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giovedì 12 marzo 2015

Anche negli USA si sono accorti che gli insetti maturano una resistenza genetica alla tossina Bt

Anche negli USA si sono accorti che gli insetti maturano una resistenza genetica alla tossina Bt

Cresce la resistenza dei parassiti alle sementi Ogm e, con essa, i dubbi sulle virtù miracolose dei prodotti transgenici. Il caso è al centro di un articolo apparso su un quotidiano statunitense, secondo il quale anche nella nazione che più ha spinto sulle coltivazioni geneticamente modificate ci si sta rendendo conto che gli insetti hanno sviluppato una resistenza alle sementi ammazza-parassiti. 

http://www.wsj.com/articles/limits-sought-on-gmo-corn-as-pest-resistance-grows-1425587078



domenica 2 marzo 2014

Non è vero che le piante OGM producono di più delle piante “non OGM”

        Ne avevamo già parlato e avevamo riportato le affermazione di due noti genetisti italiani, tra l’altro sostanzialmente favorevoli all’introduzione degli OGM nel nostro Paese. In particolare, il prof. Gavazzi dell’Università di Milano afferma che Le piante transgeniche attualmente commercializzate non alzano il tetto di produzione potenziale. A questo scopo, sarebbe necessario rimaneggiare la pianta ex novo, non limitandosi ad introdurre singoli geni ma modificando processi fisiologici che rappresentano il collo di bottiglia dell’aumento di produzione.” [Gavazzi G. - OGM e produzione agricola, La Provincia, Quotidiano di Cremona e Crema, 25 gennaio, 2004].
         Il prof. Scarascia Mugnozza dell’Università di Viterbo, afferma che “(omissis) ….. è ancora da dimostrare la superiore potenzialità produttiva delle varietà GM rispetto alle varietà locali adattate in sistemi agricoli sfavoriti da condizioni climatiche …… o edafiche avverse. In questo caso il miglioramento genetico mediante la classica ibridazione intra e interspecifica seguita da selezione, ha sempre offerto e continuerà ad offrire risultati sorprendenti ed a costi relativamente bassi.” [Scarascia Mugnozza – Potenzialità del miglioramento genetico in piante ed animali – Accademia Nazionale di Agricoltura e CNR – Bologna, 2001].
         A conferma di queste affermazioni, ovvero che le piante OGM non producono molto di più di quelle convenzionali, ci sono anche i dati di numerose pubblicazioni nordamericane sulla produttività delle colture geneticamente modificate. Gli studi sulla produttività riguardano le due principali piante OGM coltivate, la soia tollerante agli erbicidi (HT) e il mais resistente agli insetti (Bt). Sono disponibili anche alcuni studi canadesi su colza.

Negli USA, una delle ragioni per la rapida adozione della soia GM è stata l'aspettativa di un rendimento superiore a quello per la soia non-GM. Un certo numero di progetti di ricerca statunitensi hanno affrontato questo tema. I risultati sembrano indicare il contrario: nella maggior parte delle prove sul campo la pianta OGM mostra rendimenti inferiori rispetto alla coltura non-GM, come indicato nella tabella seguente, che riguarda il caso della soia Roundup Ready (RR).  

Tabella 3.1 Le differenze nei rendimenti tra soia convenzionali e OGM 



         Fonte: Benbrook 1998, sulla base di Oplinger

In Kansas, la differenza di rendimento varia tra il 2 e l'11% a favore di soia non-GM, come indicato da Hofer et al . (1998):
Tabella 3.2 Le differenze nei rendimenti tra soia convenzionali e OGM, Kansas



          Per quanto attiene al mais Bt, diversi studi hanno verificato un leggero aumento dei rendimenti. Sulla base dei dati rilevati nel triennio 1996-1998, l'USDA ha osservato che gli utilizzatori di mais Bt hanno ottenuto rendimenti più elevati rispetto agli utilizzatori di mais convenzionale (Gianessi e Carpenter, 1999). In particolare, sarebbero stati verificati maggiori rendimenti  medi di 0,73 t/ha nel 1997 e 0,26 t/ha nel 1998, rispettivamente, + 9% e +3% rispetto alla resa media del periodo 1997/98.

