfotransferasi II), è ovviamente presente in tutte le cellule di una pianta transgenica.
La paura che il gene nptII possa essere tossico per l'uomo e gli animali sembra infondata, ma esistono un paio di altre questioni che non hanno ancora ricevuto risposta. La prima riguarda la possibilità che il gene nptII possa essere passato ai batteri dell'intestino umano, rendendoli resistenti alla kanamicina e ad altri antibiotici. La seconda riguarda la possibilità che il gene venga trasferito ad altri organismi e quindi rilasciato nell'ambiente con rischi per l'ecosistema.
Nessuna delle questioni ha per ora ricevuto risposta. Sappiamo che i processi digestivi dovrebbero distruggere qualsiasi sequenza codificante prima che questa raggiunga la flora batterica dell'intestino (guai se non fosse così!). Sappiamo anche che un gene che evitasse la distruzione nello stomaco avrebbe comunque poche possibilità di essere trasferito ad un batterio nell'intestino umano. Tuttavia il rischio non è nullo. Le preoccupazioni riguardano soprattutto la possibilità che batteri GM utilizzati come colture starter in formaggi o yoghurt possano trasferire questi geni a specie di batteri relativamente prossime (es. batteri lattici) presenti nell'intestino. Per questo pericolo, le legislazioni dei vari paesi - per quanto è noto - stabiliscono che organismi GM prodotti per alimenti da consumare a crudo non debbano contenere geni di resistenza agli antibiotici.
Per quanto riguarda il pericolo di trasferimento all'ambiente, sappiamo che il gene di resistenza alla kanamicina è piuttosto diffuso in natura e tuttavia un evento imprevisto che possa in qualche maniera causare un danno all'ambiente non può essere escluso a priori.
La presenza di questi rischi è tanto vera che i ricercatori, su sollecitazione delle imprese, si sono preoccupati di mettere a punto una nuova cassetta di espressione contenente un secondo gene (il gene Cre), in grado, una volta avvenuta la trasformazione, di excidere il gene nptII dalla pianta (Brown 1995).
Poiché il gene Cre viene caricato su un vettore diverso da quello preparato con il gene di interesse assieme al gene nptII, i due costrutti verrebbero trasferiti in zone diverse del genoma e segregherebbero alla prima generazione, permettendo così di selezionare piante contenenti il gene di interesse ma non il gene Cre. Il gene nptII non dovrebbe essere presente perché già eliminato da Cre.
Un secondo approccio è stato quello di usare geni marker/eporter diversi dai geni di resistenza ad antibiotici. Tra i nuovi geni un largo spazio hanno trovato alcuni geni di resistenza ad erbicidi, ma sono stati sperimentati anche geni che conferiscono tolleranza a metalli, metodi di complementazione vari, geni che demoliscono zuccheri artificiali come per esempio il lattosaccarosio ecc. (Yoder e Goldsbrough 1994; Gressel 1999). Per questi restano i rischi di diffusione nell'ambiente che vedremo nel prossimo paragrafo.
Per quanto riguarda la tossicità dei prodotti di origine transgenica, la legislazione, data la difficoltà di sviluppare test tossicologici appropriati, ha introdotto il concetto di valutazione della "sostanziale equivalenza" tra il prodotto transgenico e quello non transgenico di analoga origine. Dal punto di vista puramente scientifico, la tossicità di costrutti transgenici è considerata in generale poco verosimile, anche se non può essere esclusa in linea di principio.
Per quanto riguarda le allergie, la base biologica di tali reazioni è poco conosciuta dal punto di vista scientifico e quindi anche la legislazione non può chiedere molto. In pratica, nello screening track, imposto alle ditte che intendono chiedere il permesso di sperimentare e/o commercializzare OGM, vengono considerate le caratteristiche della proteina codificata dal transgene che potrebbero essere fonte di allergia (stabilità al calore, resistenza all'attacco di enzimi digestivi, similarità con allergeni noti ecc.). Il problema è sorto da alcuni casi concreti. Per esempio, la Pioneer Hi-Bred International ha sviluppato in passato una soia GM per un gene che codificava per una proteina ricca in metionina, intendendo così innalzare il profilo nutrizionale della soia utilizzata per l'alimentazione animale. Il gene era stato isolato dalla noce brasiliana, che in alcuni individui può causare reazioni allergiche. La compagnia ha saggiato questa soia GM contro campioni di sangue di persone allergiche alla noce brasiliana ed ha trovato che la soia GM era a sua volta allergenica. A seguito di ciò, il progetto è stato abbandonato, ma la questione è diventata di pubblico dominio ed ha assunto un valore generale perché se è vero che le compagnie conducono prove allergeniche quando il problema esiste - vedi il caso della noce brasiliana - è altrettanto vero che per molti geni che provengono da fonti non alimentari (batteri, insetti ecc.) non è nota l'allergenicità e non esiste il panel di pazienti con allergia conclamata per quel particolare alimento.


