Visualizzazioni totali

Visualizzazione post con etichetta Co-Existenz. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Co-Existenz. Mostra tutti i post

martedì 7 gennaio 2014

NELLA BOZZA DI DOCUMENTO SULLA “COESISTENZA OGM” DELLA REGIONE FRIULI VENEZIA GIULIA” MANCANO LE “AREE RIFUGIO”

Premesso che la coesistenza tra coltivazioni OGM e coltivazioni “non OGM” è un “Cavallo di Troia” e prima o poi, in uno stesso mercato, le coltivazioni OGM soppianteranno le coltivazioni “non OGM” (la moneta cattiva scaccia la moneta buona), a mio parere ci sono alcune cose che non vanno nella “BOZZA DI DOCUMENTO SULLA “COESISTENZA OGM” DELLA REGIONE FRIULI VENEZIA GIULIA”.

In particolare, salta subito all’occhio che questa bozza non prevede la realizzazione delle “Aree rifugio per gli insetti”, così come stabilito dalla “Grover Guide per il Coltivatore” negli USA. Come è risaputo le “Aree Rifugio” sono rappresentate da aree coltivate a mais convenzionale (fino al 50% della superficie coltivata a mais Bt), allo scopo di evitare che soggetti di piralide resistenti alla proteina Bt localizzati nel campo di mais BT, vadano a fecondare altri soggetti resistenti, sempre localizzati nel campo di mais BT, dando così origine ad una progenie resistente. 

Il giochetto è presto spiegato: se noi accanto ad un campo di mais Bt mettiamo un campo di mais convenzionale, con ogni probabilità nel campo di mais Bt si selezioneranno insetti resistenti alla tossina Bt, mentre nel campo di mais convenzionale ci saranno soggetti non resistenti. L’esclusiva presenza di coltivazioni di mais Bt determinerebbe una forte presenza di soggetti resistenti (maschi e femmine), con creazione di progenie di insetti resistenti. Mettendo accanto al campo di mais Bt un campo di mais convenzionale, la formazione di progenie di piralide resistente alla tossina Bt è notevolmente rallentata, non evitata, in quanto soggetti resistenti provenienti dal campo di mais Bt possono fecondarsi con soggetti non resistenti provenienti dal campo di mais convenzionale.

Il fatto che si selezionino “ceppi di piralide” resistenti alla tossina Bt, rappresenterebbe un grande guaio per gli agricoltori biologici e per molti agricoltori convenzionali che, oggigiorno, anche al fine di rispettare talune esigenze della Grande Distribuzione Organizzata (GDO), utilizzano il Bacillus thuringiensis per il contenimento degli attacchi di taluni insetti.


E’ questa una pratica colturale estremamente necessaria, obbligatoriamente adottata anche negli USA e che è sicuramente da introdurre nelle norme di coesistenza.

domenica 5 gennaio 2014

Prima bozza delle "Norme di Coesistenza" tra coltivazioni OGM e coltivazioni Non OGM emanate dalla Regione Friuli Venezia Giulia

La Regione Friuli Venezia Giulia è in procinto di varare le “MISURE PER EVITARE LA PRESENZA INVOLONTARIA DI OGM NELLE COLTURE CONVENZIONALI E BIOLOGICHE”, ai sensi dell’articolo 2 della legge regionale 5/2011.

Tali norme, in assenza di altre Leggi che obblighino l'etichettatura dei "derivati da OGM" (carne, latte, uova, ecc.), non faranno altro che favorire la diffusione degli OGM nel nostro Paese, con tutto quello che ne potrà seguire.



 SINTESI DELLE PROPOSTE PER LA CONSULTAZIONE DI CUI ALL’ARTICOLO 11 BIS, COMMA 1 DELLA LEGGE REGIONALE 5/2011

Premesse:

La legge regionale 6/2013 (Assestamento del bilancio 2013) ha modificato la legge regionale 5/2011 relativa all’impiego di OGM in agricoltura introducendo, nella nuova versione dell’articolo 2, criteri e procedure per l’approvazione delle misure per evitare la presenza involontaria di OGM nelle colture convenzionali e biologiche.  
Ai sensi del predetto articolo, le misure di coesistenza tengono conto, in particolare, dei seguenti fattori: le condizioni naturali, le condizioni climatiche che influenzano l'attività degli impollinatori e la dispersione di polline attraverso l'aria, la topografia, i modelli produttivi, le strutture aziendali comprese le strutture circostanti e i sistemi di rotazione delle colture.  
Le misure di coesistenza sono contenute in un apposito regolamento regionale che viene approvato dalla Giunta regionale in via preliminare e poi viene notificato alla Commissione europea: al termine dell’esame da parte di quest’ultima, il regolamento viene approvato in via definitiva dalla Giunta regionale e poi viene emanato con decreto del Presidente della Regione e pubblicato sul Bollettino ufficiale della Regione.
Prima della proposizione del regolamento alla Giunta regionale, la Direzione centrale attività produttive, commercio, cooperazione, risorse agricole e forestali - Area risorse agricole e forestali procede, ai sensi dell’articolo 11 bis, comma 1 della legge regionale 5/2011, alla consultazione delle associazioni degli agricoltori, dei consumatori e delle associazioni ambientaliste, nonché da esperti indicati dalle Università e dalla Federazione regionale degli Ordini dei dottori agronomi e dei dottori forestali.  
Ai sensi dell’articolo 2 della legge regionale 5/2011, tale regolamento può prevedere appositi requisiti, prescrizioni tecniche e limitazioni per la coltivazione di OGM e può inoltre prevedere il pagamento di una tariffa, proporzionale alla superficie coltivata, finalizzata a copertura forfettaria dei costi sostenuti per i controlli sul rispetto delle misure di coesistenza medesime.
Il presente documento è pertanto finalizzato ad illustrare, ai fini della fase di consultazione, i contenuti sulla base dei quali verrà perfezionato il regolamento regionale recante le misure di coesistenza.
A tal fine vengono descritti, nell’ordine, i contenuti delle norme generali che riguarderanno la coltivazione di tutte le varietà di colture contenti OGM e, poi, i contenuti delle norme specifiche che riguarderanno la coltivazione di mais.

 1. DISPOSIZIONI GENERALI APPLICABILI A TUTTE LE COLTURE CONTENENTI OGM  

1.1 REQUISITI PER LA COLTIVAZIONE: PARTECIPAZIONE AD ATTIVITA’ FORMATIVA  

Sarà previsto, quale requisito per procedere alla coltivazione di varietà OGM, la partecipazione e il superamento di un corso rivolto all’acquisizione di conoscenze di base relative a:
- caratteristiche tecniche degli OGM;
- normativa comunitaria, statale e regionale in materia di impiego di OGM in agricoltura;
- applicazione delle misure di coesistenza previste nella Regione Friuli Venezia Giulia.  
Il corso, di durata minima di 8 ore, prevederà un esame scritto di teoria e il rilascio di un attestato di superamento del corso medesimo.  
Il corso sarà organizzato, prima dell’inizio di ogni stagione di semina, sulla base della presentazione di richieste scritte di partecipazione.  
Il costo del corso, determinato in via forfettaria, sarà a carico dei partecipanti.  
Il corso verrà organizzato dall’Amministrazione regionale, attraverso la Direzione centrale attività produttive, commercio, cooperazione, risorse agricole e forestali, la quale potrà avvalersi dell’Agenzia regionale per lo sviluppo rurale (ERSA) e di soggetti esterni qualificati.
Con decreto del Vice Direttore centrale preposto all’Area risorse agricole e forestali saranno annualmente stabilite le modalità operative di svolgimento dei corsi: tale provvedimento stabilirà l’eventuale coinvolgimento dell’ERSA e di soggetti esterni , le date di svolgimento, le modalità di acquisizione delle iscrizioni, il costo del corso a carico dei frequentanti e le modalità di pagamento, i criteri generali per lo svolgimento dell’esame finale ecc.

La validità del corso sarà di tre anni: al termine del triennio, al fine di mantenere il requisito richiesto per la coltivazione di OGM, sarà necessario frequentare nuovamente il corso.  
In caso di coltivazione di OGM senza aver superato il corso troverà applicazione la sanzione amministrativa pecuniaria di cui all’articolo 8, comma 1 della legge regionale 5/2011.  

1.2 ISTITUZIONE DELLA TARIFFA A COPERTURA FORFETTARIA DEI COSTI DEI CONTROLLI  

Come consentito dall’articolo 2, comma 5 della legge regionale 5/2011, verrà istituita una tariffa a copertura forfettaria dei costi che l’ERSA sarà chiamata a sostenere per gli accertamenti tecnici tramite campionamenti dei terreni nell’ambito dell’attività di vigilanza , svolta dal Corpo forestale regionale, sul rispetto delle misure di coesistenza.
La tariffa verrà quantificata in 50 euro per ettaro o frazione di ettaro seminato con sementi OGM.
L’importo della tariffa dovrà essere versato all’ERSA da parte di ciascun conduttore, entro il 30 giugno di ogni anno, per l’importo corrispondente al complesso dei terreni seminati con OGM.  

1.3 LIMITAZIONI TERRITORIALI ALLE COLTURE OGM: ZONE OGM FREE

 Verranno individuate alcune zone in cui, per la presenza di specifiche condizioni naturali sarà vietato coltivare OGM in ragione delle seguenti finalità:

1) escludere la possibilità che le api, provenienti dagli apiari aventi localizzazione fissa e individuabile, possano bottinare, ossia raccogliere polline e nettare, su colture OGM e quindi produrre miele contenente OGM;

2) salvaguardare gli ambienti naturali presenti nel sistema regionale delle aree naturali protette;

3) tutelare le produzioni extra regionali ed extra nazionali, comprese quelle apistiche, nelle more della definizione di specifiche misure per le aree confinanti, assunte in modo concordato con le autorità interessate.

