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venerdì 8 agosto 2014

Coltivare mais in Georgia nonostante sia mais OGM non è una cosa così semplice. Un documento della University of Georgia

Una guida dell'Università della Georgia spiega agli agricoltori le principali tecniche di coltivazione del mais. Dal documento si evince che coltivare mais in Georgia, nonostante esso sia OGM, non è una cosa così semplice. Dalle lettura del documento riusciamo a capire che:

- c'è un problema di erbe infestanti che diventano resistenti;

- c'è un problema di semi volontari (ovvero di piante della coltivazione dell'annata precedente);

- c'è un problema di insetti resistenti;

- c'è un problema di insetti che diventano resistenti;

- si consiglia di fare le rotazioni, sia per cambiare i diserbanti, sia per contrastare la specializzazione degli insetti.

http://www.caes.uga.edu/commodities/fieldcrops/gagrains/documents/2013CompleteCornProductionGuideMP.pdf

domenica 29 dicembre 2013

NATURE cerca di rispondere a 3 domande cruciali sugli OGM

La prestigiosa rivista Nature si interroga su taluni controversi effetti degli OGM in ambito agro-alimentare, cercando di rispondere a 3 domande che gli ambienti meno favorevoli agli OGM da anni stanno facendo. Sembra che, finalmente, i nodi vengano al pettine. Di seguito le domande:

1.Gli OGM coltivati sono stati all’origine di varietà super-resistenti agli erbicidi, come alcuni dichiarano? La risposta di Nature è ………VERO!

2. Gli OGM coltivati hanno davvero causato un’ondata di suicidi nell’India rurale, come anche Vandana Shiva ha più volte pubblicamente dichiarato? La risposta di Nature è ………FALSO!

3. I geni delle piante OGM coltivate si sono diffusi nell’ambiente, in modo incontrollato, come paventato da altri? La risposta di Nature è ………ANCORA SCONOSCIUTO, DA VERIFICARE!


Risposta alla 1° domanda secondo Nature ……….. Gli OGM avrebbero davvero contribuito a creare varietà super-resistenti, a causa della monocoltura e dell’uso continuo e incontrollato di alcuni erbicidi totali. Come in tutti i fenomeni biologici di adattamento e selezione, l’utilizzazione continua di questi erbicidi ha determinato la selezione di erbe infestanti resistenti a quell’erbicida, che sono divenute anche più difficili da controllare. Per risolvere questo problema è necessario diversificare gli erbicidi (tornare ai vecchi erbicidi) e per diversificare gli erbicidi è necessario ritornare alle rotazioni (si torna indietro!).

Risposta alla 2° domanda di Nature……… La seconda domanda ha invece una risposta più sfumata. Il tasso di suicidi non sarebbe aumentato, mantenendosi ad un livello di circa 100 mila all’anno.  Nature evidenzia, però, che qualche problema di reddito per gli agricoltori potrebbe essere stato causato dal fatto che i semi costano cinque volte tanto quelli convenzionali.


Risposta alla 3° domanda di Nature ………. Circa la terza domanda, ancora non si ha una risposta chiara, anche se Nature afferma che esistano evidenze scientifiche che stia accadendo. In Messico, dove gli OGM non sono approvati per la coltivazione, nel 2000 alcuni agricoltori cercarono di farsi certificare una varietà locale di mais per la coltivazione biologica. Con grossa sorpresa, si accorsero che il proprio mais conteneva espressioni genetiche di mais OGM. Probabilmente, il mais OGM era stato piantato da alcuni coltivatori e una volta nell'ambiente, aveva causato la diffusione di geni di resistenza. Lo studio cadde sotto il fuoco della Monsanto, che spinse per sconfessarne la pubblicazione. Diversi studi successivi però non furono in grado di contenere le accuse e anzi, nel 2009 uno studio di Elena Alvarez-Buylla della Università Autonoma del Messico trovò conferme al fenomeno della diffusione genetica nell'ambiente dei transgeni inseriti nelle piante OGM di mais.

sabato 23 novembre 2013

In Friuli Venezia Giulia una petizione a favore del mais OGM

Una petizione pro mais OGM sottoscritta da 400 imprenditori agricoli e' stata recentemente consegnata  al Presidente del Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia. In relazione alla definizione delle “Regole di coesistenza”, i firmatari hanno fatto presente che nelle campagne del Friuli Venezia Giulia è prassi consolidata la coltivazione simultanea di mais bianco e di mais giallo, che ha consentito la pacifica coesistenza fra imprenditori che perseguono i loro diversi obiettivi economici, senza che si sia mai creato alcun contenzioso giudiziario. Proprio in considerazione di questa secolare pratica, i firmatari sottintendono che non è necessaria alcuna regola di coesistenza tra mais convenzionale, mais OGM e mais Biologico, poiché ci penserà il mercato ad appianare ogni divergenza.
Si tratta a mio parere della solita “mezza verità” raccontata da chi, senza argomentazioni specifiche e senza alcun timore per le conseguenze che la scelta transgenica può avere sull’economia agro-industriale di un territorio, vuole adottare una tecnologia fortemente pervasiva, che non offre possibilità di coesistenza, poiché se è vero che con il mais OGM la coesistenza tecnica potrebbe anche essere possibile, in quanto il mais nel nostro Paese non ha parentali selvatiche, è altrettanto vero che non sarebbe possibile una coesistenza economica, in quanto il mais OGM modificherebbe quell’equilibrio economico che caratterizza attualmente il settore. In particolare, non essendoci etichettatura dei derivati (carne, latte, uova, ecc.) da mangimi OGM, dopo pochi anni, anche i coltivatori che volevano mantenersi “OGM free” saranno costretti dal mercato a coltivare OGM, poiché altrimenti coltiverebbero ai costi del convenzionale (più alti del transgenico), per poi vendere ai prezzi del transgenico.


Occorre poi far rilevare che il paragone “mais giallo/mais bianco” portato ad esempio di pacifica coesistenza dai promotori degli OGM in Friuli Venezia Giulia, non regge. In particolare, per i non addetti ai lavori, il “mais giallo” è quello destinato all’alimentazione animale (la quasi totalità delle coltivazioni), mentre il “mais bianco” è destinato all'alimentazione umana diretta per la produzione di particolari polente (anche in questo caso la quasi totalità). Perchè il paragone non regge? Non regge per il semplice fatto che per la gran parte della produzione di "mais bianco" non esistono soglie di tolleranza per il prodotto fecondato da polline di "mais giallo convenzionale". Pertanto il prodotto ottenuto può essere venduto senza specifica etichettatura, così come previsto per gli OGM. Diverso è il discorso relativo alla possibilità che il mais bianco destinato all'alimentazione umana sia fecondato da polline di mais OGM. In questo caso, se la percentuale di produzione finale supera lo 0,9%, il mais bianco dovrà essere etichettato come "alimento OGM" e saremmo quasi sicuri che non avrà mercato e che non ne sarà venduto un chicco!
Se si vuole avere un'idea di quello che già accade sul mercato del mais nel caso di "inquinamento genetico", è possibile portare ad esempio la coltivazione del "mais waxy". In particolare, il “mais waxy”, è caratterizzato da un’altissima percentuale di amilopectina (99%) ed una bassa quantità di amilosio (1%, rispetto al 25% del “mais giallo”), per cui è destinato a specifici usi industriali e per questa ragione gli ibridi di "mais waxy" vengono coltivati solo su contratto di coltivazione con l’industria di trasformazione. Tale contratto di coltivazione, nella fissazione del prezzo tiene conto del fatto che una parte della produzione sarà inquinata dal polline del “mais giallo convenzionale” e dovrà essere eliminata (di solito sono le 8-10 file perimetrali del campo coltivato) e destinata al mercato del “mais giallo”. Pertanto, anche il prezzo fissato nel contratto di coltivazione tiene conto di questa eventualità, con un “premio di coltivazione” che è dell’ordine di 10-20 euro/Tonnellata…….più o meno 150-300 euro/ettaro, che oggigiorno sono “gran soldi” in agricoltura (1).
In conclusione, la coesistenza tra "mais convenzionale" e "mais OGM" potrebbe anche essere possibile, ma è necessario che il mercato possa essere in grado di valorizzare la differenza esistente tra i due prodotti. Purtroppo, la possibilità di utilizzare nell'allevamento mangimi OGM, senza specifica etichettatura dei derivati ottenuti (carne, latte, uova, ecc.), impedisce al consumatore una scelta consapevole, per cui sarà impossibile dare un valore diverso ai mangimi OGM e a quelli convenzionali.   



(1) Occorre, però, considerare che rispetto al “mais giallo” il costo di coltivazione del “mais waxy” è leggermente maggiore………altrimenti tutti coltiverebbero “mais waxy”. 

lunedì 23 settembre 2013

Negli USA erba medica inquinata da erba medica OGM

Era previsto, prima o poi negli USA sarebbe accaduto, ovvero ci sarebbe stato “inquinamento genetico” dell’erba medica convenzionale da parte dell’erba medica OGM.
E tutto questo ha portato guai agli agricoltori convenzionali di erba medica, poiché si sono visti rifiutare il loro prodotto. In particolare, un contadino dello Stato di Washington si è lamentato del fatto che il suo fieno di erba medica è stato respinto per l'esportazione, a causa della presenza nel suo DNA di un tratto di erba medica OGM, che rende il raccolto resistente agli erbicidi .
L'evento ha scatenato un'ondata di preoccupazione da parte di gruppi di consumatori e agricoltori che hanno combattuto il governo per quasi un decennio per impedire all'erba medica OGM di contaminare forniture convenzionali e biologiche .
Esperti hanno avvertito che la conferma della contaminazione minaccia le vendite degli Stati Uniti di erba medica per l’alimentazione del bestiame in molte nazioni dell'Asia, che rifiutano gli OGM. Gli esperti hanno consigliato gli agricoltori a verificare ogni sacco di sementi che comprano prima di effettuare l’impianto di erba medica, che, come è risaputo, dura più anni.

