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martedì 22 gennaio 2013

Chi racconta che gli attuali OGM sono sterili racconta una bugia



Ogni tanto sui mezzi di informazione qualcuno scrive che “gli OGM attualmente coltivati sono sterili” e, pertanto, determinano una forma di subordinazione dell'agricoltore, che è costretto a ricomprare tutti gli anni la semente dalle ditte che detengono il brevetto su quella stessa semente. Purtroppo questa affermazione, al momento e per le piante OGM finora presenti sul mercato, non è vera, poichè i semi prodotti dalle piante OGM germinano tranquillamente. 

Io credo che questa opinione sbagliata, perché di opinione si tratta, nasca dal fatto che quando questi nuovi organismi furono introdotti per la prima volta, accanto all’informazione sulle loro proprietà miracolose (resistenti ai diserbanti, resistenti agli insetti, resistenti al caldo, resistenti al freddo, resistenti alla siccità, ecc.), veniva data anche quella del brevetto  di una tecnologia transgenica volgarmente chiamata “Terminator”, che avrebbe impedito la germinabilità della semente ottenuta da piante OGM. In termini più “scientifici” si tratta di una “Genetic Use Restriction Technologies (GURTs)” o TPS  (Technology Protection System), ovvero una tecnologia messa a punto non tanto per realizzare una innovazione genetica commerciabile, bensì per controllarne, e di fatto limitarne, lo sviluppo orizzontale (tra gli agricoltori) e lo sfruttamento dei benefici (diritti brevettuali per le ditte sementiere). In particolare, è ovvio che questa tecnologia sarebbe decisamente sostenuta dalle ditte che detengono il brevetto della semente, che sarebbero così sicure di vendere tutti gli anni “nuovi semi” agli agricoltori.
Questa tecnologia (TPS), esistente e brevettata, al momento non mai stata applica (sarà applicata in futuro?). Pertanto gli attuali OGM in commercio non sono sterili, né lo sono mai stati. Non si spiegherebbe altrimenti il forte sviluppo della “soia RR” in Argentina e in Brasile. In questi Paesi il brevetto sulle piante coltivate non esiste e, pertanto, non è tutelato dalla Legge, per cui gli agricoltori di soia, che non è un ibrido per cui può essere riseminata tutti gli anni senza perdita di produttività, trattengono una parte del raccolto di soia RR per seminarlo nell’annata successiva, senza pagare alcun diritto brevettuale.

In relazione al fatto che gli attuali OGM non sono sterili, cade anche l’affermazione secondo la quale l’agricoltore in presenza di sementi OGM è costretto ad acquistare tutti gli anni la semente. Di fatto, già oggi l’agricoltore acquista tutti gli anni la semente "non OGM" e difficilmente conserva una parte del raccolto dell’annata per seminarlo nell’annata successiva (potrebbe farlo, e in alcune Regioni italiane lo fanno, per la soia, per il frumento). La gran parte degli agricoltori non risemina il prodotto dell'annata, poiché necessita di una semente esente da impurità, caratterizzata da un’elevata germinabilità e libera da contaminazioni di virus, di batteri e di malattie crittogamiche.

Si tenga presente poi che se gli OGM fossero sterili non esisterebbe, o sarebbe notevolmente limitato, il problema della coesistenza e della contaminazione accidentale di chi vuole, legittimamente, coltivare Mais convenzionale accanto ad un campo di Mais OGM.


Le piante OGM potrebbero divenire sterili in futuro? La risposta è affermativa, nel caso in cui fossero applicate  “Genetic Use Restriction Technologies (GURTs)”, tra le quali la tecnologia volgarmente detta “Terminator”.

martedì 11 dicembre 2012

Il brevetto sul cibo. Aumenterà o diminuirà la libertà dell’uomo?


