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domenica 4 gennaio 2015

OGM e brevetto, una nuova forma di colonialismo alimentare?

Si vuole iniziare questo post con le parole di Padre Bartolome Sorge S.I.
“Personalmente insisterei maggiormente sulla necessità di un più vasto consenso popolare, se si vuole condurre una campagna efficace sull'uso corretto delle biotecnologie. Infatti, non si tratta solo di prevedere e prevenire le gravi minacce incombenti sulla salute dell'uomo, sull'equilibrio ecologico e a livello sociale, ma anche sul corretto funzionamento del sistema democratico. Si tratta, infatti, ribadendo il primato dell'etica sulla politica, d'impedire che si affermino meccanismi speculativi, soprattutto da parte delle multinazionali, che contraddicono alla logica e alla natura stessa della vita democratica. E' necessario denunciare con forza che non solo è antidemocratico, ma è immorale concedere a pochi privilegiati – attraverso il «brevetto» – il diritto di disporre delle biotecnologie, quasi che le scoperte  riguardanti la vita siano soggette a proprietà privata. Non è lecito legittimare forme di monopolio e di colonialismo, che sono la negazione stessa del bene comune e decretano la morte della democrazia. La vita non è una invenzione industriale. La vita non si fabbrica. La vita non si brevetta.”
In termini generali il Brevetto, rappresenta una sorta di  monopolio legale, seppur limitato territorialmente e temporalmente. Tale monopolio legale è giustificato dal fatto che il sistema brevettuale è basato su una forma di scambio: il titolare del brevetto riceve protezione per la propria invenzione (monopolio temporaneo) e in cambio è obbligato a svelare e a descrivere dettagliatamente l'invenzione.  Pertanto, durante il periodo di applicazione del Brevetto, colui che ne è detentore può sfruttare economicamente la protezione brevettuale, al fine di ottenere un ritorno economico, sia per le spese di ricerca e sviluppo sostenute, sia in termini di profitto.
Da un punto di vista etico, ed in relazione al fatto che stiamo parlando di cibo, bene essenziale per la vita, dobbiamo interrogarci su questa “deriva tecnologica”, al fine di verificare se essa potrà determinare un aumento della libertà per l’uomo, o se, invece, costituirà solo uno strumento per aumentare il profitto privato, a danno delle libertà essenziali della vita stessa e degli elementi che insieme concorrono a costituire i pilastri della pace sociale (verità, amore, giustizia e libertà). In particolare, utilizzando le parole del card. Turkson, Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, “E’ azzardato – e in ultima analisi assurdo, anzi peccaminoso – impiegare le biotecnologie senza la guida di un’etica profondamente responsabile.” (Aggiornamenti Sociali, aprile 2014)
In relazione all’ampio dibattito in merito alla tutela brevettuale in ambito agricolo, dobbiamo essere convinti del fatto che l’introduzione di Organismi Transgenici (OT) in agricoltura è fortemente correlato, se non addirittura condizionato, dalla possibilità di brevettare il risultato della manipolazione genetica al fine di ottenerne un profitto; se non ci fosse il Brevetto, con ogni probabilità, non ci sarebbero nemmeno OT e oggigiorno, forse, non si parlerebbe di questo argomento. Relativamente alla tutela brevettale delle innovazioni tecnologiche in ambito genetico, ciò che lascia maggiormente perplessi è l’utilizzazione del Brevetto in ambito agricolo, soprattutto nel caso in cui riguardi piante o animali di fondamentale importanza per l’alimentazione umana. Nella fattispecie, non stiamo parlando di una funzione fisiologica della quale ognuno di noi, volendo, potrebbe farne a meno; stiamo parlando di alimentazione, un’azione che bene o male ognuno di noi deve compiere obbligatoriamente almeno tre volte al giorno. Sono queste considerazioni che differenziano sostanzialmente i brevetti su materiale elettronico o su capi di abbigliamento, da quelli su piante ed animali ad uso alimentare, in quanto essi potrebbero mettere in discussione anche la sovranità alimentare di un Paese. E di questo, ovviamente, si sono accorte le grandi multinazionali del seme, che stanno facendo di tutto per ottenere il monopolio nella produzione e nella distribuzione del seme, poiché non si tratta del solo seme, ma anche di tutto ciò che è possibile trovare a monte e a valle della produzione del seme, con particolare riferimento alla produzione di cibo. In particolare, in questi ultimi anni, a livello mondiale, il più evidente elemento di trasformazione del settore sementiero, è stato il massiccio ingresso in questa attività di grandi imprese multinazionali, che, già attive nel settore chimico e farmaceutico, hanno esteso il proprio campo di azione all’ingegneria genetica applicata alle piante e alla commercializzazioni dei prodotti biotecnologici. In particolare, secondo un rapporto di ETC Group (http://www.etcgroup.org/sites/www.etcgroup.org/files/ETCCommCharityCartel_March2013_final.pdf), il 59,8% del mercato dei semi e il 76,1% dei prodotti agro-chimici venduti nel mondo sarebbe controllato da sei grandi imprese (Syngenta, Bayer, BASF, Dow, Monsanto e DuPont) che, dal 2007 al 2010, hanno speso 2.2 miliardi di dollari l’anno per la Ricerca e lo Sviluppo di varietà geneticamente modificate. La quota di mercato delle maggiori multinazionali sementiere (Monsanto, DuPont e Syngenta) è passata dal 22% nel 1996 al 53,4% nel 2011, mentre per il settore agro-chimico, dominato al 52% da Syngenta, Bayer e BASF, è cresciuta, nello stesso periodo, dal 33% al 52,5%. Questa situazione di mercato è il risultato di un intenso processo di fusioni e di acquisizioni attuate negli ultimi decenni: Syngenta è, ad esempio, il risultato della fusione parziale tra la britannica Zeneca e l'elvetica Novartis, la quale a sua volta era frutto della fusione tra Ciba Geigy e Sandoz; Monsanto si è ingrandita grazie a una serie numerosa di acquisizioni di compagnie quali Asgrow, Agracetus, Dekalb, Cargil, ecc.; Aventis nasce dalla fusione della francese Rhone Poulenc e della tedesca Hoest; Du Pont ha acquistato la Pioneer.
Come esito finale di tali processi, non soltanto si assiste ad una progressiva assimilazione dell’identità degli operatori presenti nel settore delle sementi e in quello degli agrofarmaci, ma anche ad un’analoga evoluzione delle dinamiche competitive, incentrate in misura crescente sullo sfruttamento e sulla difesa dei diritti di proprietà intellettuale, così come da anni avviene nel settore farmaceutico.
Le strategie di sviluppo attuate dalle multinazionali hanno sostanzialmente determinato due grandi fenomeni:
i) una crescente concentrazione dell’offerta di sementi e di agrofarmaci;
 ii) una crescente osmosi tra il settore delle sementi e quello degli agrofarmaci, nonché tra tali settori e quello farmaceutico.
I processi di concentrazione e di integrazione descritti, funzionali al perseguimento della massima efficienza tecnico-produttiva, pongono tuttavia il problema dei possibili comportamenti strategici dei grandi gruppi multinazionali, diretti a realizzare un maggior controllo dei mercati e a orientare le scelte degli utilizzatori. Da un lato, infatti, l’evoluzione tecnologica e la normativa dei settori in esame ha certamente generato la necessità di disporre di maggiori risorse economiche e dimensioni produttive/commerciali per affrontare gli ingenti costi legati allo sviluppo e alla registrazione delle nuove varietà di piante e delle nuove molecole di agrofarmaci; dall’altro, la concentrazione in poche mani delle risorse destinate alla ricerca e allo sviluppo delle varietà di sementi, nonché delle sostanze più idonee a garantirne la coltivazione e la crescita, consente di esercitare un forte potere di mercato nei confronti degli agricoltori, utilizzatori finali dei prodotti sementieri e fitofarmacologici, aumentandone di fatto il grado di dipendenza dall’industria di produzione degli input. Da rilevare che secondo il Dipartimento USA all’agricoltura, l’aumento dei prezzi dei semi negli ultimi dieci anni ha registrato i maggiori incrementi rispetto ad ogni altro tipo di input agricolo.
Al riguardo, è appena il caso di ricordare, ad esempio, come la diffusione di prodotti transgenici, tutelati dai diritti di protezione intellettuale, ostacoli l'utilizzazione delle sementi di seconda generazione per la semina successiva (anche semi della stessa annata agricola, per i quali è stata pagata una royalty, al fine di effettuare nella stessa annata agraria una seconda coltivazione e un secondo raccolto), decretando così l'impossibilità per gli agricoltori di appropriarsi del seme proveniente dal raccolto dell'anno precedente per seminarlo in una annata successiva, senza corrispondere i relativi diritti brevettuali all'azienda costitutrice (pertanto, non è vero che i semi OGM sono sterili, ma è vero che non si possono riseminare senza ripagare le relative royalty).
Soprattutto in ambito agroalimentare, alcune domande di ordine etico sullo sfruttamento del brevetto esigono una risposta prima di adottare piante ed animali transgenici in agricoltura. In particolare:
-         è lecito brevettare la variabilità genetica delle piante e degli animali destinata ad uso alimentare e attualmente presente sul Pianeta?
-         è eticamente accettabile brevettare gli alimenti?
-         il brevetto sugli alimenti aumenterà o diminuirà il benessere delle persone e della collettività?
-         gli OGM brevettati miglioreranno la condizione umana o sono semplicemente finalizzati ad un aumento dei profitti privati?
-         gli OGM brevettati  determineranno dei vantaggi o degli svantaggi per l’agricoltura del nostro Paese?
-         come potrà essere sfruttato il brevetto nei confronti dell’agricoltore?
-         esistono delle limitazioni allo sfruttamento economico del brevetto, oppure tutto sarà possibile? 
-         chi decide in merito alla qualità dell’alimento brevettato?
-         il detentore del brevetto potrà modificare a suo piacimento le caratteristiche intrinseche, con particolare riferimento a quelle nutrizionali, del prodotto alimentare ottenuto dalla semente transgenica?
-         come potranno essere modificate le caratteristiche nutrizionali?
-         il detentore del brevetto potrà modificare a suo piacimento il legame esistente tra qualità del prodotto e luogo di produzione?
-         da un punto di vista etico, sarà tutto consentito o vi saranno delle limitazioni?
In questa sede, come si è detto in precedenza, non si vuole affrontare la problematica, tutta ancora da chiarire, relativa alla liceità o meno dell’utilizzazione del brevetto per affermare un diritto privato di proprietà su piante ed animali, ma si vogliono esclusivamente evidenziare gli effetti che l’applicazione della tutela brevettuale potrebbe avere sul consumatore e sul settore agricolo nazionale.
Cosa significa "brevetto" per il settore agricolo italiano e, in particolare, quali effetti potrebbe avere sul reddito dell’agricoltore?
In primo luogo, il brevetto sulle piante e sugli animali contribuirà ad aumentare la dipendenza economica del settore agricolo nei confronti di quello industriale, in quanto l'agricoltore sarà costretto ad acquistare tutti gli anni la semente che intende coltivare o l’animale che intende allevare. Qualcuno potrebbe far rilevare che, di fatto, questo già accade per la gran parte delle sementi oggi coltivate (soprattutto per le sementi ibride). Nel caso degli OT, a parte la situazione di monopolio/oligopolio che si verrebbe a determinare, il brevetto significa qualcosa di più, in quanto l’agricoltore, oltre all’acquisto delle sementi, potrebbe essere “obbligato” ad acquistare anche la materia prima in grado di far produrre queste sementi (è il caso delle piante di soia, di colza e di mais resistenti ad uno specifico diserbante, prodotto e venduto anch’esso dalla stessa ditta che ha il monopolio del seme). In futuro il problema potrebbe essere amplificato dal fatto che le ditte che propongono questi nuovi organismi, per proteggersi dall’utilizzazione illecita di sementi brevettate, potrebbero inserire geni che consentono la germinazione del seme solo nel caso di contemporanea presenza di una sostanza particolare, che sarà venduta insieme alla semente (strategia volgarmente chiamata “Traitor”). Se sarà poi vero, come ovviamente si spera, che questi nuovi organismi non avranno alcun effetto sulla salute umana e sull’ambiente, occorrerà considerare che la loro completa accettazione da parte del mercato  (presenza di una sola filiera di distribuzione, assenza di etichettatura obbligatoria dei prodotti OGM, ecc.) determinerà un forte vantaggio competitivo per le ditte sementiere che ne detengono il brevetto, con creazione di un mercato in condizioni di monopolio o “quasi monopolio”. Si verrebbe a determinare ciò che, di fatto, è già avvenuto nei Paesi dove si registra un’accettazione incondizionata di questi nuovi alimenti e nei quali non c’è etichettatura degli alimenti OGM: la presenza di un’unica filiera di distribuzione (per esempio, per il mais un unico prezzo di mercato, sia esso transgenico o convenzionale), associata ad una diminuzione dei prezzi di mercato dei prodotti transgenici, ha determinato l’esplosione delle superfici coltivate con questi nuovi organismi. In pratica, cos’è accaduto? Il minor costo di produzione delle coltivazioni transgeniche ha determinato un abbassamento dei prezzi di mercato dei relativi prodotti, siano essi transgenici e non. Pertanto, anche gli agricoltori che in un primo momento non volevano coltivare transgenico sono stati costretti a farlo dal mercato, se volevano mantenere un certo grado di redditività dall’attività agricola (in assenza di prezzi diversi, agli agricoltori di questi Paesi non conviene certo produrre ai costi del convenzionale, più alti del transgenico, per poi vendere ai prezzi di mercato del transgenico, più bassi di quelli del convenzionale). Da rilevare che da un punto di vista sociale, la completa accettazione degli alimenti OGM (assenza di etichettatura) potrebbe portare ad un aumento del benessere del consumatore, in relazione alla diminuzione dei prezzi dei prodotti alimentari. Ma sarà vero benessere? O aumenterà l’angoscia per l’utilizzazione di un alimento del quale non si conoscono le reali caratteristiche nutrizionali e salutistiche? “Paradiso della Tecnica o angoscia del Paradiso della Tecnica?”