Il Dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti ha affermato che la presenza di una piccola quantità di materiale geneticamente modificato in coltivazione di erba medica non- OGM costituisce solo una "questione commerciale" e non garantisce alcuna azione di governo.

martedì 5 marzo 2013

Le sementi OGM non sono sterili, però è vietato riseminarle, anche in secondo raccolto.


Negli U.S.A. sono ormai numerose le cause messe in atto da talune ditte sementiere contro agricoltori che, trattenendo una parte del raccolto e riseminandolo, coltivano le loro sementi brevettate "abusivamente". Trattasi, soprattutto, di semi di soia e colza (per il mais, essendo un ibrido, non è possibile attuare questa operazione), poiché non essendo varietà ibride, essi possono essere coltivati e tranquillamente  riseminati tutti gli anni. 

Il caso in oggetto riguarda le produzioni effettuate in secondo raccolto (un raccolto secondario, che viene effettuato dopo la coltivazione principale e che non origina grandi profitti per l’agricoltore). Il secondo raccolto, lo dice la parola stessa, può essere attuato per le coltivazioni che hanno un ciclo molto breve. L'agricoltore semina in primavera il primo raccolto.....raccoglie il prodotto.......trattiene una parte del prodotto per la risemina del secondo raccolto nella stessa annata. Pertanto, negli USA, e nel caso della soia OGM, utilizza per il secondo raccolto un seme che deriva dalla riproduzione di un seme brevettato.   

In particolare, l’oggetto del contendere riguarda anche gli agricoltori che hanno pagato le royalty sul seme di soia utilizzato per il primo raccolto   e che intendono utilizzare una parte del raccolto per la semina del secondo raccolto. Essi, secondo le ditte che hanno il brevetto su quella semente, devono ripagare i diritti sulle sementi, anche se la ditta proprietaria del brevetto non ha manipolato in alcun modo la semente e, pertanto, non ha sostenuto alcun costo di lavorazione e di condizionamento per quella stessa semente.

Da rilevare che non è consentito nemmeno seminare semi acquistati da grossisti locali, poiché il silos in cui si raccolgono e si conservano i semi provenienti da diversi agricoltori della zona (OGM e "non OGM"), contiene sicuramente una parte che è OGM ed è, quindi, oggetto di brevetto.

Per un agricoltore la causa è iniziata nel 2007 presso la corte distrettuale dell’Indiana, la quale ha dato ragione alla ditta proprietaria del brevetto e ha stabilito un risarcimento di 84 000 dollari (60 000 euro) da parte del contadino a favore della ditta detentrice del brevetto. Da rilevare che la Corte d’Appello Federale, specializzata in cause riguardanti i brevetti, ha confermato questo pronunciamento. Ora la Corte Suprema (sorta di Cassazione italiana) avrà l’ultima parola.

L’America guarda a questa sentenza, che potrebbe creare un precedente in grado di mettere in discussione tutti i sistemi basati sul copyright, ma intanto l’auspicio è che almeno in questo campo la Corte Suprema possa restituire ai produttori la possibilità di conservare e di scambiare liberamente le sementi, cancellando quella limitazione che il sistema dei brevetti pone alla velocità di innovazione e sviluppo di nuove varietà.

domenica 27 gennaio 2013

Le attuali piante OGM non mantengono le promesse agronomiche


Per alcuni Paesi la coltivazione di Organismi Transgenici (OT, OGM) è già una realtà. In questi Paesi, infatti, vige il concetto di “sostanziale equivalenza”, per cui gli alimenti ottenuti da piante transgeniche non sono soggetti a preventive e laboriose analisi di tipo tossicologico e possono essere venduti sul mercato insieme a quelli convenzionali, senza nessuna etichettatura che possa eventualmente consentire al consumatore di operare una scelta consapevole (il mais è mais, sia esso transgenico o convenzionale), ovvero anche quella di non consumarli (in questa situazione, di non etichettatura, i consumatori sono obbligati a consumarli inconsapevolmente). Il fatto di considerare gli alimenti transgenici sostanzialmente equivalenti a quelli convenzionali, ed in presenza di una unica filiera di distribuzione senza etichettatura degli alimenti, ha determinato un’esplosione delle superfici destinate alla coltivazione di piante transgeniche. Infatti, in presenza di un’unica filiera, e con prezzi flettenti dei prodotti agricoli così come si è verificato per la soia e per il mais transgenici, è ovvio che l’agricoltore che ha voluto conservare un certo margine di redditività dall’attività di coltivazione, è stato “costretto”, anche suo malgrado, a seminare le cultivar caratterizzate dal minor costo di produzione (ovvero quelle transgeniche). Ecco allora che in questi Paesi, dove non c’è separazione tra alimento convenzionale e transgenico, l’incremento delle superfici coltivate a OT è dovuto, non solo ed esclusivamente ad un gradimento dell’agricoltore nei confronti di queste piante, ma anche alla necessità da parte dello stesso di mantenere un certo margine di redditività dall’attività agricola (è ovvio che se il prezzo del mais transgenico è uguale a quello del mais convenzionale, l’agricoltore sceglierà di coltivare quello caratterizzato dal minor costo di produzione, ovvero quello transgenico).

         Da rilevare che in questi Paesi, dove non c’è separazione di filiera, a distanza di una ventina di anni dall’introduzione in campo aperto di piante transgeniche, numerosi effetti agronomici negativi, preventivati a suo tempo da alcuni studiosi, si sono, purtroppo, manifestati, vanificando in parte gli effetti miracolosi previsti da altri studiosi. Tali effetti, che saranno di seguito descritti, sono stati per la gran parte osservati anche da ricercatori indipendenti di Università americane, che hanno voluto indagare sulle reali capacità produttive a agronomiche di queste piante.
         Relativamente alle piante resistenti ai diserbanti totali, esse dovevano rappresentare lo strumento in grado di semplificare decisamente le pratiche agronomiche: un unico trattamento diserbante per liberare il campo coltivato da tutte le erbe infestanti. Purtroppo, la realtà è un’altra, in quanto:

-              l’utilizzazione continua sullo stesso campo coltivato dello stesso diserbante, dello stesso disseccante, ha determinato la selezione delle piante infestanti che sono geneticamente resistenti al diserbante, per cui dopo alcuni anni esse hanno occupato la “nicchia ecologica” lasciata libera dalle piante più sensibili al diserbante. E’ ovvio che per controllare queste piante si è reso necessario ricorrere ad altri diserbanti, mediante l’utilizzazione di specifiche miscele;


-               le piante parentali selvatiche hanno acquisito per impollinazione incrociata da parte del polline transgenico, il transgene che conferisce resistenza al diserbante, divenendo così esse stesse resistenti al diserbante o ai diserbanti, in quanto in uno stesso Paese sono state introdotte piante della stessa specie resistenti a tipologie diverse di diserbante;



-              nel caso in cui siano state attuate le rotazioni colturali, le piante transgeniche coltivate in una annata agraria (per esempio colza RR o soia RR) sono divenute esse stesse infestanti di altre piante transgeniche coltivate in annate successive (la colza RR, nell’annata successiva alla sua coltivazione diviene infestante della soia RR o del mais RR). Cos’è avvenuto? Molto semplicemente durante la raccolta di piante coltivate OGM HT qualche seme cade sempre a terra e germina nell’annata successiva. Il problema si presenta solo nel caso in cui vengano effettuate rotazioni colturali: alla colza HT segue la soia HT. Come potrà essere diserbato il campo coltivato se la pianta infestante e la pianta coltivata sono resistenti allo stesso diserbante?



Come si è potuto notare, l’introduzione delle piante transgeniche resistenti ad un diserbante totale non ha semplificato la risoluzione del  problema relativo al contenimento dei danni causati dalle piante infestanti, anzi sotto certi punti di vista lo ha peggiorato, in quanto ha dato origine a “nuove piante” infestanti, che presentano delle resistenze genetiche che prima non erano presenti.

Anche le  piante transgeniche resistenti agli insetti presentano degli inconvenienti, che hanno determinato un cambiamento nelle pratiche agronomiche adottate nella loro coltivazione. In particolare, consapevoli del fatto che gli insetti dopo alcune generazioni maturano una resistenza genetica alla tossina transgenica, è stato consigliato agli agricoltori di coltivare ogni 100 ettari di Mais BT una aliquota variabile dal 20% al 50% di Mais convenzionale (aree rifugio), al fine di evitare la pressione selettiva di individui resistenti.
A cosa servono le “Aree Rifugio”? Sono aree coltivate a mais convenzionale (fino al 50% della superficie coltivata a Mais Bt se ci si trova in un’area ad alta concentrazione di coltivazioni di mais e cotone), allo scopo di evitare che soggetti di piralide resistenti alla proteina BT localizzati nel campo di mais BT vadano a fecondare altri soggetti resistenti, sempre localizzati nel campo di mais BT, dando così origine ad una progenie resistente. Il giochetto è presto spiegato: se noi accanto ad un campo di mais BT mettiamo un campo di mais convenzionale, con ogni probabilità nel campo di mais BT si selezioneranno insetti resistenti alla tossina BT, mentre nel campo convenzionale ci saranno soggetti non resistenti. L’esclusiva presenza di coltivazioni di mais BT avrebbe determinato una forte presenza di soggetti resistenti, che incrociandosi tra di loro avrebbero dato origine ad una  progenie di insetti resistenti. Mettendo accanto al campo di mais BT un campo di mais convenzionale, la formazione di progenie di piralide resistente alla tossina BT è notevolmente rallentata, non evitata, in quanto insetti resistenti provenienti dal campo di mais BT, possono fecondarsi con soggetti non resistenti provenienti dal campo di mais convenzionale (ovviamente, in questo modo la creazione di progenie resistenti è rallentata, ma non evitata).
Anche in questo caso l’introduzione di piante transgeniche resistenti agli insetti (OGM BT) non ha risolto completamente il problema e non ha semplificato la coltivazione di queste piante. In particolare:

-              molto spesso gli agricoltori non hanno seguito il consiglio delle ditte sementiere, per cui non hanno messo in atto la strategie delle “aree rifugio”;

-              coloro che hanno creato le “aree rifugio” hanno dovuto adottare due specifiche tecniche di coltivazione per lo stesso prodotto, in quanto la parte coltivata con piante convenzionali deve essere trattata in modo diverso da quella coltivata con piante transgeniche.