4.2 Rischi relativi agli insetti utili

Il problema ha due facce: la prima riguarda la creazione di resistenze in insetti contro i quali è stata prodotta la pianta transgenica; la seconda riguarda il danno che piante con geni che codificano per biopesticidi (tossine ecc.) possono recare alla entomofauna 'non-target', cioè agli insetti non direttamente obiettivo del biopesticida come i predatori e i visitatori occasionali.
Per entrambi gli aspetti, molte ricerche hanno riguardato e riguardano tuttora l’uso di geni che codificano per tossine Bt, derivanti da Bacillus thuringiensis.
Nel primo caso sono ormai documentate resistenze selezionate in alcuni lepidotteri dall’uso di piante Bt. In particolare sono state trovate resistenze nella tignola delle crucifere (Plutella xylostella) allevata su broccoli Bt e colza Bt (Ramachandaran et al 1998 e Tang et al 1999 citati in Tabashnik et al 2000), nel verme rosa delle capsule di cotone (Pectinophora gossypiella), mentre per quanto riguarda le resistenze rilevate in popolazioni di piralide allevata su mais Bt i dati sono contrastanti. Prevalgono i lavori che riportano il superamento di resistenze e in tali lavori il dibattito è relativo al tipo di resistenza: dominante o recessiva. Come è noto i due tipi di resistenza hanno effetti molto diversi sulla possibilità di diffusione del gene stesso (Huang et al 1999; Tabashnik et al 2000).
Per quanto riguarda il secondo aspetto, al di là delle ormai note vicende della farfalla monarca (Danaus plexippus) e del dibattito creatosi attorno a questa vicenda, i risultati riportati in bibliografia sono piuttosto contrastanti. Ciò è dovuto soprattutto all'eterogeneità dei protocolli e a qualche 'ingenuità' come l'uso di individui adulti come soggetti sperimentali, quando è noto che la tossina del B. thuringiensis è molto più efficace sugli stadi larvali. Molti dei dati che si trovano in bibliografia poi riguardano tests preparati per la registrazione di formulazioni a base di B. thuringiensis da utilizzare nei trattamenti alle colture e sono poco pertinenti al caso (Croft 1990). Solo recentemente si è operato alimentando predatori con prede cresciute su prodotto transgenico contenente la proteina Bt. I primi risultati non hanno riportato effetti negativi, ad eccezione di un caso in cui si sono registrate mortalità elevate in larve di crisopa (Chrysoperla carnea) alimentate con prede allevate a loro volta su mais Bt (Hilbeck et al 1998). Al di là dei risultati, è importante notare come le prime segnalazioni di resistenze siano comparse in letteratura già nel 1998, cioè ad appena due anni dall'inizio della coltivazione di mais, cotone e patata Bt negli USA. L'allarme è stato preso in seria considerazione da diverse società scientifiche e le perplessità che queste società avanzano con i loro documenti possono essere così riassunte (Wallimann 2000; Saxena et al 1999):
1.     la coltivazione su grandi aree a monocoltura di specie come mais o cotone, che esprimono costitutivamente composti ad azione insetticida come la tossina Bt, crea un ecosistema omogeneo con una grande pressione selettiva e quindi facilmente orientato a creare resistenze;
2.     creando resistenze si rischia di perdere un bio-pesticida, come il Bt, di grande valore, in uso con successo ormai da 30 anni;
3.     la tossina Bt, oltre ad agire sui parassiti, sui loro predatori e su visitatori occasionali, viene essudata nel terreno e rimane attiva per oltre 200 giorni, avendo effetti non prevedibili su una miriade di insetti del suolo.