Da un punto di vista agricolo, il brevetto su una pianta potrebbe anche consentire ai Paesi che ne detengono la proprietà di attuare le coltivazioni in località prossime ai mercati di collocamento, rendendo così competitive produzioni che attualmente sono penalizzate dagli elevati costi di commercializzazione, evitando nel contempo le problematiche ambientali che queste coltivazioni potrebbero comportare se fossero attuate sul loro territorio. Per alcune produzioni questo già avviene. Cos’è accaduto? Alcuni Paesi, vuoi perché non hanno condizioni pedoclimatiche favorevoli, vuoi perché non sarebbero concorrenziali sul nostro mercato a causa degli elevati costi di trasporto, stanno producendo sul nostro territorio su base contrattuale alcuni prodotti dei quali detengono il brevetto; tali prodotti, grazie a specifici “Contratti di coltivazione”, al momento della raccolta diverranno di loro proprietà. Ecco che in questo modo qualsiasi Paese, anche senza alcuna vocazionalità produttiva, e, al limite, senza disponibilità di territorio agricolo, di strutture e di competenze agricole specifiche, potrebbe divenire un protagonista nel mercato del cibo; la produzione di quel particolare alimento sarebbe attuata nel nostro Paese per conto terzi, ovvero per conto di colui che ha il brevetto del materiale di propagazione, che si approprierà del valore aggiunto di questa coltivazione.

