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domenica 29 dicembre 2013

NATURE cerca di rispondere a 3 domande cruciali sugli OGM

La prestigiosa rivista Nature si interroga su taluni controversi effetti degli OGM in ambito agro-alimentare, cercando di rispondere a 3 domande che gli ambienti meno favorevoli agli OGM da anni stanno facendo. Sembra che, finalmente, i nodi vengano al pettine. Di seguito le domande:

1.Gli OGM coltivati sono stati all’origine di varietà super-resistenti agli erbicidi, come alcuni dichiarano? La risposta di Nature è ………VERO!

2. Gli OGM coltivati hanno davvero causato un’ondata di suicidi nell’India rurale, come anche Vandana Shiva ha più volte pubblicamente dichiarato? La risposta di Nature è ………FALSO!

3. I geni delle piante OGM coltivate si sono diffusi nell’ambiente, in modo incontrollato, come paventato da altri? La risposta di Nature è ………ANCORA SCONOSCIUTO, DA VERIFICARE!


Risposta alla 1° domanda secondo Nature ……….. Gli OGM avrebbero davvero contribuito a creare varietà super-resistenti, a causa della monocoltura e dell’uso continuo e incontrollato di alcuni erbicidi totali. Come in tutti i fenomeni biologici di adattamento e selezione, l’utilizzazione continua di questi erbicidi ha determinato la selezione di erbe infestanti resistenti a quell’erbicida, che sono divenute anche più difficili da controllare. Per risolvere questo problema è necessario diversificare gli erbicidi (tornare ai vecchi erbicidi) e per diversificare gli erbicidi è necessario ritornare alle rotazioni (si torna indietro!).

Risposta alla 2° domanda di Nature……… La seconda domanda ha invece una risposta più sfumata. Il tasso di suicidi non sarebbe aumentato, mantenendosi ad un livello di circa 100 mila all’anno.  Nature evidenzia, però, che qualche problema di reddito per gli agricoltori potrebbe essere stato causato dal fatto che i semi costano cinque volte tanto quelli convenzionali.


Risposta alla 3° domanda di Nature ………. Circa la terza domanda, ancora non si ha una risposta chiara, anche se Nature afferma che esistano evidenze scientifiche che stia accadendo. In Messico, dove gli OGM non sono approvati per la coltivazione, nel 2000 alcuni agricoltori cercarono di farsi certificare una varietà locale di mais per la coltivazione biologica. Con grossa sorpresa, si accorsero che il proprio mais conteneva espressioni genetiche di mais OGM. Probabilmente, il mais OGM era stato piantato da alcuni coltivatori e una volta nell'ambiente, aveva causato la diffusione di geni di resistenza. Lo studio cadde sotto il fuoco della Monsanto, che spinse per sconfessarne la pubblicazione. Diversi studi successivi però non furono in grado di contenere le accuse e anzi, nel 2009 uno studio di Elena Alvarez-Buylla della Università Autonoma del Messico trovò conferme al fenomeno della diffusione genetica nell'ambiente dei transgeni inseriti nelle piante OGM di mais.

domenica 27 gennaio 2013

Le attuali piante OGM non mantengono le promesse agronomiche


Per alcuni Paesi la coltivazione di Organismi Transgenici (OT, OGM) è già una realtà. In questi Paesi, infatti, vige il concetto di “sostanziale equivalenza”, per cui gli alimenti ottenuti da piante transgeniche non sono soggetti a preventive e laboriose analisi di tipo tossicologico e possono essere venduti sul mercato insieme a quelli convenzionali, senza nessuna etichettatura che possa eventualmente consentire al consumatore di operare una scelta consapevole (il mais è mais, sia esso transgenico o convenzionale), ovvero anche quella di non consumarli (in questa situazione, di non etichettatura, i consumatori sono obbligati a consumarli inconsapevolmente). Il fatto di considerare gli alimenti transgenici sostanzialmente equivalenti a quelli convenzionali, ed in presenza di una unica filiera di distribuzione senza etichettatura degli alimenti, ha determinato un’esplosione delle superfici destinate alla coltivazione di piante transgeniche. Infatti, in presenza di un’unica filiera, e con prezzi flettenti dei prodotti agricoli così come si è verificato per la soia e per il mais transgenici, è ovvio che l’agricoltore che ha voluto conservare un certo margine di redditività dall’attività di coltivazione, è stato “costretto”, anche suo malgrado, a seminare le cultivar caratterizzate dal minor costo di produzione (ovvero quelle transgeniche). Ecco allora che in questi Paesi, dove non c’è separazione tra alimento convenzionale e transgenico, l’incremento delle superfici coltivate a OT è dovuto, non solo ed esclusivamente ad un gradimento dell’agricoltore nei confronti di queste piante, ma anche alla necessità da parte dello stesso di mantenere un certo margine di redditività dall’attività agricola (è ovvio che se il prezzo del mais transgenico è uguale a quello del mais convenzionale, l’agricoltore sceglierà di coltivare quello caratterizzato dal minor costo di produzione, ovvero quello transgenico).

         Da rilevare che in questi Paesi, dove non c’è separazione di filiera, a distanza di una ventina di anni dall’introduzione in campo aperto di piante transgeniche, numerosi effetti agronomici negativi, preventivati a suo tempo da alcuni studiosi, si sono, purtroppo, manifestati, vanificando in parte gli effetti miracolosi previsti da altri studiosi. Tali effetti, che saranno di seguito descritti, sono stati per la gran parte osservati anche da ricercatori indipendenti di Università americane, che hanno voluto indagare sulle reali capacità produttive a agronomiche di queste piante.
         Relativamente alle piante resistenti ai diserbanti totali, esse dovevano rappresentare lo strumento in grado di semplificare decisamente le pratiche agronomiche: un unico trattamento diserbante per liberare il campo coltivato da tutte le erbe infestanti. Purtroppo, la realtà è un’altra, in quanto:

-              l’utilizzazione continua sullo stesso campo coltivato dello stesso diserbante, dello stesso disseccante, ha determinato la selezione delle piante infestanti che sono geneticamente resistenti al diserbante, per cui dopo alcuni anni esse hanno occupato la “nicchia ecologica” lasciata libera dalle piante più sensibili al diserbante. E’ ovvio che per controllare queste piante si è reso necessario ricorrere ad altri diserbanti, mediante l’utilizzazione di specifiche miscele;


-               le piante parentali selvatiche hanno acquisito per impollinazione incrociata da parte del polline transgenico, il transgene che conferisce resistenza al diserbante, divenendo così esse stesse resistenti al diserbante o ai diserbanti, in quanto in uno stesso Paese sono state introdotte piante della stessa specie resistenti a tipologie diverse di diserbante;



-              nel caso in cui siano state attuate le rotazioni colturali, le piante transgeniche coltivate in una annata agraria (per esempio colza RR o soia RR) sono divenute esse stesse infestanti di altre piante transgeniche coltivate in annate successive (la colza RR, nell’annata successiva alla sua coltivazione diviene infestante della soia RR o del mais RR). Cos’è avvenuto? Molto semplicemente durante la raccolta di piante coltivate OGM HT qualche seme cade sempre a terra e germina nell’annata successiva. Il problema si presenta solo nel caso in cui vengano effettuate rotazioni colturali: alla colza HT segue la soia HT. Come potrà essere diserbato il campo coltivato se la pianta infestante e la pianta coltivata sono resistenti allo stesso diserbante?



