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giovedì 19 giugno 2014

Motivazioni diverse da effetti sulla salute e sull’ambiente per limitare o vietare la coltivazione di OGM in Italia - Motivazione n. 1


1.                      Introduzione


  Scopo del presente contributo è quello di verificare se le moderne biotecnologie agrarie, con particolare riferimento a quelle transgeniche, rispondono ad obiettivi di sviluppo sostenibile per il territorio rurale e se contribuiscono o meno al mantenimento dell’attività agricole in aree meno dotate da un punto di vista delle capacità produttive dei terreni (aree marginali di collina e di montagna).     
Trattasi di una problematica di estrema importanza, in quanto da sempre l’agricoltura svolge un ruolo di rilievo per la nostra società. Da un lato essa è fonte rinnovabile di beni di consumo, siano essi alimentari e non, dall'altro costituisce l'unica attività che consente di "presidiare" costantemente il territorio, impedendo fenomeni di dissesto idrogeologico e fenomeni legati al degrado dell'ambiente antropizzato. In particolare, in un'ottica di sviluppo sostenibile le principali attività che l'agricoltura, e l'agricoltore, deve assicurare alla collettività possono essere riassunte nelle seguenti:
-       produzione di derrate agricole;
-       fornitura di materie prime per altri settori economici;
-       presidio del territorio;
-       manutenzione del territorio;
-       tutela della flora e della fauna;
-       conservazione della biodiversità;
-       riciclo degli effetti ambientali negativi prodotti da altre attività produttive o di consumo sul territorio (assestamento del territorio, immobilizzazione dell'anidride carbonica, ecc.);
-     conservazione del paesaggio e del territorio rurale;
-     conservazione di elementi culturali tradizionali;
-     conservazione di tecniche di trasformazione e di pratiche gastronomiche tradizionali.
Pertanto, la nostra Società ha bisogno della presenza dell’agricoltura e dell’agricoltore sul territorio rurale e dovrà adottare politiche agrarie in grado di proteggere il suo reddito, al fine di consentire la permanenza di questa attività anche in aree marginali (di collina, di montagna), che non possono certo competere sulla base dei bassi costi di produzione, ma che possono essere competitive solo sulla base di presupposti di qualità dei prodotti che offrono sul mercato. In particolare, secondo i dati dell’ultimo censimento (2010), l’agricoltura nazionale è attuata su una superficie complessiva di 30.132.858 ettari, dei quali 12.543.385 ubicati in collina (41,6%), 10.611.208 in montagna (35,2%) e 6.978.265 in pianura (23,2%). Pertanto, se escludiamo talune aree particolarmente vocate per la viticoltura o per la frutticoltura, gran parte del territorio nazionale è caratterizzato dalla presenza di una agricoltura, che potremmo definire di sussistenza, attuata in aree marginali, che non possono certo competere per produttività con quelle fertili di pianura.

Interessante, al fine di acquisire una consapevolezza dell’evoluzione in corso, è l’analisi relativa all’evoluzione del numero delle aziende agricole per zone altimetriche, secondo i dati scaturiti dai censimenti dell’agricoltura del 1982 e del 2010. Dal loro confronto si evince che complessivamente le aziende agricole sono passate nel corso di un trentennio da 3.133.118 a 1.620.884, con una diminuzione del (48,3%). In particolare, quelle di pianura sono calate del 42,2%, quelle di collina del 46,7% e quelle di montagna del 59,7%. Tale evoluzione è un segno inequivocabile della deruralizzazione del territorio rurale delle aree marginali del nostro Paese, con tutto ciò che ne può conseguire da un punto di vista della conservazione del territorio.  E’ indubbio che questa deruralizzazione sia in relazione con le difficoltà reddituali delle aziende agricole delle aree marginali, accentuate dalla concorrenza esercitata dalle produzioni di pianura e dalle importazioni provenienti da Paesi che hanno costi di produzione inferiori ai nostri.

Dalle suddette considerazioni si evince che l'aspetto economico rappresenta un elemento di estrema importanza per il mantenimento dell’attività agricola sul territorio rurale, per cui occorrerà verificare l'impatto che le moderne biotecnologie transgeniche potranno avere sul reddito dell’azienda agricola. In particolare, alcuni dubbi sorgono in merito al mantenimento della sua competitività sul mercato internazionale. L'agricoltura italiana si caratterizza per la presenza di aziende agricole di modeste dimensioni, che non possono certo permettersi l'acquisto di macchinari specifici per una determinata coltura, per un costo dei fattori produttivi molto elevato (terra e manodopera soprattutto) e per limitazioni di carattere ambientale in merito all'utilizzazione di determinati fattori della produzione (concimi, antiparassitari, ecc.). Come potrà competere la nostra agricoltura, anche se saranno introdotte le piante transgeniche, con l'agricoltura americana o argentina, dove aziende agricole di migliaia di ettari sono alla continua ricerca dell'automazione del processo produttivo (e le piante transgeniche costituiscono il primo passo per ottenerla)? Come potrà farlo, se consideriamo che il processo produttivo sarà controllato dai satelliti e dove l'intervento dell'uomo sarà quasi nullo? Trattasi di un problema reale che potrebbe contribuire alla scomparsa dell'agricoltura dai territori marginali, alimentando fortemente tutte quelle problematiche connesse alla conservazione ed alla tutela del territorio. E' senza dubbio un argomento che rappresenta una delle frontiere più interessanti e nello stesso tempo più inquietanti della vita contemporanea, uno dei campi in cui scienza, ricerca, tecnologia ed etica si intrecciano, dando vita a problematiche, spesso sconosciute, che con ogni probabilità si ripercuoteranno a lungo sullo sviluppo della nostra società e su quello delle generazioni future.




2.                      I prodotti agroalimentari transgenici: le ripercussioni tecniche


In questa sede ci si limiterà a ricordare che i prodotti transgenici sono quelli che contengono nel loro patrimonio genetico un gene (transgene), che non avrebbero mai potuto avere senza l'intervento dell'uomo. Da rilevare che il transgene immesso in queste piante può essere di origine vegetale (di specie affine o meno), di origine animale o, addirittura, sintetizzato dall’uomo. La sua presenza in un particolare organismo viene sfruttata per la sintesi proteica di cui è promotore (al momento conferimento di resistenza a diserbanti specifici o a particolari parassiti).
Come si può facilmente intuire si tratta di una tecnologia fortemente innovativa, che rende le piante simili a laboratori in grado di produrre di tutto ovunque. Con le moderne biotecnologie sarà finalmente possibile indurre nelle piante la resistenza al freddo, in modo tale da poter coltivare piante tipicamente mediterranee (agrumi, olivo, vite, ecc.) in ogni parte del pianeta; sarà possibile introdurre resistenza a fattori pedoclimatici avversi (acidità, contenuto di calcare, contenuto di sodio, ecc.) rendendo possibile l'ampliamento delle aree di produzione di qualsiasi pianta; sarà possibile "generare" piante che per fiorire hanno un ridotto fabbisogno di freddo invernale, per cui sarà possibile produrre mele e pere tipiche delle aree settentrionali anche nelle regioni meridionali della penisola; sarà possibile far produrre a piante erbacee annuali le sostanze che attualmente otteniamo dopo anni di allevamento da piante arboree (per esempio sembra che sia possibile ottenere olio di colza uguale a quello ottenuto dalla spremitura delle olive), e gli esempi potrebbero continuare ancora. E' fuori da ogni dubbio il fatto che le potenzialità di questa nuova tecnologia siano enormi e di portata tale da poter affermare che difficilmente sarà possibile operare una obiettiva e rispondente previsione degli effetti che essa potrà avere sul settore agricolo (con particolare riferimento all'azienda agricola) e, conseguentemente, sul territorio rurale, del quale l'azienda agricola è sicuramente soggetto predominante.
La possibilità di ottenere "nuovi individui" appositamente progettati e realizzati per poter resistere a condizioni pedoclimatiche avverse pone poi il problema dell'eventuale spostamento delle produzioni da quelle che attualmente sono le tradizionali aree di coltivazione e/o di allevamento, con conseguente aggravamento delle problematiche legate alla conservazione del territorio rurale. Tale nuova localizzazione potrebbe avvenire sia allo scopo, più che legittimo, di aumentare il grado di autoapprovvigionamento alimentare di una determinata regione, sia, meno legittimamente, per incentivare la produzione in aree dove è possibile reperire a più basso costo i fattori produttivi necessari ad ottenerla. In quest'ultimo caso, oltre ai problemi legati alla disoccupazione e all'esodo rurale che si verificherebbe nei territori in cui quella particolare attività viene abbandonata, inevitabilmente, un aumento dell'impatto ambientale provocato dalle operazioni di condizionamento, trasporto e ridistribuzione, necessarie per far giungere i prodotti dai luoghi di produzione ai mercati di collocamento. In questa situazione verrebbero meno anche gli elementi legati alla "tipicità" delle produzioni agricole, intendendo con questo termine il legame esistente tra tipologia del materiale di propagazione, tecnica di produzione e luogo di produzione. In particolare, con l'introduzione di organismi geneticamente modificati sarà possibile superare il limite naturale che ostacola la diffusione di determinate produzioni in ambiti a loro ostili (è il caso per esempio di gran parte delle produzioni ortofrutticole mediterranee), poichè mediante l'"ingegneria genetica" sarà possibile introdurre geni in grado di conferire alla pianta una specifica resistenza a fattori pedoclimatici avversi. E' in via di sperimentazione il conferimento della resistenza al freddo per alcune piante (per esempio nella fragola è stata ottenuta mediante l’utilizzazione di un transgene di platessa di mare) e probabilmente lo si potrà fare anche per gli agrumi, per la vite o per l'olivo. Queste ultime affermazioni pongono problematiche decisamente rilevanti per i Paesi che si affacciano sul mediterraneo:
 - cosa ne sarà degli agricoltori che attualmente ricavano un reddito da queste coltivazioni, una volta che sarà possibile ottenerle anche in altre aree del pianeta?
 - cosa ne sarà del paesaggio rurale tipico di determinati territori, allorchè la diminuita domanda di questi prodotti determinerà il loro abbandono da parte degli agricoltori?
- cosa ne sarà degli elementi di cultura tradizionali legati a determinate produzioni tipiche?
- cosa ne sarà delle tradizionali filiere legate alle produzioni agricole localizzate nell’area mediterranea (trasformazione e commercializzazione in primis)?
- quali interventi occorrerà mettere in atto per contrastare l'abbandono di queste coltivazioni, in relazione alla funzione paesaggistica e di contenimento del dissesto idrogeologico da esse determinato?