In termini generali, quali strategie può attuare il detentore del brevetto sulle sementi transgeniche? Da un punto di vista della sfruttabilità economica, il detentore del brevetto potrebbe limitarsi a richiedere il pagamento di una royalty per ogni chilogrammo di semente venduta, lasciando libertà di scelta all’agricoltore in merito alle diverse opportunità di vendita sul mercato del prodotto ottenuto da quella stessa semente. Tale somma di denaro potrebbe essere vista come il giusto compenso per colui che ha investito in ricerca e sviluppo ed è riuscito ad ottenere una pianta caratterizzata da un surplus di utilità per l’agricoltore e per il consumatore. Occorre comunque rilevare che, soprattutto nel caso in cui il mercato della semente  sia in condizioni di monopolio, a differenza di quanto precedentemente affermato, l’imposizione di una royalty sulla semente potrebbe limitare il processo di riduzione dei costi di produzione, in quanto il monopolista, con ogni probabilità, sarà portato ad aumentare il prezzo di vendita della semente di un’aliquota  prossima al maggior margine che essa sarà in grado di determinare al produttore agricolo, con annullamento dei potenziali vantaggi economici per il coltivatore e, conseguentemente, per il consumatore (in pratica, se la semente transgenica determina una diminuzione dei costi di 100 €/ha, il monopolista della semente potrebbe far pagare la semente 99 € in più ed accaparrarsi tutto il vantaggio). Pertanto, il brevetto potrebbe impedire l’attesa riduzione dei prezzi di mercato dei prodotti alimentari, annullando così anche l’auspicato ampliamento delle possibilità di acquisto di cibo da parte delle classi sociali economicamente più deboli (quelle classi sociali che in molti Paesi soffrono la fame perché non dispongono del reddito necessario per acquistare il cibo).
Rispetto alla situazione precedente, il detentore del brevetto potrebbe andare oltre. In particolare, oltre a richiedere il pagamento di una royalty per ogni chilogrammo di semente venduta, potrebbe richiedere una royalty anche per ogni chilogrammo di prodotto ottenuto da quella stessa semente ed immesso sul mercato. Il brevetto in questo caso porterebbe grandi vantaggi a colui che ne detiene la proprietà  e trasformerebbe l’agricoltore in un “dipendente” della stessa ditta proprietaria del seme, in quanto più l’agricoltore produce e più questa ditta guadagna (da rilevare che queste forme contrattuali sono già adottate in agricoltura).
Rispetto alle situazioni descritte in precedenza, il detentore del brevetto potrebbe non accontentarsi  e potrebbe riservarsi anche la proprietà della produzione finale, attuando la produzione per conto proprio, sulla base di un rapporto contrattuale con l’agricoltore.  Trattasi di modalità di produzione che già avvengono in agricoltura e che sarebbero amplificate dalla presenza di un forte ricorso al brevetto. In particolare, colui che detiene il brevetto potrebbe non vendere la semente sul mercato e potrebbe sottoscrivere con l’agricoltore un “contratto di coltivazione”, nel quale saranno indicate le epoche di semina, le modalità di coltivazione e quant’altro serve per portare a termine il processo produttivo, riservandosi la proprietà del prodotto una volta giunto a maturazione. Ovviamente per l’attività prestata l’agricoltore riceverà un compenso, che sarà commisurato all’impegno richiesto in termini di apporto di fattori della produzione (terra, lavoro, capitale). In una situazione come quella evidenziata, l’agricoltore non avrebbe alcun potere contrattuale, per cui la presenza di un unico  “proprietario” della semente, associata al fatto che i coltivatori non sono in grado di manifestare un’unica controparte, li metterebbe tra loro in concorrenza per l’acquisizione della commessa di coltivazione.  E’ facilmente intuibile che in questa situazione si determinerebbe una tendenza verso il basso del compenso relativo allo svolgimento dell’attività agricola, in quanto, nel peggiore dei casi per la nostra agricoltura, colui che possiede il brevetto potrebbe trovare in altri Paesi migliori condizioni contrattuali per attuare il processo produttivo agricolo. Da rilevare, poi, che in questo modo la ditta proprietaria della semente brevettata otterrebbe anche il “monopolio di fatto” del cibo prodotto da quella stessa semente, con tutte le conseguenze del caso in termini di “potere di mercato” e di controllo dei prezzi di vendita del cibo.
Ma il grande salto di qualità per le ditte che detengono il brevetto della semente, potrà essere ottenuto allorquando la manipolazione genetica sulle piante consentirà di sfruttare l’”apomissia”, ovvero la possibilità di originare piante identiche alla madre anche nel caso di riproduzione sessuata di sementi ibride (l’apomissia consentirà di utilizzare come semente una parte del raccolto dell’annata precedente, senza incorrere negli inconvenienti determinati dalla presenza di seme ottenuto per autofecondazione). In particolare, lo sfruttamento dell’”apomissia” consentirà alle ditte sementiere  di  evitare la produzione e la successiva commercializzazione del seme, mantenendo comunque la possibilità di ricavare le royalty dal seme e dalla produzione di cibo; il “seme ibrido apomittico”, una volta distribuito, sarà annualmente prodotto autonomamente dall’azienda agricola, la quale, mediante un apposito contratto di sfruttamento della semente, sarà tenuta a pagare le royalty al detentore del brevetto, ogni qual volta utilizzerà le sementi apomittiche per una nuova semina. L’”apomissia” semplificherà notevolmente la vita al detentore del brevetto, che dovrà attuare un’unica operazione: distribuire una sola volta la semente apomittica e incassare le royalty ogni volta che il seme viene seminato ed il cibo viene prodotto. Qualcuno afferma che questo scenario è irrealizzabile, in quanto alle ditte sementiere non converrebbe mettere sul mercato una semente apomittica, poiché lieviterebbero le frodi e occorrerebbe mettere in atto un sistema di vigilanza decisamente costoso. Purtroppo queste affermazioni si scontrano con la realtà, in quanto le grandi multinazionali del seme stanno cercando di evitare questo inconveniente mediante la creazione di una “Apomissia inducibile chimicamente”. In pratica, che cosa accade? Accade che la semente apomittica germina ed origina una pianta identica alla madre solo in presenza di una sostanza chimica che sarà venduta, a parte, insieme alla semente e che dovrà essere distribuita nel campo coltivato, così come un qualsiasi trattamento chimico. Da rilevare che tutto questo non è fantascienza, in quanto il brevetto sull’”Apomissia inducibile chimicamente” è già stato richiesto (http://www.ptodirect.com/Results/Publications?query=IN/(Russinova-Eygeniya).

Gli esempi precedenti, costituiscono per la nostra Società un vantaggio o uno svantaggio? Si adattano a tutte le coltivazioni o solo a quelle brevettate? E le popolazioni svantaggiate otterranno dei vantaggi o degli svantaggi? Occorre rispondere a queste domande prima di effettuare delle scelte che potrebbero rivelarsi controproducenti per il benessere della nostra Società e per quello delle Future Generazioni. A questo proposito, interessanti sono le considerazioni del card. Turkson “Si promuovono le nuove tecnologie asserendo che aumenteranno il cibo a disposizione di ciascuno, ma questo è solo un pezzo della storia. In realtà, le innovazioni sono concepite e realizzate a beneficio di un numero circoscritto di persone già molto abbienti. Man mano che si procede, molti piccoli produttori saranno inevitabilmente esclusi e/o spostati dalle loro terre. Saranno “amputati” dalle loro occupazioni tradizionali e dal loro stile di vita. Lo sradicamento di singoli, famiglie e comunità non è soltanto una dolorosa separazione dalla terra, ma investe il loro intero ambiente esistenziale e spirituale, minacciando e talvolta sconvolgendo le poche certezze della loro vita. Non dovrebbe sorprenderci il fatto che alcune popolazioni rifiutino certe innovazioni, non perché siano cattive o percepite come tali, ma perché il modo in cui vengono diffuse comporta costi insostenibili per coloro che in teoria dovrebbero beneficiarne. Non sono loro che non capiscono; è chi si rifiuta di guardare il quadro dell’insicurezza alimentare nel suo complesso – le persone, la loro dignità e la loro vita, oltre alla produzione e alla distribuzione del cibo – a non cogliere il nocciolo della questione, ….”. 