In conclusione, alle considerazioni effettuate sulle piante transgeniche resistenti agli insetti, occorre chiedersi se quello delle “aree rifugio” è un modello produttivo adatto all’agricoltura italiana, che, come è risaputo, è costituita da aziende di modestissima dimensione (6-7 ettari), dove non è raro incontrare campi coltivati a mais o a soia dell’ordine di poche decine di migliaia di metri quadrati.  

Taluni studi indipendenti effettuati da ricercatori di Università americane avrebbero poi verificato che non è sempre vero che le piante transgeniche producono di più. In particolare, indagini effettuate su migliaia di ettari coltivati, hanno verificato che la soia transgenica produce meno di quella convenzionale (dal 6% all’11% in meno), mentre si avrebbe un aumento del 2,6% nella produzione del mais BT (non in grado di compensare l’aumento di costo della semente transgenica, pari al 40% in più rispetto a quella convenzionale). Tra le motivazione addotte per giustificare questo livello di produttività, si ricordano:

-              nella trasformazione genetica sarebbero state utilizzate cultivar meno produttive;

-              si sarebbero manifestati effetti negativi metabolici nella pianta a causa della modificazione genetica;

-              vi sarebbero stati effetti collaterali dannosi dovuti al diserbante totale;

-              le piante transgeniche sarebbero più suscettibili all’attacco di altri parassiti (funghi, per esempio).

A proposito dell’incremento produttivo, interessanti sono anche le affermazioni di alcuni noti genetisti agrari italiani: 

-         “Le piante transgeniche attualmente commercializzate non alzano il tetto di produzione potenziale. A questo scopo, sarebbe necessario rimaneggiare la pianta ex novo, non limitandosi ad introdurre singoli geni ma modificando processi fisiologici che rappresentano il collo di bottiglia dell’aumento di produzione.” [Gavazzi G., Università di Milano]. 

-         “(omissis) ….. è ancora da dimostrare la superiore potenzialità produttiva delle varietà GM rispetto alle varietà locali adattate in sistemi agricoli sfavoriti da condizioni climatiche …… o edafiche avverse. In questo caso il miglioramento genetico mediante la classica ibridazione intra e interspecifica seguita da selezione, ha sempre offerto e continuerà ad offrire risultati sorprendenti ed a costi relativamente bassi.” [Scarascia Mugnozza G.T., Università di Viterbo].

Un decennio di coltivazione di piante transgeniche in alcuni Paesi ha poi dimostrato che la coesistenza tra forme di agricoltura convenzionali e transgeniche è difficile, se non addirittura impossibile. Diffusi sono i casi di inquinamento genetico di campi coltivati con sementi convenzionali, numerosi sono i contenziosi tra agricoltori e ditte che hanno il brevetto su queste piante, che pretenderebbero il pagamento delle royalty. Emblematico a questo riguardo è il caso di un agricoltore canadese, che inconsapevolmente (probabilmente a causa di un inquinamento accidentale della semente convenzionale o, più semplicemente, a causa del polline trasportato dal vento), avrebbe ottenuto un prodotto in parte transgenico dalla semina di materiale convenzionale. Con una specifica sentenza, un giudice lo avrebbe condannato al pagamento dei danni nei confronti di una ditta sementiera, per aver seminato materiale transgenico senza aver pagato le relative royalty. Ovviamente  non siamo in grado di entrare nel merito della sentenza, in quanto le affermazioni dell’agricoltore potrebbero anche non essere vere, ma il problema esiste ed è reale, in quanto, soprattutto nel caso di piante che hanno parentali selvatiche, si pone il problema dell’impollinazione incrociata, che potrebbe compromettere l’integrità genetica del prodotto convenzionale ottenibile dalla semina di materiale convenzionale. Certo è che la sentenza emessa dal giudice canadese costituisce un precedente di una certa rilevanza, in quanto la ditta detentrice del brevetto su quella pianta potrebbe ottenere un vantaggio da un inquinamento genetico da essa stessa determinato, a prescindere, quindi, dalla volontà del singolo agricoltore di intraprendere o meno quella coltivazione.
Ad aggravare la situazione relativa alla coesistenza concorre anche l’inevitabile inquinamento genetico che può verificarsi nelle diverse fasi della “filiera produttiva”. In particolare, al di là del caso in cui il seme presenti anche una modesta percentuale di materiale transgenico, la contaminazione di prodotto transgenico nei riguardi di prodotto convenzionale potrebbe avvenire nei seguenti casi:

-                           durante la fase di crescita e di maturazione delle piante, nel caso in cui le produzioni convenzionali si trovino a confinare con produzioni transgeniche;

-                           durante la raccolta, nel caso in cui siano utilizzate macchine che precedentemente erano state utilizzate per la raccolta di prodotto transgenico;

-                            durante il trasporto nel caso in cui siano utilizzati mezzi di trasporto che precedentemente erano stati utilizzati per il trasporto di prodotto transgenico;

-                            durante la conservazione del prodotto, nel caso cui siano  utilizzati gli stessi magazzini e/o gli stessi silos destinati alla conservazione di  prodotto transgenico;

-                            durante i processi di lavorazione del prodotto, nel caso in cui vengano  utilizzate le stesse macchine per la lavorazione del prodotto transgenico e quello convenzionale;

-                            durante la fase di distribuzione al dettaglio, soprattutto nel caso in cui il prodotto non sia confezionato.

Come si è potuto osservare numerose sono le occasioni di inquinamento genetico degli alimenti, a prescindere dal fatto che per la loro produzione sia utilizzato o meno semente inquinata da OGM. A questo proposito, dobbiamo dire che nei Paesi che per primi hanno adottato alimenti transgenici, il primo, presunto, incidente alimentare causato da OGM si è già verificato. Negli U.S.A. una partita di STARLINK, un mais transgenico autorizzato solo per l’alimentazione animale perché ritenuto allergenico per l’uomo, è stato erroneamente avviato all’alimentazione umana; risultato, circa 50 persone hanno accusato malesseri che sembrano riconducibili al consumo di questo mais e sono ricorse alle cure mediche. Alcuni prodotti trasformati a base di mais sono stati ritirati dal mercato, alcuni stabilimenti di lavorazione del mais hanno dovuto interrompere la lavorazione, si sono avuti danni economici per milioni di Euro. In questa sede non si vuole affermare che esiste certezza in merito alla contaminazione da STARLINK, ma si vuole semplicemente evidenziare una problematica relativa alla coesistenza e alla utilizzazione di certe tipologie di piante OGM.

A conclusione di queste brevi considerazioni connesse alle problematiche di tipo agronomico che si sono manifestate con l’introduzione di piante transgeniche, si vuole ribadire il fatto che, forse, con troppa fretta si vuole introdurre una tecnologia fortemente innovativa, che non ha ancora subito il vaglio di specifiche ricerche, volte ad evidenziare l’impatto che essa potrebbe avere per lo sviluppo sostenibile della nostra società. In questo contesto occorre credere nella ricerca e affidarle il compito di fornire certezze in merito a scelte che possono avere ripercussioni a lungo termine per il nostro sviluppo e per lo sviluppo delle generazioni future.

mercoledì 17 ottobre 2012

OGM e Società Italiana di Ecologia


Non è vero che tutti gli scienziati o la gran parte degli scienziati è a favore degli OGM. Già nel 2002, ancor prima che si verificassero alcuni inconvenienti dovuti alla coltivazione di piante OGM, la Società Italiana di Ecologia in un suo documento aveva posto in primo piano la possibilità che l'introduzione di queste nuove piante avrebbe potuto determinare degli effetti ambientali di un certo rilievo.  Il documento è stato sottoscritto da un gran numero di scienziati ricercatori.
  