Come si è potuto notare, l’introduzione delle piante transgeniche resistenti ad un diserbante totale non ha semplificato la risoluzione del  problema relativo al contenimento dei danni causati dalle piante infestanti, anzi sotto certi punti di vista lo ha peggiorato, in quanto ha dato origine a “nuove piante” infestanti, che presentano delle resistenze genetiche che prima non erano presenti.

Anche le  piante transgeniche resistenti agli insetti presentano degli inconvenienti, che hanno determinato un cambiamento nelle pratiche agronomiche adottate nella loro coltivazione. In particolare, consapevoli del fatto che gli insetti dopo alcune generazioni maturano una resistenza genetica alla tossina transgenica, è stato consigliato agli agricoltori di coltivare ogni 100 ettari di Mais BT una aliquota variabile dal 20% al 50% di Mais convenzionale (aree rifugio), al fine di evitare la pressione selettiva di individui resistenti.
A cosa servono le “Aree Rifugio”? Sono aree coltivate a mais convenzionale (fino al 50% della superficie coltivata a Mais Bt se ci si trova in un’area ad alta concentrazione di coltivazioni di mais e cotone), allo scopo di evitare che soggetti di piralide resistenti alla proteina BT localizzati nel campo di mais BT vadano a fecondare altri soggetti resistenti, sempre localizzati nel campo di mais BT, dando così origine ad una progenie resistente. Il giochetto è presto spiegato: se noi accanto ad un campo di mais BT mettiamo un campo di mais convenzionale, con ogni probabilità nel campo di mais BT si selezioneranno insetti resistenti alla tossina BT, mentre nel campo convenzionale ci saranno soggetti non resistenti. L’esclusiva presenza di coltivazioni di mais BT avrebbe determinato una forte presenza di soggetti resistenti, che incrociandosi tra di loro avrebbero dato origine ad una  progenie di insetti resistenti. Mettendo accanto al campo di mais BT un campo di mais convenzionale, la formazione di progenie di piralide resistente alla tossina BT è notevolmente rallentata, non evitata, in quanto insetti resistenti provenienti dal campo di mais BT, possono fecondarsi con soggetti non resistenti provenienti dal campo di mais convenzionale (ovviamente, in questo modo la creazione di progenie resistenti è rallentata, ma non evitata).
Anche in questo caso l’introduzione di piante transgeniche resistenti agli insetti (OGM BT) non ha risolto completamente il problema e non ha semplificato la coltivazione di queste piante. In particolare:

-              molto spesso gli agricoltori non hanno seguito il consiglio delle ditte sementiere, per cui non hanno messo in atto la strategie delle “aree rifugio”;

-              coloro che hanno creato le “aree rifugio” hanno dovuto adottare due specifiche tecniche di coltivazione per lo stesso prodotto, in quanto la parte coltivata con piante convenzionali deve essere trattata in modo diverso da quella coltivata con piante transgeniche.

In conclusione, alle considerazioni effettuate sulle piante transgeniche resistenti agli insetti, occorre chiedersi se quello delle “aree rifugio” è un modello produttivo adatto all’agricoltura italiana, che, come è risaputo, è costituita da aziende di modestissima dimensione (6-7 ettari), dove non è raro incontrare campi coltivati a mais o a soia dell’ordine di poche decine di migliaia di metri quadrati.  

Taluni studi indipendenti effettuati da ricercatori di Università americane avrebbero poi verificato che non è sempre vero che le piante transgeniche producono di più. In particolare, indagini effettuate su migliaia di ettari coltivati, hanno verificato che la soia transgenica produce meno di quella convenzionale (dal 6% all’11% in meno), mentre si avrebbe un aumento del 2,6% nella produzione del mais BT (non in grado di compensare l’aumento di costo della semente transgenica, pari al 40% in più rispetto a quella convenzionale). Tra le motivazione addotte per giustificare questo livello di produttività, si ricordano:

-              nella trasformazione genetica sarebbero state utilizzate cultivar meno produttive;

-              si sarebbero manifestati effetti negativi metabolici nella pianta a causa della modificazione genetica;

-              vi sarebbero stati effetti collaterali dannosi dovuti al diserbante totale;

-              le piante transgeniche sarebbero più suscettibili all’attacco di altri parassiti (funghi, per esempio).

A proposito dell’incremento produttivo, interessanti sono anche le affermazioni di alcuni noti genetisti agrari italiani: 

-         “Le piante transgeniche attualmente commercializzate non alzano il tetto di produzione potenziale. A questo scopo, sarebbe necessario rimaneggiare la pianta ex novo, non limitandosi ad introdurre singoli geni ma modificando processi fisiologici che rappresentano il collo di bottiglia dell’aumento di produzione.” [Gavazzi G., Università di Milano]. 

-         “(omissis) ….. è ancora da dimostrare la superiore potenzialità produttiva delle varietà GM rispetto alle varietà locali adattate in sistemi agricoli sfavoriti da condizioni climatiche …… o edafiche avverse. In questo caso il miglioramento genetico mediante la classica ibridazione intra e interspecifica seguita da selezione, ha sempre offerto e continuerà ad offrire risultati sorprendenti ed a costi relativamente bassi.” [Scarascia Mugnozza G.T., Università di Viterbo].

Un decennio di coltivazione di piante transgeniche in alcuni Paesi ha poi dimostrato che la coesistenza tra forme di agricoltura convenzionali e transgeniche è difficile, se non addirittura impossibile. Diffusi sono i casi di inquinamento genetico di campi coltivati con sementi convenzionali, numerosi sono i contenziosi tra agricoltori e ditte che hanno il brevetto su queste piante, che pretenderebbero il pagamento delle royalty. Emblematico a questo riguardo è il caso di un agricoltore canadese, che inconsapevolmente (probabilmente a causa di un inquinamento accidentale della semente convenzionale o, più semplicemente, a causa del polline trasportato dal vento), avrebbe ottenuto un prodotto in parte transgenico dalla semina di materiale convenzionale. Con una specifica sentenza, un giudice lo avrebbe condannato al pagamento dei danni nei confronti di una ditta sementiera, per aver seminato materiale transgenico senza aver pagato le relative royalty. Ovviamente  non siamo in grado di entrare nel merito della sentenza, in quanto le affermazioni dell’agricoltore potrebbero anche non essere vere, ma il problema esiste ed è reale, in quanto, soprattutto nel caso di piante che hanno parentali selvatiche, si pone il problema dell’impollinazione incrociata, che potrebbe compromettere l’integrità genetica del prodotto convenzionale ottenibile dalla semina di materiale convenzionale. Certo è che la sentenza emessa dal giudice canadese costituisce un precedente di una certa rilevanza, in quanto la ditta detentrice del brevetto su quella pianta potrebbe ottenere un vantaggio da un inquinamento genetico da essa stessa determinato, a prescindere, quindi, dalla volontà del singolo agricoltore di intraprendere o meno quella coltivazione.
Ad aggravare la situazione relativa alla coesistenza concorre anche l’inevitabile inquinamento genetico che può verificarsi nelle diverse fasi della “filiera produttiva”. In particolare, al di là del caso in cui il seme presenti anche una modesta percentuale di materiale transgenico, la contaminazione di prodotto transgenico nei riguardi di prodotto convenzionale potrebbe avvenire nei seguenti casi:

