Visualizzazioni totali

Visualizzazione post con etichetta separazione di filiera. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta separazione di filiera. Mostra tutti i post

lunedì 10 febbraio 2014

OGM/Convenzionale ........... Coesistenza impossibile, anche negli USA!

Certo che nel Mondo vive gente strana! Gli Americani e i Canadesi che da quasi vent’anni coltivano OGM, chiedono uno “STOP ai campi sperimentali di nuovi OGM” e chiedono di evitare la coesistenza tra varietà diverse di mais e soia OGM. Noi, Italia/UE, che fortunatamente abbiamo lasciato fuori dai nostri confini queste piante, chiediamo, invece, norme di coesistenza, ben sapendo che “coesistenza” significa apertura incondizionata alla coltivazione di OGM!

Cos’è accaduto? In Canada e negli Stati Uniti d’America numerose associazioni di produttori e di trasformatori di frumento hanno chiesto una moratoria alla sperimentazione in pieno campo ad alla successiva coltivazione di varietà di mais e di soia non approvate nei Paesi importatori. Perché questa cautela in Paesi che da anni coltivano “senza scrupolo” piante transgeniche di ogni tipo? La motivazione è da ricercare nel fatto che la coesistenza dei soli campi sperimentali con coltivazioni di piante convenzionali, ha determinato “inquinamento genetico incontrollato”, per cui anche nella granella ottenuta dalla produzione di piante convenzionali è stata verificata la presenza di “granella OGM”, spesso di varietà non ancora approvate per la coltivazione. Tale esigenza, ovvero quella di evitare la coesistenza, è giustificata dal fatto che, in un momento in cui la scienza è ancora divisa sulle conseguenze ambientali e salutistiche di questi nuovi organismi, i consumatori, soprattutto quelli europei, sono concordi nel ritenere gli alimenti transgenici di qualità inferiore rispetto a quelli convenzionali o biologici. Cosa comporta tutto ciò? Molto semplicemente, comporta il rischio di vedersi rifiutare il prodotto esportato in cui vi è la presenza di “granella OGM non ancora approvata” e, pertanto, comporta il rischio di ingenti perdite economiche! Cosa, del resto già accaduta per le esportazioni di mais in Cina. In particolare, la Cina ha rispedito al mittente le esportazioni di mais “inquinate” da mais non approvato dal Governo cinese. In relazione a questo fatto i produttori americani di mais hanno chiesto alle ditte sementiere di evitare di mettere in commercio, anche per le semine negli U.S.A. o in Canada, varietà di mais non approvate dai Paesi esportatori, poiché a causa dell’inquinamento genetico, partite di mais approvato dai Paesi importatori, potrebbe essere inquinato da “mais non approvato”.



Ecco allora che le motivazioni allo STOP alla sperimentazione ed alla coltivazione di piante transgeniche divengono di tipo economico, in quanto sostenere queste coltivazioni significa produrre un bene che il consumatore non vuole acquistare.
Questa presa di posizione delle associazioni dei produttori e dei trasformatori americani e canadesi è la chiara dimostrazione, se ce ne fosse bisogno, che non possono coesistere in uno stesso territorio coltivazioni convenzionali con coltivazioni transgeniche. La motivazione è da ricercare nel fatto che queste piante hanno tutte transgeni costitutivi che si esprimono in ogni parte della pianta (nelle radici, nel fusto, nelle foglie, nel polline), con tutte le conseguenze del caso, in quanto il polline una volta diffuso nell’ambiente, può fecondare altre piante coltivate della stessa specie, oppure altre piante parentali selvatiche, originando così “inquinamento genetico diffuso e incontrollabile”.


martedì 7 gennaio 2014

NELLA BOZZA DI DOCUMENTO SULLA “COESISTENZA OGM” DELLA REGIONE FRIULI VENEZIA GIULIA” MANCANO LE “AREE RIFUGIO”

Premesso che la coesistenza tra coltivazioni OGM e coltivazioni “non OGM” è un “Cavallo di Troia” e prima o poi, in uno stesso mercato, le coltivazioni OGM soppianteranno le coltivazioni “non OGM” (la moneta cattiva scaccia la moneta buona), a mio parere ci sono alcune cose che non vanno nella “BOZZA DI DOCUMENTO SULLA “COESISTENZA OGM” DELLA REGIONE FRIULI VENEZIA GIULIA”.