domenica 29 dicembre 2013

NATURE cerca di rispondere a 3 domande cruciali sugli OGM

La prestigiosa rivista Nature si interroga su taluni controversi effetti degli OGM in ambito agro-alimentare, cercando di rispondere a 3 domande che gli ambienti meno favorevoli agli OGM da anni stanno facendo. Sembra che, finalmente, i nodi vengano al pettine. Di seguito le domande:

1.Gli OGM coltivati sono stati all’origine di varietà super-resistenti agli erbicidi, come alcuni dichiarano? La risposta di Nature è ………VERO!

2. Gli OGM coltivati hanno davvero causato un’ondata di suicidi nell’India rurale, come anche Vandana Shiva ha più volte pubblicamente dichiarato? La risposta di Nature è ………FALSO!

3. I geni delle piante OGM coltivate si sono diffusi nell’ambiente, in modo incontrollato, come paventato da altri? La risposta di Nature è ………ANCORA SCONOSCIUTO, DA VERIFICARE!


Risposta alla 1° domanda secondo Nature ……….. Gli OGM avrebbero davvero contribuito a creare varietà super-resistenti, a causa della monocoltura e dell’uso continuo e incontrollato di alcuni erbicidi totali. Come in tutti i fenomeni biologici di adattamento e selezione, l’utilizzazione continua di questi erbicidi ha determinato la selezione di erbe infestanti resistenti a quell’erbicida, che sono divenute anche più difficili da controllare. Per risolvere questo problema è necessario diversificare gli erbicidi (tornare ai vecchi erbicidi) e per diversificare gli erbicidi è necessario ritornare alle rotazioni (si torna indietro!).

Risposta alla 2° domanda di Nature……… La seconda domanda ha invece una risposta più sfumata. Il tasso di suicidi non sarebbe aumentato, mantenendosi ad un livello di circa 100 mila all’anno.  Nature evidenzia, però, che qualche problema di reddito per gli agricoltori potrebbe essere stato causato dal fatto che i semi costano cinque volte tanto quelli convenzionali.


Risposta alla 3° domanda di Nature ………. Circa la terza domanda, ancora non si ha una risposta chiara, anche se Nature afferma che esistano evidenze scientifiche che stia accadendo. In Messico, dove gli OGM non sono approvati per la coltivazione, nel 2000 alcuni agricoltori cercarono di farsi certificare una varietà locale di mais per la coltivazione biologica. Con grossa sorpresa, si accorsero che il proprio mais conteneva espressioni genetiche di mais OGM. Probabilmente, il mais OGM era stato piantato da alcuni coltivatori e una volta nell'ambiente, aveva causato la diffusione di geni di resistenza. Lo studio cadde sotto il fuoco della Monsanto, che spinse per sconfessarne la pubblicazione. Diversi studi successivi però non furono in grado di contenere le accuse e anzi, nel 2009 uno studio di Elena Alvarez-Buylla della Università Autonoma del Messico trovò conferme al fenomeno della diffusione genetica nell'ambiente dei transgeni inseriti nelle piante OGM di mais.

venerdì 29 novembre 2013

Coesistenza “mais OGM” e “mais convenzionale”, a cosa dovremo rinunciare?