-                           durante la fase di crescita e di maturazione delle piante, nel caso in cui le produzioni convenzionali si trovino a confinare con produzioni transgeniche;

-                           durante la raccolta, nel caso in cui siano utilizzate macchine che precedentemente erano state utilizzate per la raccolta di prodotto transgenico;

-                            durante il trasporto nel caso in cui siano utilizzati mezzi di trasporto che precedentemente erano stati utilizzati per il trasporto di prodotto transgenico;

-                            durante la conservazione del prodotto, nel caso cui siano  utilizzati gli stessi magazzini e/o gli stessi silos destinati alla conservazione di  prodotto transgenico;

-                            durante i processi di lavorazione del prodotto, nel caso in cui vengano  utilizzate le stesse macchine per la lavorazione del prodotto transgenico e quello convenzionale;

-                            durante la fase di distribuzione al dettaglio, soprattutto nel caso in cui il prodotto non sia confezionato.

Come si è potuto osservare numerose sono le occasioni di inquinamento genetico degli alimenti, a prescindere dal fatto che per la loro produzione sia utilizzato o meno semente inquinata da OGM. A questo proposito, dobbiamo dire che nei Paesi che per primi hanno adottato alimenti transgenici, il primo, presunto, incidente alimentare causato da OGM si è già verificato. Negli U.S.A. una partita di STARLINK, un mais transgenico autorizzato solo per l’alimentazione animale perché ritenuto allergenico per l’uomo, è stato erroneamente avviato all’alimentazione umana; risultato, circa 50 persone hanno accusato malesseri che sembrano riconducibili al consumo di questo mais e sono ricorse alle cure mediche. Alcuni prodotti trasformati a base di mais sono stati ritirati dal mercato, alcuni stabilimenti di lavorazione del mais hanno dovuto interrompere la lavorazione, si sono avuti danni economici per milioni di Euro. In questa sede non si vuole affermare che esiste certezza in merito alla contaminazione da STARLINK, ma si vuole semplicemente evidenziare una problematica relativa alla coesistenza e alla utilizzazione di certe tipologie di piante OGM.

A conclusione di queste brevi considerazioni connesse alle problematiche di tipo agronomico che si sono manifestate con l’introduzione di piante transgeniche, si vuole ribadire il fatto che, forse, con troppa fretta si vuole introdurre una tecnologia fortemente innovativa, che non ha ancora subito il vaglio di specifiche ricerche, volte ad evidenziare l’impatto che essa potrebbe avere per lo sviluppo sostenibile della nostra società. In questo contesto occorre credere nella ricerca e affidarle il compito di fornire certezze in merito a scelte che possono avere ripercussioni a lungo termine per il nostro sviluppo e per lo sviluppo delle generazioni future.

mercoledì 17 ottobre 2012

OGM e Società Italiana di Ecologia


Non è vero che tutti gli scienziati o la gran parte degli scienziati è a favore degli OGM. Già nel 2002, ancor prima che si verificassero alcuni inconvenienti dovuti alla coltivazione di piante OGM, la Società Italiana di Ecologia in un suo documento aveva posto in primo piano la possibilità che l'introduzione di queste nuove piante avrebbe potuto determinare degli effetti ambientali di un certo rilievo.  Il documento è stato sottoscritto da un gran numero di scienziati ricercatori.
  