In particolare, salta subito all’occhio che questa bozza non prevede la realizzazione delle “Aree rifugio per gli insetti”, così come stabilito dalla “Grover Guide per il Coltivatore” negli USA. Come è risaputo le “Aree Rifugio” sono rappresentate da aree coltivate a mais convenzionale (fino al 50% della superficie coltivata a mais Bt), allo scopo di evitare che soggetti di piralide resistenti alla proteina Bt localizzati nel campo di mais BT, vadano a fecondare altri soggetti resistenti, sempre localizzati nel campo di mais BT, dando così origine ad una progenie resistente. 

Il giochetto è presto spiegato: se noi accanto ad un campo di mais Bt mettiamo un campo di mais convenzionale, con ogni probabilità nel campo di mais Bt si selezioneranno insetti resistenti alla tossina Bt, mentre nel campo di mais convenzionale ci saranno soggetti non resistenti. L’esclusiva presenza di coltivazioni di mais Bt determinerebbe una forte presenza di soggetti resistenti (maschi e femmine), con creazione di progenie di insetti resistenti. Mettendo accanto al campo di mais Bt un campo di mais convenzionale, la formazione di progenie di piralide resistente alla tossina Bt è notevolmente rallentata, non evitata, in quanto soggetti resistenti provenienti dal campo di mais Bt possono fecondarsi con soggetti non resistenti provenienti dal campo di mais convenzionale.

Il fatto che si selezionino “ceppi di piralide” resistenti alla tossina Bt, rappresenterebbe un grande guaio per gli agricoltori biologici e per molti agricoltori convenzionali che, oggigiorno, anche al fine di rispettare talune esigenze della Grande Distribuzione Organizzata (GDO), utilizzano il Bacillus thuringiensis per il contenimento degli attacchi di taluni insetti.


E’ questa una pratica colturale estremamente necessaria, obbligatoriamente adottata anche negli USA e che è sicuramente da introdurre nelle norme di coesistenza.

sabato 23 novembre 2013

In Friuli Venezia Giulia una petizione a favore del mais OGM

Una petizione pro mais OGM sottoscritta da 400 imprenditori agricoli e' stata recentemente consegnata  al Presidente del Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia. In relazione alla definizione delle “Regole di coesistenza”, i firmatari hanno fatto presente che nelle campagne del Friuli Venezia Giulia è prassi consolidata la coltivazione simultanea di mais bianco e di mais giallo, che ha consentito la pacifica coesistenza fra imprenditori che perseguono i loro diversi obiettivi economici, senza che si sia mai creato alcun contenzioso giudiziario. Proprio in considerazione di questa secolare pratica, i firmatari sottintendono che non è necessaria alcuna regola di coesistenza tra mais convenzionale, mais OGM e mais Biologico, poiché ci penserà il mercato ad appianare ogni divergenza.
Si tratta a mio parere della solita “mezza verità” raccontata da chi, senza argomentazioni specifiche e senza alcun timore per le conseguenze che la scelta transgenica può avere sull’economia agro-industriale di un territorio, vuole adottare una tecnologia fortemente pervasiva, che non offre possibilità di coesistenza, poiché se è vero che con il mais OGM la coesistenza tecnica potrebbe anche essere possibile, in quanto il mais nel nostro Paese non ha parentali selvatiche, è altrettanto vero che non sarebbe possibile una coesistenza economica, in quanto il mais OGM modificherebbe quell’equilibrio economico che caratterizza attualmente il settore. In particolare, non essendoci etichettatura dei derivati (carne, latte, uova, ecc.) da mangimi OGM, dopo pochi anni, anche i coltivatori che volevano mantenersi “OGM free” saranno costretti dal mercato a coltivare OGM, poiché altrimenti coltiverebbero ai costi del convenzionale (più alti del transgenico), per poi vendere ai prezzi del transgenico.