In questa sede non si vuole entrare nel merito dell’utilità del Brevetto per lo sviluppo della nostra Società. E’ risaputo, infatti, che la tutela brevettuale può rappresentare un incentivo allo sviluppo tecnologico e che molti prodotti di uso comune, e quindi di elevata utilità, sono stati studiati, creati e diffusi solo grazie alla tutela brevettuale. In particolare, il Brevetto è lo strumento giuridico che conferisce all'autore di un'invenzione il monopolio temporaneo di sfruttamento dell'invenzione stessa, ossia il diritto di escludere terzi dall'attuare l'invenzione e dal trarne profitto.

Il brevetto, pertanto, rappresenta una sorta di  monopolio legale, seppur limitato territorialmente e temporalmente. Tale monopolio legale si giustifica con il fatto che il sistema brevettuale è basato su una forma di scambio: il titolare del brevetto riceve protezione per la propria invenzione e in cambio è obbligato a svelare e a descrivere l'invenzione stessa. Durante il periodo di applicazione del Brevetto, il detentore può sfruttare economicamente la protezione brevettuale, al fine di ottenere un ritorno economico per le spese di ricerca e sviluppo sostenute.

In un contesto di questo tipo si riscontrano tutti gli effetti del monopolio. In particolare, in un primo momento il Brevetto determina una tenuta dei prezzi di vendita del prodotto brevettato, in relazione al fatto che il monopolista è protetto dalla Legge e può applicare o una “politica dei prezzi”, mantenendo alti prezzi di vendita del prodotto (sarà poi la domanda ad adeguarsi a questi prezzi) o una “politica delle quantità”, attraverso un contingentamento volontario delle quantità immesse sul mercato (in questo caso sarà la domanda che sulla base della quantità richiesta stabilirà il prezzo di mercato). Solo in un secondo momento, ovvero trascorso il periodo di tutela brevettuale, la Società otterrà reali benefici dal consumo dei beni coperti da brevetto, in quanto si aprirà il mercato alla concorrenza, i costi di produzione scenderanno e con loro i prezzi di mercato. A questo, e con particolare riferimento ai brevetti in ambito agroalimentare, occorre evidenziare che per le nuove varietà vegetali i diritti esclusivi nascenti dal brevetto durano 15 anni dalla concessione del brevetto stesso (30 anni nel caso di piante arboree). Soprattutto in ambito agroalimentare, è facile immaginare che dopo 15 anni quella determinata varietà sarà obsoleta, sarà superata, per cui sarà sostituita da un’altra varietà che a sua volta sarà tutelata dal brevetto per altri 15 anni! E’ facilmente intuibile che in questo modo il costitutore, mediante una attenta analisi dei tempi tecnici di introduzione di nuove cultivar, sarà  in grado di mantenere il brevetto sul seme di una determinata pianta per un tempo illimitato.

Dobbiamo essere convinti del fatto che l’introduzione di Organismi Transgenici (OT) in agricoltura è fortemente correlato, se non addirittura condizionato, dalla possibilità di brevettare il risultato della manipolazione genetica; se non ci fosse il brevetto, con ogni probabilità, non ci sarebbero nemmeno OT e oggigiorno, forse, non si parlerebbe di questo argomento. Relativamente alla tutela brevettale delle innovazioni tecnologiche, ciò che lascia maggiormente perplessi è l’utilizzazione del brevetto in ambito agricolo, soprattutto nel caso in cui riguardi piante o animali di fondamentale importanza per l’alimentazione umana. Nella fattispecie, non stiamo parlando di una funzione fisiologica della quale ognuno di noi, volendo, potrebbe farne a meno; stiamo parlando di alimentazione, un’azione che bene o male ognuno di noi deve compiere obbligatoriamente almeno tre volte al giorno. Sono queste considerazioni che differenziano sostanzialmente i brevetti su materiale elettronico o su capi di abbigliamento, da quelli su piante ed animali ad uso alimentare, in quanto essi potrebbero mettere in discussione anche la sovranità alimentare di un Paese. E di questo, ovviamente, si sono accorte le grandi multinazionali del seme, che stanno facendo di tutto per ottenere il monopolio nella produzione e nella distribuzione del seme, poiché non si tratta del solo seme, ma anche di tutto ciò che è possibile trovare a monte e a valle della produzione del cibo. In particolare, alcune domande sullo sfruttamento del brevetto esigono una risposta prima di adottare piante ed animali transgenici in agricoltura:

 - esistono delle limitazioni allo sfruttamento economico del brevetto? 