SCIENZA E AMBIENTE 2002


Come reazione ad alcune esagerazioni di taluni movimenti ambientalisti si va diffondendo la nuova moda di negare l'esistenza di alcuni gravi problemi ambientali per il nostro pianeta. Si afferma inoltre che le politiche di conservazione della natura sono di impedimento allo sviluppo civile ed economico e ostacolano il progresso scientifico. Come scienziati che hanno a cuore la protezione dell'ambiente al di là di ogni credo politico vogliamo invece ribadire, senza allarmismi, ma anche senza ottimismi fideistici, che i problemi che affliggono la nostra Terra sono davvero ingenti. Purtroppo non possiamo non rilevare che anche alcuni colleghi scienziati, facendosi paladini di una visione scientifica parziale e di una tendenza alla semplificazione di problemi intrinsecamente complessi, tendono ad avvalorare la nuova moda "negazionista". Essi inoltre ripropongono l'idea che i problemi dell'umanità, quali la fame e il degrado ambientale, possano essere risolti dal solo progresso scientifico e tecnologico, anzi dal solo progresso in alcune specifiche aree scientifiche. Siamo invece convinti che solo un progresso equilibrato in tutti i settori scientifici e tecnici e solo la parallela adozione di adeguate politiche sociali ed economiche e di conservazione della natura potranno portare ad un reale miglioramento delle condizioni di vita del nostro pianeta.
Più specificatamente vogliamo fare chiarezza su alcuni temi di attualità portando, come scienziati, precise osservazioni ad alcune affermazioni che vengono proposte all'opinione pubblica.
- Riscaldamento globale: secondo taluni non ci sarebbero prove scientifiche del graduale riscaldamento dell'atmosfera della Terra; i cambiamenti climatici ci sono sempre stati e l'eventuale riscaldamento non può essere imputato all'attività dell'uomo.
Nei 160.000 anni precedenti il 1850 la concentrazione di biossido di carbonio in atmosfera è sempre rimasta compresa tra 190 e 290 parti per milione con lente variazioni; dal 1850 ad oggi è aumentata continuamente, passando da 280 a 370 parti per milione. In base alle conoscenze scientifiche attuali, un aumento di tale portata in un tempo così breve non era mai stato registrato prima nella storia della Terra. Non v'è dubbio che tale continua crescita sia dovuta alle emissioni da combustibili fossili e alla deforestazione. Inoltre esiste da centinaia di migliaia di anni una correlazione fortissima tra le concentrazioni di biossido di carbonio e la temperatura media della terra, come scientificamente provato al di là di ogni dubbio negli ultimi anni. Le previsioni più recenti, basate sui modelli di illustri colleghi climatologi, perlopiù provenienti da scuole di fisica, scienziati degni di fede e non fondamentalisti ambientali, sono che la temperatura della terra aumenterà di almeno un grado entro il 2040 se non verranno presi provvedimenti di limitazione delle emissioni.
- Biotecnologie: secondo taluni non si dovrebbero porre limitazioni alla ricerca biotecnologica che ha un ruolo fondamentale per alleviare i problemi dell'umanità.
Sotto il termine "biotecnologie" vengono in realtà indicati settori scientifici e tecnologici diversi: dallo sviluppo di nuovi farmaci (a volte, ma non sempre, basati sull'utilizzo dell'ingegneria genetica), alla clonazione di organi e organismi, all'introduzione di organismi geneticamente modificati per scopo agricolo o zootecnico. Ognuna di queste tecnologie pone problemi diversi dal punto di vista scientifico, etico e sociale e non si può quindi parlarne in maniera generica. Per quanto riguarda l'aspetto di maggiore impatto sull'ambiente, ovvero l'introduzione di organismi geneticamente modificati (OGM), vogliamo osservare che, se è vero che gli effetti sulla salute umana dell'ingestione di cibo proveniente da OGM sono stati grandemente esagerati da alcuni movimenti ambientalisti, è anche vero che alcuni scienziati hanno grandemente esagerato i benefici che possono derivare dall'utilizzo degli OGM per combattere la fame nel mondo e ne hanno minimizzato i pericoli per il mantenimento dell'ambiente naturale di cui l'uomo è parte. Va infatti ricordato che attualmente il 70% dell'area coltivata ad OGM è destinata a specie modificate per resistere all'azione degli erbicidi. L'aumento di produzione agricola dovuto a questi OGM è minimo, se non inesistente, l'unico cosiddetto "vantaggio" essendo la possibilità di utilizzare indiscriminatamente grandi quantità di erbicida senza danneggiare la specie coltivata. Ma gli OGM possono anche costituire un pericolo per il funzionamento degli ecosistemi, poichè la loro introduzione è del tutto analoga al rilascio di specie esotiche, una pratica che ha portato nel recente e lontano passato a qualche beneficio, ma anche a molti danni, di natura sia biologica che economica. L'introduzione di OGM ha già contribuito in alcuni casi al declino di specie e razze naturali e, se effettuata su larga scala, può contribuire a una drastica diminuzione della biodiversità dei nostri ecosistemi. Vogliamo ricordare con forza che a medio e lungo termine la salute dei nostri figli e dei nostri nipoti dipende dal mantenimento del funzionamento degli attuali sistemi naturali che forniscono gratuitamente non solo cibo, legname, fibre tessili, medicinali, ma anche servizi fondamentali per la nostra sopravvivenza quali la purificazione naturale di aria e acqua, il riciclo dei sali nutritivi, la stabilità dei versanti montagnosi, la protezione delle coste dall'erosione.
- Principio di precauzione: secondo taluni esso viene ingiustamente invocato per ritardare il progresso scientifico e tecnologico.
Precisiamo che con principio di precauzione intendiamo questo: "quando ci si propone di introdurre nuove sostanze o nuove tecnologie nell'uso quotidiano bisogna partire dalla presunzione che esse possano avere un effetto nocivo sull'uomo; perciò, prima di commercializzarle e utilizzarle su larga scala, bisogna sottoporle ad un'analisi preventiva dei danni e dei benefici che possono procurare alla salute dell'uomo e dell'ambiente in cui l'uomo vive". Facciamo notare che il principio di precauzione è normalmente adottato per i nuovi farmaci: solo dopo lunghi anni di sperimentazione e di analisi dei possibili effetti negativi e dei comprovati benefici per la salute dell'uomo un nuovo farmaco può venire utilizzato e commercializzato. Simili precauzioni vengono ora adottate anche per i pesticidi. Non è razionale pensare che il principio di precauzione non debba valere anche per altre sostanze con cui l'uomo viene a contatto o che vengono immesse in natura. Finora è invece sostanzialmente invalso il principio opposto, ovvero si parte dalla presunzione che una sostanza non sia nociva e la si ritira dal commercio quando ne vengono comprovati i danni al di là di ogni dubbio. Gli esempi abbondano: basti citare l'esempio dei clorofluorocarburi, la cui immissione in atmosfera ha portato all'assottigliamento dello strato di ozono stratosferico fondamentale per la sopravvivenza degli organismi viventi. Dopo la seconda guerra mondiale sono stati sintetizzati milioni di nuove molecole, di cui alcune migliaia sono poi state commercializzate e quindi portate a contatto con vaste popolazioni di uomini, animali e piante. Solo una piccolissima percentuale di queste nuove sostanze è stata sottoposta ad analisi tossicologica. Pur senza indulgere a ingiustificati allarmismi, riteniamo del tutto corretto che questa prassi venga cambiata e resa simile a quella per i farmaci. Riteniamo inoltre che il principio di precauzione vada applicato anche agli OGM.
- Nuove infrastrutture: secondo taluni non bisogna assolutamente ostacolare i tentativi di dotare il Paese di infrastrutture vitali per lo sviluppo economico e per il miglioramento della qualità della vita della popolazione.
Il nostro paese ha sicuramente bisogno di investire in infrastrutture. Va però precisato che i miglioramenti infrastrutturali necessari per lo sviluppo del paese non sono costituiti solo dalla costruzione di nuove strade o ponti. L'adeguamento dei finanziamenti alla ricerca scientifica di base alle percentuali di PIL degli altri Paesi avanzati, la costruzione di laboratori scientifici per gli studenti, l'apprestamento di efficienti reti informatiche e di biblioteche, la costruzione di impianti di depurazione delle acque reflue e di reti di approvvigionamento idrico, il miglioramento dei servizi tecnici di sorveglianza contro gli incendi e dei servizi idrogeologici e meteorologici sono anch'essi fondamentali investimenti infrastrutturali. Secondo noi vale il principio che le cattedrali nel deserto non servono a nessuno e quindi che gli investimenti devono essere equilibrati e andare a rafforzare tutti i settori carenti del nostro paese. Riteniamo inoltre che una nuova infrastruttura debba soddisfare a tre requisiti: a) non essere fine a se stessa, ma fornire la soluzione di una ben precisa esigenza pubblica; b) venire valutata in termini sia di costi e benefici economici che di impatto per la salute dell'uomo e dell'ambiente; c) non avere alcuna ragionevole alternativa che abbia minore costo economico e minore impatto sull'ambiente. Le valutazioni economiche, sanitarie e ambientali vanno condotte da organi indipendenti da pressioni di parte.
E' importante anche notare come il prepotente emergere negli ultimi trent'anni di una maggiore coscienza delle problematiche ambientali non sia andata a scapito del progresso scientifico, ma anzi abbia dato un enorme impulso al miglioramento tecnologico. Ad esempio i "Clean Air Act Amendments" introdotti dal parlamento statunitense nel 1990 per migliorare la qualità dell'aria non hanno affatto portato ai disastri economici previsti da alcuni critici e sono costati molto meno di quanto predetto inizialmente dalle industrie. In particolare, per quanto riguarda il programma sulle precipitazioni acide dovute al biossido di zolfo, uno studio industriale del 1989 aveva predetto un costo annuale tra 4 e 7 miliardi di dollari, ma le stime più recenti dell' US Accounting Office sono di circa due miliardi di dollari. Il costo della riformulazione del carburante a minore contenuto di benzene era stato valutato dall'industria petrolifera nel 1993 in circa 16 centesimi di dollaro al gallone, ma nel 1999 tale costo è stato valutato essere di solo un centesimo al gallone. Nel 1990 i portavoce di alcune industrie chimiche avevano predetto severi problemi economici e sociali se si fosse accelerata la dismissione dei clorofluorocarburi come refrigeranti. In realtà le industrie chimiche hanno rapidissimamente sviluppato prodotti alternativi ai clorofluorocarburi. E' confortante osservare come recentemente l'atteggiamento del mondo delle imprese verso i problemi ambientali sia cambiato radicalmente. E'sempre maggiore il numero di aziende che adotta strumenti per la gestione ambientale di impresa come i marchi verdi, l'analisi del ciclo di vita dei beni di produzione e lo schema EMAS (management e audit ambientale). Molte imprese hanno infatti scoperto che l'analisi accurata del ciclo produttivo per contenere i danni ambientali ha anche consentito loro di riorganizzare in maniera più razionale l'azienda, realizzando così importanti risparmi sui costi di produzione.
Tutti i medici riconoscono che è meglio prevenire l'insorgenza delle malattie con semplici precauzioni piuttosto che curarle con costosi medicinali quando sono insorte. Siamo convinti che anche per l'ambiente sia meglio investire nella prevenzione del degrado piuttosto che sperare nella cura a posteriori, fidando nell'onnipotenza dello sviluppo scientifico e tecnologico per la soluzione di tutti i guasti provocati dall'incuria e dalla disattenzione. Siamo perciò dell'opinione che i corsi di studio scientifici, sia quelli tradizionali sia quelli di nuova istituzione, non debbano ripiegarsi su di un sapere estremamente specializzato, ma aprirsi all'insegnamento anche di altre discipline scientifiche e di discipline socio-economiche. Solo così creeremo degli scienziati coscienti della realtà sociale in cui operano e della loro influenza sulla salute del nostro ambiente naturale. Siamo convinti che in questa maniera l'Italia non farebbe altro che continuare la sua grande tradizione umanistica nel solco di personaggi come Leonardo, che fu grande scienziato, ingegnere, osservatore della natura e al contempo grande artista.
Per concludere non possiamo infine non ricordare che la libertà di ricerca scientifica non può essere assoluta, perchè anche la ricerca scientifica e tecnologica è soggetta a limitazioni di ordine morale, come qualsiasi altra attività umana. Tra questi limiti etici c'è anche quello di non nuocere alla meravigliosa Natura che ci circonda, formatasi in miliardi di anni di evoluzione biologica.