Un dato abbastanza preoccupante è che a distanza di pochi anni dall’introduzione sul mercato della prima pianta transgenica, purtroppo, le promesse non sono state per la gran parte mantenute. In particolare, taluni studi indipendenti effettuati da ricercatori indipendenti di Università americane sulla base delle esperienze acquisite dagli agricoltori dopo anni di coltivazione, hanno dimostrato che (AA.VV, 2003):
-       l’aumento produttivo non sempre si è verificato. Soprattutto per la soia vi sarebbe stata una diminuzione media del 6% circa, mentre per il mais l’aumento produttivo sarebbe limitato al 2,6%. (Benbrock, 2001; Elmore et al, 2001; Ma & Subedi, 2005). Interessanti a questo proposito sono anche le affermazioni di alcuni noti genetisti agrari italiani: “Le piante transgeniche attualmente commercializzate non alzano il tetto di produzione potenziale. A questo scopo, sarebbe necessario rimaneggiare la pianta ex novo, non limitandosi ad introdurre singoli geni ma modificando processi fisiologici che rappresentano il collo di bottiglia dell’aumento di produzione.” (Gavazzi, 2004) “(omissis) ….. è ancora da dimostrare la superiore potenzialità produttiva delle varietà GM rispetto alle varietà locali adattate in sistemi agricoli sfavoriti da condizioni climatiche ….. o edafiche avverse. In questo caso il miglioramento genetico mediante la classica ibridazione intra e interspecifica seguita da selezione, ha sempre offerto e continuerà ad offrire risultati sorprendenti ed a costi relativamente bassi.” (Scarascia Mugnozza, 2001);
-       l’uso di diserbanti non sarebbe diminuito a causa di numerosi fattori, tra i quali sono da segnalare la massiccia diffusione delle piante infestanti geneticamente resistenti alla molecola diserbante, l’acquisizione da parte di piante parentali selvatiche del gene di resistenza al diserbante, la presenza nei campi coltivati con piante transgeniche di infestazioni di altre piante transgeniche coltivate nell’annata precedente e che sono esse stesse resistenti al diserbante (la colza RR è divenuta infestante della soia RR);
-       l’utilizzazione di insetticidi non sarebbe diminuita a causa della naturale selezione di generazioni di insetti resistenti alla molecola insetticida prodotta autonomamente dalla pianta transgenica e per il fatto che altri insetti vanno ad occupare la nicchia ecologica lasciata libera dalla Piralide del mais (Diabrotica virginifera, Helicoverpa zea, ecc.);
-       la diffusione delle coltivazioni transgeniche non consente la coesistenza con altre forme di agricoltura a causa del diffuso “inquinamento genetico” provocato dal polline transgenico;



3.                      I prodotti agroalimentari transgenici: le ripercussioni economiche



Da un punto di vista economico, occorre rilevare che la temuta diminuzione dei prezzi, in relazione ad un abbattimento dei costi di produzione generati dagli individui biotecnologici, è inevitabile in agricoltura. Infatti, in questo settore economico, al contrario di quanto avviene in quello industriale che opera per la gran parte in condizioni di oligopolio, si è in presenza di un'offerta decisamente atomistica. In questa situazione l'agricoltore non è in grado di controllare il prezzo dei suoi prodotti. Allo stesso tempo, inserendo nel riparto colturale processi produttivi che consentono di abbassare i costi di produzione e quindi in grado di determinare un abbassamento dei prezzi di vendita, egli favorisce, quasi inconsapevolmente, una diminuzione del suo reddito reale. Tale eventualità è ancor più amplificata in agricoltura, in relazione alla lenta trasferibilità delle innovazioni tecnologiche. Secondo le opinioni dei promotori delle piante transgeniche, la loro introduzione dovrebbe proprio consentire una diminuzione  dei costi di produzione, in relazione all'aumento di produttività ed alla diminuzione delle  spese per  le operazioni  colturali, lasciando intendere che vi potrebbe essere un conseguente aumento dei margini di profitto.  Essi però dimenticano di considerare che  la   politica commerciale  dei "costitutori" delle piante transgeniche è per lo più di tipo monopolistica. Conseguenza ne è che essi potrebbero  spingere il  prezzo di  vendita del materiale di  propagazione, nonché quello delle materie prime necessarie per farlo produrre (diserbante o quant’altro), ad  un livello molto  prossimo all’incremento di  produttività marginale che è in grado di determinare,  con conseguente  annullamento dei  vantaggi economici per il  produttore agricolo. Essi, ancora, dimenticano che all’agricoltore non interessa “spendere di meno”, ma interessa “guadagnare di più”. A questo proposito, occorre rilevare che, purtroppo, gli attuali OT non sono in grado di determinare un maggior reddito al produttore agricolo. Infatti, l’agricoltore non è in grado di controllare il prezzo dei prodotti che vende sul mercato, per cui, se è vero che gli OT determineranno una diminuzione dei costi, è altrettanto vero che nel lungo periodo si avrà una diminuzione dei prezzi dei prodotti, con annullamento dei profitti (dalla teoria economica si desume che nel lungo periodo costo unitario medio, costo marginale e prezzo di mercato tendono all’uguaglianza). Come ci fa notare Galizzi "da un lato l'agricoltura ……… non ha alcuna facoltà di controllo del prezzo dei suoi prodotti, e……… dall'altro lato il progresso tecnico determina una riduzione dei costi unitari di produzione………. A causa di ciò i prezzi dei prodotti agricoli seguono i costi nella loro diminuzione……… cosicché viene meno il profitto che poteva essere atteso; talvolta anzi, per la lenta trasferibilità di taluni fattori produttivi impiegati dall'agricoltore, la discesa dei prezzi può continuare al di sotto del livello capace di assicurare la precedente remunerazione agli stessi fattori" (Galizzi, 1960). E’ accaduto per il “Kiwi”, per talune cv. di melo e di pesco, ma gli esempi potrebbero essere numerosi. Pertanto si può concludere che l'effetto di abbassamento dei costi di produzione e, quindi, dei prezzi di vendita dei prodotti agricoli in relazione all'introduzione di organismi transgenici, non è in grado di originare benefici durevoli al settore agricolo, anzi, il settore agricolo verrebbe a perdere di importanza nei confronti degli altri settori economici. Vi sono evidenze empiriche che dimostrano come le piante transgeniche non determinano l’auspicato incremento di reddito per l’agricoltore, anzi, a volte, favoriscono un aumento dei costi ed una difficoltà di collocamento delle produzioni ottenute, a causa della diffidenza dei consumatori nei confronti di  questi nuovi alimenti. Uno studio condotto in Georgia (Usa) ha precisamente verificato come la possibilità di ottenere un maggior reddito per l’agricoltore non sia legato all’utilizzo di sementi Ogm, quanto piuttosto alla selezione delle cultivar a più alta resa (Jost et al, 2008). L’inevitabile contrazione dei prezzi indotta dall’utilizzazione di OT può determinare una diminuzione del  reddito reale dell’agricoltore, in quanto i prezzi dei prodotti non agricoli che egli acquista sul mercato rimarranno, nella migliore delle ipotesi, costanti (se il prezzo del grano diminuisce, occorrono più quintali di grano per acquistare un’automobile, un televisore, un abito, ecc.). Addirittura, per la legge di Engel, vi è la possibilità che, in relazione ad un aumento del reddito reale del consumatore, favorito dalla diminuzione del prezzo dei prodotti agricolo-alimentari (se diminuisce il prezzo degli alimenti, a parità di reddito il consumatore può acquistare una maggior quantità di altri beni), si verifichi un aumento della domanda di beni non agricoli, con conseguente aumento del loro prezzo e conseguente ulteriore diminuzione del reddito reale dell'agricoltore. Ecco, allora, che in questa situazione l’agricoltore si sentirà “più povero”, in quanto sarà costretto a produrre di più (anche attraverso un maggior sfruttamento delle risorse naturali) per poter mantenere il precedente livello di benessere, in pratica, per mantenere lo stesso livello di potere d’acquisto. Del resto le moderne biotecnologie in agricoltura ”, incrementando  la  produttività e, soprattutto,  la  produzione agricola, tende  a  ridurre  i  prezzi  e  a   mettere  in  moto  un   processo  di  "macina  tecnologica"  che  porta,  tra l'altro,  all'espulsione  dal  mercato di una parte di agricoltori  che, nel caso in cui le   condizioni del mercato del  lavoro extra-agricolo lo rendano  possibile, si  spostano su occupazioni extra-agricole  a più alta remunerazione." (Buttel F.H., 1992).  
Ecco allora che possono venir meno le condizioni che attualmente consentono la permanenza delle aziende agricole anche in territori marginali, dove a fatica l’agricoltore riesce ancora a ricavare un certo reddito dall’attività di coltivazione delle piante e di allevamento degli animali. Cosa ne sarà dell’agricoltura attuata in territori marginali che vedranno diminuire i prezzi dei prodotti agricoli, prezzi che già ora, in molti casi, non sono in grado di fornire un pieno reddito all’agricoltore? La risposta è semplice: con ogni probabilità questi territori saranno abbandonati, con amplificazione dei problemi connessi all’esodo rurale delle famiglie contadine ed al dissesto idrogeologico del territorio. La stessa domanda si può porre in altri termni con conclusioni non dissimili: che cosa  ne sarà  dei fattori  della produzione  liberati dall'adozione degli individui  biotecnologici?  Essi,  con ogni  probabilità, potranno avere due destinazioni:
- potranno essere impiegati in altri settori economici (industriale o terziario) nel caso in cui ve ne sia la necessità;
- potranno  continuare ad  essere impiegati nell'azienda agricola,  nel caso in cui, al contrario della situazione precedente, non vi sia richiesta di tali fattori in altri settori economici.
Nel primo caso si avrebbe un aumento dell'esodo rurale, con aumento quindi delle problematiche relative al presidio ed alla manutenzione del    territorio.  Nel secondo caso si assisterebbe ad un aumento dell'offerta di  questi fattori  della produzione,  con conseguente  abbassamento delle relative remunerazioni  e creazione  di aziende agricole extramarginali; aziende che  con  la  loro  attività non   sono  più  in  grado  di  remunerare adeguatamente i fattori della produzione (in esubero) impiegati. Pertanto, come si è potuto osservare, una diminuzione dei prezzi dei prodotti agricoli non giova certo al settore agricolo, che vedrebbe diminuire il suo peso economico a favore di altri settori economici.
Qualcuno potrebbe affermare che il precedente scenario economico è in contrasto con quello che è accaduto in alcuni Paesi (U.S.A., Canada, Argentina), nei quali, a “testimonianza del gradimento degli agricoltori”, si è avuto un forte incremento delle superfici destinate alla coltivazione di piante transgeniche. A tal riguardo occorre osservare che l’incremento delle superfici si è avuto solo nei Paesi in cui si è in presenza di un’unica filiera di distribuzione per il medesimo prodotto, sia esso transgenico o  non transgenico. In presenza di un’unica filiera, e con prezzi flettenti dei prodotti così come si è verificato per la soia e per il mais transgenici, è ovvio che se l’agricoltore vuole conservare un certo margine di redditività dall’attività di coltivazione, sarà “costretto”, anche suo malgrado, a seminare le cultivar caratterizzate dal minor costo di produzione (ovvero quelle transgeniche). Ecco allora che l’incremento delle superfici coltivate è dovuto, non tanto ad un gradimento dell’agricoltore nei confronti di queste piante, ma alla necessità da parte dello stesso di mantenere un certo margine di redditività dall’attività agricola (è ovvio che se il prezzo del mais transgenico è uguale a quello del mais convenzionale, egli coltiverà quello caratterizzato dal minor costo di produzione, ovvero quello transgenico).
Il minor reddito per il produttore agricolo è anche conseguenza del fatto che gli OT sono sostanzialmente disattivanti nei confronti dei fattori della produzione che egli apporta direttamente (manodopera soprattutto) e richiedono, nello stesso tempo, un maggior apporto di fattori esterni all’azienda agricola, fattori produttivi di origine industriale (sementi che offrono dei vantaggi ma che costano di più e fattori produttivi in grado di far produrre le stesse sementi), che l’agricoltore è costretto ad acquistare sul mercato. A questo riguardo Vellante ci fa notare che "…cambiano a seconda delle tecnologie utilizzate anche i rapporti di scambio tra settore primario e resto dell'economia accelerando o attenuando i rapporti di subordinazione dell'agricoltura. In generale lo sviluppo di un progresso tecnico labour-saving tende a redistribuire l'incremento del reddito conseguito con l'aumento della produttività del lavoro, in favore dei detentori del capitale fisso di esercizio. Rispetto ai rapporti di scambio con il settore industriale l'adozione di queste innovazioni rende dipendente e subordinata l'agricoltura non solo per la necessità di ottenere i mezzi tecnici indispensabili per l'attivazione del processo produttivo, ma anche per il fatto che l'industria manifatturiera commercializza i propri beni in condizioni di oligopolio realizzando dei superprofitti a spese del settore primario." (Vellante S., 1983). Questa situazione è particolarmente dannosa per le aziende agricole di modeste dimensioni come quelle italiane, nelle quali il lavoro manuale rappresenta ancora una componente importante del reddito netto derivante dall’attività agricola. Una  politica di  questo  tipo,  operata soprattutto dall'industria produttrice dei mezzi tecnici per  l'agricoltura, è nota  come politica di "appropriazionismo",  mediante la  quale viene perseguita "una  strategia che mira  ad aumentare  il grado  di industrializzazione  del processo   produttivo  agricolo  tramite l'espropriazione  di  attività tradizionalmente svolte all'interno  dell'azienda agricola e la loro sostituzione con  input di origine industriale." (C. Salvioni, 1991).   Anche in  questo caso si  assisterebbe ad  una perdita di importanza del settore agricolo, che vedrebbe diminuire il  fabbisogno di manodopera,  per lo più  di tipo familiare, necessario  per portare a termine  le produzioni,  con   conseguente  aumento   delle  problematiche   relative  all'esodo rurale  ed al  presidio ed alla  conservazione del  territorio. A questo proposito possiamo affermare che, soprattutto per le coltivazioni erbacee annuali, la semente biotecnologica potrebbe rappresentare il primo passo per consentire la completa automazione del processo produttivo agricolo (piante autosufficienti, resistenti a tutti i tipi di malattie e che crescono ovunque), un processo produttivo che sarà controllato dai satelliti,  che non avrà più bisogno dell’agricoltore o, per lo meno, ne avrà bisogno in modo molto limitato. E’ in questo contesto, ovvero in un contesto in cui il reddito da capitale prevarrà sul reddito fornito dagli altri fattori produttivi (terra e lavoro che molto spesso sono di proprietà dello stesso imprenditore agricolo), che si creano i presupposti per il passaggio del controllo del territorio rurale dall’agricoltore, che non riesce più a ricavare un reddito adeguato dall’attività agricola poiché i fattori della produzione di cui dispone non sono più necessari e quindi non sono più remunerati, ad individui estranei all’attività agricola, che con i propri capitali, o con i capitali di terzi, saranno in grado di subentrare non soltanto nell’attività di coltivazione, ma anche nella proprietà delle aziende agricole.  Tale situazione, inevitabilmente, darà origine a gravi problemi di sostenibilità del territorio rurale, in quanto le tecniche di produzione che questi “nuovi agricoltori” adotteranno saranno sicuramente indirizzate alla massimizzazione del reddito da capitale da loro stessi fornito.