A conclusione di quanto precedentemente esposto, è possibile affermare che il brevetto su piante ed animali transgenici sarà in grado di sconvolgere il modo di produrre in agricoltura. Lo scenario sarà quello di un settore in cui l’agricoltore avrà perso ogni potere decisionale; egli diverrà semplicemente un fornitore di mezzi di produzione a favore di colui che detiene il brevetto di quel prodotto, che diverrà anche proprietario del cibo. Cibo che potrà essere ottenuto in ogni parte del Globo, non importa con quale materiale genetico, non importa con quale tecnica di produzione, non importa con quali tutele sociali. Tutto questo comporterà la realizzazione di un grande mercato mondiale dei prodotti alimentari, un mercato dove l’imperativo sarà produrre di tutto ovunque, ai più bassi costi possibili, per poi vendere il prodotto laddove ci sono i mezzi economici per acquistarlo. In pratica, il brevetto sul cibo rischia di essere l’antitesi del “Cibo come Bene Comune” e potrebbe rappresentare una nuova forma di “colonialismo alimentare”.


martedì 2 ottobre 2012

Rigenerazione dell'agricoltura e Dottrina Sociale della Chiesa


LA RIGENERAZIONE DELL’AGRICOLTURA E LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA
+ Mario Toso SDB

Premessa: agricoltura e la Dottrina sociale della Chiesa
Bisogna riconoscere che, in questi ultimi anni, la dottrina sociale della Chiesa (=DSC), specie mediante il Compendio, l’enciclica Caritas in veritate (=CIV) di Benedetto XVI, i Messaggi per la Giornata mondiale della pace come quello intitolato Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato (1 gennaio 2010), ma anche mediante i suoi soggetti, singoli e collettivi – persone, comunità ecclesiali, organismi pastorali, istituti culturali, associazioni, movimenti ed organizzazioni laicali cattolici o di ispirazione cristiana, non esclusa la Coldiretti -, con tutte le loro iniziative culturali e le buone pratiche, ha contribuito a tenere viva una percezione positiva ed alta del ruolo dell’agricoltura rispetto al bene comune delle Nazioni e della famiglia umana.
Una tale percezione è stata proposta e declinata entro il quadro di uno sviluppo integrale, sostenibile, inclusivo, aperto alla Trascendenza. Lo sguardo teologico, antropologico ed etico della DSC, concretizzandosi in un’interpretazione personalista, relazionale e fraterna dell’esistenza umana nel mondo, ha sollecitato:
a)     a vedere l’agricoltura come un bene comunitario, un bene comune, perché bene fondamentale e imprescindibile per l’umanità dal punto di vista dell’alimentazione, della custodia dell’ambiente (sebbene spesso possa danneggiarlo), della prosperità dei popoli, del bene comune mondiale;
b)    a promuovere il passaggio dal concetto di territorio agricolo e di suolo avente una destinazione d’uso riconoscibile a quello di «ambiente di vita» della comunità, in cui le connessioni dello svolgimento delle attività agricole e la presenza stessa di insediamenti rurali divengono inseparabili dai fenomeni biologici e naturali e, tutti insieme, concorrono a formare un contesto umanitario ed identificabile. La CIV, allorché parla della natura la configura come «ambiente di vita dell’umanità»: «ambiente» perché è talmente integrata nelle dinamiche sociali e culturali da non costituire più una variabile indipendente. La desertificazione e l’impoverimento produttivo di alcune aree, si legge nella CIV, sono anche frutto dell’impoverimento delle popolazioni che le abitano e della loro arretratezza. Incentivando lo sviluppo economico e culturale di quelle popolazioni, si tutela anche la natura (cf CIV n. 51). Lo stesso può essere ripetuto per l’agricoltura;
c)     a ricercare un nuovo modello di sviluppo dell’agricoltura che attualmente la Coldiretti, assieme ad altre istituzioni, sta coniugando in termini di qualità, di tipicità, di multifunzionalità, di presidio e di manutenzione del territorio, di sicurezza alimentare (bene collettivo).
In questo contesto merita che si fermi a considerare l’agricoltura quale attività economica «verde», un concetto che si sta sempre più affermando, sebbene sia ancora in cerca di una definizione chiara (che probabilmente non ci verrà offerta dalla Conferenza di Rio+20). Una tale prospettiva assume un senso più completo se l’agricoltura viene vissuta, come suggerisce la CIV, con modalità che, mentre consentono di produrre ricchezza, preservano e, possibilmente, rafforzano le potenzialità dell’ambiente per consentire alle generazioni future la libertà di scelta fra uso e non uso del patrimonio naturale tra diversi livelli di benessere naturale e di qualità dell’ambiente. Detto diversamente, l’agricoltura in quanto «economia verde» dovrebbe essere praticata come settore volto alla realizzazione di un’autentica solidarietà a dimensione locale e mondiale, intergenerazionale.
Si inserisce sicuramente qui l’impegno della Coldiretti a contrastare i meccanismi perversi di industrializzazioni e di finanziarizzazioni esasperate dell’agricoltura, improntate a modelli produttivistici e consumistici che ignorano l’importanza della sicurezza ambientale ed alimentare, del rispetto/benessere degli animali, della produzione locale, anteponendo la ricerca del profitto a quella della qualità e della genuinità.

1.     L’approccio «olistico» della Dottrina sociale della Chiesa: agricoltura e bene comune

La lettura in termini personalisti, comunitari, relazionali e fraterni dell’agricoltura e del settore ittico da parte della DSC li rappresenta come settori che fanno parte di un tutto umano socio-economico-ambientale e culturale, retto dai principi del bene comune, della destinazione universale dei beni, della giustizia sociale, della solidarietà e della sussidiarietà. Un tale approccio getta una luce particolare sulla considerazione dei vari settori economici e sui loro rapporti.
I diversi settori economici – poiché hanno come soggetti persone o gruppi di persone, popoli liberi e responsabili e poiché sono fondamentali in ordine allo sviluppo umano integrale – vanno pensati ed organizzati in modo da non essere disarticolati, sperequati, sottodimensionati. Come ha insegnato la Mater et magistra, della quale si è celebrato l’anno scorso il cinquantesimo anniversario di promulgazione, i diversi settori produttivi vanno promossi simultaneamente, gradualmente e proporzionatamente, di modo che tutti quelli che vi lavorano possano essere responsabili e protagonisti della loro evoluzione economica e della realizzazione del bene comune.
Un simile approccio evidenzia, con l’essenzialità dei vari settori dal punto di vista dell’economia nazionale e mondiale, anche la loro valenza antropologica e civile. I molteplici settori economici hanno una valenza e una funzione intrinseche indisgiungibili da una funzione umana e sociale. L’unità e l’interdipendenza tra i settori economici sono date sì dalla moltiplicazione delle interconnessioni e delle comunicazioni proprie della globalizzazione ma soprattutto dall’unità e dall’intrinseca solidarietà degli esseri umani, dei gruppi e dei popoli, che lavorano insieme nelle comunità locali e nella comunità mondiale perché siano assicurate le condizioni in cui possa svilupparsi pienamente la loro vita.
Il vero sviluppo economico sostenibile è sviluppo solidale, inclusivo. È sviluppo di tutti. La ricchezza di un popolo non si misura tanto dall’abbondanza complessiva dei beni, ma anche e più ancora dalla loro qualità e dalla loro reale ed efficace ridistribuzione secondo giustizia, a garanzia dello sviluppo personale di tutti, fine ultimo delle economie nazionali e dell’economia mondiale.
L’approccio olistico dei settori economici, che li vede correlati e subordinati al bene comune, comanda politiche economico-sociali-ambientali all’insegna della giustizia sociale e dell’equità, ossia di una giustizia non astratta o avulsa dal vissuto, bensì commisurata alle persone, ai gruppi e ai popoli concreti, situati all’interno di rapporti sociali particolari, propri di Paesi aventi cultura, grado di sviluppo e redditi diversi. Il quadro valoriale e criteriologico offerto dal suddetto approccio olistico non tollera che vi siano squilibri tra i settori economici. Coloro che vivono in un settore sperequato non devono subire ingiustizie a livello di istruzione, di remunerazione e di sicurezza sociale, di partecipazione alla gestione della cosa pubblica.
Non si può, allora, assistere indifferenti al paradosso odierno, e cioè che la crescita della ricchezza mondiale in termini assoluti non corrisponda allo sviluppo di tutti, inclusi gli agricoltori e i pescatori. Se il fenomeno della globalizzazione ha contribuito in parte a ridurre la povertà estrema ha, tuttavia, favorito la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi. A questo proposito basti pensare che la popolazione mondiale più ricca ha un reddito mediamente nove volte maggiore di quello delle popolazioni più povere. E in alcuni Paesi, in particolare dell’America Latina, anche ventisette volte superiore. Simili divari sono particolarmente evidenti sul piano dei salari. I compensi dei top manager, in molti casi, sono incomparabilmente più alti rispetto a quelli dei comuni lavoratori dell’industria o della terra o di coloro che, pur lavorando tutta la giornata, senza sosta, percepiscono un salario insufficiente per la loro famiglia e per un’esistenza dignitosa.
Secondo l’approccio olistico della DSC, l’agricoltura non può essere considerata un settore perennemente depresso e nemmeno assistenzializzato. Così, assieme al settore ittico non può essere considerato settore marginale o periferico di un’economia nazionale e men che meno una variabile dipendente del capitalismo finanziario sregolato, a proiezione globale. Settore agricolo e settore ittico vanno, invece, promossi quali settori sostenibili, che svolgono funzioni fondamentali per il bene-essere dell’umanità, sebbene in alcune zone geografiche, per molteplici ragioni, diminuisca il numero degli addetti ed anche il loro contributo al PIL. Perché, però, l’agricoltura e la pesca possano essere settori sostenibili, dal punto di vista ambientale e sociale, c’è bisogno di una migliore armonizzazione delle politiche sul piano nazionale e sovranazionale, nonché della creazione di istituzioni globali, capaci di affrontare e risolvere questioni altrettanto globali come l’inquinamento, il surriscaldamento del pianeta, la ridistribuzione delle risorse energetiche, la povertà, la fame, la mancanza di accesso all’acqua potabile per tutti, la sicurezza alimentare, la pace, la disponibilità di acqua per le coltivazioni, la diffusione di nuove piante commestibili, la proprietà del terreno.