4.3 Rischi per l'ambiente

Abbiamo visto che i rischi sono parecchi e tipici a volte di un singolo OGM. Vediamo alcuni casi che rappresentano i temi di discussione più dibattuti nel mondo scientifico (tab. 2).
Nel 1996 James Kling, un divulgatore scientifico, avviava una riflessione sulla rivista Science sul pericolo che colture transgeniche potessero trasferire geni di resistenza ad erbicidi, a virus, ad antibiotici ecc. a piante spontanee rendendole delle 'super-infestanti' (superweeds è il termine coniato da Kling e diventato poi famoso nella letteratura giornalistica). Kling rappresentava con una notevole obiettività le posizioni del momento. Ecologisti e specialisti di genetica di popolazione ammonivano che il trasferimento di geni eterologhi presenti in colture transgeniche a specie selvatiche sarebbe stata solamente una questione di tempo, dato il ritmo con cui i permessi di coltivazione venivano rilasciati negli USA. Quelli che rilasciavano i permessi, rassicuravano che il problema del trasferimento genico all'ambiente (gene flow) era tenuto in attenta considerazione e che i permessi di coltivazione venivano accordati solamente quando il rischio era nullo. Nel giro di qualche anno s'è accumulata una copiosa quanto inutile letteratura scientifica sulla valutazione del rischio (Gressel e Rotteveel 2000) e sulle distanze di sicurezza per evitare inquinamenti a colture attigue o a specie spontanee (Scheffler e Dale 1994; McPartlan e Dale 1994; Scheffler et al 1995; Conner e Dale 1996). Le pubblicazioni scientifiche sull'argomento ammontano ormai ad oltre un centinaio. E' chiaro, tuttavia, che quando una coltura transgenica assume le dimensioni che hanno assunto il mais, la soia o il colza (Figg. 2 e 3), la speranza di non contaminare l'ambiente e le specie botaniche selvatiche non ha fondamento scientifico. Molto dipende dalle aree in cui si coltiva. Il mais coltivato in Europa probabilmente non darà luogo a flussi genetici nell'ambiente al di fuori delle aree agricole, perché non ci sono specie spontanee che possano ibridare con il mais coltivato; lo stesso non si può dire per il riso transgenico coltivato in Asia o il colza coltivato in Europa o la soia coltivata in Cina. Per inciso, è utile sottolineare che casi di negligenza nella sperimentazione con colture transgeniche (distanze di sicurezza, scelta della coltura successiva, notifiche alle autorità competenti ecc.) sono stati segnalati anche per test preliminari, cioè quelli condotti dalle compagnie costitutrici degli OGM, che avrebbero dovuto operare con la massima cura (Anonymous 1998).
A completamento dell'argomento possiamo dire che colture transgeniche a larga diffusione creano problemi anche agli agricoltori. Per esempio, chi produce mais non transgenico vicino ad un produttore di mais transgenico avrà il proprio prodotto inquinato, che dovrà vendere come prodotto transgenico. Il fatto è ancora più grave per gli agricoltori che fanno produzioni biologiche, ma questi sono ovviamente problemi di natura sociale piuttosto che scientifica.
La riduzione del rischio di trasferimento di geni eterologhi da colture transgeniche a specie selvatiche viene perseguito dalle compagnie attraverso due vie:
- inserimento dei costrutti transgenici nel DNA cloroplastico piuttosto che in quello nucleare, sfruttando il fenomeno dell’eredità materna dei cloroplasti, che è piuttosto comune nelle angiosperme. Questo impedisce la dispersione del costrutto attraverso il polline, che non porta generalmente plastidi;
- riduzione della competitività naturale nei semi della generazione successiva, utilizzando le tecniche del tandem construct, cioè l’inserimento di un secondo gene che si manifesta nella generazione successiva, dando ad esempio maschiosterilità, scarsa vigoria alle piante, nanismo ecc. (Gressel 1999)
Un altro caso dibattuto è l’uso di geni che codificano per proteine del capside di alcuni virus.
La resistenza ad un determinato virus si può ottenere inserendo nella specie ospite il gene che codifica per le proteine del capside di quel virus. La pianta codificando le proteine del capside diventa resistente al virus. E' il caso delle resistenza alla sharka (o PPV = Plum Pox Virus) ottenuta in susino con questa tecnica. Gli stessi ricercatori che hanno ottenuto il risultato di rendere il susino resistente alla sharka hanno anche dimostrato, lavorando con una specie modello di tabacco in grado di esprimere il capside del PPV, che questa proteina prodotta dal tabacco è in grado di incapsidare un altro virus, il virus del mosaico giallo degli zucchini. Questo potyvirus non trasmissibile attraverso gli afidi, una volta incapsidato con il capside prodotto dal tabacco, viene trasmesso dagli afidi come il PPV. Questo significa che è possibile produrre attraverso il rilascio di piante transgeniche nuovi tipi di virus, con caratteristiche epidemiologiche diverse (Lecoq et al 1998). Il rischio per l'ambiente è evidente e i ricercatori francesi stanno lavorando alla sequenza del capside per togliere ad essa le proprietà negative viste sopra, conservandone le caratteristiche che rendono la pianta transgenica immune al virus.