- chi decide in merito alla qualità dell’alimento?

- il detentore del brevetto potrà modificare a suo piacimento le caratteristiche intrinseche del prodotto alimentare?

- come potranno essere modificate le caratteristiche nutrizionali?

- il detentore del brevetto potrà modificare a suo piacimento il legame esistente tra qualità del prodotto e luogo di produzione?

- da un punto di vista etico, sarà tutto consentito o vi saranno delle limitazioni?

In questa sede non si vuole affrontare la problematica, tutta ancora da chiarire, relativa alla liceità o meno dell’utilizzazione del brevetto per affermare un diritto privato di proprietà su piante ed animali, ma si vogliono esclusivamente evidenziare gli effetti che l’applicazione della tutela brevettuale potrebbe avere sul settore agricolo nazionale. Cosa significa "brevetto" per il settore agricolo italiano e, in particolare, quali effetti potrebbe avere per il reddito dell’agricoltore?

In primo luogo, il brevetto sulle piante e sugli animali contribuirà ad aumentare la dipendenza economica del settore agricolo nei confronti di quello industriale, in quanto l'agricoltore sarà costretto ad acquistare tutti gli anni la semente che intende coltivare o l’animale che intende allevare. Qualcuno potrebbe far rilevare che, di fatto, questo già accade per la gran parte delle sementi oggi coltivate. Vero! Nel caso degli OT, a parte la situazione di monopolio che si verrebbe a determinare, il brevetto significa qualcosa di più, in quanto l’agricoltore, oltre all’acquisto delle sementi, potrebbe essere “obbligato” ad acquistare anche la materia prima in grado di far produrre queste sementi (è il caso delle piante di soia e di mais resistenti ad uno specifico diserbante). In futuro il problema potrebbe essere amplificato dal fatto che le ditte che propongono questi nuovi organismi, per proteggersi dall’utilizzazione illecita di sementi brevettate, potrebbero inserire geni che consentono la germinazione del seme solo nel caso di contemporanea presenza di una sostanza particolare, che sarà venduta insieme alla semente. Se sarà vero poi, come ovviamente si spera, che questi nuovi organismi non avranno alcun effetto sulla salute umana e sull’ambiente, occorrerà considerare che la loro completa accettazione da parte del mercato  (presenza di una sola filiera di distribuzione, assenza di etichettatura obbligatoria dei prodotti OGM, ecc.) determinerà un forte vantaggio competitivo per le ditte sementiere, con creazione di un mercato in condizioni di monopolio o “quasi monopolio”. Si verrebbe a determinare ciò che, di fatto, è già avvenuto nei Paesi dove si registra un’accettazione incondizionata di questi nuovi alimenti: la presenza di un’unica filiera di distribuzione (per esempio per il mais significa un unico prezzo di mercato), associata ad una diminuzione dei prezzi di mercato dei prodotti transgenici, ha determinato un’esplosione delle superfici coltivate con questi nuovi organismi. In pratica, cos’è accaduto? Il minor costo di produzione delle coltivazioni transgeniche ha determinato un abbassamento dei prezzi di mercato dei relativi prodotti, siano essi transgenici e non. Pertanto, anche gli agricoltori che in un primo momento non volevano coltivare transgenico sono stati costretti a farlo dal mercato, se volevano mantenere un certo grado di redditività dall’attività agricola.