SCIENZA E AMBIENTE 2002


Come reazione ad alcune esagerazioni di taluni movimenti ambientalisti si va diffondendo la nuova moda di negare l'esistenza di alcuni gravi problemi ambientali per il nostro pianeta. Si afferma inoltre che le politiche di conservazione della natura sono di impedimento allo sviluppo civile ed economico e ostacolano il progresso scientifico. Come scienziati che hanno a cuore la protezione dell'ambiente al di là di ogni credo politico vogliamo invece ribadire, senza allarmismi, ma anche senza ottimismi fideistici, che i problemi che affliggono la nostra Terra sono davvero ingenti. Purtroppo non possiamo non rilevare che anche alcuni colleghi scienziati, facendosi paladini di una visione scientifica parziale e di una tendenza alla semplificazione di problemi intrinsecamente complessi, tendono ad avvalorare la nuova moda "negazionista". Essi inoltre ripropongono l'idea che i problemi dell'umanità, quali la fame e il degrado ambientale, possano essere risolti dal solo progresso scientifico e tecnologico, anzi dal solo progresso in alcune specifiche aree scientifiche. Siamo invece convinti che solo un progresso equilibrato in tutti i settori scientifici e tecnici e solo la parallela adozione di adeguate politiche sociali ed economiche e di conservazione della natura potranno portare ad un reale miglioramento delle condizioni di vita del nostro pianeta.
Più specificatamente vogliamo fare chiarezza su alcuni temi di attualità portando, come scienziati, precise osservazioni ad alcune affermazioni che vengono proposte all'opinione pubblica.
- Riscaldamento globale: secondo taluni non ci sarebbero prove scientifiche del graduale riscaldamento dell'atmosfera della Terra; i cambiamenti climatici ci sono sempre stati e l'eventuale riscaldamento non può essere imputato all'attività dell'uomo.
Nei 160.000 anni precedenti il 1850 la concentrazione di biossido di carbonio in atmosfera è sempre rimasta compresa tra 190 e 290 parti per milione con lente variazioni; dal 1850 ad oggi è aumentata continuamente, passando da 280 a 370 parti per milione. In base alle conoscenze scientifiche attuali, un aumento di tale portata in un tempo così breve non era mai stato registrato prima nella storia della Terra. Non v'è dubbio che tale continua crescita sia dovuta alle emissioni da combustibili fossili e alla deforestazione. Inoltre esiste da centinaia di migliaia di anni una correlazione fortissima tra le concentrazioni di biossido di carbonio e la temperatura media della terra, come scientificamente provato al di là di ogni dubbio negli ultimi anni. Le previsioni più recenti, basate sui modelli di illustri colleghi climatologi, perlopiù provenienti da scuole di fisica, scienziati degni di fede e non fondamentalisti ambientali, sono che la temperatura della terra aumenterà di almeno un grado entro il 2040 se non verranno presi provvedimenti di limitazione delle emissioni.
- Biotecnologie: secondo taluni non si dovrebbero porre limitazioni alla ricerca biotecnologica che ha un ruolo fondamentale per alleviare i problemi dell'umanità.
Sotto il termine "biotecnologie" vengono in realtà indicati settori scientifici e tecnologici diversi: dallo sviluppo di nuovi farmaci (a volte, ma non sempre, basati sull'utilizzo dell'ingegneria genetica), alla clonazione di organi e organismi, all'introduzione di organismi geneticamente modificati per scopo agricolo o zootecnico. Ognuna di queste tecnologie pone problemi diversi dal punto di vista scientifico, etico e sociale e non si può quindi parlarne in maniera generica. Per quanto riguarda l'aspetto di maggiore impatto sull'ambiente, ovvero l'introduzione di organismi geneticamente modificati (OGM), vogliamo osservare che, se è vero che gli effetti sulla salute umana dell'ingestione di cibo proveniente da OGM sono stati grandemente esagerati da alcuni movimenti ambientalisti, è anche vero che alcuni scienziati hanno grandemente esagerato i benefici che possono derivare dall'utilizzo degli OGM per combattere la fame nel mondo e ne hanno minimizzato i pericoli per il mantenimento dell'ambiente naturale di cui l'uomo è parte. Va infatti ricordato che attualmente il 70% dell'area coltivata ad OGM è destinata a specie modificate per resistere all'azione degli erbicidi. L'aumento di produzione agricola dovuto a questi OGM è minimo, se non inesistente, l'unico cosiddetto "vantaggio" essendo la possibilità di utilizzare indiscriminatamente grandi quantità di erbicida senza danneggiare la specie coltivata. Ma gli OGM possono anche costituire un pericolo per il funzionamento degli ecosistemi, poichè la loro introduzione è del tutto analoga al rilascio di specie esotiche, una pratica che ha portato nel recente e lontano passato a qualche beneficio, ma anche a molti danni, di natura sia biologica che economica. L'introduzione di OGM ha già contribuito in alcuni casi al declino di specie e razze naturali e, se effettuata su larga scala, può contribuire a una drastica diminuzione della biodiversità dei nostri ecosistemi. Vogliamo ricordare con forza che a medio e lungo termine la salute dei nostri figli e dei nostri nipoti dipende dal mantenimento del funzionamento degli attuali sistemi naturali che forniscono gratuitamente non solo cibo, legname, fibre tessili, medicinali, ma anche servizi fondamentali per la nostra sopravvivenza quali la purificazione naturale di aria e acqua, il riciclo dei sali nutritivi, la stabilità dei versanti montagnosi, la protezione delle coste dall'erosione.
- Principio di precauzione: secondo taluni esso viene ingiustamente invocato per ritardare il progresso scientifico e tecnologico.
Precisiamo che con principio di precauzione intendiamo questo: "quando ci si propone di introdurre nuove sostanze o nuove tecnologie nell'uso quotidiano bisogna partire dalla presunzione che esse possano avere un effetto nocivo sull'uomo; perciò, prima di commercializzarle e utilizzarle su larga scala, bisogna sottoporle ad un'analisi preventiva dei danni e dei benefici che possono procurare alla salute dell'uomo e dell'ambiente in cui l'uomo vive". Facciamo notare che il principio di precauzione è normalmente adottato per i nuovi farmaci: solo dopo lunghi anni di sperimentazione e di analisi dei possibili effetti negativi e dei comprovati benefici per la salute dell'uomo un nuovo farmaco può venire utilizzato e commercializzato. Simili precauzioni vengono ora adottate anche per i pesticidi. Non è razionale pensare che il principio di precauzione non debba valere anche per altre sostanze con cui l'uomo viene a contatto o che vengono immesse in natura. Finora è invece sostanzialmente invalso il principio opposto, ovvero si parte dalla presunzione che una sostanza non sia nociva e la si ritira dal commercio quando ne vengono comprovati i danni al di là di ogni dubbio. Gli esempi abbondano: basti citare l'esempio dei clorofluorocarburi, la cui immissione in atmosfera ha portato all'assottigliamento dello strato di ozono stratosferico fondamentale per la sopravvivenza degli organismi viventi. Dopo la seconda guerra mondiale sono stati sintetizzati milioni di nuove molecole, di cui alcune migliaia sono poi state commercializzate e quindi portate a contatto con vaste popolazioni di uomini, animali e piante. Solo una piccolissima percentuale di queste nuove sostanze è stata sottoposta ad analisi tossicologica. Pur senza indulgere a ingiustificati allarmismi, riteniamo del tutto corretto che questa prassi venga cambiata e resa simile a quella per i farmaci. Riteniamo inoltre che il principio di precauzione vada applicato anche agli OGM.
- Nuove infrastrutture: secondo taluni non bisogna assolutamente ostacolare i tentativi di dotare il Paese di infrastrutture vitali per lo sviluppo economico e per il miglioramento della qualità della vita della popolazione.
Il nostro paese ha sicuramente bisogno di investire in infrastrutture. Va però precisato che i miglioramenti infrastrutturali necessari per lo sviluppo del paese non sono costituiti solo dalla costruzione di nuove strade o ponti. L'adeguamento dei finanziamenti alla ricerca scientifica di base alle percentuali di PIL degli altri Paesi avanzati, la costruzione di laboratori scientifici per gli studenti, l'apprestamento di efficienti reti informatiche e di biblioteche, la costruzione di impianti di depurazione delle acque reflue e di reti di approvvigionamento idrico, il miglioramento dei servizi tecnici di sorveglianza contro gli incendi e dei servizi idrogeologici e meteorologici sono anch'essi fondamentali investimenti infrastrutturali. Secondo noi vale il principio che le cattedrali nel deserto non servono a nessuno e quindi che gli investimenti devono essere equilibrati e andare a rafforzare tutti i settori carenti del nostro paese. Riteniamo inoltre che una nuova infrastruttura debba soddisfare a tre requisiti: a) non essere fine a se stessa, ma fornire la soluzione di una ben precisa esigenza pubblica; b) venire valutata in termini sia di costi e benefici economici che di impatto per la salute dell'uomo e dell'ambiente; c) non avere alcuna ragionevole alternativa che abbia minore costo economico e minore impatto sull'ambiente. Le valutazioni economiche, sanitarie e ambientali vanno condotte da organi indipendenti da pressioni di parte.
E' importante anche notare come il prepotente emergere negli ultimi trent'anni di una maggiore coscienza delle problematiche ambientali non sia andata a scapito del progresso scientifico, ma anzi abbia dato un enorme impulso al miglioramento tecnologico. Ad esempio i "Clean Air Act Amendments" introdotti dal parlamento statunitense nel 1990 per migliorare la qualità dell'aria non hanno affatto portato ai disastri economici previsti da alcuni critici e sono costati molto meno di quanto predetto inizialmente dalle industrie. In particolare, per quanto riguarda il programma sulle precipitazioni acide dovute al biossido di zolfo, uno studio industriale del 1989 aveva predetto un costo annuale tra 4 e 7 miliardi di dollari, ma le stime più recenti dell' US Accounting Office sono di circa due miliardi di dollari. Il costo della riformulazione del carburante a minore contenuto di benzene era stato valutato dall'industria petrolifera nel 1993 in circa 16 centesimi di dollaro al gallone, ma nel 1999 tale costo è stato valutato essere di solo un centesimo al gallone. Nel 1990 i portavoce di alcune industrie chimiche avevano predetto severi problemi economici e sociali se si fosse accelerata la dismissione dei clorofluorocarburi come refrigeranti. In realtà le industrie chimiche hanno rapidissimamente sviluppato prodotti alternativi ai clorofluorocarburi. E' confortante osservare come recentemente l'atteggiamento del mondo delle imprese verso i problemi ambientali sia cambiato radicalmente. E'sempre maggiore il numero di aziende che adotta strumenti per la gestione ambientale di impresa come i marchi verdi, l'analisi del ciclo di vita dei beni di produzione e lo schema EMAS (management e audit ambientale). Molte imprese hanno infatti scoperto che l'analisi accurata del ciclo produttivo per contenere i danni ambientali ha anche consentito loro di riorganizzare in maniera più razionale l'azienda, realizzando così importanti risparmi sui costi di produzione.
Tutti i medici riconoscono che è meglio prevenire l'insorgenza delle malattie con semplici precauzioni piuttosto che curarle con costosi medicinali quando sono insorte. Siamo convinti che anche per l'ambiente sia meglio investire nella prevenzione del degrado piuttosto che sperare nella cura a posteriori, fidando nell'onnipotenza dello sviluppo scientifico e tecnologico per la soluzione di tutti i guasti provocati dall'incuria e dalla disattenzione. Siamo perciò dell'opinione che i corsi di studio scientifici, sia quelli tradizionali sia quelli di nuova istituzione, non debbano ripiegarsi su di un sapere estremamente specializzato, ma aprirsi all'insegnamento anche di altre discipline scientifiche e di discipline socio-economiche. Solo così creeremo degli scienziati coscienti della realtà sociale in cui operano e della loro influenza sulla salute del nostro ambiente naturale. Siamo convinti che in questa maniera l'Italia non farebbe altro che continuare la sua grande tradizione umanistica nel solco di personaggi come Leonardo, che fu grande scienziato, ingegnere, osservatore della natura e al contempo grande artista.
Per concludere non possiamo infine non ricordare che la libertà di ricerca scientifica non può essere assoluta, perchè anche la ricerca scientifica e tecnologica è soggetta a limitazioni di ordine morale, come qualsiasi altra attività umana. Tra questi limiti etici c'è anche quello di non nuocere alla meravigliosa Natura che ci circonda, formatasi in miliardi di anni di evoluzione biologica.