4.                      Quale nuovo agricoltore e quale nuova agricoltura?


Con  l'introduzione di  individui geneticamente modificati l'agricoltore   potrebbe  perdere parte delle funzioni imprenditoriali, poichè  "con  l'annessione   industriale di  importanti tecniche.......,  gli agricoltori  perderanno  la   possibilità  di  organizzare il processo  produttivo secondo  la propria iniziativa.  Non  saranno più   imprenditori, ma "lavoratori  all'aria aperta" che producono  materia   prima   per    l'industria   di   trasformazione." (Ruivenkamp G., 1992).  Ecco che in questo contesto verrà ad assumere sempre più importanza il settore industriale, quale  fornitore del materiale di  propagazione (semente transgenica resistente ad un determinato diserbante) e dei mezzi tecnici necessari  per portare  a  termine  il processo  produttivo (diserbante complementare alla semente transgenica),  nonchè quale utilizzatore  del prodotto  agricolo ottenuto.  In  particolare, "sarà  sempre più  possibile modificare  il  pacchetto  di  informazioni  genetiche  che  controllano  la   crescita  delle  piante  e  le loro  reazioni  nei  riguardi  dell'ambiente.   I programmi di  riproduzione  renderanno  l'agricoltura sempre  più indipendente  dall'ambiente  naturale.  Il raccolto  agricolo non  sarà più  determinato fondamentalmente  dalle specifiche  condizioni   naturali  (natura  del suolo,  clima,  ecc.)  ma dall'ammontare  delle conoscenze scientifiche e  tecnologiche che sono incorporate  nei prodotti di base  (sementi, metodi di difesa), destinati a determinare  dove, come  e  quando   l'agricoltore deve seminare, raccogliere  e quali  cure deve dedicare  alle sue colture." (Ruivenkamp G., 1992).
Secondo alcuni sostenitori degli OT l’aumento del reddito dell'agricoltore potrebbe derivare da una differenziazione dell'offerta verso produzioni diverse dalle attuali caratterizzate da un maggior valore aggiunto (alimenti con più proteine, più vitamine, meno calorie, partenocarpia, piante che producono principi attivi farmaceutici, ecc.). Tali opportunità di guadagno per il settore agricolo si potranno verificare, però, solo se il mercato del prodotto sarà "libero", poiché, nel caso, molto più realistico, in cui la coltivazione fosse attuata "su contratto", i maggiori guadagni sarebbero quasi esclusivamente a favore di colui che detiene il brevetto della pianta transgenica, che “appalterà” (con un contratto simile a quello di soccida per gli animali) la coltivazione e pagherà l’agricoltore sulla base delle operazioni colturali necessarie per portare a termine il ciclo produttivo.
A proposito delle precedenti affermazioni, occorre rilevare che l'introduzione di  individui geneticamente  modificati potrebbe  comportare anche  una diminuzione dell'importanza di questo settore economico in  relazione alle   strategie  di  "sostituzionismo" messe  in  atto dal  settore  industriale  legato  alla  trasformazione dei  prodotti agricoli.  In  particolare,  la  "possibilità  recentemente  offerta dalle  biotecnologie  avanzate di  intervenire sulla  base organica    del   processo  produttivo  agricolo,  manipolandola   e controllandola,  consente per  la prima  volta di  rimuovere l'ostacolo che ha finora   impedito  la  completa  industrializzazione  del processo  produttivo agricolo  e la  produzione  industriale di  materia  organica,  in tal  modo permettendo l'unificazione delle varie fasi di produzione di   prodotti alimentari in un  unico processo produttivo di tipo    industriale."  (C.  Salvioni,  1991).  Questa  opportunità è resa  possibile  dallo   sviluppo  di  organismi  fortemente specializzati  nella produzione  di  materie  prime di  base  (vitamine,  carboidrati,   grassi,  ecc.).    Tali  sostanze   potranno poi  essere utilizzate dall'industria  per produrre  beni alimentari e non.
Per lo "sviluppo sostenibile" della nostra agricoltura occorrerà poi rivedere le norme relative alla brevettabilità dei prodotti transgenici, in quanto non è possibile accettare che colui che ha inserito un gene in una pianta acquisisca il “monopolio di fatto” su quella pianta, impedendone, così, la libera coltivazione. Tale affermazione è supportata dalla considerazione che, nel momento in cui la pianta transgenica sarà considerata uguale a quella “non transgenica” (ovvero si originerà un’unica filiera distributiva), anche gli agricoltori che in un primo momento non erano intenzionati a coltivarla saranno “obbligati” a farlo, in quanto saranno costretti ad operare in un mercato in cui il prezzo di quel prodotto sarà commisurato al costo di produzione (più basso) della pianta transgenica. Pertanto, se essi vorranno mantenere un certo margine di redditività, dovranno riconvertire le produzioni convenzionali verso quelle transgeniche. Ecco che “di fatto” si potrebbe creare un monopolio per il mercato della semente di quella pianta.
A proposito di brevetto occorre considerare anche la diminuzione di potere contrattuale dell'agricoltore, in relazione alle possibili strategie economiche che si prospettano per colui che è "proprietario" della semente transgenica. In particolare, il detentore del brevetto:

-       potrebbe limitarsi a richiedere il pagamento di una royalty per ogni chilogrammo di semente venduta, lasciando libertà di scelta all’agricoltore in merito alle diverse opportunità di vendita sul mercato del prodotto ottenuto (è quello che avviene oggigiorno per la gran parte delle sementi);
-       potrebbe andare oltre e richiedere il pagamento di una royalty, oltre che per ogni chilogrammo di semente, anche per ogni chilogrammo di prodotto ottenuto da quella semente e immesso sul mercato (avviene già per talune coltivazioni);
-       egli potrebbe non accontentarsi ancora e potrebbe riservarsi la proprietà della produzione finale, attuando la produzione per conto proprio, sulla base di un rapporto contrattuale con l’agricoltore (avviene già per talune coltivazioni). E' ovvio che in una situazione come questa l'agricoltore diverrebbe esclusivamente un prestatore di manodopera, con conseguente perdita delle prerogative imprenditoriali. Da rilevare poi che con una strategia di questo tipo il monopolista otterrebbe due grandi vantaggi. In primo luogo egli metterebbe in concorrenza tra di loro gli agricoltori per accaparrarsi la commessa di coltivazione, con conseguente abbassamento del costo delle lavorazioni meccaniche, in secondo luogo egli diverrebbe monopolista di quell’alimento, con tutte le conseguenze del caso.