Con riferimento alla prima finalità, sarà previsto il divieto di coltivare OGM entro 3.000 metri dagli apiari stanziali la cui localizzazione viene denunciata ai Consorzi provinciali degli apicoltori entro il 31 ottobre di ogni anno ai sensi dell’articolo 6 della legge regionale 6/2010 ( Norme regionali per la disciplina e la promozione dell'apicoltura).  
Con riferimento alla seconda finalità, sarà previsto il divieto di coltivare OGM nelle aree naturali di seguito elencate e entro 500 metri dal confine delle medesime:  

a) i siti Natura 2000 (SIC, ZPS);  

b) le aree protette di cui alla legge regionale 42/1996 (Norme in materia di parchi e riserve naturali regionali): parchi regionali, riserve naturali, biotopi naturali, parchi comunali e intercomunali, aree di rilevante interesse ambientale (ARIA) e aree di reperimento;  
c) i prati stabili di cui alla legge regionale 9/2005 (Norme regionali per la tutela dei prati stabili naturali).  

Con riferimento alla terza finalità, sarà previsto il divieto di coltivare OGM entro 3.000 metri dai confini della Regione con altri Stati e con altre Regioni. Tale distanza equivale a quella prevista con riguardo agli apiari stanziali, anche in considerazione del fatto che non è possibile per l’Amministrazione regionale prescrivere obblighi di invio di informazioni in capo alle organizzazioni degli apicoltori presenti fuori del territorio regionale.  
Le zone “OGM free” entro cui operano i divieti sopra descritti verranno individuate, entro il 31 dicembre di ogni anno, con delibera della Giunta regionale, sentito l’ERSA.
Sulla base delle determinazioni della Giunta regionale, l’ERSA pubblicherà sul proprio sito la mappatura di tutte le zone in cui, anno per anno, sarà vietata la coltivazione di OGM.

2. DISPOSIZIONI PER LA COLTURA DI SPECIFICHE TIPOLOGIE DI OGM: MAIS

2.1 PRESCRIZIONI PER EVITARE L’IMPOLLINAZIONE INCROCIATA DA CAMPI DI MAIS OGM  

Fatto salvo il rispetto delle limitazioni territoriali come sopra individuate, per evitare l’assenza del rischio di commistione fra colture transgeniche e non, il conduttore che intende coltivare varietà di mais OGM dovrà osservare una delle seguenti prescrizioni, fra loro alternative:  

a) osservare una distanza di isolamento di 500 metri.
La distanza di isolamento è la distanza, misurata dal bordo dell’appezzamento, entro cui va comunicata l’intenzione di seminare OGM a tutti gli altri conduttori di terreni coltivati con seminativi e dotati di fascicolo aziendale gestito attraverso il Sistema Informativo Agricolo Nazionale (SIAN). Tale comunicazione dovrà avvenire con raccomanda AR o posta elettronica certificata, almeno 60 giorni prima della semina delle colture OGM. I destinatari della comunicazione potranno manifestare la propria contrarietà entro 30 giorni dal ricevimento con le medesime modalità. In tal caso la semina di OGM potrà avvenire purché sia rispettata la distanza di 500 metri dall’appezzamento di colui che ha manifestato la propria contrarietà.

b) costituire, anche assieme ad altri conduttori, una zona cuscinetto di 250 metri.
La zona cuscinetto, pari alla metà della distanza di isolamento, è la fascia di mais NON OGM, seminato 5 giorni prima o 5 giorni dopo il mais OGM e avente gli stessi tempi di maturazione (stessa classe FAO). Per la costituzione della zona cuscinetto possono essere coinvolti più conduttori. Potrà verificarsi infatti che:  
- uno o più conduttori destinino i propri appezzamenti alla costituzione di una zona cuscinetto a servizio di un altro o di altri conduttori;  
- più conduttori con appezzamenti affiancati destinino parte del proprio appezzamento alla semina di mais OGM e parte alla zona cuscinetto.

In tutti questi casi, ai fini dell’applicazione delle misure di coesistenza e dei relativi controlli, l’insieme degli appezzamenti seminati con mais OGM e di quelli con mais NON OGM inclusi nella zona cuscinetto saranno considerati come un unico appezzamento denominato “appezzamento comune”.  


2.1.1 APPLICAZIONE DELLA DISTANZA DI ISOLAMENTO  

Nel caso in cui il conduttore scegliesse di osservare la distanza di isolamento:

- la comunicazione ai conduttori interessati dovrà avvenire sulla base di un fac simile predisposto dalla Regione e che sarà allegato al regolamento che disciplinerà le misure di coesistenza. La comunicazione indicherà, in particolare, gli estremi dell’appezzamento in cui sarà seminata la coltura OGM, il giorno della semina, la specie, l’evento e la varietà della coltura;

- l’insieme delle comunicazioni dovrà essere conservato fino al 31 dicembre dell’anno successivo alla semina.  

Chi non manifesterà la propria contrarietà entro il termine (30 giorni dal ricevimento della comunicazione) e con le modalità previste (raccomanda AR o posta elettronica certificata) sarà assoggettato al rispetto delle misure di coesistenza relative alle fasi di conservazione, raccolta e trasporto e agli obblighi di cui al regolamento (CE) n. 1830/2003, in quanto il mais potrebbe contenere OGM in misura superiore alla percentuale dello 0,9% oltre la quale si applicano gli obblighi relativi all’etichettatura e alla tracciabilità. Un tanto sarà espressamente riportato anche sul fac simile della comunicazione.  

Va evidenziato che, a seguito del ricevimento della comunicazione, i conduttori potranno sottoscrivere con colui che semina OGM eventuali accordi (ad esempio per il rispetto di eventuali misure di isolamento temporale o per la semina di mais con classi FAO differenti), ma tali accordi rimarranno estranei ad ogni valutazione e controllo dell’Amministrazione regionale.  

Dal punto di vista delle procedure amministrative che dovranno essere applicate, si segnala che:  

1. al fine di rendere possibili i controlli sull’osservanza della distanza di isolamento, verrà attivata una procedura informatica attraverso il Sistema informativo agricolo della Regione Friuli Venezia Giulia (SIAGRI FVG) per la comunicazione, entro 15 giorni dall’avvenuta semina, delle seguenti informazioni:
- estremi del conduttore;
- data di semina;
- localizzazione dell’appezzamento;
- tipo di prescrizione applicata: distanza di isolamento;
- specie, evento e varietà della coltura seminata.
Tale comunicazione assolverà anche gli obblighi di comunicazione cui è tenuto il conduttore per effetto dell’articolo 30, comma 2 del decreto legislativo 224/2003 ai sensi del quale chiunque coltiva OGM comunica alle regioni, entro quindici giorni dalla messa in coltura, la localizzazione delle coltivazioni.  

2. la Regione attiverà controlli a campione nell’ambito dei quali sarà verificata la documentazione attestante l’avvenuto invio delle comunicazioni;  

3. nel caso in cui le comunicazioni non siano state trasmesse, con riferimento a tutti o parte dei conduttori interessati, verrà intimato al conduttore che ha seminato OGM di acquisire il consenso degli interessati entro un termine di volta in volta stabilito in base alla fase di sviluppo del mais. Tale termine non potrà comunque essere superiore a 30 giorni. Per l’acquisizione dei consensi sarà utilizzato un fac simile predisposto dalla Regione e allegato al regolamento che disciplinerà le misure di coesistenza;  

4. nel caso in cui i consensi non venissero acquisiti nel termine prescritto, troverà applicazione la sanzione amministrativa pecuniaria di cui all’articolo 8, comma 1 della legge regionale 11/2005.  


2.1.2 COSTITUZIONE DELLA ZONA CUSCINETTO  

Nel caso in cui venisse costituita una zona cuscinetto da parte di un unico conduttore:  

1. il conduttore comunicherà alla Regione, tramite il SIAGRI, entro 15 giorni dall’avvenuta semina, delle seguenti informazioni:
- estremi del conduttore;
- data di semina;
- localizzazione dell’appezzamento;
- tipo di prescrizione applicata: costituzione della zona cuscinetto;
- specie, evento e varietà della coltura seminata.
Tale comunicazione assolverà anche gli obblighi di comunicazione di cui all’articolo 30, comma 2 del decreto legislativo 224/2003;  

2. la Regione attiverà controlli a campione nell’ambito dei quali saranno effettuati sopralluoghi e campionamenti per accertare che, nella zona cuscinetto, è stato piantato mais NON OGM della stessa classe FAO del mais OGM;  

3. nel caso in cui venissero riscontrate difformità, sarà intimato di sanarle emasculando o, in alternativa, rimuovendo le piante prima della fioritura, per una larghezza doppia a quella che manca al fine di costituire la zona cuscinetto. La dovrà essere adempiuta entro un termine di volta in volta stabilito in base alla fase fenologica del mais. Tale termine non potrà comunque essere superiore a 30 giorni;  

4. nel caso in cui le difformità non venissero sanate nel termine prescritto, troverà applicazione la sanzione amministrativa pecuniaria di cui all’articolo 8, comma 1 della legge regionale 11/2005;  

5. nessuna incombenza o controllo saranno previsti a carico dei conduttori esterni alla zona cuscinetto.  