Il Consiglio Direttivo della Societa' Italiana di Ecologia
Amalia Virzo, Presidente, Professore di Ecologia, Università di Napoli Federico II
Marino Gatto, Vicepresidente, Professore di Ecologia Applicata, Politecnico di Milano
Ferdinando Boero, Segretario, Professore di Zoologia e Biologia Marina, Università di Lecce
Alberto Castelli, Consigliere, Professore di Ecologia, Università di Pisa
Almo Farina, Consigliere, Professore di Ecologia, Università di Urbino
Carlo Gaggi, Consigliere, Professore di Ecologia, Università di Siena
Silvana Galassi, Consigliere, Professore di Ecologia, Università dell'Insubria
Pier Francesco Ghetti, Consigliere, Professore di Ecologia, Università di Venezia
Pierluigi Viaroli, Consigliere, Professore di Ecologia, Università di Parma
Ireneo Ferrari, Professore di Ecologia, Università di Parma, ex Presidente della Società Italiana di Ecologia



Hanno sottoscritto:

Gian Carlo Albertelli, Professore di Biologia, Presidente dell'Associazione Italiana di Oceanografia e Limnologia
Carlo Blasi, Professore di Conservazione della Natura e delle sue Risorse, Presidente della Società Botanica Italiana
Massimo Capaccioli, Professore di Astronomia, Direttore dell'Osservatorio Astronomico di Capodimonte, Presidente della Società Nazionale di Scienze, Lettere e Arti
Orazio Ciancio, Professore di Assestamento Forestale, Segretario Generale dell'Accademia di Scienze Forestali
Salvatore Fasulo, Professore di Citologia e Istologia, Presidente dell'Unione Zoologica Italiana
Gerardo Marotta, Presidente dell'Istituto Italiano di Studi Filosofici
Giovanni Sburlino, Professore di Conservazione della Natura e delle sue Risorse, Presidente della Società Italiana di Fitosociologia
Giulio Relini, Professore di Ecologia Animale, Presidente della Società Italiana di Biologia Marina
Luciano Bullini, Professore di Ecologia, Accademico dei Lincei
Ernesto Capanna, Professore di Anatomia Comparata, Accademico dei Lincei
Gian Carlo Carrada, Professore di Biologia marina, Università di Napoli Federico II
Roberto Cenci, Institute for Environment and Sustainability, Joint Research Centre, Ispra
Gabriella Cundari, Professore di Politica dell'Ambiente, Università di Napoli Federico II, Consigliere della Regione Campania
Stefano Guerzoni, Primo Ricercatore, CNR, Istituto di Biologia del Mare, Venezia
Donato Marino, Dirigente, Laboratorio di Botanica Marina, Stazione Zoologica A. Dohrn, Napoli
Paolo Menozzi, Professore di Ecologia, Università di Parma
Sandro Pignatti, Professore di Fondamenti di Valutazione di Impatto Ambientale, Accademico dei Lincei
Andrea Pugliese, Professore di Biomatematica, Universita' di Trento
Aristeo Renzoni, Professore di Conservazione della Natura e delle sue Risorse, Università di Siena
Sergio Rinaldi, Professore di Teoria dei Sistemi, Politecnico di Milano, Premio ITALGAS per le Scienze Ambientali
Andrea Rinaldo, Professore di Costruzioni Idrauliche e Marittime, Universita' di Padova
Remigio Rossi, Professore di Ecologia, Preside della Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali, Università di Ferrara
Renzo Rosso, Professore di Infrastrutture Idrauliche, Politecnico di Milano
Rodolfo Soncini Sessa, Professore di Modellistica e Gestione delle Risorse Naturali, Politecnico di Milano