Ma il grande salto di qualità per le ditte che detengono il brevetto, potrà essere ottenuto allorquando la manipolazione genetica sulle piante consentirà di sfruttare l’”apomissi o apomissia”, ovvero la possibilità di originare piante identiche alla madre anche nel caso di riproduzione sessuata. In particolare, lo sfruttamento dell’”apomissia” consentirà alle ditte sementiere  di  evitare la produzione e la successiva commercializzazione del seme, mantenendo comunque la possibilità di ricavare le royalty dal seme; il seme, una volta distribuito, potrà essere prodotto autonomamente di anno in anno dall’azienda agricola (sarà costituito da una parte del raccolto), la quale, mediante un apposito contratto di sfruttamento della semente, sarà tenuta a pagare le royalty al detentore del brevetto ogni qual volta la utilizzerà. L’”apomissia” semplificherà notevolmente la vita al detentore del brevetto, che dovrà attuare un’unica operazione: incassare le royalty ogni volta che il cibo viene prodotto. Qualcuno afferma che questo scenario è irrealizzabile, in quanto alle ditte sementiere non converrebbe mettere sul mercato una semente apomittica, poiché aumenterebbero le frodi e occorrerebbe mettere in atto un sistema di vigilanza decisamente costoso. Purtroppo queste affermazioni si scontrano con la realtà, in quanto le grandi multinazionali del seme stanno cercando di evitare questo inconveniente mediante la creazione di una “Apomissia inducibile chimicamente”. In pratica, che cosa accade? Accade che la semente apomittica origina un seme in grado di originare una  pianta identica alla madre solo in presenza di una sostanza chimica che sarà venduta a parte. Da rilevare che tutto questo non è fantascienza, in quanto il brevetto sull’”Apomissia inducibile chimicamente” è già stato richiesto (http://www.ptodirect.com/Results/Publications?query=IN/(Russinova-Eygeniya).

Il brevetto su una pianta potrebbe poi consentire ai Paesi che ne detengono la proprietà di attuare le coltivazioni in località prossime ai mercati di collocamento, rendendo così competitive produzioni che attualmente sono penalizzate dagli elevati costi di trasporto e di commercializzazione, evitando nel contempo le problematiche ambientali che queste coltivazioni potrebbero comportare se fossero attuate sul loro territorio. Per alcune produzioni agricole questo già avviene. Cos’è accaduto? Alcuni Paesi, vuoi perché non hanno condizioni pedoclimatiche favorevoli, vuoi perché non sarebbero concorrenziali sul nostro mercato a causa degli elevati costi di trasporto, stanno producendo sul nostro territorio, su base contrattuale, alcuni prodotti dei quali detengono il brevetto; tali prodotti al momento della raccolta diverranno di loro proprietà. Ecco che in questo modo qualsiasi Paese, anche senza alcuna vocazionalità produttiva, e, al limite, senza disponibilità di territorio agricolo, di strutture e di competenze agricole specifiche, potrebbe divenire un protagonista nel mercato del cibo; la produzione sarebbe attuata nel nostro Paese dai nostri agricoltori su base contrattuale per conto di colui che ha il brevetto sul materiale di propagazione, che si approprierà del valore aggiunto di questa coltivazione.
I precedenti scenari costituiscono per l’agricoltura del nostro Paese un vantaggio o uno svantaggio? Si adattano a tutte le coltivazioni o solo a quelle brevettate? E il consumatore otterrà dei vantaggi o degli svantaggi? Occorre rispondere a queste domande prima di effettuare delle scelte che potrebbero rivelarsi irreversibilmente controproducenti per l’agricoltura del nostro Paese.


5.      – Alcune conclusioni


Se da  un lato il tipo di  sviluppo portato  avanti in   questi  ultimi anni,  improntato soprattutto  all'esasperata  ricerca del massimo profitto,  ha consentito di massimizzare la produttività dei fattori della produzione impiegati (terra, lavoro   e capitale), dall'altro non è sempre stato in grado di garantire sia un'equa ripartizione delle produzioni  tra le  diverse  aree  del  pianeta,   sia  modalità  di  produzione compatibili con l'esigenza di  salvaguardare  l'ambiente  e la salute dei cittadini.
E'   auspicabile che   le  moderne   biotecnologie  in   agricoltura,   così  come   gran  parte  delle  innovazioni  tecnologiche  introdotte   in  questo   secolo  (diserbanti,  insetticidi, anticrittogamici,  regolatori   di  crescita, ecc.),  non   siano  viste   come  un ulteriore  strumento "necessario" per incrementare la  produttività del lavoro in agricoltura, a scapito, ancora una volta, dell'ambiente.  Se  si parte dal presupposto che occorra incrementare il reddito da lavoro in  agricoltura, mantenendo  inalterato o, meglio, abbassando il  prezzo di    vendita   dei prodotti agricolo-alimentari,  affinchè,  con   motivazioni  di  tipo  ricardiano, il consumatore incrementi il suo reddito reale e possa così destinare la parte eccedente ad altri consumi non primari,  l'"individuo   biotecnologico"  diventa  strumento   fondamentale per attuare tale strategia.
A questo  punto però, anche sulla  base delle considerazioni precedenti, occorre  valutare attentamente se    la  sua introduzione  risponde  a  presupposti di  "sviluppo sostenibile", sia da un punto  di vista dei "reali vantaggi"         ottenibili dall'attuale società  e dalle generazioni future,   sia da un punto di vista dei "reali vantaggi" ottenibili dal   settore agricolo.
Occorre rilevare poi che in un futuro ormai prossimo, le nostre produzioni dovranno confrontarsi con quelle provenienti da Paesi caratterizzati da costi di produzione decisamente inferiori ai nostri, da Paesi che non hanno limitazioni nell’utilizzazione di determinati prodotti chimici, siano essi concimi e/o antiparassitari, da Paesi nei quali il lavoro minorile non è tutelato o è, addirittura, incentivato e/o sfruttato, da Paesi che non saranno in grado di garantire il materiale genetico da cui deriva la produzione e l’elenco potrebbe continuare ancora. Ecco allora che nei prossimi anni i problemi per l’agricoltura nazionale deriveranno con ogni probabilità anche dalla globalizzazione dei mercati e dalla conseguente realizzazione di un grande mercato mondiale dei prodotti alimentari, un mercato dove con ogni probabilità l’imperativo sarà produrre di più (non importa con quale tecnica e/o con quale materiale genetico) ai più bassi costi possibili, per poi vendere i prodotti ottenuti laddove ci sono i soldi per acquistarlo.
In un contesto come quello delineato occorre chiedersi: ma i bassi costi e la globalizzazione dei mercati si conciliano con la qualità della produzione da tutti auspicata? Si adattano alla necessità di assicurare un reddito anche agli agricoltori delle aree “svantaggiate” da un punto di vista dei costi di produzione? Si conciliano con lo sviluppo sostenibile del territorio? Riescono a preservare l’identità culturale, economica, sociale e professionale di un territorio?
E’ a queste domande che occorre fornire una risposta, al fine di verificare se nel lungo periodo gli OT e il conseguente processo di globalizzazione dei mercati rappresenti per il territorio rurale del nostro Paese un’opportunità o, al contrario, una strada pericolosa, che potrebbe determinare effetti dannosi per il benessere della nostra società e per quello delle generazioni future.
Pertanto, le problematiche relative all'introduzione di coltivazioni transgeniche di prima generazione sono notevoli e di portata tale da non giustificare una decisione affrettata. In particolare, come per le altre innovazioni tecnologiche, la loro applicazione può essere buona, mediocre o, addirittura, cattiva. Per il momento, le moderne biotecnologie hanno riguardato solo ed esclusivamente applicazioni finalizzate all'automazione del processo produttivo agricolo. In particolare, l’adozione di questa tecnologia è avvenuta senza prima verificare se vi possano essere delle controindicazioni sia da un punto di vista degli effetti biologici che essa può determinare (sulla salute umana, sugli ecosistemi, sulla biodiversità, ecc.), sia da un punto di vista degli effetti economici che la sua applicazione può avere su sistemi produttivi agricoli sensibili come quelli presenti nel nostro Paese. Certamente la nostra agricoltura da sempre basata su presupposti di tipicità e di qualità non ha bisogno dell'attuale biotecnologia, che per essere considerata sostenibile dovrebbe avere possibilità applicative decisamente migliori.
Occorrerà poi valutare attentamente se questi "nuovi alimenti" rispondono ad una reale esigenza del consumatore. Soprattutto nell'attuale momento in cui quest'ultimo tende a privilegiare la tipicità, la salubrità e, più in generale, la naturalezza dei prodotti alimentari (il forte aumento del consumo di produzioni biologiche ne è una conferma), si può affermare che il loro sviluppo è sicuramente controtendenza. Una controtendenza che andrà valutata attentamente, al fine di non impiegare risorse e capacità umane nello sviluppo di produzioni delle quali, per il momento, non abbiamo una reale necessità.
In definitiva, compito dell’attuale generazione, se veramente crede che questa tecnologia possa essere determinante per lo sviluppo sostenibile, è quello di fugare ogni dubbio applicativo, in ossequio al principio di precauzione, demandandone l’applicazione in campo aperto alle future generazioni.  


venerdì 20 dicembre 2013

Coltivare OGM nel nostro Paese significa sicuramente un’apertura all’importazione di alimenti da altri Paesi.

Il nostro Paese è un Paese industrializzato e l’agricoltura, come tale, senza l’indotto e senza i "servizi sociali", rappresenta più o meno il 2% del Prodotto Interno Lordo (PIL). Un valore molto basso, che non consente certo al nostro Paese di produrre grandi quantità di derrate agricole da destinare all'esportazione. L'agricoltura nel nostro Paese consente comunque un buon grado di autoapprovvigionamento alimentare, tra l'altro con ottimi prodotti alimentari che ci sono invidiati e copiati in tutto il resto del mondo (agropirateria). 

In questa situazione il nostro Paese è un esportatore di prodotti industriali. In relazione al fatto che nel Commercio Internazionale vige ancora il baratto, che cosa riceviamo in cambio? E’ ovvio che se le esportazioni sono dirette verso altri Paesi industrializzati, la contropartita sarà rappresentata da altri prodotti industriali (la teoria economica del “Vantaggio Comparato” spiega senza ombra di dubbio questo fenomeno). Se, invece, il nostro partner commerciale è un Paese meno avanzato (PMA), con ogni probabilità la contropartita sarà rappresentata da prodotti dell’agricoltura, in quanto, spesso, è l’unica attività presente in questi Paesi. Tali prodotti alimentari di importazione sono simili ai nostri, ma sono caratterizzati spesso da un prezzo decisamente inferiore al nostro prezzo interno, un prezzo che molto spesso non è in grado di coprire il nostro costo di produzione. E' ovvio che l'importazione di questi prodotti metta in crisi la nostra produzione interna, che non è in grado di competere sulla base dei bassi prezzi.

La domanda che sorge spontanea è questa: “è giusto che sul mercato del nostro Paese arrivino come contropartita delle nostre esportazioni industriali dei prodotti alimentari a basso prezzo ottenuti in altri Paesi, che riescono a produrre con tecniche diverse dalle nostre? Tecniche produttive  meno costose delle nostre? Tecniche produttive che spesso da noi non sono consentite? Tecniche produttive che a volte non tutelano il lavoratore? Tecniche produttive che utilizzano fattori della produzione che da noi sono vietati? E si potrebbe continuare ancora.
In questo contesto in cui il nostro Paese esporta prodotti industriali e riceve in cambio prodotti agro-alimentari, gli OGM aumenteranno o diminuiranno la possibilità che il nostro Paese esporti prodotti industriali e importi, come contropartita, prodotti agro-alimentari? Gli OGM aumenteranno o diminuiranno il nostro grado di autoapprovvigionamento alimentare?