2.     I pericolosi virus del mercantilismo, del capitalismo finanziario deregolato
La DSC di questi ultimi anni si è impegnata a mostrare la pericolosità delle nuove ideologie dell’ecocentrismo e del biocentrismo nei confronti del rapporto dell’uomo con l’ambiente. Essa, però, ha anche sottolineato la pericolosità del mercantilismo, del capitalismo finanziario deregolato, della tecnocrazia.
Si tratta di ideologie negative che, con le loro sfasature dei parametri antropologici ed etici, sono anche all’origine della crisi ecologica contemporanea e di non pochi problemi che investono il settore agricolo.
Qui ci si ferma, in particolare, a considerare le conseguenze deleterie di un’eccessiva finanziarizzazione dell’economia reale, che finisce per essere strumentalizzata e destrutturata dall’assolutizzazione del profitto a breve termine. Come è ben noto, oggi si verificano fenomeni di speculazione finanziaria anche con riferimento alla terra, all’acqua, alle derrate alimentari, che contribuiscono ad impoverire ancor di più coloro che vivono in situazioni di precarietà. L’ascesa dei prezzi alimentari conduce milioni di persone alla fame, ponendo le premesse di forti tensioni sociali, mentre i grandi gruppi alimentari e le nuove potenze economiche registrano una costante crescita di fatturati e di utili. Analogamente, l’aumento dei prezzi delle risorse energetiche primarie, con la conseguente spasmodica e non controllata ricerca di energie alternative, finiscono per avere conseguenze negative sull’ambiente e sulla biodiversità, nonché sull’uomo stesso.
Qui, in Italia, numerose piccolissime o piccole e medie imprese agricole, organizzate anche come cooperative, stanno chiudendo i battenti non solo perché manca da anni una vera e propria politica industriale, non solo perché non c’è sufficiente ricambio generazionale a causa del calo demografico, non solo perché vengono puntualmente penalizzate da politiche di sviluppo che privilegiano le imprese più forti e «virtuose», non solo perché non si coltiva un fecondo rapporto fra scuola e mondo del lavoro, ma anche perché non possono godere del supporto adeguato di un sistema finanziario e monetario libero, stabile, trasparente, democratico (non oligarchico), funzionale all’economia reale, alle imprese, alle comunità locali. Attualmente ciò avviene perché le banche, anche a seguito della recente crisi finanziaria ed economica, sono poco propense a concedere credito a quelle entità imprenditoriali che non possono garantire un profitto a breve. Peraltro le banche etiche, il microcredito, i fondi di solidarietà istituiti da diocesi e da altre istituzioni, appaiono impari rispetto alle crescenti richieste di finanziamento.
Si verificano, poi, casi in cui gli istituti intermediari appaiono maggiormente interessati e solerti, più che a supportare i loro clienti, ad avvantaggiarsi del loro fallimento. Appena i piccoli e medi imprenditori non riescono più a pagare il mutuo, i contributi all’Inps o l’Irpef, entrano in scena vari soggetti che spolpano gli sventurati. In seguito al tracollo, alla mancanza dei pagamenti e, quindi, alla registrazione nell’elenco degli insolventi, le banche procedono alla vendita all’asta delle aziende e dei terreni, con l’immediato arrivo di multinazionali o di grossi produttori alimentari pronti al loro acquisto.
A fronte di situazioni di difficoltà economiche, molte delle quali, specie in concomitanza alla crisi finanziaria, non sono create per demerito dei titolari delle aziende – si rammenti che molte imprese sono entrate in crisi perché, ad esempio, non hanno ricevuto il pagamento di lavori eseguiti per conto della pubblica amministrazione, perché non hanno trovato sufficiente credito dalle banche e perché talora non hanno ricevuto tempestivamente da queste i propri stessi risparmi depositati presso i loro sportelli -; a fronte dell’urgenza di creare nuove aree di operosità c’è bisogno di un credito “amico”, che non assecondi, ovviamente, passività o assistenzialismi. Ma una finanza “amica”, specie a motivo del primato accordato al profitto a breve termine che è il “vangelo” delle banche dedite alla speculazione, appare sempre meno disponibile. Ciò rende problematica l’esistenza di molte piccole e medie imprese, non solo quelle che vivono nel settore agricolo ed ittico, ma anche di quelle che, svolgendo attività a forte valenza sociale, hanno attinenza con il welfare societario o, meglio, con il bene-essere della società, con i beni collettivi quali l’ambiente, la sicurezza alimentare, l’acqua.
Non paia, allora, strano se la CIV ha raccomandato che il motivo per l’impiego delle risorse finanziarie non sia solo speculativo e non ceda alla tentazione di ricercare solo profitto di breve termine, ma sia, invece, anche la sostenibilità delle imprese a lungo termine, il suo puntuale servizio all’economia reale (cf CIV n. 40). Non paia, allora, un’invadenza di campo se il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, con le sue riflessioni Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale, proponga, in linea con la CIV, una più pertinente regolazione del suddetto sistema sul piano mondiale, mediante la riforma delle istituzioni esistenti, ma anche creandone di nuove sul piano regionale (ad es. la BCE con corrispettiva unificazione politica), varando politiche fiscali o industriali che, mentre contrastano la speculazione finanziaria finalizzata al profitto a breve, incentivino le banche commerciali ad erogare il credito ad imprese, famiglie e comunità locali.