Adesioni ricevute:
Anna Alfani, Professore di Ecologia, Università di Napoli Federico II
Paolo Boscato, Ricercatore di Archeozoologia, Università di Siena
Antonella Brozzetti, Professore di Diritto Bancario, Università di Siena
Giampiero Cai, Ricercatore di Botanica, Università di Siena
Ilaria Corsi, Assegnista di Ecotossicologia, Università di Siena
Roberto Danovaro, Professore di Ecologia, Università di Ancona
Vincenzo De Dominicis, Professore di Botanica, Università di Siena
Giulio De Leo, Professore di Ecologia Applicata, Università di Parma
Anna Elisa Fano, Professore di Ecologia, Università di Ferrara
Lucia Falciai, Ricercatrice di Ecologia, Università di Siena
Silvia Ferrozzi, Assegnista di Ecotossicologia, Università di Siena
Paolo Gambassini, Professore di Ecologia Preistorica, Università di Siena
Folco Giusti, Professore di Zoologia, Università di Siena
Maria Grazia Mazzocchi, Primo Ricercatore, Laboratorio di Oceanografia Biologica, Stazione Zoologica A. Dohrn, Napoli
Stefano Loppi, Ricercatore di Botanica, Università di Siena
Fausto Manes, Professore di Ecologia, Università di Roma La Sapienza
Giuseppe
Manganelli, Professore di Zoogeografia, Università di Siena
Monica Modigh, Ricercatore, Laboratorio di Oceanografia Biologica, Stazione Zoologica A. Dohrn, Napoli
Emanuela Molinaroli, Ricercatore di Geologia Marina, Università di Venezia
Marina Montresor, Primo Ricercatore , Laboratorio di Botanica Marina, Stazione Zoologica A. Dohrn, Napoli
Massimo Nepi, Ricercatore di Botanica, Università di Siena
Ettore Pacini, Professore di Botanica, Università di Siena
Maurizio Ribera d'Alcalà, Primo Ricercatore, Laboratorio di Oceanografia Biologica, Stazione Zoologica A. Dohrn, Napoli
Annamaria Ronchitelli, Professore di Paleontologia Umana, Università di Siena
Gianni Fulvio Russo, Professore di Ecologia, Università di Napoli Parthenope
Vincenzo Saggiomo, Dirigente, Laboratorio di Oceanografia Biologica, Stazione Zoologica A. Dohrn, Napoli
Adriana Zingone, Primo Ricercatore, Laboratorio di Botanica Marina, Stazione Zoologica A. Dohrn, Napoli
Patrizia Torricelli, Professore Ordinario di Ecologia, Dipartimento di Scienze Ambientali, Università Ca' Foscari Venezia
Paolo Burlando, Professore di Idrologia e Gestione delle Risorse Idriche, Scuola Politecnica Federale di Zurigo, Svizzera
Francesco Montecchio Responsabile di Sezione Associazione Italiana per il WWF – Sezione di Este
Rino Cardone Giornalista Professionista, TG3 RAI Radio Televisione Italiana
Valerio Caramassi, Direttore di ECO SRL Marketing e Comunicazione Ambientale, Livorno
Andrea Nardini, ingegnere, esperto senior Ministero Ambiente, Servizio Sviluppo Sostenibile (Roma); socio fondatore del Centro Italiano Riqualificazione Fluviale (CIRF)
Riccardo Sedola, Direttore Tecnico Ufficio Ambiente, Comune di Maranello, Modena
Rosario Gatto, Docente, Min. Pubblica Istruzione
Daniele Fraternali, Ingegnere chimico, ex ricercatore di area ENEL, Ricercatore indipendente nel settore energia ed ambiente
Enzo Pranzini, Professore straordinario di Geografia fisica, Universtà degli Studi di Firenze
Maurizio Gioioisa, Naturalista - Resp. Ricerca, Museo Provinciale di Storia Naturale di Foggia
Adriana Galderisi, Ricercatrice CNR- Docente a contratto presso l'Università Federico II di Napoli,
Gianpaolo Salmoiraghi, Ricercatore confermato, Professore di Ecologia applicata e di Limnologia, Università di Bologna
Giannozzo Pucci, agricoltore, pubblicista, Membro Commissioni agricoltura biologica e agricoltura sostenibile del MIPAF, Associazione Fioretta Mazzei; Associazione La FierucolaOnl.
Luigi Guarrera
, Direttore AMAB-Ass. Medit. Agricoltura Biologica, AMAB
Massimo Pandolfi, Docente e Ricercatore confermato, Università degli Studi di Urbino
Fabio Caporali, Professore Ordinario di Ecologia Agraria, Università della Tuscia
Anna Giovanetti, biologa, ricercatrice ENEA, CR Casaccia, Roma
Pasquale De Sole, Laboratorio di Chimica clinica - Policlinico Gemelli, Università Cattolica Sacro Cuore, Roma
Antonino Drago , Docente di Storia della Fisica, Università Federico II, membro del Com. Scient. del CIRB, Napoli
Elda Perlino, Primo Ricercatore CNR, IBBE- BARI
Franco Medici, Professore di Tecnologia dei Materiali e Chimica Applicata, Università di Roma "La Sapienza"
Elisabetta Morelli, Ricercatore presso l'Istituto di Biofisica, CNR PISA
Gioacchino Carella, Tecnico del CNR e Vice Sindaco di Capurso, Bari
Giovanni Cercignani, Ricercatore Confermato, Università degli Studi di Pisa.
Simonetta Corsolini, Ricercatore di Ecologia. Dip. Sc. Ambientali, Università di Siena
Silvia Olmastroni, Dottoranda in Scienze Polari, Dipartimento Scienze Ambientali, Siena
Stefano Mazzotti, Conservatore Zoologia, Museo di Storia Naturale, Ferrara
Daniele Vitalini, Primo Ricercatore, Istituto per la Chimica e la Tecnologia dei Materiali Polimerici, CNR, Catania
Monica Masti, Funzionario Amministrativo, Università di Siena
Antonio Finizio, Assegnista di Ricerca, Università di Milano Bicocca
Francesco Maria Senatore, Biologo Chiron Vaccines, Siena
Aldemaro Boscagli, Ricercatore, Dip. Scienze Ambientali, Università di Siena
Michele Gregorkiewitz, Professore Associato di Cristallografia, Dip. Scienze della Terra, Università di Siena
Alessandro Chiarucci, Ricercatore, Dip. Scienze Ambientali, Università di Siena
Elena Torricelli, Dottoranda in Ecologia, Dip. Scienze Ambientali, Università di Parma

martedì 9 ottobre 2012

Aumentato l'impiego di fitofarmaci nella coltivazione di piante OGM HT negli USA


 La notizia non era inaspettata, prima o poi sarebbe arrivata: negli USA, dove si fa un largo impiego di piante OGM HT (Herbicide Tolerant) l'utilizzazione di diserbanti è aumentata.

Perchè la notizia non era inaspettata? Perchè si sapeva che prima o poi le piante infestanti, e non solo loro, avrebbero reagito all'utilizzazione continua dello stesso diserbante, mediante una normale selezione genetica delle piante resistenti a questo diserbante. Purtroppo, l'utilizzazione di fitofarmaci non è diminuita e la realtà è un’altra, in quanto:

-            l'utilizzazione continua dello stesso diserbante ha determinato la selezione delle piante che sono geneticamente resistenti al diserbante, per cui dopo alcuni anni esse hanno occupato la “nicchia ecologica” lasciata libera dalle piante più sensibili al diserbante. Tale fenomeno è stato evidenziato anche da talune ricerche effettuate da Università americane. Nella realtà cosa accade?  In uno stesso campo coltivato si possono trovare due piante della stessa specie, ma con due patrimoni genetici diversi (una resiste al diserbante totale, mentre l’altra è sensibile). In una annata successiva la pianta resistente darà origine ad una progenie resistente, che si diffonderà indisturbata sul territorio, andando ad occupare la nicchia ecologica lasciata libera dalle piante sensibili al diserbante;






-       l’assenza di rotazioni colturali (monocoltura) e l'utilizzazione continua della stessa tipologia di diserbante per più anni, determina la comparsa e la diffusione di piante infestanti che resistono a quel diserbante;

http://www.youtube.com/watch?v=ZUt_pp3NUUc


-      le piante parentali selvatiche hanno acquisito per impollinazione da parte del polline transgenico, il transgene che conferisce resistenza al diserbante, divenendo così esse stesse resistenti al diserbante o ai diserbanti, in quanto in uno stesso Paese sono state introdotte piante della stessa specie resistenti a tipologie diverse di diserbante (senape selvatica è parentale selvatica di colza RR);



-              le piante transgeniche coltivate in una annata agraria (per esempio colza RR o soia RR, più difficile per mais BT) sono divenute esse stesse infestanti di altre piante transgeniche coltivate in annate successive. Come potrà essere diserbato il campo coltivato se la pianta infestante e la pianta coltivata sono resistenti allo stesso diserbante?