I sostenitori del “mais OGM” affermano che la coesistenza con altre produzioni di mais sarebbe possibile, in quanto il mais non ha parentali selvatiche nel nostro Paese, per cui sarebbe sufficiente controllare con idonee distanze di sicurezza la diffusione del polline dai campi coltivati con piante OGM agli altri campi limitrofi “non OGM”…………..è ancora aperta la discussione su chi dovrà sostenere i maggiori oneri di queste “fasce tampone”. Ovviamente i fautori del “mais OGM” dicono che questi maggiori oneri li dovranno sostenere coloro che vogliono produrre “mais OGM free o biologico”, al contrario i coltivatori di mais convenzionale affermano che questi maggiori oneri li dovranno sostenere coloro che vogliono coltivare “mais OGM”. E’ questa la “vexata quaestio”, in quanto i sostenitori del “mais OGM” sanno benissimo che nel caso in cui fossero loro a dover sostenere gli oneri della coesistenza, non ci sarebbe alcun vantaggio economico. Vantaggio economico che si annulla completamente nei Paesi dove è prevista la separazione di filiera tra “mais OGM” e “mais convenzionale”, poiché i costi di coesistenza (aree tampone nei campi coltivati, pulizia delle macchine per la semina e la raccolta, conservazione in specifici silos, analisi genetiche di certificazione, specifica etichettatura degli alimenti, ecc.), anche ad un primo sommario giudizio, sono sicuramente superiori al vantaggio economico ottenibile dalla coltivazione in campo. Che sia chiaro, fino a quando il consumatore richiederà l’etichettatura degli alimenti OGM, ad esclusione delle ditte che vendono il seme, non ci sarà alcun vantaggio economico per nessuno.
Anche nel caso di coesistenza, noi consumatori, in relazione al fatto che sarà impossibile avere la certezza di produrre “mais OGM free”, dovremo comunque rinunciare a qualcosa. In particolare, pur nella consapevolezza che il 90% del mais prodotto in Italia è destinato all’alimentazione animale e ai digestori per produrre energia elettrica (Zea mays sub-sp. indentata), dovremo comunque rinunciare ad avere la certezza che gli alimenti derivanti da altre tipologie di mais (per uso alimentare umano) siano effettivamente “OGM free”, poiché l’inquinamento genetico prodotto dal “mais OGM” è solo in parte controllabile.  
In Italia le superfici investite a mais sono dell’ordine di 1 milione di ettari (per averne un’idea, 1/30 della superficie nazionale), che originano una produzione di circa 10 milioni di tonnellate, destinate, come si è detto, per oltre il 90% all’alimentazione animale e ai digestori per biogas. Rimangono 1 milione di tonnellate (1miliardo di kg) destinati alle utilizzazioni più disparate, compresa l’alimentazione umana. Dalla lavorazione della granella di mais si ricavano:
Prodotti alimentari: olio, farine per pane, polenta, zucchero, biscotti, ecc.;
Bevande alcooliche come birra e liquori;
Prodotti farmaceutici come acetone, aldeide acetica, acido citrico, acido lattico, acido fumarico, ecc.;
Prodotti dell’industria cartaria, tessile, ceramica e di quella delle vernici e degli esplosivi.
Per quanto attiene ai prodotti alimentari, si tratta soprattutto di mais particolari, che spesso sono rappresentati da prodotti tipici di un territorio (mais otto file, mais bianco, ecc.). Così, per esempio abbiamo le seguenti sottospecie di mais destinate per la gran parte all’alimentazione umana diretta:
- Zea mays sub-sp. everta: mais da far scoppiare (pop-corn).Raggruppa tipi primitivi, con piante prolifiche e accestite, portanti spighe piccole e numerose. Le cariossidi sono molto piccole (1.000 pesano 100 grammi e meno), hanno endo­sperma completamente vitreo, traslucido, molto proteico e se riscaldate «scoppiano» aumentando assai di volume e formando una massa bianca e porosa (pop-corn).
- Zea mays sub-sp. indurata: mais vitreo o plata («flint corn»). Ha cariossidi tondeggianti, con endosperma farinoso all'interno e corneo tutt'intorno. Moltissimi mais europei di antica introduzione appartengono a questo tipo. Questo mais è preferito nell'alimentazione umana e in avicoltura («Plata»).
- Zea mays sub-sp. amylacea: mais amilosico («soft corn»). Deriva da mutazioni che inducono modificazioni nella costituzione dell'amido (prevalenza di amilosio rispetto all'amilopectina) ed è destinato a specifiche preparazioni alimentari.
- Zea mays sub-sp. saccharata: mais zuccherino («sweet corn»). L'endosperma contiene poco amido e molti carboidrati solubili. Le spighe raccolte alla maturazione latteo-cerosa, costituiscono un ortaggio apprezzato da consumare fresco in insalata o inscatolato.
Come si è potuto notare, sono tante le sottospecie di mais…….…..mais non è solo quello destinato all’alimentazione animale, esistono sottospecie di mais destinate all’alimentazione umana diretta e non solo mediata dagli animali.
Le domande che ci possiamo porre sono le seguenti:
-         è giusto che con l’introduzione di “mais OGM” non sia più possibile avere a disposizione per l’alimentazione umana mais delle precedenti sottospecie sicuramente esente da OGM?”