Il Consiglio Direttivo della Societa' Italiana di Ecologia
Amalia Virzo, Presidente, Professore di Ecologia, Università di Napoli Federico II
Marino Gatto, Vicepresidente, Professore di Ecologia Applicata, Politecnico di Milano
Ferdinando Boero, Segretario, Professore di Zoologia e Biologia Marina, Università di Lecce
Alberto Castelli, Consigliere, Professore di Ecologia, Università di Pisa
Almo Farina, Consigliere, Professore di Ecologia, Università di Urbino
Carlo Gaggi, Consigliere, Professore di Ecologia, Università di Siena
Silvana Galassi, Consigliere, Professore di Ecologia, Università dell'Insubria
Pier Francesco Ghetti, Consigliere, Professore di Ecologia, Università di Venezia
Pierluigi Viaroli, Consigliere, Professore di Ecologia, Università di Parma
Ireneo Ferrari, Professore di Ecologia, Università di Parma, ex Presidente della Società Italiana di Ecologia



Hanno sottoscritto:

Gian Carlo Albertelli, Professore di Biologia, Presidente dell'Associazione Italiana di Oceanografia e Limnologia
Carlo Blasi, Professore di Conservazione della Natura e delle sue Risorse, Presidente della Società Botanica Italiana
Massimo Capaccioli, Professore di Astronomia, Direttore dell'Osservatorio Astronomico di Capodimonte, Presidente della Società Nazionale di Scienze, Lettere e Arti
Orazio Ciancio, Professore di Assestamento Forestale, Segretario Generale dell'Accademia di Scienze Forestali
Salvatore Fasulo, Professore di Citologia e Istologia, Presidente dell'Unione Zoologica Italiana
Gerardo Marotta, Presidente dell'Istituto Italiano di Studi Filosofici
Giovanni Sburlino, Professore di Conservazione della Natura e delle sue Risorse, Presidente della Società Italiana di Fitosociologia
Giulio Relini, Professore di Ecologia Animale, Presidente della Società Italiana di Biologia Marina
Luciano Bullini, Professore di Ecologia, Accademico dei Lincei
Ernesto Capanna, Professore di Anatomia Comparata, Accademico dei Lincei
Gian Carlo Carrada, Professore di Biologia marina, Università di Napoli Federico II
Roberto Cenci, Institute for Environment and Sustainability, Joint Research Centre, Ispra
Gabriella Cundari, Professore di Politica dell'Ambiente, Università di Napoli Federico II, Consigliere della Regione Campania
Stefano Guerzoni, Primo Ricercatore, CNR, Istituto di Biologia del Mare, Venezia
Donato Marino, Dirigente, Laboratorio di Botanica Marina, Stazione Zoologica A. Dohrn, Napoli
Paolo Menozzi, Professore di Ecologia, Università di Parma
Sandro Pignatti, Professore di Fondamenti di Valutazione di Impatto Ambientale, Accademico dei Lincei
Andrea Pugliese, Professore di Biomatematica, Universita' di Trento
Aristeo Renzoni, Professore di Conservazione della Natura e delle sue Risorse, Università di Siena
Sergio Rinaldi, Professore di Teoria dei Sistemi, Politecnico di Milano, Premio ITALGAS per le Scienze Ambientali
Andrea Rinaldo, Professore di Costruzioni Idrauliche e Marittime, Universita' di Padova
Remigio Rossi, Professore di Ecologia, Preside della Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali, Università di Ferrara
Renzo Rosso, Professore di Infrastrutture Idrauliche, Politecnico di Milano
Rodolfo Soncini Sessa, Professore di Modellistica e Gestione delle Risorse Naturali, Politecnico di Milano

Adesioni ricevute:
Anna Alfani, Professore di Ecologia, Università di Napoli Federico II
Paolo Boscato, Ricercatore di Archeozoologia, Università di Siena
Antonella Brozzetti, Professore di Diritto Bancario, Università di Siena
Giampiero Cai, Ricercatore di Botanica, Università di Siena
Ilaria Corsi, Assegnista di Ecotossicologia, Università di Siena
Roberto Danovaro, Professore di Ecologia, Università di Ancona
Vincenzo De Dominicis, Professore di Botanica, Università di Siena
Giulio De Leo, Professore di Ecologia Applicata, Università di Parma
Anna Elisa Fano, Professore di Ecologia, Università di Ferrara
Lucia Falciai, Ricercatrice di Ecologia, Università di Siena
Silvia Ferrozzi, Assegnista di Ecotossicologia, Università di Siena
Paolo Gambassini, Professore di Ecologia Preistorica, Università di Siena
Folco Giusti, Professore di Zoologia, Università di Siena
Maria Grazia Mazzocchi, Primo Ricercatore, Laboratorio di Oceanografia Biologica, Stazione Zoologica A. Dohrn, Napoli
Stefano Loppi, Ricercatore di Botanica, Università di Siena
Fausto Manes, Professore di Ecologia, Università di Roma La Sapienza
Giuseppe
Manganelli, Professore di Zoogeografia, Università di Siena
Monica Modigh, Ricercatore, Laboratorio di Oceanografia Biologica, Stazione Zoologica A. Dohrn, Napoli
Emanuela Molinaroli, Ricercatore di Geologia Marina, Università di Venezia
Marina Montresor, Primo Ricercatore , Laboratorio di Botanica Marina, Stazione Zoologica A. Dohrn, Napoli
Massimo Nepi, Ricercatore di Botanica, Università di Siena
Ettore Pacini, Professore di Botanica, Università di Siena
Maurizio Ribera d'Alcalà, Primo Ricercatore, Laboratorio di Oceanografia Biologica, Stazione Zoologica A. Dohrn, Napoli
Annamaria Ronchitelli, Professore di Paleontologia Umana, Università di Siena
Gianni Fulvio Russo, Professore di Ecologia, Università di Napoli Parthenope
Vincenzo Saggiomo, Dirigente, Laboratorio di Oceanografia Biologica, Stazione Zoologica A. Dohrn, Napoli
Adriana Zingone, Primo Ricercatore, Laboratorio di Botanica Marina, Stazione Zoologica A. Dohrn, Napoli
Patrizia Torricelli, Professore Ordinario di Ecologia, Dipartimento di Scienze Ambientali, Università Ca' Foscari Venezia
Paolo Burlando, Professore di Idrologia e Gestione delle Risorse Idriche, Scuola Politecnica Federale di Zurigo, Svizzera
Francesco Montecchio Responsabile di Sezione Associazione Italiana per il WWF – Sezione di Este
Rino Cardone Giornalista Professionista, TG3 RAI Radio Televisione Italiana
Valerio Caramassi, Direttore di ECO SRL Marketing e Comunicazione Ambientale, Livorno
Andrea Nardini, ingegnere, esperto senior Ministero Ambiente, Servizio Sviluppo Sostenibile (Roma); socio fondatore del Centro Italiano Riqualificazione Fluviale (CIRF)
Riccardo Sedola, Direttore Tecnico Ufficio Ambiente, Comune di Maranello, Modena
Rosario Gatto, Docente, Min. Pubblica Istruzione
Daniele Fraternali, Ingegnere chimico, ex ricercatore di area ENEL, Ricercatore indipendente nel settore energia ed ambiente
Enzo Pranzini, Professore straordinario di Geografia fisica, Universtà degli Studi di Firenze
Maurizio Gioioisa, Naturalista - Resp. Ricerca, Museo Provinciale di Storia Naturale di Foggia
Adriana Galderisi, Ricercatrice CNR- Docente a contratto presso l'Università Federico II di Napoli,
Gianpaolo Salmoiraghi, Ricercatore confermato, Professore di Ecologia applicata e di Limnologia, Università di Bologna
Giannozzo Pucci, agricoltore, pubblicista, Membro Commissioni agricoltura biologica e agricoltura sostenibile del MIPAF, Associazione Fioretta Mazzei; Associazione La FierucolaOnl.
Luigi Guarrera
, Direttore AMAB-Ass. Medit. Agricoltura Biologica, AMAB
Massimo Pandolfi, Docente e Ricercatore confermato, Università degli Studi di Urbino
Fabio Caporali, Professore Ordinario di Ecologia Agraria, Università della Tuscia
Anna Giovanetti, biologa, ricercatrice ENEA, CR Casaccia, Roma
Pasquale De Sole, Laboratorio di Chimica clinica - Policlinico Gemelli, Università Cattolica Sacro Cuore, Roma
Antonino Drago , Docente di Storia della Fisica, Università Federico II, membro del Com. Scient. del CIRB, Napoli
Elda Perlino, Primo Ricercatore CNR, IBBE- BARI
Franco Medici, Professore di Tecnologia dei Materiali e Chimica Applicata, Università di Roma "La Sapienza"
Elisabetta Morelli, Ricercatore presso l'Istituto di Biofisica, CNR PISA
Gioacchino Carella, Tecnico del CNR e Vice Sindaco di Capurso, Bari
Giovanni Cercignani, Ricercatore Confermato, Università degli Studi di Pisa.
Simonetta Corsolini, Ricercatore di Ecologia. Dip. Sc. Ambientali, Università di Siena
Silvia Olmastroni, Dottoranda in Scienze Polari, Dipartimento Scienze Ambientali, Siena
Stefano Mazzotti, Conservatore Zoologia, Museo di Storia Naturale, Ferrara
Daniele Vitalini, Primo Ricercatore, Istituto per la Chimica e la Tecnologia dei Materiali Polimerici, CNR, Catania
Monica Masti, Funzionario Amministrativo, Università di Siena
Antonio Finizio, Assegnista di Ricerca, Università di Milano Bicocca
Francesco Maria Senatore, Biologo Chiron Vaccines, Siena
Aldemaro Boscagli, Ricercatore, Dip. Scienze Ambientali, Università di Siena
Michele Gregorkiewitz, Professore Associato di Cristallografia, Dip. Scienze della Terra, Università di Siena
Alessandro Chiarucci, Ricercatore, Dip. Scienze Ambientali, Università di Siena
Elena Torricelli, Dottoranda in Ecologia, Dip. Scienze Ambientali, Università di Parma