4.4 Rischi di instabilità genetica degli OGM

Un aspetto importante che meriterebbe di essere approfondito riguarda la stabilità genetica degli OGM (Tab. 3).
Il trasferimento genico usa delle tecniche sostanzialmente imprecise (Kononov et al 1997), indipendentemente dall’approccio adottato:
1.     si trasmettono un numero imprecisato di copie del costrutto (da una ad una decina, ma a volte fino ad un centinaio) al genoma dell’ospite;
2.     non tutte le copie sono complete; a volte sono presenti solamente pezzi di costrutto;
3.     non si sa bene dove vadano a finire nel genoma: a volte vanno a finire in regioni molto metilate che impediscono l’espressione; è possibile che vadano a finire all’interno di un gene, silenziandolo senza per questo che ci siano effetti fenotipici rilevabili al momento; è anche possibile che il transgene si ponga a monte di geni non trascritti, riattivandoli.
Tutto questo pone dal punto di vista teorico dei rischi sulla stabilità dei transgeni, sull’effetto della posizione che occupano nel genoma ecc. Più di 30 compagnie hanno avuto esperienze di silenziamento di transgeni in piante transgeniche già avviate alla commercializzazione (Senior IJ e Dale 1996). Purtroppo su questi aspetti, la letteratura scientifica è piuttosto carente.
Abbiamo limitato la trattazione ad alcuni aspetti di carattere generale, ma la casistica è ampia e - come abbiamo detto all'inizio del paragrafo - il problema può riguardare un singolo transgene. Il lettore può mantenersi aggiornato, facendo riferimento ad alcuni siti internet selezionati per la loro autorevolezza e riportati in tab. 4.