In un contesto in cui gli OGM promettono piante autoimmuni da qualsiasi malattia, piante che possono crescere su qualunque terreno, piante resistenti al caldo e al freddo, piante la cui crescita può essere facilmente controllata dai satelliti, piante resistenti all’umidità e alla siccità, ecc. sicuramente gli OGM rappresentano uno strumento per aumentare questa nostra dipendenza dalle importazioni da altri Paesi, in cambio, ovviamente, di prodotti industriali.  E' una dipendenza "casuale" oppure è una dipendenza voluta, al fine di incrementare la produzione industriale a scapito della produzione agricola?

In definitiva, adottare gli OGM, per il nostro Paese significa:

- mettersi in concorrenza con lo stesso prodotto proveniente dalla globalizzazione dei mercati, poiché se anche noi facciamo OGM, è con questi prodotti che dovremo concorrere anche sul mercato interno (concorrenza impossibile). Non coltivare OGM, significa prima di tutto creare un mercato agro-alimentare diverso, che ci mette parzialmente al riparo dalla concorrenza esercitata dai prodotti di importazione;

 aumentare le possibilità di esportare prodotti industriali, accettando come contropartita prodotti agro-alimentari, per lo più OGM;

- aumentare le possibilità di importazione di derrate agro-alimentari, in quanto i nostri costi di produzione sono decisamente superiori ai costi di produzione del mercato globale;

 pericolo di delocalizzazione delle produzioni, poiché prodotti considerati simili, o equivalenti, possono essere ottenuti in qualunque parte del pianeta, non importa con quale tecnica produttiva, non importa con quali tutele ambientali e/o del consumatore, l’importante è che costino poco;

-        dipendere sempre più dalle importazioni agro-alimentari provenienti da altri Paesi;

 mettere in discussione la nostra “Sovranità alimentare”, poiché la presenza sempre più massiccia di prodotti agricoli a basso prezzo provenienti dall’estero, determinerà l’abbandono dell’agricoltura attuata nei territori marginali, che già oggi non sono in grado di competere con i bassi prezzi delle aree maggiormente produttive del nostro Paese;

- la scomparsa dell'agricoltura dai territori marginali, determinerà poi l'aumento delle problematiche legate al presidio del territorio e al dissesto idrogeologico. 


Ancora una volta dobbiamo chiederci: sacrificare l’agricoltura a favore dell’industria è un bene o un male? E’ una domanda importante, che richiede una risposta altrettanto importante, poiché l’agricoltura nel nostro Paese svolge funzioni che vanno al di là della semplice produzione di alimenti sani e di buona qualità. La nostra agricoltura è importante per il paesaggio, per l’assetto del territorio, per la tutela della flora e della fauna, per le attività indotte, ecc. Il nostro Paese potrà rinunciare alle esternalità prodotte dall’agricoltura? Il nostro Paese potrà rinunciare alle nostre produzioni alimentari di qualità? Il nostro Paese potrà rinunciare all’agricoltura? 

Non credo proprio. 


domenica 15 dicembre 2013

Le importazioni di alimenti sono la contropartita per la vendita di macchinari e altri prodotti industriali, per cui stiamo sacrificando l’agricoltura a favore dell’industria

La notizia è sicuramente vera: il nostro Paese importa una notevole quantità di prodotti alimentari. La domanda che sorge subito spontanea è: perché? Perché non è in grado di produrli o ci possono essere altre motivazioni?
Che l’agricoltura nel nostro Paese sia in crisi è un fatto accertato. Secondo i dati dei diversi Censimenti dell’agricoltura, gli agricoltori in 10 anni sono passati da 2,5 milioni a 1,5 milioni.

http://www.istat.it/it/files/2012/12/PresentazioneGreco.pdf


 Questo, ovviamente, non vuol dire nulla in termini produttivi, poiché il terreno coltivato potrebbe essere rimasto lo stesso, con un minor numero di agricoltori e la produzione potrebbe essere rimasta costante. I terreni coltivabili sono sicuramente diminuiti a causa della loro utilizzazione per scopi non agricoli (aree edificabili, strade, aeroporti, ecc.). Ma tale evoluzione del numero di agricoltori è sintomatica di quello che sta accadendo in agricoltura, ovvero che il reddito per unità di superficie si sta abbassando, per cui molti agricoltori sono costretti ad abbandonare la loro piccola azienda agricola, che non è più in grado di fornire loro un reddito adeguato……perché? Molto semplicemente perché la dinamica dei prezzi dei prodotti agricoli non ha seguito la dinamica dei costi di produzione (ad un aumento dei costi di produzione agricoli, non ha fatto seguito un analogo aumento dei prezzi di vendita dei prodotti agricoli) e, pertanto, i redditi agricoli si sono enormemente abbassati.
A questo punto la domanda potrebbe essere: perché i prezzi agricoli nel nostro Paese non hanno seguito la dinamica dei costi di produzione? Cerchiamo di dare una delle tante risposte.
Una delle tante motivazioni, a mio parere tra le più importanti, che hanno determinato questa situazione è sicuramente dovuta alla forte concorrenza esercitata sul mercato interno dal prodotto di importazione, che determina un  "forzato" abbassamento dei nostri prezzi interni (prodotto nostrano e prodotto di importazione competono sullo stesso mercato e, pertanto, i prezzi tendono a coincidere). Prodotto di importazione che a volte proviene da Paesi che attuano forme di dumping diverse dal dumping sul prezzo, per cui è caratterizzato da un prezzo molto vantaggioso rispetto ai nostri prezzi interni. Prodotto di importazione che spesso, è “forzatamente importato” dall’Italia come contropartita di altre esportazioni italiane (soprattutto macchinari). A questo riguardo occorre ricordare che nel Commercio Internazionale vige ancora il baratto e, pertanto, le esportazioni di un determinato prodotto da un Paese, sono pagate con l'importazione di altri prodotti ottenuti in questo stesso Paese.  
In merito al primo punto (Dumping), è risaputo che spesso le nostre importazioni provengono da Paesi che non adottano il nostro sistema sociale/produttivo/economico. Per farla molto breve, si tratta di Paesi che non hanno le nostre regole produttive, che non hanno i nostri costi sociali, che non hanno i nostri costi burocratici, ecc. e che, pertanto, sono in grado di produrre a costi agricoli decisamente inferiori ai nostri. L’importazione di alimenti da questi Paesi a prezzi contenuti determina sicuramente una concorrenza per il prodotto nazionale ed i prezzi agricoli interni tendono ad una diminuzione.
Ma l’altro aspetto, sotto certi punti di vista sottovalutato, ma che sicuramente determina il maggior impatto sulle nostre “forzate importazioni di alimenti”, alimenti che vanno poi a competere con la produzione agricola interna, è il Commercio Internazionale. Da un punto di vista generale, occorre essere consapevoli del fatto che nel Commercio Internazionale le Bilance dei Pagamenti dei diversi Stati che vi partecipano, deve essere nel limite del possibile in pareggio (per un Paese si avrebbero problemi economici di svalutazione interna, di effetti sul tasso di cambio della moneta, ecc. sia nel caso di un forte sbilanciamento negativo, sia nel caso contrario di un forte sbilanciamento positivo). Ecco allora che l’Italia, che notoriamente produce alimenti di altissima qualità, ma che non è certo un Paese agricolo (meno del 2% del PIL), quando esporta macchinari, medicinali, autoveicoli, elettrodomestici, abbigliamento, ecc. è costretta ad accettare qualcos’altro come pagamento e questo qualcos’altro molto spesso è costituito da prodotti agricoli. Ecco allora che, in termini generali, potremmo affermare che, pur di sostenere le esportazioni di prodotti industriali e, conseguentemente la nostra industria, siamo disposti a sacrificare l’agricoltura. E’ un bene o è un male?
Tanto per rendercene conto, di seguito saranno riportati alcuni dati relativi ai flussi di import-export da alcuni Paesi. Trattasi solo di esempi, e come tali devono essere considerati, e vogliono esclusivamente evidenziare che a fronte di una esportazione di prodotti meccanico/tecnologici/moda, il nostro Paese accetta in pagamento prodotti agricolo/alimentari (i dati sono ufficiali e sono del Ministero dello Sviluppo Economico e si riferiscono all'anno 2012).

ESPORTAZIONI ITALIANE (1.019 milioni di euro), principali prodotti esportati
-          Macchine per impiego speciale (90 milioni di euro)
-          Macchine per impiego generale (35 milioni di euro)
-          Medicinali (32 milioni di euro)
-          Parti di Autoveicoli, motori, ecc. (27 milioni di euro)

IMPORTAZIONI ITALIANE (1.025 milioni di euro), principali prodotti importati
-          Oli e grassi vegetali e animali (84 milioni di euro)
-          Prodotti di colture agricole permanenti (35 milioni di euro)
-          Carne lavorata e conservata e prodotti a base di carne (22 milioni di euro)
-          Prodotti di colture agricole non permanenti (19 milioni di euro)
-          Pesce, crostacei e molluschi lavorati e conservati (18 milioni di euro)


ESPORTAZIONI ITALIANE (4.994 milioni di euro), principali prodotti esportati
-          Parti di Autoveicoli, motori, ecc. (408 milioni di euro)
-          Macchine per impiego generale (737 milioni di euro)
-          Macchine per impiego speciale (365 milioni di euro)
-          Altre macchine (203 milioni di euro)

IMPORTAZIONI ITALIANE (3.402 milioni di euro), principali prodotti importati
-          Prodotti di colture agricole permanenti (268 milioni di euro)
-          Pasta-carta, carta e cartone (259 milioni di euro)
-          Prodotti di colture agricole non permanenti (155 milioni di euro)
-          Carne lavorata e conservata e prodotti a base di carne (127 milioni di euro)


Altri esempi:
                                                                                                                    


Sacrificare l’agricoltura a favore dell’industria è un bene o un male? E’ una domanda importante, che richiede una risposta altrettanto importante, poiché l’agricoltura nel nostro Paese svolge funzioni che vanno al di là della semplice produzione di alimenti sani e di buona qualità. La nostra agricoltura è importante per il paesaggio, per l’assetto idro-geologico del territorio, per la tutela della flora e della fauna, per le attività indotte, ecc. Il nostro Paese potrà rinunciare alle esternalità prodotte dall’agricoltura? Il nostro Paese potrà rinunciare alle nostre produzioni alimentari di qualità? Il nostro Paese potrà rinunciare all’agricoltura? Non credo proprio. 

lunedì 23 settembre 2013

Negli USA erba medica inquinata da erba medica OGM

Era previsto, prima o poi negli USA sarebbe accaduto, ovvero ci sarebbe stato “inquinamento genetico” dell’erba medica convenzionale da parte dell’erba medica OGM.
E tutto questo ha portato guai agli agricoltori convenzionali di erba medica, poiché si sono visti rifiutare il loro prodotto. In particolare, un contadino dello Stato di Washington si è lamentato del fatto che il suo fieno di erba medica è stato respinto per l'esportazione, a causa della presenza nel suo DNA di un tratto di erba medica OGM, che rende il raccolto resistente agli erbicidi .
L'evento ha scatenato un'ondata di preoccupazione da parte di gruppi di consumatori e agricoltori che hanno combattuto il governo per quasi un decennio per impedire all'erba medica OGM di contaminare forniture convenzionali e biologiche .
Esperti hanno avvertito che la conferma della contaminazione minaccia le vendite degli Stati Uniti di erba medica per l’alimentazione del bestiame in molte nazioni dell'Asia, che rifiutano gli OGM. Gli esperti hanno consigliato gli agricoltori a verificare ogni sacco di sementi che comprano prima di effettuare l’impianto di erba medica, che, come è risaputo, dura più anni.