Le procedure amministrative conseguenti alla costituzione di un appezzamento comune da parte di più conduttori, finalizzato alla costituzione di una zona cuscinetto saranno analoghe a quelle appena descritte con le uniche seguenti particolarità relative alle sole fasi 1 e 2:  

1. nell’ambito della comunicazione al SIAGRI, ciascun conduttore comunicherà che, ai fini dell’applicazione delle misure di coesistenza, è stato costituito, con accordo scritto, un “appezzamento comune ” che utilizza la zona cuscinetto e trasmetterà gli identificativi degli altri conduttori aderenti. Anche in questo caso, tale comunicazione assolverà gli obblighi di comunicazione di cui all’articolo 30, comma 2 del decreto legislativo 224/2003;

2. la Regione attiverà controlli a campione nell’ambito dei quali sarà acquisito l’accordo scritto e verrà verificato, anche attraverso prove a campione dei terreni, che la zona cuscinetto sia costituita da mais NON OGM della stessa classe FAO del mais OGM.


2.2 PRESCRIZIONI PER EVITARE LA PRESENZA INVOLONTARIA DI OGM A SEGUITO DELLE OPERAZIONI DI RACCOLTA 


2.2.1 APPLICAZIONE DELLA DISTANZA DI ISOLAMENTO  

In caso di applicazione della distanza di isolamento dovrà essere costituita una “fascia di pulizia” su un bordo interno all’appezzamento, seminata con mais NON OGM della stessa classe FAO del mais OGM. La fascia dovrà essere seminata entro 5 giorni prima o 5 giorni dopo il giorno della semina del mais OGM e dovrà essere di dimensioni tali da garantire la produzione di almeno 10 quintali di granella.  
Le operazioni di raccolta dovranno essere effettuate prima sull’appezzamento OGM e successivamente, previo scarico della tramoggia, sulla “fascia di pulizia”.
La mancata costituzione della “fascia di pulizia” o lo svolgimento delle operazioni di raccolta in difformità a quanto prescritto, comporterà l’applicazione della sanzione amministrativa pecuniaria di cui all’articolo 8, comma 1 della legge regionale 5/2011.  
Dal punto di vista delle procedure amministrative che dovranno essere applicate, si segnala che:  

1) l’esistenza della “fascia di pulizia” verrà verificata in occasione dell’eventuale controllo a campione successivo alla comunicazione di avvenuta semina: a tal fine il conduttore sarà tenuto a predisporre ed esibire una mappa in cui verrà evidenziata l’ubicazione della fascia e il numero di file da cui è costituita;  

2) al fine di rendere possibile il controllo delle operazioni di raccolta, la data di raccolta dovrà essere comunicata tramite SIAGRI con preavviso di almeno tre giorni.  


2.2.2 COSTITUZIONE DELLA ZONA CUSCINETTO  

In caso di costituzione della zona cuscinetto, le operazioni di raccolta dovranno essere effettuate prima sull’appezzamento OGM e successivamente, previo scarico della tramoggia, nella zona cuscinetto.  
La mancata osservanza delle predette prescrizioni relative alla fase di raccolta, comporterà l’applicazione della sanzione amministrativa pecuniaria di cui all’articolo 8, comma 1 della legge regionale 11/2005.

Dal punto di vista delle procedure amministrative, si segnala che, al fine di rendere possibile i controlli, la data di raccolta sarà comunicata tramite SIAGRI con preavviso di almeno 3 giorni. In caso di modifica della data di raccolta dovrà essere dato preavviso entro il giorno precedente alla data originariamente individuata.


3 BUONE PRASSI PER EVITARE LA PRESENZA INVOLONTARIA DI OGM A SEGUITO DELLE OPERAZIONI DI RACCOLTA  

L’inosservanza delle buone prassi non comporta l’applicazione di sanzioni.

3.1 BUONE PRASSI RELATIVE ALLA CONSERVAZIONE DELLE SEMENTI

 Le sementi OGM sono conservate nella loro confezione originaria senza che l’etichetta venga rimossa.
Le confezioni sono tenute separate dalle varietà NON OGM, se possibile sono conservate in locali distinti.
Anche dopo la semina, i semi avanzati sono conservati nella confezioni originaria e tenuti separati.


3.2 BUONE PRASSI RELATIVE ALLE OPERAZIONI DI SEMINA  

Qualora le seminatrici non vengano dedicate esclusivamente agli OGM:

- in caso di applicazione delle distanze di isolamento: viene effettuata la semina del mais OGM, poi viene realizzata la pulizia delle tramogge che contengono i semi e successivamente viene effettuata la semina della fascia di pulizia;

- in caso di costituzione della zona cuscinetto: viene effettuata la semina del mais OGM e successivamente la semina della zona cuscinetto.

Nel caso in cui la semina non avvenga seconda tali modalità, va comunque effettuata la pulizia della seminatrice dopo la semina degli OGM. 


3.3 BUONE PRASSI RELATIVE AL TRASPORTO  

Qualora non sia possibile l'uso di automezzi dedicati per i diversi sistemi di produzione, i rimorchi usati devono essere svuotati al termine del trasporto di OGM e puliti.

lunedì 15 luglio 2013

OGM, coesistenza impossibile

In questi ultimi tempi si parla tanto di coesistenza tra coltivazioni OGM e coltivazioni convenzionali/biologiche, tanto che i nostri 3 Ministri (De Girolamo, Orlando e Lorenzin), nel decreto che vieta la coltivazione di OGM, si sono dati 18 mesi di tempo per determinare le regole di coesistenza nel nostro Paese.
La coesistenza, pur essendo legata in termini tecnici alla capacità fisiologica delle piante di incrociarsi (e quindi di scambiare materiale genetico) con altre piante della stessa specie e/o di specie affini, è soprattutto un problema economico. È necessario, infatti, garantire da un lato la possibilità per gli agricoltori di coltivare sia colture GM che convenzionali o biologiche, garantendo dall’altro ai consumatori la possibilità di scegliere fra prodotti realmente diversi. La possibilità della coesistenza dipende pertanto da tre fattori chiave: 1) la tracciabilità, 2) l’etichettatura, 3) la capacità degli agricoltori di fornire prodotti, di qualunque filiera (OGM, convenzionale, biologico), conformi agli obblighi di legge.
Prevedendo, infatti, un mercato con prezzi differenziati per i diversi prodotti (OGM, convenzionale e biologico), il mancato rispetto degli obblighi di Legge in termini di commistione accidentale tra colture, può potenzialmente condurre ad una perdita di reddito per gli agricoltori. Questo risulta vero sia nel caso in cui un agricoltore biologico o convenzionale si trovi costretto ad etichettare un proprio prodotto come contenente OGM (ovvero laddove la presenza accidentale superi la soglia dello 0,9%), sia quando si verifichi il deprezzamento di uno speciale prodotto transgenico, come per esempio un alimento potenziato (un alimento OGM arricchito di vitamine, o quant'altro), che non raggiunga il grado di purezza richiesto dall'acquirente. Di vitale importanza risulta quindi essere un’efficace gestione della commistione accidentale (coesistenza) tra colture geneticamente modificate e non, dovuta sia alla presenza di impurezze nelle sementi, sia all’impollinazione incrociata, sia alla presenza di piante parentali spontanee (provenienti soprattutto da precedenti coltivazioni), o in relazione alle pratiche di coltivazione e raccolta, nonchè a quelle successive di trasporto e di stoccaggio. Tali fattori determinano delle inevitabili conseguenze economiche in termini di aumento dei costi di produzione della fase agricola e, se mal gestite, di diminuzione dei prezzi di mercato della merce prodotta (si rischia di coltivare ai costi del biologico, per poi vendere ai prezzi del transgenico).
La domanda è sempre la stessa: è possibile le coesistenza tra questi tipi di coltivazioni (OGM, convenzionale, biologico)? 
Convenzionale e biologico, pur in presenza di alcuni casi di "deriva" di antiparassitari che da campi convenzionali possono inquinare campi biologici, convivono ormai da decenni.
Più difficile è la risposta relativa alla coesistenza tra OGM e le altre due tipologie di coltivazione. Per rispondere a questa domanda occorre prima di tutto distinguere tra piante coltivate OGM che non hanno parentali selvatiche nel nostro Paese  e piante coltivate OGM che hanno piante parentali selvatiche.
Appartiene al primo gruppo il mais. Il mais non è originario del nostro Paese e, pertanto, sul nostro territorio non ci sono parentali selvatiche di questa pianta. Per il mais non esiste il pericolo che il transgene possa essere veicolato ad altre piante e possa così diffondersi autonomamente nell’ambiente. Permangono comunque problematiche di coesistenza che devono essere risolte prima di introdurre questa pianta nella versione OGM.
Appartengono al secondo gruppo, ovvero quelle che hanno parentali selvatiche nel nostro Paese, tante altre piante coltivate, come per esempio colza, barbabietola da zucchero, sorgo, ecc. Per questa tipologia di piante il problema della coesistenza è molto più complesso, poiché c’è la possibilità che il transgene possa essere trasmesso alle piante parentali selvatiche e, attraverso queste stesse piante, esso possa diffondersi autonomamente nell’ambiente e dar luogo ad inquinamento genetico diffuso e incontrollabile.
Pertanto, mentre per la prima tipologia di piante il problema della contaminazione/coesistenza è limitato alle piante coltivate, e con i dovuti accorgimenti potrebbe anche essere risolto (permane comunque il problema della coesistenza economica), per la seconda tipologia di piante il problema della coesistenza è molto più complesso, poiché le piante selvatiche non rispettano le  distanze di semina e la contaminazione dei campi coltivati convenzionali/biologici è praticamente  inevitabile.
Di seguito le principali problematiche della coesistenza:
1.     C’è un problema di contaminazione incontrollabile dovuto al polline delle piante coltivate OGM che può fecondare altre piante coltivate della stessa specie non OGM (biologico e/o convenzionale). Tale problematica riguarda anche le piante OGM che non hanno parentali selvatiche nel nostro Paese, in quanto il polline della pianta coltivata OGM è in grado di fecondare altre piante coltivate non OGM. Il problema, ovviamente, andrà valutato caso per caso, poiché la tipologia di fecondazione delle piante può essere diversa (piante allogame, nelle quali prevale una fecondazione incrociata, e piante autogame, nelle quali prevale l’autofecondazione, che può raggiungere percentuali prossime al 100%, come per esempio nel frumento e nell’orzo) e la situazione ambientale può essere anch’essa diversa (esposizione, presenza di venti di forte entità, ecc.);