Da un punto di vista della sfruttabilità economica, il detentore del brevetto potrebbe limitarsi a richiedere il pagamento di una royalty per ogni chilogrammo di semente venduta, lasciando libertà di scelta all’agricoltore in merito alle diverse opportunità di vendita sul mercato del prodotto ottenuto. Tale somma di denaro potrebbe essere vista come il giusto compenso per colui che ha investito in ricerca e sviluppo ed è riuscito ad ottenere una pianta caratterizzata da un surplus di utilità per l’agricoltore e per il consumatore. Occorre comunque rilevare che, soprattutto nel caso in cui il mercato della semente  sia in condizioni di monopolio, a differenza di quanto precedentemente affermato, l’imposizione di una royalty sulla semente potrebbe limitare il processo di riduzione dei costi di produzione, in quanto il monopolista, con ogni probabilità, sarà portato ad aumentare il prezzo di vendita della semente di un’aliquota  prossima al maggior margine che essa sarà in grado di determinare al produttore agricolo, con annullamento dei potenziali vantaggi economici per il coltivatore e, conseguentemente, per il consumatore (in pratica se la semente transgenica determina una diminuzione dei costi di 100 €/ha, il monopolista della semente potrebbe far pagare la semente 99 € in più ed accaparrarsi tutto il vantaggio). Pertanto, il brevetto potrebbe impedire l’attesa riduzione dei prezzi di mercato dei prodotti alimentari, annullando così anche l’auspicato ampliamento delle possibilità di acquisto di cibo da parte delle classi sociali economicamente più deboli (quelle classi sociali che in molti Paesi soffrono la fame perché non dispongono del reddito necessario per acquistare il cibo).
Rispetto alla situazione precedente, il detentore del brevetto potrebbe andare oltre. In particolare, oltre a richiedere il pagamento di una royalty per ogni chilogrammo di semente venduta, potrebbe richiedere una royalty anche per ogni chilogrammo di prodotto ottenuto da quella semente. Il brevetto in questo caso porterebbe grandi vantaggi a colui che ne detiene la proprietà  e trasformerebbe l’agricoltore in un “dipendente” della stessa ditta proprietaria del seme, in quanto più l’agricoltore produce e più questa ditta guadagna.

Il detentore del brevetto potrebbe non accontentarsi  e potrebbe riservarsi anche la proprietà della produzione finale, attuando la produzione per conto proprio, sulla base di un rapporto contrattuale con l’agricoltore.  Trattasi di modalità di produzione che già avvengono in agricoltura (contratti di soccida) e che sarebbero amplificate dalla presenza di un forte ricorso al brevetto. In particolare, colui che detiene il brevetto non venderebbe la semente sul mercato e potrebbe sottoscrivere con l’agricoltore un “contratto di coltivazione”, nel quale sono indicate le epoche di semina, le modalità di coltivazione e quant’altro serve per portare a termine il processo produttivo, riservandosi la proprietà del prodotto una volta giunto a maturazione. Ovviamente per l’attività prestata l’agricoltore riceverà un compenso, che sarà commisurato all’impegno richiesto in termini di apporto di fattori della produzione (terra, lavoro, capitale). In una situazione come quella evidenziata, l’agricoltore non avrebbe alcun potere contrattuale, per cui la presenza di un unico  detentore della semente, associata al fatto che i coltivatori non sono in grado di manifestare un’unica controparte, li metterebbe tra loro in concorrenza per l’acquisizione della commessa di coltivazione.  E’ facilmente intuibile che in questa situazione si determinerebbe una tendenza verso il basso del compenso relativo allo svolgimento dell’attività agricola, in quanto, nel peggiore dei casi per la nostra agricoltura, colui che possiede il brevetto potrebbe trovare in altri Paesi migliori condizioni contrattuali per attuare il processo produttivo agricolo.