giovedì 11 ottobre 2012

I rischi legati alla diffusione degli OGM in agricoltura


Di seguito una sintetica ma completa analisi dei rischi legati alla diffusione degli OGM in agricoltura. L’analisi è stata svolta dal prof. Raffaele Testolin, Direttore del Dipartimento Produzione Vegetale e Tecnologie Agrarie Università di Udine,  che non è sicuramente un “anti OGM”, in quanto firmatario della “lettera degli scienziati con la richiesta per liberalizzare la sperimentazione OGM”.  Si tratta sicuramente di una analisi obiettiva, che mette in luce ancora una volta la necessità di fare ricerca prima di introdurre piante OGM nel nostro Paese.

ISTITUTO REGIONALE DI STUDI EUROPEI
DEL FRIULI VENEZIA GIULIA
Via Concordia 7 - 33170 Pordenone
Tel. 0434.365326 Fax. 0434.364584
email: irse@culturacdspn.it


PROFESSIONI NEL VERDE
Presidio del territorio e nicchie di mercato
XX Seminario internazionale sulle nuove professionalità
PORDENONE 12 - 16 luglio 2000
Nell'ambito delle attività internazionali
Sostenute dalla Regione Friuli Venezia Giulia
Con la partecipazione di
Fondazione Cassa di Risparmio
di Udine e Pordenone

BIOTECNOLOGIE A OCCHI APERTI  


Raffaele Testolin,
Dipartimento Produzione Vegetale e Tecnologie Agrarie Università di Udine  (Coordinatore del seminario)  


1. Perché si creano organismi geneticamente modificati (OGM) (omissis)
2. Come si creano gli OGM, con particolare riferimento alle piante (omissis)
3. La diffusione degli OGM (omissis)

4. I rischi legati alla diffusione degli OGM

La rapida diffusione di organismi geneticamente modificati (virus, batteri, lieviti, artropodi, animali e piante superiori) ha creato un notevole allarme anche nella comunità scientifica circa i rischi che il rilascio in natura di OGM può creare per la salute dell'uomo e degli animali che si alimentano con questi OGM o prodotti da essi derivati (farine ecc.) e i rischi per l'ambiente (Tab. 2).
Ovviamente gli OGM hanno posto e pongono anche problemi etici che riguardano da una parte i limiti consentiti ad una generazione di alterare il mondo in cui vive senza curarsi delle conseguenze per le generazioni future e dall'altra se sia permesso creare dei rischi per la società a solo scopo di profitto di singole imprese. E' questa per esempio l'accusa che viene mossa alle compagnie che hanno sviluppato piante transgeniche resistenti ad erbicidi e che costringono gli agricoltori ad acquistare oltre che le sementi, l'erbicida adatto. Si tratta di questioni importanti, ma che riguardano campi non trattabili dal punto di vista scientifico.
Al di là degli aspetti etici, la lista dei potenziali rischi che possono o devono avere una risposta scientifica, è lunga e riguarda, ad esempio:
- l'impatto tout court sull'ambiente di OGM (virus, batteri, pesci, animali, ...) che entrano come un soggetto del tutto nuovo in un ecosistema che non ha contribuito a crearli e a selezionarli;
- la possibile tossicità e allergenicità dei prodotti alimentari derivanti dagli OGM;
- il gene flow o flusso di geni da organismi transgenici ad organismi non-transgenici, in particolare da piante transgeniche a colture non transgeniche e specie selvatiche con le quali le piante transgeniche possono ibridare naturalmente (Dale e Scheffler 1996);
- il trasferimento a batteri del terreno di plasmidi artificiali presenti in organismi transgenici in decomposizione (Nielsen et al 1997);
- il cosiddetto horizontal gene transfer, cioè il trasferimento occasionale di geni tra organismi molto diversi: per esempio tra batteri ed eucarioti mediante fenomeni di coniugazione (Tepfer 1993; Droge et al 1998).


4.1 Rischi per l'uomo e per gli animali che si alimentano con prodotti di OGM

I costrutti utilizzati per il trasferimento di geni a piante, contengono - come abbiamo visto - una copia di un gene che permette la selezione dei trasformati. Molti costrutti contengono come gene marker per la selezione dei trasformati un gene che conferisce resistenza alla kanamicina. Questo gene di origine batterica, noto anche come nptII (neomicina fosfotransferasi II), è ovviamente presente in tutte le cellule di una pianta transgenica.
La paura che il gene nptII possa essere tossico per l'uomo e gli animali sembra infondata, ma esistono un paio di altre questioni che non hanno ancora ricevuto risposta. La prima riguarda la possibilità che il gene nptII possa essere passato ai batteri dell'intestino umano, rendendoli resistenti alla kanamicina e ad altri antibiotici. La seconda riguarda la possibilità che il gene venga trasferito ad altri organismi e quindi rilasciato nell'ambiente con rischi per l'ecosistema.
Nessuna delle questioni ha per ora ricevuto risposta. Sappiamo che i processi digestivi dovrebbero distruggere qualsiasi sequenza codificante prima che questa raggiunga la flora batterica dell'intestino (guai se non fosse così!). Sappiamo anche che un gene che evitasse la distruzione nello stomaco avrebbe comunque poche possibilità di essere trasferito ad un batterio nell'intestino umano. Tuttavia il rischio non è nullo. Le preoccupazioni riguardano soprattutto la possibilità che batteri GM utilizzati come colture starter in formaggi o yoghurt possano trasferire questi geni a specie di batteri relativamente prossime (es. batteri lattici) presenti nell'intestino. Per questo pericolo, le legislazioni dei vari paesi - per quanto è noto - stabiliscono che organismi GM prodotti per alimenti da consumare a crudo non debbano contenere geni di resistenza agli antibiotici.
Per quanto riguarda il pericolo di trasferimento all'ambiente, sappiamo che il gene di resistenza alla kanamicina è piuttosto diffuso in natura e tuttavia un evento imprevisto che possa in qualche maniera causare un danno all'ambiente non può essere escluso a priori.
La presenza di questi rischi è tanto vera che i ricercatori, su sollecitazione delle imprese, si sono preoccupati di mettere a punto una nuova cassetta di espressione contenente un secondo gene (il gene Cre), in grado, una volta avvenuta la trasformazione, di excidere il gene nptII dalla pianta (Brown 1995).
Poiché il gene Cre viene caricato su un vettore diverso da quello preparato con il gene di interesse assieme al gene nptII, i due costrutti verrebbero trasferiti in zone diverse del genoma e segregherebbero alla prima generazione, permettendo così di selezionare piante contenenti il gene di interesse ma non il gene Cre. Il gene nptII non dovrebbe essere presente perché già eliminato da Cre.
Un secondo approccio è stato quello di usare geni marker/eporter diversi dai geni di resistenza ad antibiotici. Tra i nuovi geni un largo spazio hanno trovato alcuni geni di resistenza ad erbicidi, ma sono stati sperimentati anche geni che conferiscono tolleranza a metalli, metodi di complementazione vari, geni che demoliscono zuccheri artificiali come per esempio il lattosaccarosio ecc. (Yoder e Goldsbrough 1994; Gressel 1999). Per questi restano i rischi di diffusione nell'ambiente che vedremo nel prossimo paragrafo.
Per quanto riguarda la tossicità dei prodotti di origine transgenica, la legislazione, data la difficoltà di sviluppare test tossicologici appropriati, ha introdotto il concetto di valutazione della "sostanziale equivalenza" tra il prodotto transgenico e quello non transgenico di analoga origine. Dal punto di vista puramente scientifico, la tossicità di costrutti transgenici è considerata in generale poco verosimile, anche se non può essere esclusa in linea di principio.
Per quanto riguarda le allergie, la base biologica di tali reazioni è poco conosciuta dal punto di vista scientifico e quindi anche la legislazione non può chiedere molto. In pratica, nello screening track, imposto alle ditte che intendono chiedere il permesso di sperimentare e/o commercializzare OGM, vengono considerate le caratteristiche della proteina codificata dal transgene che potrebbero essere fonte di allergia (stabilità al calore, resistenza all'attacco di enzimi digestivi, similarità con allergeni noti ecc.). Il problema è sorto da alcuni casi concreti. Per esempio, la Pioneer Hi-Bred International ha sviluppato in passato una soia GM per un gene che codificava per una proteina ricca in metionina, intendendo così innalzare il profilo nutrizionale della soia utilizzata per l'alimentazione animale. Il gene era stato isolato dalla noce brasiliana, che in alcuni individui può causare reazioni allergiche. La compagnia ha saggiato questa soia GM contro campioni di sangue di persone allergiche alla noce brasiliana ed ha trovato che la soia GM era a sua volta allergenica. A seguito di ciò, il progetto è stato abbandonato, ma la questione è diventata di pubblico dominio ed ha assunto un valore generale perché se è vero che le compagnie conducono prove allergeniche quando il problema esiste - vedi il caso della noce brasiliana - è altrettanto vero che per molti geni che provengono da fonti non alimentari (batteri, insetti ecc.) non è nota l'allergenicità e non esiste il panel di pazienti con allergia conclamata per quel particolare alimento.