2.     C’è un problema di contaminazione incontrollabile dovuto al polline delle piante coltivate OGM, che può fecondare piante parentali selvatiche, che così acquisiscono il transgene e, conseguentemente, le proprietà tipiche di questa pianta OGM, che al momento sono resistenza ai diserbanti o resistenza agli insetti. In questo caso, per esempio, la colza RR è in grado di trasferire il carattere di resistenza ai diserbanti alla “senape selvatica”, la quale si diffonde autonomamente nell’ambiente e determina inquinamento genetico diffuso e incontrollabile (la colza RR sarebbe meglio non coltivarla in Italia);




3.     In relazione alla problematica precedente, nel caso di coesistenza, c’è un problema di contaminazione  dovuto al polline delle piante infestanti che hanno acquisito il transgene da piante parentali coltivate OGM, che, in un secondo momento, lo diffondono autonomamente nell’ambiente, provocando così un "inquinamento genetico" diffuso e incontrollabile;

http://www.ogm.gouv.qc.ca/envi_canolagm.html


4.     C’è un problema di contaminazione diffusa e incontrollabile dovuto alle piante coltivate in una annata, che disperdono semi nell'ambiente e diventano infestanti della coltivazione che le segue. E’ il caso, per esempio, della colza RR, che negli U.S.A. sta creando grossi problemi agli agricoltori. Cosa accade? Accade che quando si raccoglie il prodotto dell’annata in corso, qualche seme cade sempre a terra e, inevitabilmente, germinerà nell’annata successiva. Tale evento non costituisce un problema se non si fanno le rotazioni e si “ristoppia” la stessa pianta, mentre lo è nel caso in cui vengano effettuati avvicendamenti colturali (rotazioni colturali). Come potrà essere diserbato il campo coltivato se la pianta dell’annata precedente  (per esempio "colza RR") è divenuta infestante e la pianta coltivata nell’anno in corso (per esempio "soia RR") sono resistenti allo stesso diserbante? Molto semplice, è necessario reintrodurre i vecchi diserbanti ed effettuare trattamenti con miscele di diserbanti, così come sta accadendo negli USA;




5.     C’è un problema di contaminazione ambientale dovuto alla diffusione incontrollata delle piante coltivate che “sfuggono” al campo coltivato, diventano infestanti e si diffondono in modo incontrollato nell’ambiente. In particolare, negli USA, dove da anni queste piante vengono coltivate, c’è il grosso problema della diffusione incontrollata della colza RR, che cresce spontaneamente sui cigli delle strade, nei fossi, nelle sedi ferroviarie e in tutte le aree non coltivate e costituisce un vero problema per gli agricoltori che, spesso, si trovano il campo coltivato infestato da questa colza che è difficile da controllare, poiché è resistente ai diserbanti. Il problema è talmente sentito che le Ditte che hanno il brevetto su queste piante HT hanno offerto gratuitamente gli erbicidi per il controllo dei cigli stradali e dei fossi (si tratta spesso di diserbanti selettivi di post-emergenza e pre-emergenza sistemici, specificamente utilizzabili per il controllo di erbe annuali e perenni e dicotiledoni in aree non coltivate);




6.     C’è un problema di contaminazione incontrollabile accidentale dovuto al seme transgenico che può essere disperso durante il trasporto attuato dai più svariati vettori (animali, vento, acqua, camion adibiti al trasporto dei raccolti, ecc.). Tale seme in un secondo momento germinerà e darà origine ad un inquinamento diffuso e incontrollato;

http://ccwa.org.au/content/fugitive-gm-canola-study

http://www.repubblica.it/ambiente/2010/08/10/news/canola_ogm-6185318/

7.     C’è un problema di contaminazione incontrollabile dovuto ai mezzi meccanici utilizzati per la raccolta in pieno campo. Cosa può accadere? Nella maggioranza dei casi, il coltivatore nel nostro Paese non possiede la mietitrebbia per la raccolta (la mietitrebbia ha dei costi molto elevati e deve lavorare parecchie ore per ammortizzarli) e si affida ad un contoterzista. Il contoterzista nel caso di coesistenza opererà sia in campi coltivati con piante OGM, sia in campi coltivati con piante convenzionali/biologiche. In relazione agli inevitabili residui presenti nella mietitrebbia, che in precedenza aveva raccolto piante OGM, occorrerà prevedere una accurata pulizia, anche interna, della macchina, al fine di evitare inquinamento del raccolto convenzionale/biologico. Tale pulizia ha un costo molto elevato, che andrà a gravare sui costi di coltivazione;

8.     C’è un problema di contaminazione dovuto ai silos di stoccaggio, che dovranno essere mantenuti nettamente separati per le produzioni convenzionali e per quelle transgeniche. A questo proposito, anche al fine di non commettere errori di movimentazione, si auspica la separazione fisica dei centri di stoccaggio, che dovranno essere specifici per ciascun tipo di prodotto (centri di stoccaggio specifici per prodotto OGM, convenzionale, biologico). 

In definitiva, il problema della coesistenza, pur in presenza di grandi difficoltà attuative e di problematiche economiche, potrebbe, forse, essere risolto per le piante OGM che non hanno parentali selvatiche nel nostro Paese, mentre sarebbe impossibile da risolvere nel caso di piante coltivate OGM che presentano sul nostro territorio parentali selvatiche.

Come si potrebbe uscire da questa situazione? Probabilmente l’unico sistema idoneo, in grado di consentire una reale coesistenza tra piante OGM e piante convenzionali, potrebbe essere quello di coltivare piante OGM che non originino “inquinamento genetico”, ovvero che non siano in grado di fecondare altre piante. A questo proposito occorre rilevare che la tecnologia transgenica sarebbe già in grado di creare piante OGM con il transgene inserito nei cloroplasti, ovvero nelle parti verdi della pianta. In questo modo il transgene non si troverebbe nel polline e le piante OGM non originerebbero  “inquinamento genetico”. Ma questa è un'altra storia.

http://ogmbastabugie.blogspot.it/2012/11/flusso-genico-e-inquinamento-genetico.html

martedì 25 settembre 2012

Genmanipulierte Organismen und Landwirt


Wie bei den anderen Neuentwicklungen, liegt die Motivation für die Anwendung dieser Technologie seitens des Landwirts vor allem in der Möglichkeit, ein höheres Einkommen zu erzielen, unter Bezugnahme folgender Elemente:
1)      die Möglichkeit, eine Steigerung der Produktion zu erreichen, mehr oder weniger verbunden mit einer Verringerung der Anbaukosten;
2)      die Verringerung der Risiken in Verbindung mit dem Absatz der hergestellten Produkte auf dem Markt;
3)      die Verringerung der technischen Risiken im Zusammenhang mit der Erzielung der Produktion.

Nur wenn eines der aufgezählten Elemente erfüllt wird, kann der Anbau von transgenem Kulturgut seitens des Landwirts erfolgen, und zwar mit zweifellosen Vorteilen sowohl für den landwirtschaftlichen Sektor, der die produktiven und einträglichen Möglichkeiten steigern könnte, als auch für die gesamte Gesellschaft in Bezug auf die positiven Externalitäten, die sie aus dem Landwirtschaftssektor ziehen könnte (Schutz des Gebietes, Erhaltung der Landschaft, Schutz der Flora und der Fauna, Erhaltung der Biodiversifikation, Schaffung von Freizeitgestaltungsarealen, Erhaltung der kulturellen und traditionellen Aspekte der bäuerlichen Bevölkerung, Verminderung der negativen Umweltauswirkungen anderer Produktions- oder Konsumtätigkeiten, usw.).