3.     L’ideologia della tecnocrazia e gli OGM
La DSC mette anche in guardia rispetto all’ideologia della tecnocrazia. La tecnica, fatto profondamente umano, che consente di migliorare le condizioni di vita, può divenire un assoluto che strumentalizza l’uomo e il creato, riducendoli a meri oggetti da produrre e da manipolare senza limiti (cf CIV nn. 68-70).
Da tempo la Coldiretti, alla luce del principio della creazione, nonché dei principi di precauzione e di responsabilità, ma in particolare anche del principio della destinazione universale dei beni, ha optato per una scelta chiaramente contraria alle produzioni transgeniche. Questo, però, non è significato opposizione assoluta ad ogni uso delle tecnologie progredite e nemmeno preclusione alla ricerca e alla sperimentazione. Né è significato un disinteresse per questo tema complesso. Anzi - in un contesto di legislazioni plurali rispetto alle produzioni transgeniche, a fronte dei problemi concreti delle imprese che finiscono per utilizzare prodotti contenenti percentuali di elementi transgenici – la Coldiretti si è fatta promotrice a livello legislativo di politiche di trasparenza dei processi produttivi e di certificazione della storia, della qualità e dell’origine dei prodotti agroalimentari, agricoli ed ittici, a tutela del diritto all’informazione e alla scelta consapevole del consumatore rispetto alla percentuale di presenza di prodotti transgenici nelle derrate alimentari.
Rispetto all’impiego delle tecnologie avanzate la CIV esprime una posizione prudente, senza chiusure preconcette, che è bene avere presente.
«All’uomo è lecito esercitare – si legge nella CIV – un governo responsabile sulla natura per custodirla, metterla a profitto e coltivarla anche in forme nuove e con tecnologie avanzate in modo che essa possa degnamente accogliere e nutrire la popolazione che la abita» (CIV n. 50).
Secondo la CIV, l’economia non può svolgere la sua giusta funzione, e così contribuire a debellare le piaghe della fame e della miseria, non tanto perché non vi siano risorse materiali, quanto piuttosto perché, in diverse parti del mondo, essa manca di istituzioni in grado sia di garantire un accesso alla terra, al cibo e all’acqua regolare e adeguato dal punto di vista nutrizionale, sia di fronteggiare le necessità connesse con i bisogni primari e con le emergenze di vere e proprie crisi alimentari, provocate da cause naturali o dall’irresponsabilità politica nazionale ed internazionale.
In particolare, per la CIV, l’economia relativa allo sviluppo agricolo, nelle varie comunità locali, che sono le prime responsabili delle scelte e delle decisioni relative all’uso della terra coltivabile, dovrebbe poter usufruire di investimenti in infrastrutture rurali, in sistemi di irrigazione, in trasporti, in organizzazione dei mercati, in formazione e diffusione di tecniche appropriate, capaci cioè di utilizzare al meglio le risorse umane, naturali e socio-economiche maggiormente accessibili a livello locale, in modo da garantire una loro sostenibilità anche nel lungo periodo.
Nel contesto di questo discorso la CIV accenna ad una criteriologia importante circa l’impiego corretto delle nuove tecniche di produzione agricola. In vista di uno sviluppo sostenibile nell’agricoltura «potrebbe risultare utile considerare – si legge nella CIV – le nuove frontiere che vengono aperte da un corretto impiego delle tecniche di produzione agricola tradizionali e di quelle innovative, supposto che esse siano state dopo adeguata verifica riconosciute opportune, rispettose dell’ambiente e attente alle popolazioni più svantaggiate» (CIV n. 27).
In altre parole, a proposito dell’impiego delle nuove tecnologie, la posizione della Chiesa non è per un orientamento univoco o per una risposta tranciante, non appare schierata aprioristicamente per un «sì» o per un «no» incondizionati e radicali. Essa non è totalmente chiusa alle tecniche innovative, ma nemmeno è aperta ad esse in maniera indiscriminata. Essa richiede un discernimento attento che, peraltro, si estende anche a quelle tradizionali. Con riferimento ad interventi sul creato invita, dunque, ad un atteggiamento prudenziale, offrendo le coordinate etiche essenziali con cui affrontare ed inquadrare i problemi che si pongono. Il sì o il no all’uso, ad esempio, delle tecniche biologiche e biogenetiche va espresso tenendo conto di molteplici fattori in gioco.
Sottesi alle sintetiche affermazioni della CIV stanno alcuni principi morali che è bene esplicitare:
a) gli interventi dell’uomo sulla natura, ivi compresi gli altri esseri viventi, devono contribuire alla salvaguardia e alla crescita delle risorse del creato a vantaggio non solo delle generazioni presenti ma anche di quelle future: in sostanza, si deve tener conto anche dei principi della solidarietà e della giustizia intergenerazionali e, inoltre, si deve «avvertire come dovere gravissimo quello di consegnare la terra alle nuove generazioni in uno stato tale che anch’esse possano degnamente abitarla e ulteriormente coltivarla» (CIV n. 50);
b) non tutto ciò che è tecnicamente e scientificamente possibile è moralmente lecito. La liceità dell’uso delle tecniche biologiche e biogenetiche non esaurisce tutta la problematica etica: come per ogni comportamento umano, è necessario valutare accuratamente la loro reale utilità nonché le possibili conseguenze anche in termini di rischi. Nell’ambito degli interventi tecnico-scientifici di forte ed ampia incisività sugli organismi viventi, con la possibilità di notevoli ripercussioni a lungo termine, non si può agire con leggerezza ed irresponsabilità. Il processo di verifica e di sperimentazione delle nuove tecnologie deve prendere in considerazione sia il loro impatto sociale-economico-ambientale a livello locale, senza trascurare le interconnessioni a livello regionale ed internazionale, sia la sostenibilità e l’opportunità di tale impatto nel tempo;
c) l’introduzione di una nuova tecnica agricola non deve in nessun modo rendere maggiormente difficile, dipendente e vulnerabile la vita dei più poveri. Sovente si pubblicizzano gli OGM come resistenti a parassiti e a siccità. Ma non si considera adeguatamente che varietà di semi locali resistono da 40 mila anni, e che le monocolture OGM non solo contribuiscono a diminuire la biodiversità, ma possono rendere i contadini che le praticano dipendenti dalle multinazionali, dalle quali devono comprare ogni anno le granaglie nel caso in cui queste siano di tipo sterile.
Tenendo conto della gerarchia dei valori che la Chiesa riconosce nel rapporto uomo ed ambiente, sembra si debba concludere che la criteriologia da essa offerta per la promozione di nuove tecniche di produzione agricola debba essere impiegata in maniera da non separarne le parti che la articolano e da assegnare la preminenza ai bisogni dei Paesi più poveri, in linea con le esigenze del Vangelo e il principio della destinazione universale dei beni.