Occorre poi far rilevare che il paragone “mais giallo/mais bianco” portato ad esempio di pacifica coesistenza dai promotori degli OGM in Friuli Venezia Giulia, non regge. In particolare, per i non addetti ai lavori, il “mais giallo” è quello destinato all’alimentazione animale (la quasi totalità delle coltivazioni), mentre il “mais bianco” è destinato all'alimentazione umana diretta per la produzione di particolari polente (anche in questo caso la quasi totalità). Perchè il paragone non regge? Non regge per il semplice fatto che per la gran parte della produzione di "mais bianco" non esistono soglie di tolleranza per il prodotto fecondato da polline di "mais giallo convenzionale". Pertanto il prodotto ottenuto può essere venduto senza specifica etichettatura, così come previsto per gli OGM. Diverso è il discorso relativo alla possibilità che il mais bianco destinato all'alimentazione umana sia fecondato da polline di mais OGM. In questo caso, se la percentuale di produzione finale supera lo 0,9%, il mais bianco dovrà essere etichettato come "alimento OGM" e saremmo quasi sicuri che non avrà mercato e che non ne sarà venduto un chicco!
Se si vuole avere un'idea di quello che già accade sul mercato del mais nel caso di "inquinamento genetico", è possibile portare ad esempio la coltivazione del "mais waxy". In particolare, il “mais waxy”, è caratterizzato da un’altissima percentuale di amilopectina (99%) ed una bassa quantità di amilosio (1%, rispetto al 25% del “mais giallo”), per cui è destinato a specifici usi industriali e per questa ragione gli ibridi di "mais waxy" vengono coltivati solo su contratto di coltivazione con l’industria di trasformazione. Tale contratto di coltivazione, nella fissazione del prezzo tiene conto del fatto che una parte della produzione sarà inquinata dal polline del “mais giallo convenzionale” e dovrà essere eliminata (di solito sono le 8-10 file perimetrali del campo coltivato) e destinata al mercato del “mais giallo”. Pertanto, anche il prezzo fissato nel contratto di coltivazione tiene conto di questa eventualità, con un “premio di coltivazione” che è dell’ordine di 10-20 euro/Tonnellata…….più o meno 150-300 euro/ettaro, che oggigiorno sono “gran soldi” in agricoltura (1).
In conclusione, la coesistenza tra "mais convenzionale" e "mais OGM" potrebbe anche essere possibile, ma è necessario che il mercato possa essere in grado di valorizzare la differenza esistente tra i due prodotti. Purtroppo, la possibilità di utilizzare nell'allevamento mangimi OGM, senza specifica etichettatura dei derivati ottenuti (carne, latte, uova, ecc.), impedisce al consumatore una scelta consapevole, per cui sarà impossibile dare un valore diverso ai mangimi OGM e a quelli convenzionali.   



(1) Occorre, però, considerare che rispetto al “mais giallo” il costo di coltivazione del “mais waxy” è leggermente maggiore………altrimenti tutti coltiverebbero “mais waxy”. 

venerdì 12 luglio 2013

Finalmente, era ora. divieto di coltivazione degli OGM

Finalmente, era ora. Il Ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali Nunzia De Girolamo, della Salute Beatrice Lorenzin e dell'Ambiente e della tutela del territorio e del Mare, Andrea Orlando hanno firmato oggi, 12 luglio 2013, il decreto interministeriale che vieta in modo esclusivo la coltivazione di mais geneticamente modificato MON810 sul territorio italiano. Il divieto è così in vigore fino all'adozione delle misure previste dal regolamento comunitario 178/2002 e comunque per un periodo di massimo diciotto mesi. Il provvedimento sarà immediatamente notificato alla Commissione europea e agli altri 27 Stati membri dell'Unione europea.
"Con i Ministri Lorenzin e Orlando avevamo preso un impegno preciso sugli Ogm, considerate anche le posizioni unitarie del Parlamento e delle Regioni. Con il decreto che abbiamo firmato oggi - spiega in una nota De Girolamo - vietiamo la sola coltivazione del mais Mon810 in Italia, colmando un vuoto normativo dovuto alle recenti sentenze della Corte di Giustizia europea. È un provvedimento che tutela la nostra specificità, che salvaguardia l'Italia dall’omologazione. La nostra agricoltura si basa sulla biodiversità, sulla qualità e su queste dobbiamo continuare a puntare, senza avventure che anche dal punto di vista economico non ci vedrebbero competitivi. Il decreto di oggi è solo il primo elemento, quello più urgente, di una serie di ulteriori iniziative, con le quali definiremo un nuovo assetto nella materia della coltivazione di Ogm nel nostro Paese"
Il divieto di coltivazione del Mais MON810 è motivato dalla preoccupazione sollevata da uno studio del Consiglio per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura, 