-         è giusto che la presenza di “mais OGM” metta in difficoltà i coltivatori e gli utilizzatori di mais tradizionale?


-         è giusto che le incertezze produttive determinate dalla presenza del “mais OGM” possa determinare nel lungo periodo la scomparsa delle produzioni tipiche di mais tradizionale di un territorio?

lunedì 5 agosto 2013

Il mais Bt da solo non risolve il problema degli insetti fitofagi


Purtroppo è la verità, il mais Bt da solo non serve a risolvere il problema degli insetti fitofagi, in quanto:

- gli insetti bersaglio maturano una resistenza genetica

- altri insetti fitofagi prendono il posto della piralide

- l’uso delle “Aree Rifugio” in Italia con aziende di 7-8 ettari è inattuabile….o quasi (è ovvio che qualche grande azienda lo potrebbe fare).


http://www.sciencemag.org/content/327/5972/1439.summary

http://www.nature.com/scitable/knowledge/library/use-and-impact-of-bt-maize-46975413


lunedì 3 giugno 2013

MA QUANTO CI COSTA QUESTO GRANO GENETICAMENTE MODIFICATO? CHI PAGA I CONTROLLI? SEMPRE PANTALONE? E SE A PAGARE FOSSE COLUI CHE L’HA INTRODOTTO NELL’AMBIENTE NON SAREBBE MEGLIO PER TUTTI?



La notizia  è relativa ad una varietà di grano geneticamente modificato, non approvata, trovata in un’azienda agricola in Oregon. La questione potrebbe disturbare le esportazioni americane di grano. Il Dipartimento per l'Agricoltura ha detto che il grano era del tipo sviluppato dalla Monsanto per essere resistente all’erbicida Roundup, noto anche come glifosato. Tale grano è stato testato sul campo in 16 Stati, tra cui l’Oregon, dal 1998 al 2005, ma la Monsanto lasciò cadere il progetto prima che il grano fosse mai stato approvato per la coltivazione commerciale. Il dipartimento ha riferito che non èancora a conoscenza se tale grano sia entrato o meno nella catena alimentare o in spedizioni di grano. Tuttavia, i funzionari hanno detto che questo non rappresenterebbe una minaccia per la salute. Da quanto appreso, l’Esecutivo dell’UE avrebbe chiesto alla Monsanto di assistere gli Stati membri nel controllo delle importazioni statunitensi di cereali al fine di verificare la presenza illegale del grano geneticamente modificato non approvato, la cui coltivazione è stata scoperta in Oregon. La Commissione europea ha già allertato gli Stati membri al fine di controllare le importazioni di grano tenero, che costituiscono circa l’80% dell’oltre 1 milione di tonnellate di grano importato annualmente.

MA QUANTO CI COSTA QUESTO GRANO GENETICAMENTE MODIFICATO? CHI PAGA I CONTROLLI? SEMPRE PANTALONE? E SE A PAGARE FOSSE COLUI CHE L’HA INTRODOTTO NELL’AMBIENTE NON SAREBBE MEGLIO PER TUTTI?

martedì 9 ottobre 2012

Aumentato l'impiego di fitofarmaci nella coltivazione di piante OGM HT negli USA


 La notizia non era inaspettata, prima o poi sarebbe arrivata: negli USA, dove si fa un largo impiego di piante OGM HT (Herbicide Tolerant) l'utilizzazione di diserbanti è aumentata.