4.2 Rischi relativi agli insetti utili

Il problema ha due facce: la prima riguarda la creazione di resistenze in insetti contro i quali è stata prodotta la pianta transgenica; la seconda riguarda il danno che piante con geni che codificano per biopesticidi (tossine ecc.) possono recare alla entomofauna 'non-target', cioè agli insetti non direttamente obiettivo del biopesticida come i predatori e i visitatori occasionali.
Per entrambi gli aspetti, molte ricerche hanno riguardato e riguardano tuttora l’uso di geni che codificano per tossine Bt, derivanti da Bacillus thuringiensis.
Nel primo caso sono ormai documentate resistenze selezionate in alcuni lepidotteri dall’uso di piante Bt. In particolare sono state trovate resistenze nella tignola delle crucifere (Plutella xylostella) allevata su broccoli Bt e colza Bt (Ramachandaran et al 1998 e Tang et al 1999 citati in Tabashnik et al 2000), nel verme rosa delle capsule di cotone (Pectinophora gossypiella), mentre per quanto riguarda le resistenze rilevate in popolazioni di piralide allevata su mais Bt i dati sono contrastanti. Prevalgono i lavori che riportano il superamento di resistenze e in tali lavori il dibattito è relativo al tipo di resistenza: dominante o recessiva. Come è noto i due tipi di resistenza hanno effetti molto diversi sulla possibilità di diffusione del gene stesso (Huang et al 1999; Tabashnik et al 2000).
Per quanto riguarda il secondo aspetto, al di là delle ormai note vicende della farfalla monarca (Danaus plexippus) e del dibattito creatosi attorno a questa vicenda, i risultati riportati in bibliografia sono piuttosto contrastanti. Ciò è dovuto soprattutto all'eterogeneità dei protocolli e a qualche 'ingenuità' come l'uso di individui adulti come soggetti sperimentali, quando è noto che la tossina del B. thuringiensis è molto più efficace sugli stadi larvali. Molti dei dati che si trovano in bibliografia poi riguardano tests preparati per la registrazione di formulazioni a base di B. thuringiensis da utilizzare nei trattamenti alle colture e sono poco pertinenti al caso (Croft 1990). Solo recentemente si è operato alimentando predatori con prede cresciute su prodotto transgenico contenente la proteina Bt. I primi risultati non hanno riportato effetti negativi, ad eccezione di un caso in cui si sono registrate mortalità elevate in larve di crisopa (Chrysoperla carnea) alimentate con prede allevate a loro volta su mais Bt (Hilbeck et al 1998). Al di là dei risultati, è importante notare come le prime segnalazioni di resistenze siano comparse in letteratura già nel 1998, cioè ad appena due anni dall'inizio della coltivazione di mais, cotone e patata Bt negli USA. L'allarme è stato preso in seria considerazione da diverse società scientifiche e le perplessità che queste società avanzano con i loro documenti possono essere così riassunte (Wallimann 2000; Saxena et al 1999):
1.     la coltivazione su grandi aree a monocoltura di specie come mais o cotone, che esprimono costitutivamente composti ad azione insetticida come la tossina Bt, crea un ecosistema omogeneo con una grande pressione selettiva e quindi facilmente orientato a creare resistenze;
2.     creando resistenze si rischia di perdere un bio-pesticida, come il Bt, di grande valore, in uso con successo ormai da 30 anni;
3.     la tossina Bt, oltre ad agire sui parassiti, sui loro predatori e su visitatori occasionali, viene essudata nel terreno e rimane attiva per oltre 200 giorni, avendo effetti non prevedibili su una miriade di insetti del suolo.


4.3 Rischi per l'ambiente

Abbiamo visto che i rischi sono parecchi e tipici a volte di un singolo OGM. Vediamo alcuni casi che rappresentano i temi di discussione più dibattuti nel mondo scientifico (tab. 2).
Nel 1996 James Kling, un divulgatore scientifico, avviava una riflessione sulla rivista Science sul pericolo che colture transgeniche potessero trasferire geni di resistenza ad erbicidi, a virus, ad antibiotici ecc. a piante spontanee rendendole delle 'super-infestanti' (superweeds è il termine coniato da Kling e diventato poi famoso nella letteratura giornalistica). Kling rappresentava con una notevole obiettività le posizioni del momento. Ecologisti e specialisti di genetica di popolazione ammonivano che il trasferimento di geni eterologhi presenti in colture transgeniche a specie selvatiche sarebbe stata solamente una questione di tempo, dato il ritmo con cui i permessi di coltivazione venivano rilasciati negli USA. Quelli che rilasciavano i permessi, rassicuravano che il problema del trasferimento genico all'ambiente (gene flow) era tenuto in attenta considerazione e che i permessi di coltivazione venivano accordati solamente quando il rischio era nullo. Nel giro di qualche anno s'è accumulata una copiosa quanto inutile letteratura scientifica sulla valutazione del rischio (Gressel e Rotteveel 2000) e sulle distanze di sicurezza per evitare inquinamenti a colture attigue o a specie spontanee (Scheffler e Dale 1994; McPartlan e Dale 1994; Scheffler et al 1995; Conner e Dale 1996). Le pubblicazioni scientifiche sull'argomento ammontano ormai ad oltre un centinaio. E' chiaro, tuttavia, che quando una coltura transgenica assume le dimensioni che hanno assunto il mais, la soia o il colza (Figg. 2 e 3), la speranza di non contaminare l'ambiente e le specie botaniche selvatiche non ha fondamento scientifico. Molto dipende dalle aree in cui si coltiva. Il mais coltivato in Europa probabilmente non darà luogo a flussi genetici nell'ambiente al di fuori delle aree agricole, perché non ci sono specie spontanee che possano ibridare con il mais coltivato; lo stesso non si può dire per il riso transgenico coltivato in Asia o il colza coltivato in Europa o la soia coltivata in Cina. Per inciso, è utile sottolineare che casi di negligenza nella sperimentazione con colture transgeniche (distanze di sicurezza, scelta della coltura successiva, notifiche alle autorità competenti ecc.) sono stati segnalati anche per test preliminari, cioè quelli condotti dalle compagnie costitutrici degli OGM, che avrebbero dovuto operare con la massima cura (Anonymous 1998).
A completamento dell'argomento possiamo dire che colture transgeniche a larga diffusione creano problemi anche agli agricoltori. Per esempio, chi produce mais non transgenico vicino ad un produttore di mais transgenico avrà il proprio prodotto inquinato, che dovrà vendere come prodotto transgenico. Il fatto è ancora più grave per gli agricoltori che fanno produzioni biologiche, ma questi sono ovviamente problemi di natura sociale piuttosto che scientifica.
La riduzione del rischio di trasferimento di geni eterologhi da colture transgeniche a specie selvatiche viene perseguito dalle compagnie attraverso due vie:
- inserimento dei costrutti transgenici nel DNA cloroplastico piuttosto che in quello nucleare, sfruttando il fenomeno dell’eredità materna dei cloroplasti, che è piuttosto comune nelle angiosperme. Questo impedisce la dispersione del costrutto attraverso il polline, che non porta generalmente plastidi;
- riduzione della competitività naturale nei semi della generazione successiva, utilizzando le tecniche del tandem construct, cioè l’inserimento di un secondo gene che si manifesta nella generazione successiva, dando ad esempio maschiosterilità, scarsa vigoria alle piante, nanismo ecc. (Gressel 1999)
Un altro caso dibattuto è l’uso di geni che codificano per proteine del capside di alcuni virus.
La resistenza ad un determinato virus si può ottenere inserendo nella specie ospite il gene che codifica per le proteine del capside di quel virus. La pianta codificando le proteine del capside diventa resistente al virus. E' il caso delle resistenza alla sharka (o PPV = Plum Pox Virus) ottenuta in susino con questa tecnica. Gli stessi ricercatori che hanno ottenuto il risultato di rendere il susino resistente alla sharka hanno anche dimostrato, lavorando con una specie modello di tabacco in grado di esprimere il capside del PPV, che questa proteina prodotta dal tabacco è in grado di incapsidare un altro virus, il virus del mosaico giallo degli zucchini. Questo potyvirus non trasmissibile attraverso gli afidi, una volta incapsidato con il capside prodotto dal tabacco, viene trasmesso dagli afidi come il PPV. Questo significa che è possibile produrre attraverso il rilascio di piante transgeniche nuovi tipi di virus, con caratteristiche epidemiologiche diverse (Lecoq et al 1998). Il rischio per l'ambiente è evidente e i ricercatori francesi stanno lavorando alla sequenza del capside per togliere ad essa le proprietà negative viste sopra, conservandone le caratteristiche che rendono la pianta transgenica immune al virus.