1.      Wirkung auf Produktion und Kosten

Die Befürworter der transgenen Organismen behaupten, dass der italienische Landwirt transgene Pflanzen verwenden müsste, um dadurch mehr zu geringeren Kosten produzieren zu können. Leider können aber die transgenen Kulturen der ersten Generation, so wie diese konzipiert worden waren, kein erhöhtes Einkommen für den Produzent garantieren. Man weiß, dass eine Senkung der Produktionskosten in der Landwirtschaft, auf längere Zeit hin, einer Senkung der Preise der angebotenen Produkte entspricht. Auf der einen Seite hat die Landwirtschaft nicht die Fähigkeit den Preis der erzeugten Produkte zu kontrollieren, und auf der anderen Seite bestimmt der technische Fortschritt eine Verminderung der Einheitskosten der Produktion. Deshalb sinken die Preise der landwirtschaftlichen Produkte im gleichen Maßstab wie die Kosten, sodass das erwartete Einkommen nicht erzielt wird; manchmal kann durch die langsame Übertragbarkeit der vom Landwirt eingesetzten Produktionsfaktoren, der Preis sogar unter die Schwelle der vorhergehenden Vergütung unter Anwendung derselben Faktoren sinken.
Realistisch gesehen kann es passieren, dass eine Kostenminderung auf längere Sicht hin einer analogen Verkaufspreisreduzierung entspricht, sodass die Ausgangssituation der Gewinnspanne für den Produzenten wiederhergestellt wird. Zu diesem Zweck ist es notwendig hervorzuheben, dass wenn auch die Gewinnspanne des Landwirtes pro verkaufter Produkteinheit konstant bliebe, indem er Produktionsprozesse einsetzt, die zur Senkung des Verkaufspreises der landwirtschaftlichen Produkte führen, er fast unbewusst die Minderung seines reellen Einkommens begünstigt, da ja die Preise der nicht zur Landwirtschaft gehörenden Produkte bestenfalls konstant bleiben. Aufgrund des Gesetzes nach Engel wird sogar angenommen, dass bei einer Steigerung des reellen Einkommens des Konsumenten, welches durch die Senkung des Preises der Agrar- und Ernährungsprodukte begünstigt wird, ein Anstieg der Nachfrage der nicht landwirtschaftlichen Produkte erfolgt, welcher somit mit einem Anstieg der Preise und einer daraus resultierenden weiteren Senkung des effektiven Einkommens für den Landwirt verbunden ist.
Der italienische Landwirt könnte auch einen Zuwachs seines Reinertrages durch einen erhöhten Einsatz der Produktionsfaktoren, über die er reichlich verfügt (Arbeitskräfte, Landbesitz, usw.), oder im Gegensatz dazu durch eine geringere Nutzung der Produktionsfaktoren, die er auf dem Markt kaufen muss, erreichen. Auch in diesem Fall bringt das transgene Kulturgut erster Generation eine konträre Entwicklung mit sich, da es die unmittelbar vom Produzenten eingebrachten Produktionsfaktoren unwirksam macht und er gleichzeitig gezwungen wird, größere Mengen externer Produktionsfaktoren auf dem Markt einzukaufen. Bezüglich der Mechanisierung im landwirtschaftlichen Produktionsprozess, den der transgene Anbau mit sich bringt, ist nämlich im Allgemeinen eine verminderte Anzahl an Arbeitskräften erforderlich, welche durch die industrielle Mechanisierung ersetzt wird. Gemäß den verwendeten Technologien verändern sich auch die Tauschbeziehungen zwischen dem Primärsektor und den restlichen Wirtschaftssektoren, indem die Abhängigkeitsbeziehungen der Landwirtschaft zu- oder abnehmen. Im Allgemeinen bringt die Entwicklung eines technischen Fortschritts - labour-saving - die Wiederverteilung des erhöhten Einkommens durch eine größere Arbeitsproduktivität zugunsten der Inhaber des eingesetzten Fixkapitals mit sich. In Bezug auf die Tauschbeziehungen mit dem Industriesektor bedingt der Einsatz dieser Neuentwicklungen eine abhängige und untergeordnete Landwirtschaft, nicht nur, weil es notwendig sein wird, die unerlässlichen technischen Hilfsmittel für den Produktionsprozess zu beschaffen, sondern auch wegen der Tatsache, dass die verarbeitende Industrie die erzeugten Produkte oligopolistisch vermarktet und so Großprofite auf Kosten des primären Sektors realisiert.
Im Besonderen könnte die biotechnologische Saat, vor allem für die jährliche Grünbepflanzung, den ersten Schritt zu einer ganzheitlichen Automation des landwirtschaftlichen Produktionsablaufs ermöglichen (selbstversorgende, resistente Pflanzen, die überall wachsen); es kann ein Produktionsablauf realisiert werden, der von den Satelliten aus kontrolliert wird („precision farming“) und nur begrenzte oder gar keine Hilfe mehr seitens des Landwirts benötigt. In diesem Kontext, in dem das Einkommen aus dem Kapital über dem Einkommen aus den anderen Produktionsfaktoren steht (Boden und Arbeit), wird die Voraussetzung geschaffen, dass die Kontrolle des landwirtschaftlich genutzten Gebietes vom Landwirt, der nicht mehr imstande ist ein angemessenes Einkommen für seine Tätigkeit zu erwirtschaften, weil die Produktionsfaktoren über die er verfügt, nicht mehr notwendig und lohnend sind, auf die nicht dem Landwirtschaftssektor angehörende Personen übergeht, die mit eigenem Kapital oder Kapital Dritter imstande sein werden, nicht nur im Bereich der Bewirtschaftung, sondern auch hinsichtlich des Besitzes der landwirtschaftlichen Betriebe, mitmischen können.
Auch im Falle einer Zunahme der Produktivität dieser Pflanzen und eine Stabilität der Preise der angebotenen Produkte, wird der Landwirt keine relevanten Vorteile aus der Anwendung der bestehenden transgenen Organismen erzielen. Diese Produkte sind nämlich patentiert, sodass der Begründer mit großer Wahrscheinlichkeit den Verkaufspreis der Saat so nahe wie möglich an die höchste Gewinnspanne treiben wird, mit der Folge, dass die potentiellen wirtschaftlichen Vorteile für den Primärsektor zum Erliegen kommen.
Gemäß den Befürwortern der transgenen Organismen könnte eine Erhöhung des Einkommens für den Landwirt auch durch eine Differenzierung der Produktion, welche eine erhöhte Wertschöpfung des Produktes erzielt, erreicht werden (mehr Proteine, mehr Vitamine, weniger Kalorien, Parthenokarpie, weniger Rückstände aus Pflanzenschutzmitteln etc.).
Unter dem kaufmännischen Gesichtspunkt kann man behaupten, vor einem anderen Produkt zu stehen, welches gänzlich verschieden ist vom ursprünglichen, mit einem eigenen Marktanteil und somit mit eigener Kundschaft, die jenes Produkt und dessen kennzeichnende Merkmale bevorzugt. Diese Konsumenten werden bereit sein, auch mehr für dieses Produkt zu bezahlen um dieses sicher zu bekommen, somit können dabei für den Produzenten erhöhte Einkommensmöglichkeiten erzielt werden, die nur eintreffen werden, wenn der Markt „frei“ ist. Realistisch gesehen käme das höhere Einkommen bei einer „vertragsbezogenen“ Produktion (der Entdecker der transgenen Pflanze liefert dem Landwirt die Saat und übernimmt dann die Vermarktung des Produktes) fast ausschließlich dem "integrierten" Unternehmen zugute und somit dem Entdecker.
Eng damit verbunden ist dann noch das Problem der Patentierung der entwickelten Organismen, wenn nicht sogar der einzelnen Gene, die sie enthalten. Es handelt sich um ein äußerst wichtiges Argument, weil man es nicht zulassen darf, dass die Nahrungsmittelversorgung dem Willen der Unternehmen unterworfen ist, die ein exklusives Anrecht auf die Anwendung der bestehenden Biodiversität besitzen. Diesbezüglich sollte man hervorheben, dass die Idee der Patentierung der Gene von Pflanzen und Tieren und der daraus entstehenden Produkte (Pflanzen und Tiere, denen jenes Gen eingepflanzt wurde) nach den letzten Erklärungen über das „menschliche Genom“ seitens einiger Staatsminister, die Länder vertreten, in denen wichtige Entdeckungen in diesem Sektor erzielt worden sind, verstärkt wurde. Ihre Erklärungen beziehen sich besonders auf die menschlichen Gene, die als Vermögen der Menschheit eingestuft werden müssen und es somit unter dem ethischen Gesichtspunkt nicht annehmbar ist, diese zu patentieren oder wirtschaftlich auszunutzen, währenddessen überhaupt nicht auf die Gene der Pflanzen und Tiere eingegangen und so die Voraussetzung geschaffen worden ist, deren Gene zu patentieren und wirtschaftlich auszunutzen.
Was könnte also in Wirklichkeit passieren? Der Begründer jener bestimmten Kulturvarietät von Tomaten oder Auberginen könnte unter demselben Namen (der auf jeden Fall die Funktion einer Handelsmarke übernimmt) sowohl die neue Pflanze, als auch das Warenzeichen eintragen lassen, mit welchem die „Frucht“ der Pflanze vermarktet werden kann oder muss. So kann der Organismus, der jene neue Kulturvarietät patentiert hat, außer der "royalties" auf die Saat, auch noch die Bezahlung der "royalties" pro Kilogramm veräußerten Produktes verlangen. Um diese Strategie in die Tat umzusetzen genügt es, dass der Organismus, der das Patentrecht jener Kulturvarietät besitzt, weltweit ein Verkaufsnetz betreffend die Verfielfältigung der Saat und/oder den Verkauf des Produktes organisiert; jene Personen sollten die gesamte Produktionskette kontrollieren, die von der Vermehrung des genetischen Materials bis hin zum Detailverkauf des erzielten Produktes reicht. Es handelt sich dabei um eine „laufende Vertrags-Vervollständigung“, bei der eine einzelne Handelsfirma oder Fabrik selbständig produziert oder von einem Begründer die Rechte zur Vermehrung der neuen Pflanze erwirbt, die Schutzmarke des aus der Bewirtschaftung der neuen Pflanze erzielten Produktes registriert und so die gesamte Handelskette leitet. Diese Möglichkeit ergibt sich heutzutage, weil die Nachfrage für Nahrungsmittel sehr konzentriert ist. Die großen Lebensmittel-Verkaufsketten können beträchtliche Mengen des Produktes ankaufen, welches in der Qualität und im Preis konstant bleibt und termingerecht geliefert werden muss. In diesem Zusammenhang können die großen Handelsfirmen eine starke Bündelung des Angebots bewirken, und wie schon in vorigem Beispiel aufgezeigt, sind sie durch ein gesetzlich geschütztes Produkt begünstigt, welches sie ziemlich problemlos kontrollieren können, angefangen von der Einführung auf dem Markt des zu propagierenden Materials (somit der Produktionsprozeß), zu der Produktion, die für den Konsum bestimmt ist, bis hin zu voraussehbaren und unvermeidlichen Lebensmittelverfälschungen. Wie man sieht, handelt es sich dabei um eine äußerst effiziente Produktionskette, in der jedoch der Landwirt noch immer das schwächste Glied dieser Kette darstellt, weil er sehr oft besondere Vertragsbedingungen annehmen muss, die seine wirtschaftliche Selbständigkeit einschränken. Tatsächlich könnte der Begründer der Schutzmarke, der eine damit zusammenhängende Vermarktungstätigkeit ausübt, die qualitativen Merkmale, die das Produkt haben muss und die Verpackung- und Verkaufsmodalitäten bestimmen. Zweifelsohne kann der Landwirt in dieser Situation keine für seine unternehmerische Tätigkeit „vollständige“ Vergütung erhalten, da viele Geschäfte dieser Handelsketten vom Patentberechtigten ausgeführt werden, welche sich auch die entsprechenden Vergütungen „aneignet“.
Kann aus dem vorhergehenden Beispiel Wirklichkeit werden? Gilt dies nur für den Obst- und/oder Gemüseanbau oder auch für jede neue patentberechtigte, pflanzliche Kulturvarietät? Wird es Vorteile für den Landwirt geben oder stellt dieser Weg eine gefährliche Entwicklung für die Landwirtschaft unseres Landes dar? Das sind die Fragen, denen man eine präzise Antwort geben muss, bevor man eine Richtung einschlägt, die mit einer beachtlich negativen Kehrseite verbunden ist. In diesem Zusammenhang weise man auf die Bedenken hin, die von manchen hinsichtlich des Verhältnisses zwischen „Landwirtschaft und Genherren“ aufgeworfen worden sind, d.h. zwischen denen, die effektiv auf ihrem Boden das Produkt anbauen, welches dann auf dem Markt getauscht wird, und den „Besitzern“ des Gens, das jenes Produkt ausmacht. Wie wird dieses Patent ausgenutzt werden? Gibt es Grenzen für die wirtschaftliche Nutzung der Pflanze, oder aber ist demjenigen, der das Patent innehat, alles erlaubt? Man könnte schlimmstenfalls annehmen, dass der Landwirt keine Saat mehr kaufen wird, weil er sie für den Anbau von demselben Unternehmen bekommt, welches das Patent und später auch das fertige Produkt besitzt. Es wird für den Landwirt so aussehen, dass der Ablauf der Produktion nach bestimmten Richtlinien erfolgen wird. Dabei wird das Datum für die Aussaat, die Pflanzenschutzmittel, die zu benutzen sind, die landwirtschaftlichen Tätigkeiten, die auszuführen sind und alles weitere, was nötig erscheint, um das Produkt herzustellen, angegeben sein (das integrierte Unternehmen könnte durch seine Vertragskraft im Hinblick auf die Firmen, welche Düngemittel und/oder Pflanzenschutzmittel herstellen, dem Landwirt auch die notwendigen technischen Hilfsmittel für den Produktionsverlauf besorgen). Für seine Leistungen, den Arbeitseinsatz und den Einsatz der speziellen maschinellen Ausrüstung, wird der Landwirt eine pauschale Vergütung erhalten. In einer solchen Situation ist der Landwirt von vielen Unternehmensrisiken befreit und wird so gleichzeitig und ausschließlich nur zum Arbeitnehmer und Lohnabhängigen und zwar zugunsten des integrierten Unternehmens, welches zum Eigentümer des fertigen Produktes wird. Natürlich wird sich im Falle von einer solchen Produktion die Vergütung des Landwirts in der Marktwirtschaft nach Angebot und Nachfrage richten, somit, was wird geschehen, falls das Unternehmen, welches das Patent über jene Pflanze innehat, einen anderen Landwirt findet, der für dieselben Leistungen einen niedrigeren Preis bietet? Oder wenn es einen anderen Staat findet, wo die Produktionskosten weniger ausmachen? Höchstwahrscheinlich wird dieses Unternehmen bei Vorherrschen gleicher Bedingungen seine Produktion dorthin verlegen, wo es billiger ist zu produzieren.
Der relative Aspekt zur Patentierung der genmanipulierten Organismen wirft noch weitere wichtige Fragen für unseren Staat auf, da das Geschäft der „Gentechnik“ zusätzlich zur transgenen, auch einiger weiterer DNA-Sequenzen und einer gewissen Anzahl von technischen Prozessen bedarf, welche schon patentiert sind. Dies bedeutet, dass auch der genialste Erfinder alle Materialien und notwendigen Techniken „ankaufen“ muss, um seine Erfindung „zum Leben zu erwecken“, und dass er, sollte er die notwendigen Voraussetzungen nicht erfüllen können, sein Patent an die Marktstärksten weiterverkaufen muss. Es ist aus diesem Grund ziemlich naheliegend, dass auch ein fortschrittlicher Staat wie der unsere, der wenig Erfinderpatente und beschränkte Investitionsmöglichkeiten in diesem Sektor hat, riskiert, für immer ausgeschlossen zu bleiben, wenn nicht die gegenwärtig angewandte Strenge im Patentschutz etwas aufgehoben wird, z.B. indem man die Gültigkeitsdauer verringert oder einen Teil der allgemein genutzten Produkte ausschließt. Die sozialen Auswirkungen können viel ausmachen, hauptsächlich wenn möglicherweise die Biotechnologien wirklich das werden, was sie versprochen haben, und zwar ein wirkungsvolles Mittel im Kampf gegen Hunger und Krankheiten in unserem Zeitalter.