Ma il grande salto di qualità per le ditte che detengono il brevetto, potrà essere ottenuto allorquando la manipolazione genetica sulle piante consentirà di sfruttare l’”apomissia”, ovvero la possibilità di originare piante identiche alla madre anche nel caso di riproduzione sessuata. In particolare, lo sfruttamento dell’”apomissia” consentirà alle ditte sementiere  di  evitare la produzione e la successiva commercializzazione del seme, mantenendo comunque la possibilità di ricavare le royalty dal seme e dalla produzione di cibo; il seme una volta distribuito sarà annualmente prodotto autonomamente dall’azienda agricola, la quale, mediante un apposito contratto di sfruttamento della semente, sarà tenuta a pagare le royalty al detentore del brevetto, ogni qual volta utilizzerà le sementi apomittiche per una nuova semina. L’”apomissia” semplificherà notevolmente la vita al detentore del brevetto, che dovrà attuare un’unica operazione: distribuire una sola volta la semente e incassare le royalty ogni volta che il seme viene seminato ed il cibo viene prodotto. Qualcuno afferma che questo scenario è irrealizzabile, in quanto alle ditte sementiere non converrebbe mettere sul mercato una semente apomittica, poiché lieviterebbero le frodi e occorrerebbe mettere in atto un sistema di vigilanza decisamente costoso. Purtroppo queste affermazioni si scontrano con la realtà, in quanto le grandi multinazionali del seme stanno cercando di evitare questo inconveniente mediante la creazione di una “Apomissia inducibile chimicamente”. In pratica, che cosa accade? Accade che la semente apomittica germina ed origina una pianta identica alla madre solo in presenza di una sostanza chimica che sarà venduta a parte. Da rilevare che tutto questo non è fantascienza, in quanto il brevetto sull’”Apomissia inducibile” è già stato richiesto 

Il brevetto su una pianta potrebbe consentire ai Paesi che ne detengono la proprietà di attuare le coltivazioni in località prossime ai mercati di collocamento, rendendo così competitive produzioni che attualmente sono penalizzate dagli elevati costi di trasporto/commercializzazione, evitando nel contempo le problematiche ambientali che queste coltivazioni potrebbero comportare se fossero attuate sul loro territorio. Per alcune produzioni questo già avviene. Cos’è accaduto? Alcuni Paesi, vuoi perché non hanno condizioni pedoclimatiche favorevoli, vuoi perché non sarebbero concorrenziali sul nostro mercato a causa degli elevati costi di trasporto, stanno producendo sul nostro territorio su base contrattuale alcuni prodotti dei quali detengono il brevetto; tali prodotti al momento della raccolta diverranno di loro proprietà. Ecco che in questo modo qualsiasi Paese, anche senza alcuna vocazionalità produttiva, e, al limite, senza disponibilità di territorio agricolo, di strutture e di competenze agricole specifiche, potrebbe divenire un protagonista nel mercato del cibo; la produzione sarebbe attuata nel nostro Paese per conto terzi, ovvero per conto di colui che ha il brevetto del materiale di propagazione, che si approprierà del valore aggiunto di questa coltivazione.
Gli esempi precedenti, costituiscono per il nostro Paese un vantaggio o uno svantaggio? Si adattano a tutte le coltivazioni o solo a quelle brevettate? E il consumatore otterrà dei vantaggi o degli svantaggi? Occorre rispondere a queste domande prima di effettuare delle scelte che potrebbero rivelarsi controproducenti per il nostro Paese.
A conclusione di quanto precedentemente esposto, è possibile affermare che il brevetto su piante ed animali transgenici sarà in grado di sconvolgere il modo di produrre in agricoltura. Lo scenario sarà quello di un settore in cui l’agricoltore avrà perso ogni potere decisionale; egli diverrà semplicemente un fornitore di mezzi di produzione a favore di colui che detiene il brevetto di quel prodotto, che diverrà anche proprietario del cibo. Cibo che potrà essere ottenuto in ogni parte del Globo, non importa con quale materiale genetico, non importa con quale tecnica di produzione, non importa con quali tutele sociali. Tutto questo comporterà la realizzazione di un grande mercato mondiale dei prodotti alimentari, un mercato dove l’imperativo sarà produrre di tutto ovunque, ai più bassi costi possibili, per poi vendere il prodotto laddove ci sono i mezzi economici per acquistarlo. 

martedì 9 ottobre 2012

Aumentato l'impiego di fitofarmaci nella coltivazione di piante OGM HT negli USA


 La notizia non era inaspettata, prima o poi sarebbe arrivata: negli USA, dove si fa un largo impiego di piante OGM HT (Herbicide Tolerant) l'utilizzazione di diserbanti è aumentata.