5. L'identificazione degli OGM (omissis)

6.Conclusioni

L'uso di OGM tocca ormai una serie molto ampia di campi di applicazione, che vanno dalla creazione di nuove varietà per scopi alimentari e industriali, all'uso delle piante per la produzione di molecole a scopo farmaceutico, alla trasformazione a scopi di studio per ricerche in campo biologico.
Purtroppo l'uso fatto da alcune grosse compagnie sementiere di queste applicazioni in campo agroalimentare con la produzione di varietà transgeniche di colture ad ampia diffusione come mais, soia, colza, cotone, patata e pomodoro, portanti costrutti di dubbia utilità per il mercato e con qualche rischio per l'ambiente, ha provocato perplessità nella comunità scientifica e una generale reazione agli OGM in ampi settori dell'opinione pubblica.
Nel 1999, l'Unione europea, recependo le sollecitazioni dei movimenti di opinione contrari agli OGM, ha iniziato a mettere restrizioni all'uso degli OGM, ma contemporaneamente ha anche ridotto i finanziamenti alla ricerca nel settore. L'uso di piante transgeniche per studi di espresssione o per la produzione di presidi farmaceutici non presenta in sè pericoli né per l'uomo né per l'ambiente, ma sta subendo in questo momento lo stesso ostracismo nell'Unione Europea riservato – con ben altre ragioni come abbiamo visto – alle colture transgeniche di pieno campo destinate all'alimentazione umana o degli animali.
Questo è il quadro della situazione.
Per parte nostra speriamo di avere dato al lettore informazioni corrette ed alcuni strumenti di valutazione per una riflessione personale sull'argomento.



Tab. 2 – I principali argomenti del dibattito sugli OGM (adattato da Dale 1999)
Obiezioni sollevate all'uso di OGM Risposte di chi è a favore degli OGM


1. Il trasferimento genico viene fatto superando barriere naturali e quindi è 'innaturale' Falsa associazione tra 'naturale' e 'buono'. I patogeni sono naturali, ma dannosi; i vaccini sono innaturali, ma utili.
2. E' difficile prevedere l'impatto a lungo termine delle colture transgeniche sugli alimenti e sull'ambiente E' vero, tuttavia esistono programmi di monitoraggio a lungo termine. Per nessuna innovazione è facile prevedere gli effetti a lungo termine, ma non per questo abbiamo rinunciato in passato ad introdurre innovazioni (petrolio, auto, energia nucleare ...).
3. I prodotti di piante transgeniche destinate all'alimentazione umana (e animale) possono avere proprietà allergeniche. E' un aspetto che viene preso in considerazione nei protocolli di valutazione degli OGM.
Il pericolo può valere anche per le varietà prodotte con gli incroci tradizionali, soprattutto se si utilizzano specie selvatiche come genitori. Inoltre, molti prodotti 'naturali' contengono allergenici, perchè gli allergeni sono componenti naturali di piante ecc.
4. Quali sono gli effetti dell'inserimento di geni codificanti per biopesticidi (geni Bt, sdl ecc.) in una coltura agraria sugli insetti utili, compresi i pronubi ? I danni su insetti utili sono trascurabili rispetto ai vantaggi legati alla riduzione dell'uso di pesticidi di sintesi e il bilancio costi/benefici è a favore degli OGM.
5. La coltivazione di piante transgeniche porta il rischio di rilascio nell'ambiente di geni, il cui effetto non è facilmente valutabile (gene flow attraverso ibridazioni naturali con specie native, trasferimento a colture non transgeniche vicine, trasporti illegali, accidentali nei centri di origine della specie cui appartiene l’OGM ...) Il rischio è alto per gli OGM di prima generazione, ma ora ci sono molte soluzioni per mitigare il rischio, in particolare i cosiddetti tandem constructs, contenenti un secondo gene per esempio di maschiosterilità.
6. L'uso di varietà transgeniche può ridurre la biodiversità (erosione genetica) L'argomento va preso in seria considerazione, ma non vale per le piante transgeniche più di quanto non valga per le varietà selezionate con i metodi di miglioramento genetico tradizionale.
7. Brevettare la vita (geni e organismi) può essere considerato non etico. Lo sviluppo di brevetti (vegetali) richiede grandi investimenti e le industrie private devono avere un ritorno finanziario dai loro investimenti.

Tab. 3 - Elenco generale dei rischi legati alla introduzione di OGM (piante e batteri).



1.

Organizzazione molecolare del genoma del transgene

1a. Valutazione del costrutto inserito.
Si tratta di valutare se e in quante copie è stato inserito il transgene nel genoma della specie ospite, se ci sono copie incomplete ecc.