2. Wirkungen auf den Absatz der produzierten Ware


Die Befürworter der genmanipulierten Organismen sind sich sicher, dass es keine Absatzschwierigkeiten geben wird und dass die Konsumenten die genmanipulierten Produkte grundsätzlich mit den herkömmlichen gleichsetzen werden. Leider sieht auch in diesem Fall die Wirklichkeit anders aus. Das wissen die amerikanischen Landwirte, die zusehen mussten, wie der Export ihrer transgenen Produkte von einigen Ländern abgewiesen wurde, weil sie vor dem Verbrauch derselben gründlich erforschen wollen, welche Konsequenzen diese auf Konsumenten und Umwelt haben.
In unserem Staat behaupten die Befürworter der genmanipulierten Organismen, dass die italienische Landwirtschaft ohne diese auf dem Weltmarkt nicht konkurrenzfähig sein wird, weil die Kosten für die herkömmliche Anbauproduktion höher lägen als jene für die Produktion der transgenen Pflanzen. Diese Notwendigkeit ergibt sich aus der Tatsache, dass unsere Landwirtschaft sich in Zukunft mit der amerikanischen, kanadischen, argentinischen usw. konfrontieren muss. In diesen Ländern wird dieser Anbau in Betrieben mit einer durchschnittlichen Oberfläche von Hunderten von Hektar angewandt, wobei man fortwährend bestrebt ist, eine hohe Automation im Produktionsprozess zu erlangen. Dabei ist die einzige Funktion dieses wirtschaftlichen Sektors jene, Rohstoffe in großen Mengen zu erzeugen. Grundsätzlich anders sieht die Situation in unserem Staat aus, wo die Landwirtschaft sich stets nach der Erzielung von Produkten von hoher Qualität orientiert, und wo sie auch andere wichtige Aufgaben erfüllt, die nicht unbedingt mit der Produktionstätigkeit zusammenhängen (multifunktionelle Landwirtschaft). Eine Landwirtschaft, welche durch kleinere Betriebe gekennzeichnet ist, die sich sicher nicht den Ankauf spezieller Maschinen für eine bestimmte Bepflanzung leisten können, muß hohe Produktionskosten (Boden, vor allem die Arbeitskraft, Stromversorgung) und außerdem umweltbezogene Einschränkungen bezüglich der Anwendung von bestimmten Produktionsfaktoren (Düngemittel, Pflanzenschutzmittel usw.) bewältigen. Wie kann unsere Landwirtschaft, auch wenn die jetzigen transgenen Pflanzen eingeführt werden, mit der amerikanischen oder argentinischen konkurrieren, wo Betriebe von Tausenden von Hektar laufend versuchen, die Automation im Produktionsprozess zu erreichen? Einem Produktionsprozess, der von den Satelliten aus kontrolliert wird, und wo der Eingriff des Menschen fast überflüssig ist?
Was die Konkurrenzfähigkeit der staatlichen Landwirtschaft betrifft, muss ferner hervorgehoben werden, dass die gezielte Entwicklung und Verwirklichung „neuer Individuen“, die den ungünstigen bodenkundlichen Bedingungen standhalten, eine eventuelle Verlegung der Produktion von den momentan traditionellen Anbauflächen in andere Gebiete nach sich zieht. Die Verlegung in ein anderes Gebiet könnte mit dem legitimen Zweck der besseren Selbstversorgung einer anderen Region zusammenhängen, oder aber mit dem weniger legitimen, die Produktion in Gebieten anzukurbeln, wo mit weniger Produktionskosten die erzeugten Produkte dann auf dem traditionellen Markt verkauft werden. Hierbei würden Probleme bezüglich der Arbeitslosenrate entstehen und der Landflucht aus jenen Gebieten, wo man  diese spezielle Bewirtschaftung aufgelassen hat.
Diese letzten Argumente stellen sicher ein erhebliches Problem für unseren Staat dar:
-          Was wird aus den Landwirten, die momentan ihr Einkommen aus diesem Anbau beziehen, wenn es möglich sein wird, mit weniger Kosten auch in anderen Gebieten auf der Welt zu produzieren?
-          Was wird aus der Landschaft, in der durch die verminderte Möglichkeit, diese Produkte anzubauen, die Landflucht verursacht wird?
-          Welche Eingriffe bezüglich des hydrogeologischen Schutzes werden notwendig sein, falls die Anbauflächen verlassen werden?
Wie man sieht, ist die Problemstellung sicher vielfältig und müsste global und nicht nach Sektoren wie bisher angegangen werden.