Perchè la notizia non era inaspettata? Perchè si sapeva che prima o poi le piante infestanti, e non solo loro, avrebbero reagito all'utilizzazione continua dello stesso diserbante, mediante una normale selezione genetica delle piante resistenti a questo diserbante. Purtroppo, l'utilizzazione di fitofarmaci non è diminuita e la realtà è un’altra, in quanto:

-            l'utilizzazione continua dello stesso diserbante ha determinato la selezione delle piante che sono geneticamente resistenti al diserbante, per cui dopo alcuni anni esse hanno occupato la “nicchia ecologica” lasciata libera dalle piante più sensibili al diserbante. Tale fenomeno è stato evidenziato anche da talune ricerche effettuate da Università americane. Nella realtà cosa accade?  In uno stesso campo coltivato si possono trovare due piante della stessa specie, ma con due patrimoni genetici diversi (una resiste al diserbante totale, mentre l’altra è sensibile). In una annata successiva la pianta resistente darà origine ad una progenie resistente, che si diffonderà indisturbata sul territorio, andando ad occupare la nicchia ecologica lasciata libera dalle piante sensibili al diserbante;






-       l’assenza di rotazioni colturali (monocoltura) e l'utilizzazione continua della stessa tipologia di diserbante per più anni, determina la comparsa e la diffusione di piante infestanti che resistono a quel diserbante;

http://www.youtube.com/watch?v=ZUt_pp3NUUc


-      le piante parentali selvatiche hanno acquisito per impollinazione da parte del polline transgenico, il transgene che conferisce resistenza al diserbante, divenendo così esse stesse resistenti al diserbante o ai diserbanti, in quanto in uno stesso Paese sono state introdotte piante della stessa specie resistenti a tipologie diverse di diserbante (senape selvatica è parentale selvatica di colza RR);



-              le piante transgeniche coltivate in una annata agraria (per esempio colza RR o soia RR, più difficile per mais BT) sono divenute esse stesse infestanti di altre piante transgeniche coltivate in annate successive. Come potrà essere diserbato il campo coltivato se la pianta infestante e la pianta coltivata sono resistenti allo stesso diserbante?



L’introduzione delle piante transgeniche resistenti ad un diserbante totale non ha semplificato la risoluzione del  problema relativo al contenimento dei danni causati dalle piante infestanti, anzi, sotto certi punti di vista, lo ha peggiorato, in quanto ha dato origine a nuove piante, che presentano delle resistenze genetiche che prima non erano presenti.

Come hanno risolto il problema negli USA. Molto semplicemente sono tornati ai vecchi diserbati!