L’introduzione delle piante transgeniche resistenti ad un diserbante totale non ha semplificato la risoluzione del  problema relativo al contenimento dei danni causati dalle piante infestanti, anzi, sotto certi punti di vista, lo ha peggiorato, in quanto ha dato origine a nuove piante, che presentano delle resistenze genetiche che prima non erano presenti.

Come hanno risolto il problema negli USA. Molto semplicemente sono tornati ai vecchi diserbati!

venerdì 5 ottobre 2012

OGM HT e piante infestanti resistenti

Amaranthus Palmeri



Purtroppo, al contrario delle promesse, le piante OGM resistenti ai diserbanti non risolvono il problema delle erbe infestanti, anzi, sotto certi punti di vista, poichè favoriscono la selezione di erbe infestanti resistenti al diserbante, complicano l'attività di controllo delle stesse da parte dell'agricoltore. Tra le altre motivazioni si ricorda che le piante OGM possono ibridarsi con parentali selvatiche impedendo di fatto ogni forma di controllo della diffusione del transgene. Di notevole impatto è anche la dispersione incontrollata nell'ambiente dei semi  di piante OGM coltivate durante le operazioni di raccolta e di trasporto della produzione annuale.


Tra le piante transgeniche maggiormente diffuse nei Paesi dove ne è consentita la coltivazione, vi sono anche quelle resistenti agli erbicidi (OGM HT, Herbicide Tolerance). In questo caso, coloro che hanno introdotto queste piante, hanno pensato che per risolvere il problema delle erbe infestanti fosse necessario indurre nel patrimonio genetico delle piante coltivate una resistenza ad un particolare diserbante, in modo tale da poterlo poi utilizzare tranquillamente in ogni momento del ciclo vegetativo, per l’eliminazione di tutte le altre piante “non resistenti”. 

Ovviamente ogni ditta sementiero/chimico/farmaceutica, anche al fine di aumentare i suoi profitti, ha introdotto nella pianta la resistenza al diserbante per il quale detiene il brevetto, per cui negli U.S.A. sono coltivati mais, soia e colza resistenti a diserbanti diversi. In particolare, gli eventi HT sono caratterizzati da una tolleranza nei confronti di erbicidi (Glifosate, seguito dal Glufosinate ammonio), grazie all’inserimento nel genoma della pianta di geni di lieviti e batteri, che producono gli enzimi necessari al metabolismo della pianta in sostituzione di quelli originali che vengono inattivati in seguito all’azione dell’erbicida. In questo modo un erbicida totale/non selettivo, attivo su tutte le piante, non è efficace sulla pianta transgenica coltivata, che è dotata degli "anticorpi" necessari a neutralizzare gli effetti dell'erbicida.


Da rilevare che nei Paesi in cui è diffusa la coltivazione di piante OGM HT, a distanza di una ventina di anni dall’introduzione nel campo coltivato di queste piante, numerosi effetti agronomici negativi a suo tempo preventivati da alcuni studiosi, come per esempio la comparsa di erbe infestanti resistenti al diserbante totale, si sono, purtroppo, manifestati, vanificando gli effetti "miracolosi" previsti da chi ha introdotto queste piante. Tali effetti sono stati per la gran parte osservati da ricercatori indipendenti di Università americane, che hanno voluto indagare sulle reali capacità produttive e agronomiche di queste nuove piante.


Le piante resistenti ai diserbanti totali, dovevano rappresentare lo strumento in grado di semplificare decisamente le pratiche agronomiche: un unico trattamento diserbante per liberare la coltivazione da tutte le erbe infestanti. 


Purtroppo, la realtà è un’altra, in quanto:

- l’utilizzazione continua dello stesso diserbante ha determinato la selezione delle piante che sono geneticamente resistenti al diserbante, per cui dopo alcuni anni esse hanno occupato la “nicchia ecologica” lasciata libera dalle piante più sensibili al diserbante. In particolare, l’elenco delle piante resistenti è piuttosto lungo e comprende (tra parentesi l’anno in cui i ricercatori hanno verificato la resistenza):


Lolium rigidum (1996)
Eleusine indica (1997)
Conyza canadensis (2000)
Lolium multiflorum (2001)
Conyza bonariensis (2003)
Plantago lanceolata (2003)
Ambrosia artemisiifolia (2004)
Ambrosia trifida (2004)
Amaranthus palmeri (2005)
Amaranthus rudis (2005)
Euphorbia heterophylla (2005)
Sorghum halepense (2005)
Echinochloa colona (2007)


Tale fenomeno è stato evidenziato anche da talune ricerche effettuate da Università americane e documentate dalle foto che seguono. Nella foto che segue è possibile vedere un esempio di campo coltivato a soia RR con una grave infestazione di erbe spontanee;

http://www.btny.purdue.edu/weedscience/2006/GiantRagweed06.pdf


http://www.youtube.com/watch?v=B-cka5s4AqE


http://www.youtube.com/watch?v=eXTxEX5WpPw


http://deltafarmpress.com/soybeans/herbicide-resistant-weeds-louisiana


- le piante parentali selvatiche hanno acquisito per impollinazione da parte del polline transgenico, il transgene/i transgeni che conferiscono resistenza ai diserbanti, divenendo così esse stesse resistenti al diserbante o ai diserbanti, in quanto, come si è visto, in uno stesso Paese sono state introdotte piante della stessa specie resistenti a tipologie diverse di diserbante (senape selvatica è parentale selvatica di colza RR);


http://www.galileonet.it/articles/4c32e1be5fc52b3adf001faf


http://www.agrinews.info/Uno-studio-dimostra-per-la-prima-volta-la-stabilizzazione-del-transgene-nelle-piante-selvatiche_argomenti_x_149.html


- le piante transgeniche coltivate in una annata agraria (per esempio colza RR o soia RR, più difficile per il mais nel nostro Paese) sono divenute esse stesse infestanti di altre piante transgeniche coltivate in annate successive. Cosa accade? Accade che quando si raccoglie qualche seme cade sempre a terra e, inevitabilmente, germina nell’annata successiva. Tale evento non costituisce un problema se non si fanno le rotazioni e si “ristoppia” la stessa pianta, mentre lo è nel caso in cui vengano effettuati avvicendamenti colturali (rotazioni). Come potrà essere diserbato il campo coltivato se la pianta dell’annata precedente divenuta infestante e la pianta coltivata nell’anno sono resistenti allo stesso diserbante? Molto semplice, è necessario reintrodurre i vecchi diserbanti ed effettuare trattamenti con miscele di diserbanti.

http://www.nature.com/news/2010/100806/full/news.2010.393.html


http://www.ag.ndsu.edu/northcentralrec/weed-science-research/Volunteer%20canola%20control%20in%20corn%20-2005.pdf