4.     Disoccupazione ed agricoltura

In alcune regioni d’Europa, come in Italia, l’agricoltura è settore depresso, parzialmente assistenzializzato, non sufficientemente valorizzato rispetto alle sue potenzialità, nel quadro dell’economia nazionale e del servizio al bene comune. Se fosse adeguatamente sostenuto ed incrementato, esso costituirebbe non solo un pilastro fondamentale nella realizzazione di uno sviluppo sostenibile ma anche nel superamento della piaga della disoccupazione, specie giovanile. Quest’ultima, in alcune regioni, si attesta al 30%.
Nonostante l’insana e l’improvvida emarginazione del lavoro, praticata da un capitalismo finanziario deregolato che lo sottodimensiona, esso è e rimane fattore indispensabile nella personalizzazione e socializzazione delle persone, nella formazione e nel mantenimento della famiglia, nella realizzazione del bene comune e della pace. Proprio per questo, per la DSC è sempre prioritario l’obiettivo dell’accesso al lavoro per tutti (cf CIV n. 32).
Sulla base di un simile «imperativo categorico» diviene cogente la considerazione del settore agricolo quale area di possibile impiego. Si tenga presente che oggigiorno, benché ridotte, anche per la progressiva meccanizzazione, sussistono in esso varie opportunità di lavoro collegate anche all’esigenza di nuove professionalità. Infatti, congiuntamente alla realizzazione di un’agricoltura biologica, sono richieste professionalità come quelle di: ispettore di certificazione, consulente per aziende che vogliono certificarsi come azienda Bio, esperti per lotta guidata o integrata (insetti killer e prodotti naturali per proteggere le colture), esperti per piogge artificiali (radaristi, chimici, meteorologi e piloti per provocare precipitazioni mediante irrorazione di sostanze chimiche nelle nuvole), divulgatori agrobiologici (sui modi migliori per trattare suolo e piante senza avvelenare uomini e ambiente), agronici (informatica applicata all’agricoltura intensiva, serre, vivai), esperti di acquacoltura, soprattutto marina, allevatori di insetti per lotta guidata.
Evidentemente, il settore agricolo potrà contribuire al meglio nella soluzione della piaga della disoccupazione quando venga inserito in un quadro di politiche coordinate e programmate relativamente ai molteplici settori economici, al rapporto tra scuola e mondo agricolo, al fisco, al credito, all’innovazione, alla sicurezza sociale. Le politiche relative all’agricoltura debbono essere improntate alla giustizia sociale, senza fare degli agricoltori degli assistiti, bensì imprenditori valenti, al servizio delle comunità, di uno sviluppo sostenibile, inclusivo, aperto alla Trascendenza, in un contesto socio-economico globalizzato.
Da questo punto di vista, appaiono strategici, specie rispetto a pratiche che tendono a mercantilizzare il mondo agricolo, a destrutturarlo e a privarlo di adeguati investimenti:
a)    Il ritorno ad un rinnovato spirito di mutualità e di cooperazione per meglio far fronte alla crescente richiesta di beni e di servizi più qualitativi da parte dei lavoratori della terra. L’organizzazione dei contadini rimane un’esigenza imprescindibile sia per una maggior unità tra di loro, sia per interagire con più efficacia con altri settori e con le istituzioni pubbliche, sia per meglio competere in un mercato globale;
b)    La valorizzazione dell’azienda famigliare. In un contesto in cui l’agricoltura ha sempre più bisogno del supporto di un’«ecologia umana» appare vitale e imprescindibile il suo nesso stretto con la famiglia, quale prima e fondamentale struttura della suddetta ecologia (cf Centesimus annus n. 39). L’ONU ha stabilito che il 2014 sarà l’anno internazionale dedicato all’agricoltura famigliare. Ebbene, la tradizione del pensiero sociale cattolico potrà aiutare a dare all’espressione «agricoltura famigliare» tutto quello spessore semantico e valoriale che è vissuto da quell’unità relazionale che è il «noi» famigliare, in cui i soggetti si amano reciprocamente, in un mutuo potenziamento del loro essere. Che cosa meglio di una simile relazionalità e convivialità famigliare può essere humus fecondo e modello comportamentale per un’agricoltura biologica o «verde», ossia per un’agricoltura che trasmette valori e che deve vivere un rapporto costante di alleanza tra l’uomo e la natura?;
c)     La crescita del settore agricolo dal punto di vista economico, sociale ed ecologico, quale condizione della realizzazione di una democrazia sostanziale e partecipativa. Non sembri un’esagerazione. Ma l’arretratezza del settore agricolo all’interno delle economie nazionali e dell’economia mondiale significherebbe di fatto l’emarginazione sociale e politica dei lavoratori della terra dalla democrazia. Un settore agricolo depresso costituirebbe una lacerazione nella continuità del tessuto democratico. Una reale crescita, anche del settore agricolo, implica uno sviluppo non solo del settore tecnologico, non solo dal punto di vista del fatturato, ma anche dal punto di vista sociale rispetto alla partecipazione nella realizzazione responsabile del bene comune.

Conclusione
Nell’attuale contesto della globalizzazione contrassegnato da aspetti positivi e negativi, da ideologie negative, quali mercantilismo e la tecnocrazie, la DSC sollecita ad essere protagonisti di una nuova evangelizzazione. Dal suo grembo aperto alla trascendenza possono derivare per l’agricoltura incentivi a vivere la sua alta vocazione di custode e di stimolo nello sviluppo delle virtualità del Creato, apprendendone la «grammatica» e concorrendo a renderlo sempre più ciò che deve essere, ossia una casa comune per tutti

lunedì 1 ottobre 2012

Ricerca in tema di OGM - Un punto di incontro e di discussione


         In tema di Organismi Transgenici (OT), così come del resto per altri ambiti scientifici di “frontiera”, siamo tutti d’accordo sul fatto che la ricerca non può essere fermata. Questo non significa però che essa possa essere effettuata liberamente, senza alcuna regola e senza adottare il “Principio di precauzione”. Soprattutto nel caso di ricerche che presentano, anche solo potenzialmente, effetti negativi per lo sviluppo sostenibile della nostra società e soprattutto nel caso in cui questi effetti siano irreversibili ed incontrollabili, occorre adottare regole che impediscano che questi eventi possano verificarsi.
Nel caso degli OT, che presentano transgeni nucleari che possono originare inquinamento genetico, e soprattutto nella loro sperimentazione in campo aperto, occorre notevole “precauzione", poiché l’inquinamento genetico è per sua natura qualcosa di incontrollabile; una volta che determinati individui che hanno autonoma capacità di replicarsi sono stati immessi nell’ambiente, sarà molto difficile eliminarli. Esempi in questo senso sono rappresentati per il momento da alcuni animali, sicuramente dannosi per la nostra agricoltura, regalo della globalizzazione dei mercati, che si sono diffusi nel nostro Paese originando situazioni dannose per gli equilibri ecologici ambientali di alcuni territori (infantria, nutrie, scoiattoli, gamberi, pesce siluro, ecc.).
Anche le nuove piante transgeniche potrebbero dar luogo ad un inquinamento genetico di questo tipo, con un'aggravante però; mentre per gli animali sarebbe sostanzialmente semplice, anche se oneroso e cruento, risolvere il problema una volta accertato che essi sono dannosi per la salute dell’uomo e per l’ambiente, per le piante transgeniche, trattandosi di piante fenotipicamente identiche a quelle naturali, la risoluzione del problema sarebbe notevolmente più difficoltosa e dispendiosa, se non impossibile.
         E’ in questa situazione che occorre anche rispondere alla domanda: coltivare o non coltivare organismi transgenici? E’ sicuramente questa la domanda che ultimamente viene più frequentemente posta a coloro che si interessano di programmazione e di pianificazione in agricoltura. Da un lato alcuni prospettano sviluppi illimitati per la produzione agricola (sia in quantità, sia in qualità, nonché con modalità di produzione meno impattanti per l’ambiente, ecc.), dall’altro non si possono nascondere i rischi che potrebbero accompagnare una scelta di questo tipo (sulla salute umana, sulla biodiversità, sull’economia agricola nazionale da sempre improntata sulla tipicità e sulla naturalezza delle sue produzioni, ecc.).
In questo contesto appare necessario adottare il “principio di precauzione” e verificare preventivamente, attraverso lo sviluppo di specifiche ricerche, gli effetti che gli OT possono determinare, con particolare riferimento agli elementi di sicurezza, di sostenibilità e di economicità per l’agricoltura del nostro Paese.
Da un punto di vista della sicurezza, è necessario che le produzioni transgeniche non si collochino ad un livello inferiore rispetto a quelle convenzionali in termini di salubrità, tracciabilità, qualità ed economicità.
Per quanto attiene alla salubrità, occorrerà dapprima chiarire gli effetti degli organismi transgenici sulla salute umana, sia da un punto di vista delle malattie che essi possono eventualmente indurre, sia da un punto di vista delle loro caratteristiche nutrizionali. Molti scienziati, infatti, concordano sul fatto che l’inserimento del transgene e la produzione della relativa proteina potrebbero dare origine a fenomeni di tipo allergico. Occorrerà, inoltre, verificare se risponde al vero l’eventualità che i batteri patogeni possano acquisire il marcatore che conferisce resistenza all’antibiotico utilizzato per selezionare le cellule che hanno ricevuto il transgene. Più in generale, occorrerà valutare attentamente tutte le interazioni che possono dare origine a fenomeni dannosi per la salute, sia nel caso di elevati livelli di singole somministrazioni, sia nel caso, più realistico per le sostanze alimentari, di basse somministrazioni che si protraggono nel tempo.
Un altro pericolo reale, soprattutto in relazione al fatto che la tecnologia necessaria per ottenere piante transgeniche è piuttosto semplice e alla portata di piccoli laboratori, potrebbe essere costituito dalla possibilità che piante transgeniche siano prodotte e commercializzate all’insaputa degli organi di controllo. Pertanto, occorrerà essere in grado di distinguerle nettamente da quelle “normali”, anche nel caso in cui non siano conosciuti i transgeni, i marcatori e i promotori. In questo ambito le ricerche potranno essere rivolte alla definizione di metodi di identificazione delle produzioni transgeniche.
Nell’ambito delle problematiche relative alla sicurezza per il consumatore, un ruolo di rilievo possono avere anche le ricerche tese ad evidenziare le caratteristiche organolettiche degli alimenti transgenici, che non devono essere diverse quelle che caratterizzano le produzioni convenzionali. Soprattutto per il nostro Paese, nel quale le produzioni tipiche di qualità assumono un ruolo decisamente importante, questo elemento dovrà essere verificato attentamente prima di indirizzare la produzione agricola verso questa strada.
Da un punto di vista qualitativo, in relazione al fatto che attualmente siamo alle prime applicazioni di questa tecnologia, ci si può chiedere: che cosa accadrà quando nella stessa pianta saranno introdotti più transgeni (uno che conferisce resistenza ad un erbicida, un altro che conferisce resistenza agli insetti, uno che conferisce resistenza ai virus, un altro che conferisce resistenza alle batteriosi, un altro che conferisce resistenza alle micosi, un altro ancora che conferirà alla pianta resistenza al freddo o al caldo, alla siccità, ecc.)? Ci troveremo di fronte alla stessa pianta, con le stesse caratteristiche nutrizionali originarie, oppure sarà qualcosa di diverso? Ecco che la ricerca potrebbe verificare gli effetti e le interazioni sul prodotto finale conseguenti alla contemporanea presenza di più transgeni nello stesso organismo.
Per quanto attiene alla sostenibilità degli OT, occorrerà preliminarmente considerare che il nostro Paese è caratterizzato dalla presenza di un gran numero di prodotti tipici, frutto di una continua selezione naturale e di un continuo affinamento delle tecniche di trasformazione, che rappresentano un vanto per la nostra agricoltura e per la nostra industria agro-alimentare. Le ricerche in questo ambito si rendono necessarie al fine di:
- impedire che entrino nel Paese organismi non voluti, che potrebbero determinare una variazione permanente delle caratteristiche qualitative delle nostre produzioni tipiche  (IGP, DOP, DOC, biologiche, ecc.). Per esempio, sarà necessario verificare se il “Parmigiano Reggiano”, ma così anche per le altre produzioni, mantiene le medesime caratteristiche organolettiche anche nel caso in cui per la sua produzione sia utilizzato latte proveniente da vacche alimentate con mangimi di origine transgenica (stessa cosa dicasi per il “Prosciutto di Parma” e per le altre produzioni tipiche);