4.4 Rischi di instabilità genetica degli OGM

Un aspetto importante che meriterebbe di essere approfondito riguarda la stabilità genetica degli OGM (Tab. 3).
Il trasferimento genico usa delle tecniche sostanzialmente imprecise (Kononov et al 1997), indipendentemente dall’approccio adottato:
1.     si trasmettono un numero imprecisato di copie del costrutto (da una ad una decina, ma a volte fino ad un centinaio) al genoma dell’ospite;
2.     non tutte le copie sono complete; a volte sono presenti solamente pezzi di costrutto;
3.     non si sa bene dove vadano a finire nel genoma: a volte vanno a finire in regioni molto metilate che impediscono l’espressione; è possibile che vadano a finire all’interno di un gene, silenziandolo senza per questo che ci siano effetti fenotipici rilevabili al momento; è anche possibile che il transgene si ponga a monte di geni non trascritti, riattivandoli.
Tutto questo pone dal punto di vista teorico dei rischi sulla stabilità dei transgeni, sull’effetto della posizione che occupano nel genoma ecc. Più di 30 compagnie hanno avuto esperienze di silenziamento di transgeni in piante transgeniche già avviate alla commercializzazione (Senior IJ e Dale 1996). Purtroppo su questi aspetti, la letteratura scientifica è piuttosto carente.
Abbiamo limitato la trattazione ad alcuni aspetti di carattere generale, ma la casistica è ampia e - come abbiamo detto all'inizio del paragrafo - il problema può riguardare un singolo transgene. Il lettore può mantenersi aggiornato, facendo riferimento ad alcuni siti internet selezionati per la loro autorevolezza e riportati in tab. 4.

5. L'identificazione degli OGM (omissis)

6.Conclusioni

L'uso di OGM tocca ormai una serie molto ampia di campi di applicazione, che vanno dalla creazione di nuove varietà per scopi alimentari e industriali, all'uso delle piante per la produzione di molecole a scopo farmaceutico, alla trasformazione a scopi di studio per ricerche in campo biologico.
Purtroppo l'uso fatto da alcune grosse compagnie sementiere di queste applicazioni in campo agroalimentare con la produzione di varietà transgeniche di colture ad ampia diffusione come mais, soia, colza, cotone, patata e pomodoro, portanti costrutti di dubbia utilità per il mercato e con qualche rischio per l'ambiente, ha provocato perplessità nella comunità scientifica e una generale reazione agli OGM in ampi settori dell'opinione pubblica.
Nel 1999, l'Unione europea, recependo le sollecitazioni dei movimenti di opinione contrari agli OGM, ha iniziato a mettere restrizioni all'uso degli OGM, ma contemporaneamente ha anche ridotto i finanziamenti alla ricerca nel settore. L'uso di piante transgeniche per studi di espresssione o per la produzione di presidi farmaceutici non presenta in sè pericoli né per l'uomo né per l'ambiente, ma sta subendo in questo momento lo stesso ostracismo nell'Unione Europea riservato – con ben altre ragioni come abbiamo visto – alle colture transgeniche di pieno campo destinate all'alimentazione umana o degli animali.
Questo è il quadro della situazione.
Per parte nostra speriamo di avere dato al lettore informazioni corrette ed alcuni strumenti di valutazione per una riflessione personale sull'argomento.



Tab. 2 – I principali argomenti del dibattito sugli OGM (adattato da Dale 1999)
Obiezioni sollevate all'uso di OGM Risposte di chi è a favore degli OGM


1. Il trasferimento genico viene fatto superando barriere naturali e quindi è 'innaturale' Falsa associazione tra 'naturale' e 'buono'. I patogeni sono naturali, ma dannosi; i vaccini sono innaturali, ma utili.
2. E' difficile prevedere l'impatto a lungo termine delle colture transgeniche sugli alimenti e sull'ambiente E' vero, tuttavia esistono programmi di monitoraggio a lungo termine. Per nessuna innovazione è facile prevedere gli effetti a lungo termine, ma non per questo abbiamo rinunciato in passato ad introdurre innovazioni (petrolio, auto, energia nucleare ...).
3. I prodotti di piante transgeniche destinate all'alimentazione umana (e animale) possono avere proprietà allergeniche. E' un aspetto che viene preso in considerazione nei protocolli di valutazione degli OGM.
Il pericolo può valere anche per le varietà prodotte con gli incroci tradizionali, soprattutto se si utilizzano specie selvatiche come genitori. Inoltre, molti prodotti 'naturali' contengono allergenici, perchè gli allergeni sono componenti naturali di piante ecc.
4. Quali sono gli effetti dell'inserimento di geni codificanti per biopesticidi (geni Bt, sdl ecc.) in una coltura agraria sugli insetti utili, compresi i pronubi ? I danni su insetti utili sono trascurabili rispetto ai vantaggi legati alla riduzione dell'uso di pesticidi di sintesi e il bilancio costi/benefici è a favore degli OGM.
5. La coltivazione di piante transgeniche porta il rischio di rilascio nell'ambiente di geni, il cui effetto non è facilmente valutabile (gene flow attraverso ibridazioni naturali con specie native, trasferimento a colture non transgeniche vicine, trasporti illegali, accidentali nei centri di origine della specie cui appartiene l’OGM ...) Il rischio è alto per gli OGM di prima generazione, ma ora ci sono molte soluzioni per mitigare il rischio, in particolare i cosiddetti tandem constructs, contenenti un secondo gene per esempio di maschiosterilità.
6. L'uso di varietà transgeniche può ridurre la biodiversità (erosione genetica) L'argomento va preso in seria considerazione, ma non vale per le piante transgeniche più di quanto non valga per le varietà selezionate con i metodi di miglioramento genetico tradizionale.
7. Brevettare la vita (geni e organismi) può essere considerato non etico. Lo sviluppo di brevetti (vegetali) richiede grandi investimenti e le industrie private devono avere un ritorno finanziario dai loro investimenti.

Tab. 3 - Elenco generale dei rischi legati alla introduzione di OGM (piante e batteri).



1.

Organizzazione molecolare del genoma del transgene

1a. Valutazione del costrutto inserito.
Si tratta di valutare se e in quante copie è stato inserito il transgene nel genoma della specie ospite, se ci sono copie incomplete ecc.

1b. Valutazione di eventuali modifiche non volute al genoma dell'ospite.
Il trasferimento genico è un processo non preciso, per cui si tratta di valutare che il nuovo costrutto non abbia silenziato altri geni presenti (per esempio interrompendo una sequenza codificante), non abbia attivato geni silenti, non abbia messo in movimento transposoni ecc.

1c. Stabilità genetica.
Valutare se il transgene è stato inserito nel genoma in maniera stabile e se viene trasmesso alla progenie.
2.

Effetti sul consumatore finale

2a. Possibilità di trasferimento di materiale genetico al consumatore (uomo, animali) o ad organismi presenti nell'intestino.
Le preoccupazioni riguardano soprattutto la possibilità che geni di resistenza ad antibiotici, usati per l'identificazione dei transgeni, ed inseriti in batteri GM utilizzati come colture starter in formaggi o yoghurt possano trasferire questi geni a specie di batteri relativamente prossime (es. batteri lattici) presenti nell'intestino.

2b. Tossicità e allergie
Da valutare caso per caso sulla base dei costrutti inseriti.
Per quanto riguarda la tossicità, la legislazione, data la difficoltà di sviluppare test tossicologici appropriati, ha introdotto il concetto di valutazione della "sostanziale equivalenza" tra il prodotto transgenico e quello non transgenico di analoga origine.
Per quanto riguarda le allergie, la base biologica di tali reazioni è poco conosciuta dal punto di vista scientifico e quindi anche la legislazione non può chiedere molto. In pratica, nello screening track vengono considerate le caratteristiche della proteina codificata dal transgene, che potrebbero essere fonte di allergia (stabilità al calore, resistenza all'attacco di enzimi digestivi, similarità con allergeni noti ecc.).
3.

Pericolo di diffusione nell'ambiente e danni ad altri organismi

3a. Inquinamento di specie spontanee mediante impollinazione incrociata

3b. Trasferimento ad organismi che vivono nell'ambiente
Il problema riguarda principalmente il trasferimento di costrutti a batteri che degradano i residui vegetali di piante transgeniche.

3c. Danni a pronubi, insetti utili ecc.
Il problema riguarda ad esempio i pronubi che bottinano su specie trasformate con geni che codificano per biopesticidi (es. gene Bt).
Le compagnie devono presentare la documentazione opportuna per i potenziali ospiti della coltura. E’ tuttavia difficile prevedere per una coltura molto diffusa quali saranno i potenziali ospiti nei vari ambienti di coltivazione e soprattutto l'effetto a lungo termine di questi geni sull'entomofauna




Tab. 4 - Indirizzi Internet utili per una informazione sugli OGM.
Indirizzo internet Gestore, finalità e contenuti del sito


www.msissues.org John Innes centre, Norwich, Scotland UK.
Mette a disposizione informazioni di pubblico dominio e "bilanciate" (cioè non esclusivamente a favore o contro gli OGM) relative alla ricerca sugli OGM ed argomenti affini.
www.aphis.usda.gov/biotech United States Department of Agriculture - Anumal and Plant Health Inspection Service (USDA-APHIS), Riverdale MD, USA.
Informazioni sulla regolamentazione degli OGM negli USA: norme per sperimentazioni di campo, procedure di notificazione, permessi ed interessanti rapporti informativi a carattere scientifico.
www.isaaa.org/frbrief8htm The International Service for the Acquisition of Agri-biotech Applications (ISAAA), Cornell University, Ithaca, NY, USA.
Dichiara di avere lo scopo di "contribuire ad alleviare la povertà, aumentando la produttività delle colture ed il reddito derivante, in particolare per gli agricoltori con scarse risorse …".
L'aspetto più interessante del sito è la disponibilità di dati aggiornati sulla diffusione degli OGM sul mercato.
www.icgeb.trieste.it/biosafety ICGEB, International Centre for Genetic Engineering and Biotechnology. Trieste, Italy.
database delle pubblicazioni sulla biosicurezza, suddivise per argomento ed altre 'entries', statistiche.