- le piante transgeniche coltivate diventano a tutti gli effetti piante infestanti e si diffondono in modo incontrollato nell’ambiente. In particolare, negli USA, dove da anni queste piante vengono coltivate, c’è il grosso problema della diffusione della colza RR, che cresce spontaneamente sui cigli delle strade, nei fossi, nelle sedi ferroviarie e in tutte le aree non coltivate e costituisce un vero problema per gli agricoltori che, spesso, si trovano il campo coltivato infestato da questa colza che è difficile da controllare, poiché è resistente ai diserbanti. Il problema è talmente sentito che le Ditte che hanno il brevetto su queste piante HT hanno offerto gratuitamente gli erbicidi per il controllo dei cigli stradali e dei fossi (si tratta spesso di diserbanti selettivi di post-emergenza e pre-emergenza sistemici, specificamente utilizzabili per il controllo di erbe annuali e perenni e dicotiledoni in aree non colturali).


http://westernfarmpress.com/management/rr-canola-evolves-vexing-weed


http://wric.ucdavis.edu/PDFs/Seed_bank_persistence_of_genetically_modified_canola.pdf


http://www.agweek.com/event/article/id/172277/publisher_ID/40/


Come si è potuto notare, l’introduzione delle piante transgeniche resistenti ad un diserbante totale non ha semplificato la risoluzione del problema relativo al contenimento dei danni causati dalle piante infestanti, anzi sotto certi punti di vista lo ha peggiorato, in quanto l'assenza quasi totale delle rotazioni, l'utilizzazione continua dello stesso diserbante e la diffusione incontrollata nell'ambiente di queste piante, ha favorito lo sviluppo di piante infestanti con resistenze genetiche difficilmente controllabili.

In definitiva, le piante OGM HT, così come le altre piante transgeniche, non mantengono le promesse e presentano dei rischi per l'ambiente, poichè la loro introduzione è del tutto analoga al rilascio di specie esotiche, una pratica che ha portato nel recente e lontano passato a qualche beneficio, ma anche a molti danni di natura biologica ed economica.

martedì 25 settembre 2012

Socio-economic analysis of GMO


In Italy, and in other European Union countries, agriculture has functions which are more than the simple production of food or raw materials. Agriculture has a role of fundamental importance for the protection and maintenance of the territory, for landscape conservation and protection (hedges, dry-stone walls, olives, citrus fruit, special rows of trees, etc.), for the protection of flora and fauna, for the preservation of biodiversity, for the creation of areas for recreation, for the preservation of the traditional culture of rural territory, and for the mitigation of the negative consequences on the environment, caused by other production and consumption activities.
    Let’s suppose for a moment that our country could do without agriculture for food production: could it also do without agriculture for territory protection? The answer is certainly in the negative, since the presence of agriculture in a territory managed like ours is synonymous with “safety and protection of the environment”. Our society must therefore adopt agrarian policies capable of protecting the farmer’s income, in order to guarantee him those indispensable rewards that will make him remain on the land.
    Unfortunately, the existing transgenic organisms will not guarantee a higher income for the producer, because in agriculture, as is well known, a cut in production costs corresponds, in the long run, to a fall in products’ sale prices, thus annulling the profits (it should be pointed out that a price fall would also imply a real income loss for the  producer: non-agricultural products would cost more in terms of agricultural products).
    The producer’s reduced income is also a consequence of the fact that GMO (= Genetically Modified Organisms) substantially neutralise the production factors directly introduced by the entrepreneur. At the same time, GMO require a major input of external factors of industrial origin, that must be acquired on the market.
    The increase in producer’s income could come from a differentiation of products towards those with an added value (food with more proteins, more vitamins, fewer calories, parthenocarpy, etc.). However, these earning opportunities can come about only if the market is “free”. If  production is carried out “on contract” – which is more likely -  the profit increase would favour almost exclusively the patent holder of the transgenic plant.
    From a first appraisal,  it can be asserted that existing transgenic crops are the first step towards a complete automation of the process of production (precision farming, almost impossible to realise on Italian territory) and towards a standardisation of food production. Production will be controlled by satellites, will not need the farmer and will determine an increase in the return on capital to the detriment of returns destined to the remuneration of other productive factors. It is in this context, among other things, that the premises are created for a shift in control of rural territory, from the farmer (no longer able to obtain an income from his own production factors) to individuals that have nothing to do with agricultural activity, who with their own capital or with capital of third parties will be able to take over not only cultivation but also farm property.
     For a “sustainable development” of our agriculture, the laws regarding the patenting of transgenic products will then have to be revised. It is not acceptable that he who inserted a gene in a plant therefore acquires the right for the “de facto monopoly” on that plant, thus preventing its free cultivation. This assertion is supported by the consideration  that, the moment  when the transgenic plant is considered equal to the “non-transgenic” and the farmers start growing it, even those farmers who initially did not intend to cultivate it will be forced to do so. This is due to the fact that they will have to operate in a market where the price of that product will be in proportion to the (lower) production costs of the transgenic plant. Therefore, if growers want to remain competitive in the market, they will have to change their production to transgenic. In this way a de facto monopoly for the market of the seeds of that plant could be created.
    In  this context we may place the misgivings expressed by some about the relation between “agriculture and the lords of the genes”, or rather between the farmers and the “owners” of the genetic material from which that same product originates. How can this patent be exploited? Are there any limits to the economic exploitation of the invention, or is everything permitted to the patent holder?
    Undoubtedly, these questions need definite answers about the possible consequences on the agricultural sector of the patent’s exploitation. We might even think of a situation in which the farmer does not buy the seed himself, but he receives it from the same company that owns the patent and will also own the final product. Production will be carried out by the grower on the basis of an “agreement” prescribing pesticides to be used, agricultural operations to carry out and everything  else necessary for the final product . For his work, the farmer will receive a lump-sum remuneration embracing his labour and the use of special equipment. In such a situation, the grower is relieved  of  most of the business risks, but at the same time he becomes a supplier of labour and capital, to the advantage of the integrating company, which remains the owner of the seed and the final product. Obviously, in a market economy, the grower’s remuneration for a production on commission would be subject to the law of supply and demand. So what will happen when the company that owns the seed finds a grower able to provide the same services at a lower cost, or when it finds another country with more favourable production costs? Obviously, other conditions being equal and operating on a global scale, it will move its production to where it costs less.
     In a not too distant future, our products will have to face competition with products from countries with much lower production costs, from countries where the use of certain chemicals (either fertilisers or pesticides) is not regulated, from countries where child labour, far from being eliminated, is enforced and exploited, from countries not able to guarantee the genetic material from which the product is derived. This list could go on. That is why in the next few years the problems related to national agriculture may, very probably, stem from market globalisation and from the subsequent setting up of a huge world-wide market of food products, where the absolute rule will be producing more (it doesn’t matter how) at the lowest possible cost.
    Nevertheless, in this context some questions must be asked: are low costs and market globalisation compatible with the quality of production which we all wish for?  Do they assure an income for agricultural producers from areas that are at a “disadvantage” as far as production factors’ costs are concerned? Are they compatible with the sustainable development of the territory? Can they preserve the cultural, economic, social and professional  identity of a territory?
    These questions must have definite answers in order to verify if, over a long period,  the transgenic organisms and the subsequent process of market globalisation represent an opportunity for our country agriculture or rather a dangerous path that could bring harmful effects on the well-being of our society.