3. Wirkungen auf die technischen Produktionsrisiken


Es handelt sich dabei um eine extrem wichtige Angelegenheit für den Landwirt, da sein Einkommen oft durch schlechte Witterungsbedingungen in den Jahreszeiten beeinflußt wird. Zweifelsohne wird der transgene Anbau, in der Form wie er heutzutage besteht und entwickelt und verwirklicht worden ist, für den Landwirt mit weniger Risiken verbunden sein. Es handelt sich um Pflanzen, die umweltbedingten Stress wiederstehen, die sich selbständig vor den Angriffen von Insekten schützen, Pflanzen, bei denen die Unkrautbekämpfung in jeder Phase des Wachstumszyklus vorgenommen werden kann, selbstversorgende Pflanzen bezüglich der chemischen Nährwerte usw. Nun kann man sich allerdings die Frage stellen, welche Rolle der Landwirt in einer solchen Produktionssituation einnehmen wird, in der die einzigen landwirtschaftlichen Eingriffe darin bestehen werden, das Produkt zu säen und zu ernten (Kontrollfunktion).
Durch die Einführung der gegenwärtigen transgenen Organismen könnte der Landwirt einen Teil seiner unternehmerischen Tätigkeit verlieren, da in diesem Zusammenhang der Industriesektor immer mehr an Bedeutung zulegen wird: als Lieferant des Rohstoffs, für die Verbreitung und Bereitstellung der notwendigen technischen Hilfsmittel, zur Fertigstellung des Produktionsprozesses, sowie als Nutzer des gewonnenen landwirtschaftlichen Produktes.
Die Einführung der genmanipulierten Organismen könnte zudem in Bezug auf die vom Industriesektor angewandte „Substitutionsstrategie“, die mit der Veränderung der landwirtschaftlichen Produkte in Zusammenhang steht, die Bedeutung der Landwirtschaft abschwächen. Diese Gelegenheit ist durch die Entwicklung von Organismen möglich, welche auf die Produktion von primären Rohstoffen sehr stark spezialisiert sind (Vitamine, Kohlenhydrate, Fette usw.). Diese Inhaltstoffe können dann vom Industriesektor zur Produktion von Nahrungsmitteln und anderem eingesetzt werden. Dies wiederum führt zum Ende der linearen Organisation in der Lebensmittelproduktion, von einem spezifischen landwirtschaftlichen Produkt zu einem spezifischen Nahrungsmittel, und zur gesamten Erneuerung in der Lebensmittelkette, sowie der Beziehungen zwischen Landwirten und Industrieunternehmern. Im Besonderen werden die vertragsgebundenen Kulturen immer bedeutender werden, für die der Verkaufspreis an die Industrien nicht mehr nach den Kriterien der erhaltenen Mais-, Soja- oder Kartoffelmenge angesetzt sein wird, sondern nach enthaltenen Vitaminen, Kohlenhydrate usw.
Als Folge dieser kurzen Stellungnahme bezüglich der Einführung der transgenen Organismen stellen sich folgende Fragen: Warum hat es in jenen Ländern, in denen der Anbau dieser Pflanzen erlaubt ist, einen Anbau-Boom gegeben? Ist dies ein Zeichen dafür, dass diese Pflanzen von den Landwirten hoch eingeschätzt werden? Die Vergrößerung der Anbaugebiete hängt nicht mit dem Einkommen zusammen, sondern mit der Marktsituation, in der die Landwirte dieser Länder arbeiten müssen. In diesen Ländern gibt es nämlich eine einzige Produktionskette jenes speziellen Produktes (z.B. für Mais). Somit ist der Marktpreis für Mais auf lange Sicht den geringeren Produktionskosten für transgenen Mais (verursacht eine Preisminderung für Mais) unterworfen. Sicher wird der Landwirt in dieser Situation, in welcher der „konventionelle Mais“ denselben (niedrigen) Preis hat als der „transgene Mais“, vom Markt aus „gezwungen“ sein, den "transgenen Mais" anzubauen, um einen bestimmten Profit aus seiner unternehmerischen Tätigkeit zu ziehen. Schließlich wird er jenen Mais anbauen, deren Produktion mit weniger Kosten verbunden ist.
Zum Abschluss dieser kurzen Stellungnahmen über die möglichen und wahrscheinlichen Wirkungen der Einführung der transgenen Organismen in die italienischen Landwirtschaft sollte man nicht den potentiellen „Image-Schaden“ unterschätzen, der unserem Staat erwachsen könnte, wo seit jeher exzellente Produkte erzeugt werden, die für unseren Agrar- und Nahrungsmittelsektor schon immer ein Ruhm waren.

OGM et agriculteur


OGM et agriculteur


         Comme pour les autres innovations, on retient surtout, entre les différentes motivations qui pourraient pousser l’agriculteur à adopter cette technologie, la possibilité d’obtenir un revenu supérieur en fonction de:
1)    la possibilité d’obtenir de meilleurs rendements associée au moins à une réduction des coûts de culture ;
2)    la diminution des risques liées au placement de la marchandise produite sur le marché ;
3)    la diminution des risques techniques relatifs a la production.


Seulement si elles sont en mesure de répondre à au moins une de ces exigences, les cultures transgéniques pourront être adoptées par l’agriculteur avec des avantages :
 - soit pour le secteur agricole, qui verrait augmenter ses possibilités productives et financières ;
- soit pour toute la société en relation avec l’externalité positive qu’elle pourrait continuer de recevoir du secteur agricole. (Défense et maintien du territoire, conservation du paysage, protection de la faune et de la flore, conservation de la biodiversité, création d’espaces à but récréatif, conservation des aspects culturels traditionnels du territoire rural, diminution des effets négatifs sur l’environnement produits par d’autres activités de production ou de consommation, etc.)