- impedire che determinate scelte possano mettere in crisi la competitività della nostra agricoltura, soprattutto quella attuata nelle aree marginali, che, come è risaputo, svolge anche altre importanti funzioni che non sono esclusivamente legate alla produzione di derrate alimentari (paesaggio, assetto idrogeologico, tutela della flora e della fauna, ecc.);
- verificare gli effetti ambientali reali e potenziali degli organismi transgenici (impatti diretti e indiretti, effetti sulla flora, effetti sulla fauna,  effetti sul terreno, effetti sugli ecosistemi, effetti economici, ecc.), al fine di fornire una risposta univoca a quelli che attualmente sono i principali dubbi che caratterizzano l’applicazione di questa tecnologia.

In particolare, occorrerà verificare se risponde al vero che:
-         possano esserci delle interazioni tra le piante transgeniche e le loro parentali selvatiche, con la possibilità di trasferimento a queste ultime del transgene per la resistenza ai diserbanti, con conseguente creazione di “superinfestanti” resistenti esse stesse al diserbante (come per esempio può accadere tra Colza RR e senape selvatica);
-         - vi possa essere la possibilità di trasferimento a piante parentali selvatiche del transgene per la resistenza agli insetti;
-         - si abbia la selezione nel tempo di insetti resistenti alla tossina insetticida prodotta dal transgene nelle piante BT;
-         - si possa avere un’azione della tossina insetticida anche nei confronti di insetti non bersaglio;
-         - si possa avere un comportamento infestante delle PT resistenti al diserbante, con aggravamento delle problematiche agronomiche connesse al contenimento dei danni provocati dalle piante infestanti;
s            - si abbia una riduzione della biodiversità, in relazione alla forte specializzazione produttiva che accompagnerà la coltivazione di queste piante.
   
Di estrema importanza per il nostro Paese è anche la verifica degli effetti legati all’eventuale modificazione del paesaggio rurale, in relazione al fatto che la transgenesi potrebbe essere in grado di eliminare quelle limitazioni di carattere ambientale che oggigiorno impediscono la diffusione di determinate piante in ambiti territoriali a loro ostili (per assurdo si potrebbe pensare alla diffusione nel nostro Paese di coltivazioni di banane, di datteri, ecc.).
Per quanto attiene, infine, all’economicità, occorrerà verificare se le coltivazioni transgeniche rispondono o meno ad obiettivi di sviluppo sostenibile e se le stesse sono in sintonia con gli obiettivi di politica agraria. In particolare, occorrerà verificare se esse sono in grado di determinare:
-         - un aumento della competitività dell'agricoltura, in relazione alle aperture del commercio internazionale previste dagli Accordi GATT;
-         - un aumento della qualità dei prodotti agricoli, in relazione alle nuove esigenze dei consumatori;
-        - una maggior sostenibilità ambientale delle pratiche agricole;
-         - il mantenimento del prezzo delle produzioni alimentari ad un livello accettabile per gli agricoltori e per i consumatori;
-         - l’impostazione di adeguate politiche di sviluppo rurale, al fine di evitare fenomeni di esodo rurale;
-         - la multifunzionalità dell'agricoltura, al fine di favorire altre forme di integrazione al reddito dell'agricoltore;
-        - il decentramento e la semplificazione burocratica dell'attività agricola.

Preoccupante per il nostro Paese è la possibilità offerta dalle moderne biotecnologie di:
-         - indurre nelle piante la resistenza a fattori pedoclimatici avversi (caldo, freddo, ph, contenuto di calcare, contenuto di sodio, ecc.), al fine di consentire la coltivazione di piante tipiche del nostro territorio (fragola, agrumi, olivo, vite, ortaggi, ecc.) anche in altre aree del pianeta, che presentano limitazioni di tipo pedoclimatico. Quando sarà possibile produrre di tutto ovunque, con ogni probabilità le produzioni si sposteranno laddove minori sono i costi di produzione e laddove minori sono le limitazioni di carattere ambientale e di carattere produttivo (ci si riferisce alle limitazioni nell’uso di concimi, di fitofarmaci, ecc.);
-         - far produrre a piante annuali le sostanze che attualmente otteniamo dopo anni di allevamento da piante arboree (per esempio sembra che sia possibile ottenere dalla coltivazione di colza transgenica un olio "sostanzialmente equivalente" a quello ottenuto dalla spremitura delle olive), e gli esempi potrebbero continuare ancora.

Da un punto di vista economico occorrerà infine operare un confronto tra i costi di produzione in agricoltura convenzionale e transgenica, al fine di stimare l’effetto che l’introduzione di questi nuovi prodotti potrebbe avere sul sistema dei prezzi dei prodotti alimentari.

Nell’ambito dei costi, un ruolo importante assumeranno anche quelli di distribuzione, in quanto la segregazione delle filiere produttive implica la necessità di effettuare analisi del DNA e certificazioni di processo e di prodotto caratterizzate da elevati livelli di costo. Da rilevare a questo proposito che fin tanto che permarranno perplessità e incertezze nell’uso di questi nuovi alimenti non si intravedono grandi vantaggi economici per il consumatore, in quanto i costi dei controlli ed i costi di segregazione delle due filiere andranno a compensare, se non a superare, gli auspicati minori costi di produzione della fase agricola.

Come si può osservare ancora tanto c’è da fare prima di introdurre queste nuove piante per l’alimentazione umana. Del resto non si capisce che fretta ci sia, in quanto non abbiamo certo problemi di carattere quantitativo:
-         - stiamo pagando gli agricoltori per non coltivare la terra (set-aside);
-         - abbiamo quote su gran parte delle produzioni (latte, barbabietole, ecc.);
-         - distruggiamo le produzioni in eccesso per impedire il crollo dei prezzi di mercato (vino,  taluni ortofrutticoli, ecc.).

In questo contesto occorre credere nella ricerca e affidarle il compito di fornire certezze in merito a scelte che possono avere ripercussioni a lungo termine per il nostro sviluppo e per quello delle generazioni future.