Perchè la notizia non era inaspettata? Perchè si sapeva che prima o poi le piante infestanti, e non solo loro, avrebbero reagito all'utilizzazione continua dello stesso diserbante, mediante una normale selezione genetica delle piante resistenti a questo diserbante. Purtroppo, l'utilizzazione di fitofarmaci non è diminuita e la realtà è un’altra, in quanto:

-            l'utilizzazione continua dello stesso diserbante ha determinato la selezione delle piante che sono geneticamente resistenti al diserbante, per cui dopo alcuni anni esse hanno occupato la “nicchia ecologica” lasciata libera dalle piante più sensibili al diserbante. Tale fenomeno è stato evidenziato anche da talune ricerche effettuate da Università americane. Nella realtà cosa accade?  In uno stesso campo coltivato si possono trovare due piante della stessa specie, ma con due patrimoni genetici diversi (una resiste al diserbante totale, mentre l’altra è sensibile). In una annata successiva la pianta resistente darà origine ad una progenie resistente, che si diffonderà indisturbata sul territorio, andando ad occupare la nicchia ecologica lasciata libera dalle piante sensibili al diserbante;






-       l’assenza di rotazioni colturali (monocoltura) e l'utilizzazione continua della stessa tipologia di diserbante per più anni, determina la comparsa e la diffusione di piante infestanti che resistono a quel diserbante;

http://www.youtube.com/watch?v=ZUt_pp3NUUc


-      le piante parentali selvatiche hanno acquisito per impollinazione da parte del polline transgenico, il transgene che conferisce resistenza al diserbante, divenendo così esse stesse resistenti al diserbante o ai diserbanti, in quanto in uno stesso Paese sono state introdotte piante della stessa specie resistenti a tipologie diverse di diserbante (senape selvatica è parentale selvatica di colza RR);



-              le piante transgeniche coltivate in una annata agraria (per esempio colza RR o soia RR, più difficile per mais BT) sono divenute esse stesse infestanti di altre piante transgeniche coltivate in annate successive. Come potrà essere diserbato il campo coltivato se la pianta infestante e la pianta coltivata sono resistenti allo stesso diserbante?



L’introduzione delle piante transgeniche resistenti ad un diserbante totale non ha semplificato la risoluzione del  problema relativo al contenimento dei danni causati dalle piante infestanti, anzi, sotto certi punti di vista, lo ha peggiorato, in quanto ha dato origine a nuove piante, che presentano delle resistenze genetiche che prima non erano presenti.

Come hanno risolto il problema negli USA. Molto semplicemente sono tornati ai vecchi diserbati!