http://www.infogm.org/IMG/pdf/italie_lettre_moratoire_mon810_avril2013.pdf

consolidato da un recentissimo approfondimento tecnico scientifico dell’Istituto Superiore per la protezione e la ricerca ambientale, che ne evidenzia l'impatto negativo sulla biodiversitànon escludendo rischi su organismi acquatici, peraltro già evidenziati da un parere dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare reso nel dicembre 2011.
Il decreto giunge a conclusione della procedura di emergenza attivata dal nostro Governo nell'aprile 2013, ed è giuridicamente sostenuto anche dal precedente provvedimento di divieto di coltivazione di Organismi geneticamente modificati, fondato su analoghe motivazioni, adottato il 16 marzo 2012 dal Governo francese e tuttora in vigore. Le sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione europea, cui l'Italia si conforma, ribadiscono la legittimità di misure di coesistenza che salvaguardino le colture tradizionali e biologiche, e che dovranno essere adottate dalle Regioni conformemente alla sentenza n. 116 del 2006 della Corte costituzionale, nel quadro di una organica e condivisa disciplina statale che definirà principi comuni al fine di garantire il rispetto della libera concorrenza e della libertà di iniziativa economica, a parità di condizioni sull’intero territorio nazionale.
Si auspica che in futuro la “Clausola di salvaguardia” possa essere chiesta anche per motivazioni economiche e non soltanto per motivazioni salutistiche o ambientali. In particolare, è ormai assodato che:

1 – questi OGM non sono adatti all’agricoltura italiana. L’Italia, anche con gli OGM,  con le sue piccole aziende agricole non potrà mai competere sul mercato mondiale sulla base dei bassi costi e dei bassi prezzi, ma potrà competere solo sulla base della qualità;



2 – con gli OGM l’agricoltore non guadagnerà di più, perché se è vero che calano i costi è altrettanto vero che calano anche i prezzi di mercato, in quanto il prezzo non viene fissato dall’agricoltore (in agricoltura, nel lungo periodo, costo unitario medio, costo marginale e prezzo di mercato tendono a coincidere). Anche l’esplosione delle superfici coltivate a livello mondiale in certi Paesi non è sinonimo di maggior reddito per il coltivatore, ma è dovuta alla mancata etichettatura degli alimenti OGM in questi stessi Paesi;



3 – gli OGM favoriscono la delocalizzazione produttiva. Quando avremo piante che “resistono” ad ogni avversità e ad ogni condizione pedoclimatica, è molto probabile che la loro coltivazione si sposterà in Paesi che hanno situazioni di costo di produzione più favorevoli delle nostre;



4 – il brevetto sugli OGM rende dipendente il coltivatore dalle multinazionali del seme, che potrebbero avviare coltivazioni con contratti di soccida per le piante sulla falsa riga di quello che già avviene nell’allevamento animale;



5 -  non è vero che con gli OGM la produzione per ettaro è superiore a quella delle sementi convenzionali;



6 – gli OGM sono contro la biodiversità, poiché il patrimonio genetico delle piante OGM coltivate deriva da un ristretto numero di cellule trasformate;


7 – gli attuali OGM hanno il transgene inserito nel nucleo e determinano “inquinamento genetico” e, pertanto non rendono possibile la coesistenza con altre forme di agricoltura, sia essa convenzionale o biologica. Da rilevare che, oggigiorno, le moderne tecniche di ingegneria genetica consentirebbero di introdurre il transgene nei cloroplasti, evitando così l’inquinamento genetico;



8 – gli OGM favoriscono le strategie di appropriazionismo e di sostituzionismo del settore industriale nei confronti del settore agricolo. Con gli OGM il reddito dell’agricoltore nel lungo periodo è destinato a diminuire;



9 – gli OGM possono determinare la scomparsa dell’industria sementiera nazionale, determinando così grande preoccupazione per la sicurezza alimentare, sia da un punto di vista quantitativo, sia da un punto di vista qualitativo.



10 – gli OGM da soli non risolvono il problema delle micotossine;





11 – le piante OGM resistenti ai diserbanti non risolvono il problema delle erbe infestanti, in quanto:
                        - le erbe infestanti dopo pochi anni maturano una resistenza genetica al diserbante;
                        - le erbe infestanti parentali acquisiscono il transgene dalle piante OGM coltivate e diventano esse stesse resistenti al diserbante;
                        - le piante transgeniche coltivate (per esempio colza OGM) in annate successive diventano esse stesse infestanti di altre coltivazioni;