1.- Effets sur les productions et les coûts

Les partisans des OGM affirment que l’agriculteur nationale devrait adopter les plantes transgéniques parce qu’elles seraient en mesure de produire plus à moindre coût.
         Pourtant, les cultures transgéniques de première génération, comme elles sont conçues, ne sont malheureusement pas en mesure de garantir un revenu plus important au producteur. En effet, il est bien connu en agriculture qu’une diminution des coûts de production correspond à une diminution des prix du produit final dans le long terme. Comme le fait remarquer Galizzi « d’un coté l’agriculture... ... ... n’a aucun moyen de contrôle du prix de ses produits et... ... ... de l’autre le progrès technique engendre une réduction des coûts de production... ... ... A cause de cela, les prix des produits agricoles baissent comme le font les coûts... ... ... ainsi le bénéfice n’est pas celui qu’on pouvait attendre ; cette fois-ci au contraire, à cause de la lente mutation d’un facteur de production utilisé par l’agriculteur, la baisse des prix peut se poursuivre en dessous du niveau capable d’assurer la rémunération précédente au mêmes facteurs. »(Galizzi, 1960).
         En réalité, il peut arriver qu’une réduction des coûts corresponde dans le long terme à une baisse analogue du prix de vente, restabilisant ainsi la situation de départ des marges pour le producteur. A ce propos, il faut noter que même dans le cas ou la marge pour le producteur par quantité de produit vendu restait constante, une diminution de son revenu réel serait , quasi inconsciemment, favorisé, tant que les prix des produits agricoles restent, dans la meilleure des hypothèses, constants.
Même selon la loi de Engel, il existe la possibilité de voir se vérifier une augmentation de la demande des produits non agroalimentaires suite à une augmentation du revenu réel du consommateur favorisée elle même par une baisse du prix des produits agroalimentaires. En conséquence le prix des produits non agroalimentaires augmente et le revenu réel de l’agriculteur diminue.
L’agriculteur national pourrait aussi obtenir un accroissement de son revenu net à travers l’adoption d’une technique productive permettant :
-         soit une utilisation plus importante des facteurs de production dont il dispose en abondance (main d’œuvre, terrain, etc.).
-         soit, au contraire, une utilisation moins importante des facteurs de production qu’il doit acquérir sur le marché.
Même dans ce cas, les cultures transgéniques de première génération se comportent de manière contraire puisqu’elles sont essentiellement désactivantes à l’égard de quelques facteurs de production apportés directement par l’entrepreneur, et demandent en même temps un apport plus important de facteurs externes  qu’il est contraint d’acquérir sur le marché. En effet, en relation avec l’automatisation de la production agricole qui est mise en place, ces facteurs externes demandent en général une main d’œuvre moins importante qui est elle remplacée par la technologie  industrielle. A cet égard, Vellante nous fait remarquer que « les rapports d’échange entre secteur primaire  et le reste de l’économie changent aussi suite aux technologies utilisées, accélérant ou atténuant ainsi les rapports de subordination du monde agricole. En général, le développement d’un progrès technique type « labour saving » tend à redistribuer l’augmentation du revenu (consécutive à une meilleure productivité) en faveur des détenteurs du capital fixe de l’exploitation. En ce qui concerne la nature des échanges avec le secteur industriel, l’adoption de ces nouvelles technologies rend dépendante et subordonnée l’agriculture, non seulement par le besoin d’acquérir les moyens techniques indispensables pour la mise en place de la technique de production mais aussi par le fait que les industriels commercialisent leurs biens en condition d’oligopole réalisant des profits immenses au frais du secteur primaire. »[Vellante S., 1983].  En particulier et surtout pour les cultures herbacées annuelles, la semence biotechnologique pourrait représenter le premier pas pour accepter l’automatisation complète de la production agricole (plantes auto-suffisantes, résistantes à tout type de maladie, se développant partout) qui sera contrôlé par satellite (« precision farming ») et qui n’aura plus besoin de l’agriculteur ou alors, juste pour des actions très limitées. C’est dans ce contexte (c’est-à-dire celui dans lequel le revenu du capital prévaudra sur le revenu fourni par les autres facteurs de production), que se créent les suppositions pour le passage du contrôle du territoire rurale par l’agriculteur, qui ne réussit plus à obtenir un revenu correspondant à son activité puisque les facteurs de production dont il dispose ne sont plus nécessaires et ne sont donc plus rémunérés. Les individus étrangers à l’activité agricole avec leur propre capital seront en mesure de succéder non seulement dans la culture mais aussi dans la propriété de l’entreprise agricole.
Egalement dans le cas de l’augmentation de la productivité de ces plantes, et en présence d’un prix stable des produits offerts, l’agriculteur n’obtiendra pas des bénéfices importants avec l’adoption des OGM actuels. En effet, ces productions sont brevetées : le fabricant de semences sera dans tous les cas pousser à augmenter le prix de ventes de ses semences à un niveau proche de la marge maximale que pourra déterminer l’agriculteur et donc cela débouchera à une annulation des avantages économiques potentiels pour le secteur agricole.
         Selon les partisans des OGM, l’augmentation du revenu de l’agriculteur pourrait aussi provenir d’une différenciation de la production vers des produits à plus forte valeur ajoutée (produits plus protéiniques, vitaminées, moins caloriques, moins de résidus de fongicides, etc.). D’un point de vue mercantile, nous pouvons affirmer que l’on se retrouve face un autre produit, complètement différent de l’original, avec sa propre part de marché et donc sa propre clientèle qui préfère ce produit et en apprécie les caractéristiques intrinsèques. Une telle clientèle pourra être disposer à payer plus pour avoir ce produit alors qu’il y aurait la possibilité pour l’agriculteur de gagner plus. Ces opportunités de gagner plus se vérifieront seulement si le marché du produit est « libre » puisque dans le cas, beaucoup plus réaliste, dans lequel la production soit mise en oeuvre de manière « contractuelle »  (pour le compte du fournisseur de la plante transgenique qui fournira à l’agriculteur la semence et prendra soin ensuite de la commercialisation du produit obtenu) les gains majeurs seraient quasi exclusivement en faveur du fournisseur.
Etroitement lié au précédent il y a ensuite le problème de la brevetabilité des organismes produits ou sinon celui des gènes qui vont les composer. Il s’agit d’un sujet d’une extrême importance puisque on ne peut pas permettre que l’approvisionnement alimentaire soit conditionné par le comportement d’entreprises qui possèdent un droit exclusif sur l’utilisation de la biodiversité existante.  A cela il faut rajouter que l’idée de brevetabilité des gènes d’origine végétale ou animale ainsi que les produits obtenus par leur utilisation, est sortie renforcée par les dernières déclarations sur la « génome humain » de certains chefs de gouvernement de pays qui ont fait des découvertes importantes dans ce secteur. Leurs déclarations concernaient en particulier les gènes humains qui devaient être considérés patrimoine de l’humanité et qu’il était donc éthiquement inacceptable toute forme de brevet et d’exploitation économique de ces gènes, alors qu’aucune allusion n’a été faite à propos des gènes d’origine végétale ou animale, laissant ainsi supposer leur brevetabilité et leur d’exploitation économique.
         En pratique, que pourrait-il arriver en réalité ? Le fournisseur d’un cultivar déterminé de tomates ou d’aubergines pourrait enregistrer sous son nom  (qui prend la fonction de marque) soit la nouvelle plante, soit la marque commerciale avec laquelle le « fruit » de la plante pourra ou devra être commercialisé. Par conséquent l’organisme qui a breveté ce nouveau cultivar, outre les royaltie sur les semences, pourrait imposer aussi le paiement d’une royaltie pour chaque kilo de produit vendu. Pour mettre en oeuvre cette stratégie, il suffit à l’organisme qui détient le brevet de ce cultivar de créer au niveau mondial un réseau d’exclusivité (que ce soit eux, multiplicateurs de semences et/ou vendeurs du produit) de manière à contrôler l’ensemble de la filière productive, qui va de la multiplication du matériel génétique à la vente au détail du produit obtenu. Il s’agit d’un processus « d’intégration circulaire contractuelle » dans laquelle intervient une seule entreprise industrielle ou commerciale, qui produit elle-même ou achète  les droits de multiplication de la nouvelle plante, enregistre ensuite la marque commerciale du produit obtenable à partir de cette culture et gère l’ensemble de la filière. Une telle opportunité est rendue possible de nos jours par le processus important de concentration de la demande en produits alimentaires. La chaîne de Grande Distribution est en mesure d’acquérir des grandes quantités de produit, qui doit être de qualité constante, livré dans des délais stables et avec un prix relativement constant. Dans un contexte de ce type, les grandes entreprises commerciales sont en mesure de mettre en place de fortes concentrations de l’offre, qui dans l’exemple cité sont facilitées par la présence d’un produit légalement protégé. Pour ce produit il est possible de contrôler assez simplement :      
-  soit l’émission sur le marché du matériel de diffusion (et donc l’appareil productif)
-         soit la production acheminée vers la consommation,
-         soit les prévisibles et inévitables fraudes commerciales.
 Il s’agit, comme on peut l’observer, d’une filière productive particulièrement efficace, dans laquelle, pourtant, l’agriculteur représente toujours la maillon faible de l’ensemble de la chaîne dans le sens ou il est souvent contraint à accepter des conditions contractuelles particulières qui ne peuvent limiter l’autonomie des industriels. En fait, le détenteur de la marque commerciale qui met en oeuvre une activité spécifique de marketing sur la marque, pourrait conseiller aux entreprises qui vendent le produit les caractéristiques qualitatives que ce dernier doit avoir comme le conditionnement à adopter ainsi que les modalités d’emballages et de vente. Il est évident que dans une situation de ce type l’agriculteur ne peut certainement pas prétendre à une rémunération « complète » de l’activité de l’entreprise dans le sens ou beaucoup d’opérations qui caractérisent la filière sont développées par celui qui détient le brevet  et qui « s’appropriera » les rétributions relatives.
         L’exemple précédent pourra-t-il se réaliser ? Il sera réalisé seulement pour les cultures horticoles et/ou fruticoles et pourra concerner tout nouveau cultivar végétal potentiellement brevetable. Pourra-t-il y avoir des avantages pour le producteur ou cette voie représente-elle un développement à risques pour notre pays ? Ce sont ces questions auxquelles il faut donner une réponse précise avant dans s’engager sur cette voie qui pourrait comporter d’énormes conséquences négatives. Dans ce contexte s’insèrent  les perplexités  de quelques suppositions sur le rapport entre « agriculteur et seigneur des gènes », c’est-à-dire le rapport entre les gènes qu’ils produisent dans le champ, le produit objet de l’échange sur le marché et les « propriétaires » du patrimoine génétique en mesure d’engendrer ce produit. Comment pourra-être exploité ce brevet ? Existe-il des limites à l’exploitation économique de la plante ou alors tout est permis à celui qui possède le brevet ? Sans aucun doute, ces questions exigent des réponses précises sur les éventuelles conséquences que l’exploitation du brevet pourrait avoir sur le secteur agricole italien. A la limite on pourrait supposer une situation dans laquelle l’agriculteur ne devra même plus acheter les semences mais les recevra par la même entreprise qui détient le brevet et qui deviendra aussi le propriétaire du produit final obtenu. Le processus productif sera porté en avant par l’agriculteur sur la base d’une « discipline de production » dans lequel seront énumérés : la date de semence, les antiparasitaires à utiliser, les opérations culturales à effectuer et encore d’autres à effectuer pour porter à maturation le produit (à la limite le fournisseur de semences pourrait fournir aussi les moyens techniques pour compléter le cycle productif afin d’exploiter aussi son pouvoir contractuel envers des entreprises productrices d’engrais et/ou d’antiparasitaires). Pour ces prestations, l’agriculteur recevra une rétribution forfaitaire qui tient compte de l’engagement réalisé en terme de main d’œuvre et de mécanisations spécifiques. Dans une situation de ce type, l’agriculteur est déchargé d’une grande part des risques d’entreprise, mais il devient en même temps exclusivement un prestataire de main d’œuvre et de capital au service du fournisseur de semences qui reste propriétaire du produit obtenu. Evidemment, pour une production effectuée sur commission, la rétribution pour l’agriculteur, dans une économie de marché, sera sujette à la loi de l’offre et de la demande. Dans ce contexte, que se passera-t-il quand l’entreprise détenant le brevet trouvera un autre agriculteur en mesure de lui fournir les mêmes prestations à un prix inférieurs ? Ou quand le fournisseur de semences trouvera un autre pays, avec des conditions plus favorables au niveau des coûts de production ? Il est évident que, aux mêmes conditions, il  placera ses productions dans tous les cas, là ou cela lui coutera le moins cher.
         L’aspect relatif à la brevetabilité des OGM pose ensuite, d’autres importantes interrogations pour notre pays : en tant qu’opération « d’ingénierie technique » (à part la transgénese) elle a aussi besoin d’une série d’autres séquences ADN (promoteur, terminateur,etc.) et d’un certain nombre de processus technologiques qui sont déjà brevetés. « Cela signifie que même l’inventeur le plus génial devra « s’acheter » tout le matériel et toutes les techniques nécessaires pour faire « vivre » son invention et donc, s’il n’a pas la capacité requise, il devra vendre son brevet au plus offrant sur le marché. Il est donc assez évident que même un Pays développé comme le notre, manquant de brevets et avec une capacité d’investissement insuffisante dans le secteur, risque de rester en marge si n’est pas atténuer la rigidité de la protection actuelle du brevet, comme par exemple en réduisant les périodes de validité ou en excluant une partie des produits d’utilisation générale. Les conséquences sociales de tout cela risquent d’être lourdes surtout si, comme c’est possible, les biotechnologies deviendront vraiment ce qu’elles promettent d’être, c’est-à-dire un pouvoir moyen contre la lutte contre la faim et les maladies de notre ère. » (BUIATTI M., 1999).