Il Dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti ha affermato che la presenza di una piccola quantità di materiale geneticamente modificato in coltivazione di erba medica non- OGM costituisce solo una "questione commerciale" e non garantisce alcuna azione di governo.

mercoledì 16 gennaio 2013

Perché i ¾ dei consumatori sono contrari all’acquisto di OGM?


Secondo le ultime indagini di mercato i ¾ degli intervistati avrebbe affermato di non voler acquistare e di non voler consumare cibo proveniente da piante OGM. Trattasi di una affermazione che evidenzia una certa disinformazione del consumatore, poiché è risaputo che tutti quanti noi, inconsapevolmente, mangiamo OGM tutte le volte che ci alimentiamo con prodotti derivati dall’allevamento animale (latte, carne, uova, ecc.), poiché nell’allevamento animale i mangimi OGM sono utilizzati in grande quantità e la Legge non prevede l’etichettatura dei derivati ottenuti dall’allevamento zootecnico.
Occorre comunque rilevare che in un momento in cui non sono ancora chiari gli effetti degli Organismi Transgenici (OT) sulla salute umana e sull’ambiente, è recentissima una ricerca francese che sembra mettere in dubbio le proprietà salutistiche degli OGM, il consumatore potrebbe affrontare una certa dose di rischio nel consumo di Cibi Transgenici (CT) nel caso in cui essi comportassero vantaggi economici e non soltanto economici.  In particolare, nel caso in cui:

1)    i CT avessero le stesse caratteristiche qualitative di quelli convenzionali ed avessero un prezzo di acquisto inferiore;

2)    i CT avessero lo stesso prezzo di acquisto di quelli convenzionali, ma offrissero migliori caratteristiche qualitative;

3)    i CT aumentassero la variabilità degli alimenti presenti sul mercato;

4)    i CT aumentassero la sicurezza alimentare;

5)    i CT aumentassero la sicurezza ambientale;

6)    i CT fossero in grado di risolvere i problemi della fame nel mondo;

7)    i CT consentissero di diminuire le differenze sociali tra le diverse persone.



1. - A proposito di medesime caratteristiche qualitative e minori prezzi


Da un punto di vista strettamente economico il consumatore tende sempre più a risparmiare nelle operazioni di acquisto dei singoli beni, al fine di poter aumentare, con lo stesso reddito, i consumi totali. Pertanto, non vi è alcun dubbio sul fatto che egli potrebbe rivolgere l’attenzione verso i CT se, rispetto a quelli convenzionali, essi avessero le stesse caratteristiche organolettiche ed avessero un prezzo di acquisto inferiore.

Relativamente alle caratteristiche organolettiche, occorre, però, evidenziare che l’equivalenza qualitativa tra l’alimento transgenico e quello convenzionale è ancora tutta da dimostrare, in quanto il CT contiene sia il transgene o i transgeni, sia la proteina o le proteine espressione del transgene. Si aggiunga poi che alcuni studi avrebbero evidenziato caratteristiche nutrizionali sensibilmente diverse tra il prodotto OGM e il suo omologo convenzionale. Così, per esempio, secondo specifiche ricerche, il mais BT avrebbe un maggior contenuto di lignina rispetto al mais convenzionale, mentre il pomodoro arricchito di Vitamina A avrebbe un minor contenuto di licopene. In particolare, l'introduzione del transgene sembra cambiare il metabolismo della pianta, cambiando così le caratteristiche finali della pianta stessa. Ci sarebbero degli effetti a cascata dei quali ha parlato anche il prof. Dulbecco.
Non v'è dubbio che, a parità di qualità, nel caso in cui si verificasse una reale contrazione dei prezzi dei beni alimentari, si potrebbe determinare un incremento di benessere per la società, in relazione alla possibilità di consentire alle popolazioni più povere di poter acquistare una maggior quantità di beni necessari a soddisfare il loro fabbisogno alimentare e alla possibilità da parte dei consumatori dei Paesi ricchi di risparmiare nell'acquisto di alimenti, per poi destinare la restante parte del loro reddito ad altri consumi di livello superiore.

Da rilevare, però, che nel caso di prezzi di vendita inferiori rispetto a quelli convenzionali, ma in presenza di incertezze in merito alle caratteristiche qualitative, il consumatore pagherà meno questi alimenti, ma gli rimarrà comunque l'incertezza sulle loro reali capacità nutrizionali. Tale incertezza determina una diminuzione del grado di soddisfacimento dei bisogni, in quanto l'eventuale minor prezzo di acquisto dei CT, potrebbe essere visto come un vantaggio virtuale, non reale, caratterizzato da un livello di utilità inferiore rispetto a quello che avrebbe ottenuto dal consumo di cibi dei quali conosce le reali proprietà organolettiche e nutrizionali (costa meno, ma probabilmente vale anche meno!!). Non si spiegherebbe altrimenti il forte aumento del consumo di prodotti biologici e dei prodotti tipici che si è verificato negli ultimi anni (il consumatore paga di più un prodotto che secondo il suo giudizio è caratterizzato da una maggior utilità e che, pertanto, ritiene maggiormente idoneo a soddisfare i suoi bisogni, che, oggigiorno, fanno riferimento alla qualità, alla genuinità, alla sicurezza alimentare e alla tracciabilità).

A conclusione di queste considerazioni relative all’ipotesi che il consumatore possa ottenere dei benefici dalla riduzione dei prezzi dei prodotti alimentari transgenici, occorre rilevare che nella realtà i fatti dimostrano il contrario, ovvero che l’introduzione di alimenti transgenici non ha portato ad una riduzione dei prezzi dei rispettivi prodotti, ma ha determinato un aumento dei prezzi dei corrispondenti prodotti “non transgenici”. Tale effetto, sotto molti punti di vista paradossale, è dovuto al fatto che nei Paesi dove lo scetticismo nei confronti di questi alimenti è maggiore, sono state create due filiere per il medesimo prodotto: una per quello transgenico, e una per quello non transgenico. Questa suddivisione, effettuata al fine di consentire al consumatore di operare una scelta di acquisto consapevole, comporta dei costi di distribuzione (di segregazione, di conservazione, di lavorazione, di etichettatura, di analisi, ecc.), che riducono sensibilmente i vantaggi economici ottenibili durante la fase di produzione agricola. E’ ovvio che l’aumento del prezzo andrà a ripercuotersi sul consumatore, il quale già ora è costretto a spendere di più (per acquistare i tradizionali prodotti non transgenici) per la sola ragione che qualcuno ha voluto introdurre questi nuovi alimenti, senza affrontare preventivamente le problematiche economiche e sociali ad essi connesse (secondo informazioni assunte presso operatori del settore, per avere soia certificata “GMO free” occorre pagare una maggiorazione del 15% circa).

         In questo contesto, in cui i prezzi degli alimenti transgenici non sono sostanzialmente inferiori a quelli dell'omologo prodotto convenzionale, non si capisce perché mai il consumatore dovrebbe sostituire un alimento tradizionale, che da sempre fa parte della sua alimentazione e che ha dato dimostrazione nel tempo di essere sicuro, con un alimento che presenta, anche solo potenzialmente, dei rischi per la sua salute, per quella delle generazioni future e per l'ambiente.

E’ necessario che la ricerca chiarisca questi dubbi prima di adottare CT per l’alimentazione umana.


2. – A proposito di stessi prezzi e migliori caratteristiche qualitative


In presenza di incertezza in merito alle caratteristiche qualitative degli alimenti transgenici, il consumatore potrebbe essere disposto a correre qualche rischio nel loro consumo se, a parità di prezzo di acquisto rispetto a quelli convenzionali, essi manifestassero migliori caratteristiche qualitative (nutrizionali, di modalità di consumo, di reperibilità ecc.).

Economicamente parlando si tratta di una situazione che difficilmente potrà verificarsi, in quanto se il nuovo alimento avrà caratteristiche qualitative superiori a quello convenzionale, difficilmente in un medesimo mercato potrà avere lo stesso prezzo; sicuramente avrà un prezzo superiore, che terrà conto dell’elemento differenziale.

         A proposito di miglioramento qualitativo, occorre rilevare, però, che al momento attuale la ricerca ha lavorato solo ed esclusivamente alla creazione di piante semplici da ottenere (pochi geni specifici) e in grado di massimizzare i profitti delle imprese che detengono il brevetto su questi vegetali (piante resistenti ai diserbanti, agli attacchi di insetti, ecc.). Il consumatore finora non ha ottenuto alcun vantaggio da questi prodotti, in quanto ai fini nutrizionali essi non comportano nessun beneficio rispetto a quelli non modificati. Purtroppo, dai primi elementi a disposizione sembra anche che questi nuovi alimenti non siano migliori da un punto di vista organolettico rispetto a quelli già presenti sul mercato (il pomodoro che non marcisce, al di là dei problemi legati ai maggiori costi di produzione, è stato eliminato dal mercato per il consumo allo stato fresco, in quanto sembra che avesse un forte sapore metallico). Va detto, però, che siamo alle prime applicazioni e che le piante transgeniche attualmente coltivate sono destinate per la gran parte alla produzione di alimenti per il bestiame e di derivati industriali di prima trasformazione, per cui è estremamente difficile esprimere un giudizio razionale e oggettivo sulle loro caratteristiche qualitative.