martedì 25 settembre 2012

Socio-economic analysis of GMO


In Italy, and in other European Union countries, agriculture has functions which are more than the simple production of food or raw materials. Agriculture has a role of fundamental importance for the protection and maintenance of the territory, for landscape conservation and protection (hedges, dry-stone walls, olives, citrus fruit, special rows of trees, etc.), for the protection of flora and fauna, for the preservation of biodiversity, for the creation of areas for recreation, for the preservation of the traditional culture of rural territory, and for the mitigation of the negative consequences on the environment, caused by other production and consumption activities.
    Let’s suppose for a moment that our country could do without agriculture for food production: could it also do without agriculture for territory protection? The answer is certainly in the negative, since the presence of agriculture in a territory managed like ours is synonymous with “safety and protection of the environment”. Our society must therefore adopt agrarian policies capable of protecting the farmer’s income, in order to guarantee him those indispensable rewards that will make him remain on the land.
    Unfortunately, the existing transgenic organisms will not guarantee a higher income for the producer, because in agriculture, as is well known, a cut in production costs corresponds, in the long run, to a fall in products’ sale prices, thus annulling the profits (it should be pointed out that a price fall would also imply a real income loss for the  producer: non-agricultural products would cost more in terms of agricultural products).
    The producer’s reduced income is also a consequence of the fact that GMO (= Genetically Modified Organisms) substantially neutralise the production factors directly introduced by the entrepreneur. At the same time, GMO require a major input of external factors of industrial origin, that must be acquired on the market.
    The increase in producer’s income could come from a differentiation of products towards those with an added value (food with more proteins, more vitamins, fewer calories, parthenocarpy, etc.). However, these earning opportunities can come about only if the market is “free”. If  production is carried out “on contract” – which is more likely -  the profit increase would favour almost exclusively the patent holder of the transgenic plant.
    From a first appraisal,  it can be asserted that existing transgenic crops are the first step towards a complete automation of the process of production (precision farming, almost impossible to realise on Italian territory) and towards a standardisation of food production. Production will be controlled by satellites, will not need the farmer and will determine an increase in the return on capital to the detriment of returns destined to the remuneration of other productive factors. It is in this context, among other things, that the premises are created for a shift in control of rural territory, from the farmer (no longer able to obtain an income from his own production factors) to individuals that have nothing to do with agricultural activity, who with their own capital or with capital of third parties will be able to take over not only cultivation but also farm property.
     For a “sustainable development” of our agriculture, the laws regarding the patenting of transgenic products will then have to be revised. It is not acceptable that he who inserted a gene in a plant therefore acquires the right for the “de facto monopoly” on that plant, thus preventing its free cultivation. This assertion is supported by the consideration  that, the moment  when the transgenic plant is considered equal to the “non-transgenic” and the farmers start growing it, even those farmers who initially did not intend to cultivate it will be forced to do so. This is due to the fact that they will have to operate in a market where the price of that product will be in proportion to the (lower) production costs of the transgenic plant. Therefore, if growers want to remain competitive in the market, they will have to change their production to transgenic. In this way a de facto monopoly for the market of the seeds of that plant could be created.
    In  this context we may place the misgivings expressed by some about the relation between “agriculture and the lords of the genes”, or rather between the farmers and the “owners” of the genetic material from which that same product originates. How can this patent be exploited? Are there any limits to the economic exploitation of the invention, or is everything permitted to the patent holder?
    Undoubtedly, these questions need definite answers about the possible consequences on the agricultural sector of the patent’s exploitation. We might even think of a situation in which the farmer does not buy the seed himself, but he receives it from the same company that owns the patent and will also own the final product. Production will be carried out by the grower on the basis of an “agreement” prescribing pesticides to be used, agricultural operations to carry out and everything  else necessary for the final product . For his work, the farmer will receive a lump-sum remuneration embracing his labour and the use of special equipment. In such a situation, the grower is relieved  of  most of the business risks, but at the same time he becomes a supplier of labour and capital, to the advantage of the integrating company, which remains the owner of the seed and the final product. Obviously, in a market economy, the grower’s remuneration for a production on commission would be subject to the law of supply and demand. So what will happen when the company that owns the seed finds a grower able to provide the same services at a lower cost, or when it finds another country with more favourable production costs? Obviously, other conditions being equal and operating on a global scale, it will move its production to where it costs less.
     In a not too distant future, our products will have to face competition with products from countries with much lower production costs, from countries where the use of certain chemicals (either fertilisers or pesticides) is not regulated, from countries where child labour, far from being eliminated, is enforced and exploited, from countries not able to guarantee the genetic material from which the product is derived. This list could go on. That is why in the next few years the problems related to national agriculture may, very probably, stem from market globalisation and from the subsequent setting up of a huge world-wide market of food products, where the absolute rule will be producing more (it doesn’t matter how) at the lowest possible cost.
    Nevertheless, in this context some questions must be asked: are low costs and market globalisation compatible with the quality of production which we all wish for?  Do they assure an income for agricultural producers from areas that are at a “disadvantage” as far as production factors’ costs are concerned? Are they compatible with the sustainable development of the territory? Can they preserve the cultural, economic, social and professional  identity of a territory?
    These questions must have definite answers in order to verify if, over a long period,  the transgenic organisms and the subsequent process of market globalisation represent an opportunity for our country agriculture or rather a dangerous path that could bring harmful effects on the well-being of our society.