1b. Valutazione di eventuali modifiche non volute al genoma dell'ospite.
Il trasferimento genico è un processo non preciso, per cui si tratta di valutare che il nuovo costrutto non abbia silenziato altri geni presenti (per esempio interrompendo una sequenza codificante), non abbia attivato geni silenti, non abbia messo in movimento transposoni ecc.

1c. Stabilità genetica.
Valutare se il transgene è stato inserito nel genoma in maniera stabile e se viene trasmesso alla progenie.
2.

Effetti sul consumatore finale

2a. Possibilità di trasferimento di materiale genetico al consumatore (uomo, animali) o ad organismi presenti nell'intestino.
Le preoccupazioni riguardano soprattutto la possibilità che geni di resistenza ad antibiotici, usati per l'identificazione dei transgeni, ed inseriti in batteri GM utilizzati come colture starter in formaggi o yoghurt possano trasferire questi geni a specie di batteri relativamente prossime (es. batteri lattici) presenti nell'intestino.

2b. Tossicità e allergie
Da valutare caso per caso sulla base dei costrutti inseriti.
Per quanto riguarda la tossicità, la legislazione, data la difficoltà di sviluppare test tossicologici appropriati, ha introdotto il concetto di valutazione della "sostanziale equivalenza" tra il prodotto transgenico e quello non transgenico di analoga origine.
Per quanto riguarda le allergie, la base biologica di tali reazioni è poco conosciuta dal punto di vista scientifico e quindi anche la legislazione non può chiedere molto. In pratica, nello screening track vengono considerate le caratteristiche della proteina codificata dal transgene, che potrebbero essere fonte di allergia (stabilità al calore, resistenza all'attacco di enzimi digestivi, similarità con allergeni noti ecc.).
3.

Pericolo di diffusione nell'ambiente e danni ad altri organismi

3a. Inquinamento di specie spontanee mediante impollinazione incrociata

3b. Trasferimento ad organismi che vivono nell'ambiente
Il problema riguarda principalmente il trasferimento di costrutti a batteri che degradano i residui vegetali di piante transgeniche.

3c. Danni a pronubi, insetti utili ecc.
Il problema riguarda ad esempio i pronubi che bottinano su specie trasformate con geni che codificano per biopesticidi (es. gene Bt).
Le compagnie devono presentare la documentazione opportuna per i potenziali ospiti della coltura. E’ tuttavia difficile prevedere per una coltura molto diffusa quali saranno i potenziali ospiti nei vari ambienti di coltivazione e soprattutto l'effetto a lungo termine di questi geni sull'entomofauna




Tab. 4 - Indirizzi Internet utili per una informazione sugli OGM.
Indirizzo internet Gestore, finalità e contenuti del sito


www.msissues.org John Innes centre, Norwich, Scotland UK.
Mette a disposizione informazioni di pubblico dominio e "bilanciate" (cioè non esclusivamente a favore o contro gli OGM) relative alla ricerca sugli OGM ed argomenti affini.
www.aphis.usda.gov/biotech United States Department of Agriculture - Anumal and Plant Health Inspection Service (USDA-APHIS), Riverdale MD, USA.
Informazioni sulla regolamentazione degli OGM negli USA: norme per sperimentazioni di campo, procedure di notificazione, permessi ed interessanti rapporti informativi a carattere scientifico.
www.isaaa.org/frbrief8htm The International Service for the Acquisition of Agri-biotech Applications (ISAAA), Cornell University, Ithaca, NY, USA.
Dichiara di avere lo scopo di "contribuire ad alleviare la povertà, aumentando la produttività delle colture ed il reddito derivante, in particolare per gli agricoltori con scarse risorse …".
L'aspetto più interessante del sito è la disponibilità di dati aggiornati sulla diffusione degli OGM sul mercato.
www.icgeb.trieste.it/biosafety ICGEB, International Centre for Genetic Engineering and Biotechnology. Trieste, Italy.
database delle pubblicazioni sulla biosicurezza, suddivise per argomento ed altre 'entries', statistiche.