3. – A proposito di aumento della variabilità alimentare


Il consumatore potrebbe accettare i CT nel caso in cui essi aumentassero la variabilità degli alimenti presenti sul mercato, al fine di avere a disposizione una maggior scelta di cibi e, quindi, una maggior variabilità nutrizionale. A questo proposito occorre rilevare che, al contrario, l’introduzione di OT determinerà con ogni probabilità una riduzione della variabilità genetica e, conseguentemente, una perdita in termini di variabilità nutrizionale. Tale situazione sarà determinata dal fatto che le poche piante trasformate (da un punto di vista economico ai costitutori non conviene ampliare la gamma delle piante “brevettate” di una stessa specie, in quanto costerebbe molto ottenerle e sarebbero tra loro concorrenti sullo stesso mercato), in relazione all’automazione del processo produttivo che metteranno in atto, saranno utilizzate su vasta scala dagli agricoltori. In questa situazione, anche le piante migliori da un punto di vista di talune caratteristiche qualitative (cultivar locali, cultivar con sapori particolari o con contenuti nutrizionali particolari, cultivar resistenti alle malattie, ecc.) potrebbero essere sostituite da quelle transgeniche. Un primo esempio di questa evoluzione l’abbiamo avuto dalla fortissima espansione delle superfici coltivate a mais e soia transgeniche negli U.S.A, in Canada e in Argentina. In pochi anni, in relazione al fatto che non essendoci segregazione di filiera (in questi Paesi il prezzo di mercato della materia prima transgenica e  convenzionale è uguale) il prezzo di mercato del mais e della soia è determinato dal minor costo di produzione delle piante transgeniche, gli agricoltori, al fine di mantenere un certo margine di redditività dall’attività di coltivazione, sono stati “obbligati” (ovviamente dal mercato) a sostituire le cultivar convenzionali (non più competitive da un punto di vista dei redditi) con quelle transgeniche. Pertanto, l’introduzione di piante transgeniche, soprattutto nel caso in cui non vi sia segregazione di filiera con l’analogo prodotto non transgenico, determina un percorso obbligato anche per l’agricoltore che non vuole coltivare queste piante. Egli sarà “costretto” a coltivare queste piante se vorrà mantenere una certa redditività  dall’attività agricola, poiché non potrà coltivare ai costi del convenzionale (più alti) per poi vendere ai prezzi del transgenico (più bassi).

La perdita di variabilità qualitativa determinerà poi una modificazione e una omologazione dei gusti del consumatore, che non sarà più in grado di distinguere i sapori tradizionali (i relativi alimenti saranno più rari e con ogni probabilità con un prezzo superiore), dai sapori tecnologici (alimenti maggiormente diffusi e con prezzi, forse, inferiori). Del resto la globalizzazione dei mercati svolge in questo senso un ruolo trainante, in quanto i sapori sono legati ai luoghi di produzione con le relative cultivar locali e rappresentano un limite alla globalizzazione delle aree di produzione.

A conclusione di queste poche considerazioni, occorre rilevare che il giudizio qualitativo è sempre un fatto soggettivo, per cui è difficile affermare che l’introduzione di un gene che aumenta il grado zuccherino o impedisce la maturazione rappresenti un miglioramento o un peggioramento qualitativo: il giudizio è sempre personale, legato a gusti e ad abitudini alimentari consolidate nel tempo. In questo contesto occorre soprattutto preservare il diritto fondamentale del consumatore di poter scegliere consapevolmente il cibo che intende acquistare. Da questo punto di vista l’etichettatura appare elemento di primaria importanza. Deve, però, essere un’etichettatura semplice, chiara e non fuorviante e, soprattutto, deve essere data la possibilità al consumatore di acquistare cibo sicuramente non transgenico, senza alcuna soglia di tolleranza.



4. – A proposito di sicurezza alimentare


I sostenitori dei CT affermano che essi aumenteranno la sicurezza alimentare, in quanto le piante saranno più sane e presenteranno una minor quantità di micotossine. Trattasi di un elemento importante da tenere nella dovuta considerazione, allorchè si tratterà di valutare rischi e benefici del CT. Purtroppo, però, anche nel caso delle produzioni transgeniche, così come per altri prodotti che non hanno mai fatto parte della nostra dieta, ci troviamo di fronte a nuovi alimenti dei quali non sono ancora conosciuti gli effetti sulla salute umana. Che qualche rischio sia presente lo possiamo rilevare dal fatto che la legislazione comunitaria ha vietato l’impiego di OT per la produzione di alimenti destinati alla nutrizione dei lattanti e dei bambini al di sotto dei tre anni e che le compagnie di assicurazione si rifiutino di stipulare contratti nei confronti dei rischi da OT.

Le incertezze nutrizionali per i consumatori aumenteranno poi quando saranno introdotti gli OT di seconda generazione, ovvero quelli che presentano un “arricchimento” in termini di vitamine e/o di proteine, ecc. (cibi arricchiti, cibi funzionali, nutraceutici, ecc.). Tale affermazione è supportata dal fatto che essi esteriormente sono identici a quelli convenzionali, per cui potrebbe accadere che al consumatore possano essere venduti come alimenti non transgenici, alimenti transgenici “arricchiti”. Trattasi di un aspetto molto importante, in quanto, per esempio, nel caso di alimenti che contengono più vitamine, sappiamo che è dannoso per la salute umana sia una carenza di vitamine, sia un eccesso delle stesse (soprattutto le liposolubili). Pertanto questi prodotti dovranno essere segregati da quelli convenzionali e venduti sotto stretto controllo.

A proposito delle precedenti affermazioni, dobbiamo dire che il primo incidente alimentare causato da OT si è già verificato. Negli U.S.A. una partita di STARLINK, un mais transgenico autorizzato solo per l’alimentazione animale, è stato erroneamente avviato all’alimentazione umana; risultato, circa 50 persone hanno accusato malesseri e sono ricorse alle cure mediche, alcuni prodotti trasformati a base di mais sono stati ritirati dal mercato, alcuni stabilimenti di lavorazione del mais hanno dovuto interrompere la lavorazione, si sono avuti danni economici per milioni di euro.

Pertanto il problema della rintracciabilità e dell’etichettatura dei prodotti transgenici è un elemento da non sottovalutare, in quanto sempre più frequentemente il consumatore vorrà conoscere l’origine ed il percorso produttivo e commerciale del prodotto che intende acquistare. 

Tra gli altri elementi che inducono a pensare che vi possa essere qualche altra probabilità di rischio per la salute si ricordano:

-         gli effetti allergici che possono essere provocati da talune sostanze presenti nell’alimento transgenico e normalmente assenti nell’alimento convenzionale;

-         il passaggio del gene che codifica per la resistenza ad alcuni antibiotici (utilizzato durante la fase di creazione dell’OT) alla flora batterica intestinale e da questa ad alcuni batteri patogeni che diventerebbero essi stessi resistenti all’antibiotico;

-         gli effetti e le interazioni dovuti alla presenza della proteina espressione del transgene che è stato introdotto e che si trova nell’alimento;

-         gli effetti e le interazioni dovuti alla presenza del transgene introdotto e che si trova nell’alimento;

-         gli effetti prodotti dai promotori e dai terminatori sull’alimento e sull’ambiente.

Molto difficile è risolvere il problema delle allergie, in quanto anche una minima parte della popolazione che si nutre di questi alimenti potrebbe, senza esserne a conoscenza, risultare allergica a quella particolare proteina e avere quindi delle conseguenze sulla salute (anche senza arrivare allo shock anafilattico).

Ancora una volta di estrema importanza è lo sviluppo della ricerca in merito agli effetti sulla salute e sull’ambiente degli OT e l’etichettatura di questi prodotti, al fine di consentire al consumatore una scelta consapevole.



5. – A proposito di sicurezza ambientale


Il consumatore potrebbe correre qualche rischio nel consumare CT, nel caso in cui essi fossero prodotti con un minor impatto sull’ambiente e fossero in grado di aumentare la sicurezza ambientale. In particolare, la coltivazione di OT resistenti alle più svariate patologie, potrebbe sicuramente contribuire alla diminuzione degli effetti negativi prodotti dall'utilizzazione in agricoltura convenzionale di taluni formulati chimici.

Trattasi di un elemento di estrema importanza, poiché questi effetti sono per lo più di tipo diffuso, difficilmente controllabili con progetti puntuali sul territorio (filtri, depuratori ecc.). Anche in questo caso, però, i ricercatori non hanno fatto i conti con la complessità del “sistema naturale”, in quanto specifiche ricerche hanno verificato che, col tempo, gli insetti, ma così anche i patogeni vegetali, maturano una naturale resistenza genetica, per cui si creano generazioni di insetti resistenti alla tossina (sembra ogni 4-5 anni per la piralide), mentre le piante infestanti possono divenire geneticamente resistenti al diserbante o acquisire, mediante impollinazione incrociata, il gene di resistenza all’erbicida, vanificando così, di fatto, gli sforzi operati per rendere resistenti al diserbante soltanto le piante coltivate (secondo taluni autori, nei Paesi che per primi hanno  introdotto OT esistono già piante infestanti resistenti al ROUNDOP).

Da queste semplici considerazioni risulta evidente che la trasformazione genetica non è in grado di risolvere il problema, in quanto dopo pochi anni esso si ripresenta nella medesima condizione, se non addirittura in termini peggiori, in quanto l’insetto o la pianta infestante da controllare sarà caratterizzata da una maggior variabilità genetica e, quindi, sarà ancor più difficile da contenere (di tale eventualità non saranno certo entusiasti i coltivatori biologici, che si troveranno a dover contrastare senza mezzi chimici di sintesi insetti con patrimoni genetici diversi e, quindi, caratterizzati da una maggior virulenza).

Da un punto di vista ambientale il problema di maggior rilievo è quello relativo all’inquinamento genetico. Questi OT, infatti, hanno i transgeni contenuti nel nucleo per cui si esprimono in ogni parte della pianta, anche nel polline (è già disponibile una tecnologia che consentirebbe di inserire il transgene nei cloroplasti ed eliminerebbe questo problema, ma non è ancora applicata), che, ovviamente, si disperde nell’ambiente mediante il vento e gli insetti. Il polline di OT, quindi, può fecondare piante parentali selvatiche non transgeniche (colza RR e senape selvatica per esempiuo), che darebbero così origine a semi che contengono il transgene. Ovviamente in un’annata successiva, anche nel caso in cui decidessimo di non coltivare queste piante, il transgene potrebbe passare dalle piante parentali selvatiche a quelle coltivate e via di seguito. Così il transgene potrebbe autonomamente replicarsi senza l’ausilio dell’uomo.

         In relazione alla diffusione aerea del polline, andrebbero verificate anche le possibilità di inquinamento genetico delle coltivazioni convenzionali attuate in prossimità di coltivazioni transgeniche (problematica della coesistenza). Quali conseguenze si avranno per le colture tipiche che non prevedono nel loro disciplinare di produzione la possibilità di utilizzare individui transgenici? Quali conseguenze si avranno per le produzioni biologiche che bandiscono completamente l’utilizzo agricolo e zootecnico degli OT? Chi sarà responsabile dei danni economici prodotti? Quali e quanti contenziosi si apriranno?