martedì 25 settembre 2012

Socio-economic analysis of GMO


In Italy, and in other European Union countries, agriculture has functions which are more than the simple production of food or raw materials. Agriculture has a role of fundamental importance for the protection and maintenance of the territory, for landscape conservation and protection (hedges, dry-stone walls, olives, citrus fruit, special rows of trees, etc.), for the protection of flora and fauna, for the preservation of biodiversity, for the creation of areas for recreation, for the preservation of the traditional culture of rural territory, and for the mitigation of the negative consequences on the environment, caused by other production and consumption activities.
    Let’s suppose for a moment that our country could do without agriculture for food production: could it also do without agriculture for territory protection? The answer is certainly in the negative, since the presence of agriculture in a territory managed like ours is synonymous with “safety and protection of the environment”. Our society must therefore adopt agrarian policies capable of protecting the farmer’s income, in order to guarantee him those indispensable rewards that will make him remain on the land.
    Unfortunately, the existing transgenic organisms will not guarantee a higher income for the producer, because in agriculture, as is well known, a cut in production costs corresponds, in the long run, to a fall in products’ sale prices, thus annulling the profits (it should be pointed out that a price fall would also imply a real income loss for the  producer: non-agricultural products would cost more in terms of agricultural products).
    The producer’s reduced income is also a consequence of the fact that GMO (= Genetically Modified Organisms) substantially neutralise the production factors directly introduced by the entrepreneur. At the same time, GMO require a major input of external factors of industrial origin, that must be acquired on the market.
    The increase in producer’s income could come from a differentiation of products towards those with an added value (food with more proteins, more vitamins, fewer calories, parthenocarpy, etc.). However, these earning opportunities can come about only if the market is “free”. If  production is carried out “on contract” – which is more likely -  the profit increase would favour almost exclusively the patent holder of the transgenic plant.
    From a first appraisal,  it can be asserted that existing transgenic crops are the first step towards a complete automation of the process of production (precision farming, almost impossible to realise on Italian territory) and towards a standardisation of food production. Production will be controlled by satellites, will not need the farmer and will determine an increase in the return on capital to the detriment of returns destined to the remuneration of other productive factors. It is in this context, among other things, that the premises are created for a shift in control of rural territory, from the farmer (no longer able to obtain an income from his own production factors) to individuals that have nothing to do with agricultural activity, who with their own capital or with capital of third parties will be able to take over not only cultivation but also farm property.
     For a “sustainable development” of our agriculture, the laws regarding the patenting of transgenic products will then have to be revised. It is not acceptable that he who inserted a gene in a plant therefore acquires the right for the “de facto monopoly” on that plant, thus preventing its free cultivation. This assertion is supported by the consideration  that, the moment  when the transgenic plant is considered equal to the “non-transgenic” and the farmers start growing it, even those farmers who initially did not intend to cultivate it will be forced to do so. This is due to the fact that they will have to operate in a market where the price of that product will be in proportion to the (lower) production costs of the transgenic plant. Therefore, if growers want to remain competitive in the market, they will have to change their production to transgenic. In this way a de facto monopoly for the market of the seeds of that plant could be created.
    In  this context we may place the misgivings expressed by some about the relation between “agriculture and the lords of the genes”, or rather between the farmers and the “owners” of the genetic material from which that same product originates. How can this patent be exploited? Are there any limits to the economic exploitation of the invention, or is everything permitted to the patent holder?
    Undoubtedly, these questions need definite answers about the possible consequences on the agricultural sector of the patent’s exploitation. We might even think of a situation in which the farmer does not buy the seed himself, but he receives it from the same company that owns the patent and will also own the final product. Production will be carried out by the grower on the basis of an “agreement” prescribing pesticides to be used, agricultural operations to carry out and everything  else necessary for the final product . For his work, the farmer will receive a lump-sum remuneration embracing his labour and the use of special equipment. In such a situation, the grower is relieved  of  most of the business risks, but at the same time he becomes a supplier of labour and capital, to the advantage of the integrating company, which remains the owner of the seed and the final product. Obviously, in a market economy, the grower’s remuneration for a production on commission would be subject to the law of supply and demand. So what will happen when the company that owns the seed finds a grower able to provide the same services at a lower cost, or when it finds another country with more favourable production costs? Obviously, other conditions being equal and operating on a global scale, it will move its production to where it costs less.
     In a not too distant future, our products will have to face competition with products from countries with much lower production costs, from countries where the use of certain chemicals (either fertilisers or pesticides) is not regulated, from countries where child labour, far from being eliminated, is enforced and exploited, from countries not able to guarantee the genetic material from which the product is derived. This list could go on. That is why in the next few years the problems related to national agriculture may, very probably, stem from market globalisation and from the subsequent setting up of a huge world-wide market of food products, where the absolute rule will be producing more (it doesn’t matter how) at the lowest possible cost.
    Nevertheless, in this context some questions must be asked: are low costs and market globalisation compatible with the quality of production which we all wish for?  Do they assure an income for agricultural producers from areas that are at a “disadvantage” as far as production factors’ costs are concerned? Are they compatible with the sustainable development of the territory? Can they preserve the cultural, economic, social and professional  identity of a territory?
    These questions must have definite answers in order to verify if, over a long period,  the transgenic organisms and the subsequent process of market globalisation represent an opportunity for our country agriculture or rather a dangerous path that could bring harmful effects on the well-being of our society.