In merito alle piante transgeniche resistenti ai patogeni, siano essi animali o vegetali, è già stato verificato che col tempo si potrebbe avere una naturale selezione genetica di insetti e di piante infestanti resistenti. Cosa accadrà quando questi insetti o queste piante divenute resistenti inizieranno a produrre danni? Fondamentalmente si potrà andare in due direzioni:

- introduzione nella medesima pianta transgenica di altri geni in grado di renderla di nuovo resistente ai patogeni (ed è la strada che potrebbe essere  perseguita, al fine di brevettare ogni 5-6 anni una nuova pianta transgencia e consolidare così la dipendenza dell’agricoltore dall’industria sementiera per l’acquisto dei semi);

- studio e produzione di specifici formulati chimici in grado di eliminare l’antagonista (nuovi antiparassitari, nuovi diserbanti ecc.).

Nessuna delle due soluzioni appare sostenibile, in quanto nel primo caso, col tempo, avremmo una proliferazione di geni estranei contenuti nella medesima pianta (quando nella stessa pianta i transgeni saranno 10, 20 o 1.000 sarà ottenuto lo stesso cibo o qualcosa di diverso?), mentre nel secondo caso ci troveremmo dopo pochi anni nella situazione di partenza, ovvero ad un punto in cui sarà necessario studiare e applicare nuovi formulati chimici per “controllare” le generazioni di insetti resistenti.

Per quanto attiene specificamente alle piante resistenti agli insetti, occorre poi considerare che la proteina insetticida sembra non si limiti a contenere gli attacchi degli insetti "bersaglio" dannosi, ma potrebbe colpire indiscriminatamente anche altri insetti, alcuni dei quali svolgono funzioni utili per la produttività della stessa pianta (impollinazione, per esempio) o funzioni diverse nel terreno. Trattasi di un elemento di estrema importanza, da tenere nella dovuta considerazione, in quanto potrebbe portare alla riduzione o, addirittura, all’eliminazione di alcune specie di insetti che svolgono il loro ruolo all’interno della catena alimentare. Cosa accadrà, quando il transgene che produce la proteina insetticida si trasferirà in altre piante selvatiche parentali? Quali insetti saranno eliminati da questa proteina? Quali effetti vi potranno essere per gli altri animali che fanno parte della medesima catena alimentare? Occorre dare una risposta a queste domande prima di immettere deliberatamente nell’ambiente piante transgeniche.



6. – A proposito di fame nel mondo

         “Gli OT rappresentano l’unico modo per risolvere il problema della fame nel mondo”. La precedente affermazione, cara ai sostenitori degli OT per scopi alimentari, contrasta però con la realtà. Infatti, occorre considerare che molto spesso i problemi di sottoalimentazione di determinate aree del pianeta sono legati non solo ed esclusivamente ad una carenza di quantità, ma anche a problemi interni di carattere economico e politico. Pertanto, alleviare il problema alimentare di queste popolazioni, significa prima di tutto eliminare la povertà (consentire loro di avere un reddito adeguato mediante il quale acquistare il cibo necessario) e le motivazioni politiche che impediscono loro di raggiungere accettabili livelli di reddito. Non troverebbe altra spiegazione il fenomeno per cui, in questi ultimi anni, molti Paesi che manifestano problemi di sottoalimentazione (per esempio l’India) sono divenuti i principali esportatori mondiali di cereali.

In questa situazione, occorrerà verificare anche la possibilità che la coltivazione di OT possa addirittura aggravare i problemi di sottoalimentazione di determinate aree del pianeta. Tale situazione potrebbe essere determinata dalla lievitazione dei prezzi interni del cibo, in relazione all’aumento delle esportazioni.   

Eliminazione della fame nel mondo significa sicuramente produrre maggiori quantità di cibo, ma significa anche modificare le abitudini alimentari dei Paesi ricchi, che in nome della fettina e degli hamburger a basso prezzo, destinano gran parte delle calorie di origine vegetale all’ingrasso degli animali da carne. E’ risaputo, infatti, che per produrre una caloria di origine bovina, occorrono mediamente sette-otto calorie di origine vegetale. Questo, ovviamente, non vuol dire che per sconfiggere la fame nel mondo dobbiamo diventare tutti vegetariani, ma evidenzia una richiesta di maggior consapevolezza nei confronti dell’alimentazione. Consapevolezza anche degli effetti ambientali prodotti dall’allevamento intensivo (sul suolo e sulle acque) e delle caratteristiche qualitative delle carni, in relazione alla sfrenata ricerca dei bassi prezzi (carne agli ormoni, carne con antibiotici, carne bovina ottenuta con proteine di origine animale o con l’utilizzazione di sottoprodotti e di scarti di lavorazione, ecc.).



7. – A proposito di differenze sociali


Il consumatore potrebbe avere un atteggiamento favorevole nei confronti dei CT se essi consentissero di diminuire le differenze sociali tra le diverse persone e consentissero un miglioramento del livello di benessere degli strati sociali più deboli.  Ad un primo sommario giudizio si può affermare, al contrario, che essi contribuiranno ad aggravare ulteriormente le differenze sociali esistenti all’interno della nostra società. Infatti, il loro acquisto, in relazione ai probabili rischi ed agli auspicati minori prezzi di mercato, sarà effettuato in prevalenza dalle classi sociali economicamente più deboli, mentre le classi sociali più ricche continueranno ad alimentarsi con prodotti biologici, prodotti a denominazione di origine controllata, prodotti tipici, ecc., creando dall’altra parte una sorta di proletariato alimentare. Tale eventualità, soprattutto nel momento attuale in cui non sono ancora chiari gli effetti sulla salute umana, pone problemi di sicurezza sociale non indifferenti, che potrebbero avere forti ripercussioni a lungo termine.



8. - Conclusioni

        

Come si è potuto osservare, le problematiche relative all'introduzione di coltivazioni transgeniche di prima generazione sono notevoli e di portata tale da non giustificare una decisione affrettata. In particolare, come per le altre innovazioni tecnologiche, se da un lato il tipo di sviluppo attuato in agricoltura in questi ultimi anni, improntato soprattutto all'esasperante ricerca del massimo profitto, ha consentito di massimizzare la produttività dei fattori della produzione, dall'altro non è sempre stato in grado di garantire sia un'equa ripartizione delle produzioni tra le diverse aree del pianeta, sia modalità di produzione compatibili con l'esigenza di salvaguardare l'ambiente e lo sviluppo sostenibile del territorio rurale. A questo proposito si auspica che le moderne biotecnologie, così come gran parte delle innovazioni tecnologiche introdotte in agricoltura in questo secolo (diserbanti, insetticidi, anticrittogamici, regolatori di crescita, ecc.), non siano viste come un ulteriore strumento "necessario" per incrementare la produttività del lavoro, a scapito, ancora una volta, dell'ambiente. Se si parte dal presupposto che occorra incrementare il reddito da lavoro in agricoltura, mantenendo inalterato o, meglio, abbassando il prezzo di vendita dei prodotti agricolo-alimentari, affinché, con motivazioni di tipo ricardiano, il consumatore incrementi il suo reddito reale e possa così destinare la parte eccedente ad altri consumi non primari, l'"individuo biotecnologico" diventa strumento fondamentale per attuare tale strategia.

Occorre, inoltre, considerare che anche nel caso delle tecniche che prevedono l’utilizzazione di DNA ricombinante, così come del resto per gran parte delle tecnologie fortemente innovative, l’applicazione può essere buona, mediocre o, addirittura, cattiva. Per il momento, le moderne biotecnologie hanno riguardato solo ed esclusivamente applicazioni finalizzate all'automazione del processo produttivo agricolo e all'incremento dei profitti privati. In particolare, l’adozione di questa tecnologia è avvenuta senza prima verificare se vi possano essere delle controindicazioni sia da un punto di vista degli effetti biologici che essa può determinare (sulla salute umana, sugli ecosistemi, sulla biodiversità, ecc.), sia da un punto di vista degli effetti economici che la sua applicazione può avere su sistemi produttivi agricoli sensibili come quelli presenti in Paesi ad elevata pressione antropica come l’Italia, che, come è risaputo, non sono particolarmente competitivi da un punto di vista dei costi di produzione e dove l’agricoltura svolge altre importanti funzioni che vanno al di là della semplice produzione di materie prime e alimenti.

Pertanto, le problematiche relative all'introduzione di queste coltivazioni transgeniche per scopi alimentari sono notevoli e di portata tale da non giustificare una decisione affrettata. Certamente la nostra agricoltura da sempre basata su presupposti di tipicità e di qualità non ha per il momento bisogno di questa  biotecnologia, che per essere considerata sostenibile dovrebbe avere possibilità applicative decisamente migliori.

Occorrerà poi valutare attentamente se questi "nuovi alimenti" rispondono ad una reale esigenza del consumatore. Soprattutto nell'attuale momento in cui quest'ultimo tende a privilegiare la tipicità, la salubrità e, più in generale, la naturalezza dei prodotti alimentari (il forte aumento del consumo di produzioni biologiche ne è una conferma), si può affermare che il loro sviluppo è sicuramente controtendenza. Una controtendenza che andrà valutata attentamente, al fine di non impiegare risorse e capacità umane nello sviluppo di produzioni delle quali, forse, non abbiamo una reale necessità.

In definitiva, possiamo affermare che con troppa fretta si cerca di applicare una tecnologia fortemente innovativa, che potrebbe avere ripercussioni significative sulla salute umana ed animale, sull’ambiente, sulla sicurezza alimentare e sullo sviluppo delle generazioni future e della quale l’attuale società non ne sente la necessità, in quanto siamo in presenza di produzioni eccedentarie rispetto al fabbisogno. In particolare, occorre essere  consapevoli del fatto che:

-         nell’Unione Europea non ci sono problemi di carenza alimentare, anzi, al contrario, ci sono problemi di eccedenze produttive. Gli agricoltori vengono pagati per non coltivare i terreni (set-aside), per gran parte dei prodotti sono applicate quote di produzione che non devono essere superate e molto spesso si è costretti a ritirare, a stoccare o a distruggere parte delle produzioni in eccesso (vino, burro, riso, ecc.) al fine di non far crollare i prezzi di mercato;

-         la domanda di prodotti alimentari è sempre più orientata verso cibi caratterizzati da un elevato standard qualitativo, intendendo con questo termine tipicità e naturalezza dei prodotti, assenza di residui di antiparassitari e assenza di manipolazioni genetiche;

-         siamo in presenza di rischi alimentari, in quanto la comunità scientifica non ha ancora chiarito gli effetti degli OT sulla salute umana, sulla salute degli altri animali e sull’ambiente.

Purtroppo, nel caso delle piante transgeniche ad uso alimentare, siamo di fronte ad una tecnologia che non ha subito il vaglio di adeguate sperimentazioni basate sul “principio di precauzione” e che determinando incertezza ed irreversibilità potrebbe condizionare le possibilità di sviluppo delle generazioni future. Pertanto compito dell'attuale generazione, se ritiene veramente che questa tecnologia possa in futuro essere determinante per il benessere delle generazioni future, è quello di potenziare la ricerca in questo settore, al fine di verificare gli impatti che essa può avere sull'uomo e sull'ambiente, posticipandone lo sfruttamento economico fino a quando le incertezze applicative non saranno definitivamente chiarite.