12 – non risolvono il problema degli insetti nocivi (anche utilizzando il mais BT, la piralide dopo pochi anni diventa resistente alla tossina BT);



venerdì 29 marzo 2013

Anche negli U.S.A. qualcuno si muove per l’etichettatura degli alimenti OGM


Negli U.S.A. “WHOLE FOODS MARKET”, una catena di supermercati specializzata nella vendita di prodotti naturali e biologici, ha annunciato che, entro il 2018, tutti i prodotti venduti nei suoi magazzini, dovranno avere un'etichetta sulla quale sarà riportata l'eventuale presenza di organismi geneticamente modificati (OGM), “con l’obiettivo di consentire ai consumatori di compiere delle scelte informate riguardo agli ingredienti GM”.
Obiettivo di Whole Foods Market è quello di fornire una scelta informata ai consumatori per quanto riguarda gli ingredienti geneticamente modificati. Prodotti etichettati in modo chiaro, al fine di consentire ai clienti che vogliono evitare gli alimenti a base di OGM di farlo.
E’ stata fissata la scadenza del 2018. Entro il 2018 tutti i prodotti venduti nei negozi degli Stati Uniti e del Canada dovranno essere etichettati per indicare se contengono organismi geneticamente modificati (OGM). Whole Foods Market è la prima catena alimentare degli U.S.A. a fissare un termine per la piena trasparenza degli OGM.

mercoledì 20 febbraio 2013

Le sementi OGM non sono sterili, ma non si possono riseminare


In un precedente post abbiamo visto che non è vero che le sementi OGM sono sterili. In Argentina, per esempio, dove non è ammesso il brevetto sulle sementi, gli agricoltori conservano una parte della produzione di soia dell'annata, che sarà poi utilizzata per la semina nell’annata successiva. Pertanto, in Argentina la forte diffusione della soia OGM è dovuta anche al fatto che gli agricoltori non pagano alcun diritto brevettuale. 

Il fatto che i semi OGM possano germinare tranquillamente,  non significa, ovviamente, che non ci siano delle limitazioni alla propagazione delle sementi OGM, poiché attraverso il brevetto, laddove esso è riconosciuto, le multinazionali del seme impediscono di fatto l’utilizzazione della semente in una annata successiva. Pertanto, l’agricoltore U.S.A., pur essendo in possesso di una semente che germina normalmente, è costretto ad acquistare tutti gli anni la semente, pena contenziosi giudiziari in cui le ditte che posseggono il brevetto risultano quasi sempre vincitrici.

Negli USA, le ditte sementiere che vendono sementi OGM fanno causa anche a chi usa i semi di soia per la semina del secondo raccolto annuale, il cosiddetto replanting. In particolare, l'agricoltore che riesce ad ottenere un raccolto anticipato, potrebbe seminare per un secondo raccolto annuale gli stessi semi prodotti nel primo raccolto. Nella realtà è costretto a ricomprare il seme e a pagare i relativi diritti brevettuali.

Tutto questo non fa altro che diminuire la libertà dell’agricoltore, che diventa sempre più un “dipendente” della ditta sementiera che possiede il brevetto sulla semente. La ditta sementiera si limiterà a chiedere le royalty sulla semente o potrà fare qualcos’altro?

mercoledì 28 novembre 2012

Perché nel mondo si è avuto un forte aumento delle superfici coltivate a piante OGM?



E’ una domanda molto importante, alla quale occorre dare una risposta il più possibile obiettiva, senza soffermarsi erroneamente sul solo dato statistico. 
E’ vero! Nel corso degli ultimi anni le superfici agricole coltivate ad OGM, in alcuni specifici Paesi, sono aumentate enormemente. 
I sostenitori degli OGM spesso utilizzano questo dato per indicare alla gente comune che queste piante hanno caratteristiche di pregio e che sono decisamente apprezzate dagli agricoltori, con particolare riferimento alle caratteristiche di redditività. In particolare, essi affermano: “Se a livello mondiale gli agricoltori preferiscono le piante OGM a quelle convenzionali, significa che esse fanno guadagnare di più!”
Purtroppo, però, se si va alla base delle motivazioni che hanno portato a questa situazione, si scopre che "non è vero gradimento", ma obbligo di mercato, in relazione al fatto che in questi Paesi non c’è separazione di filiera e, quindi, non c’è etichettatura di mercato, che possa determinare una scelta consapevole, sia per il produttore, sia per il consumatore! A differenza di quello che accade nei Paesi dell’UE, in questi Paesi il mais è mais, che sia OGM o meno e, pertanto esiste un unico prezzo del mais, che sia OGM o "non OGM"!

Se non c’è etichettatura ed esiste un unico prezzo di mercato  del mais sia esso convenzionale o OGM, e visto che il mais OGM ha un costo di produzione leggermente inferiore, è logico che gli agricoltori di questi Paesi preferiscano coltivare quello OGM! Che essi producano mais OGM o "non OGM", il prezzo di vendita della produzione ottenuta è sempre lo stesso. 

Ecco allora spiegata l’esplosione delle superfici: “Rispetto al mais "non OGM", quello OGM ha un minor costo di produzione e spunta lo stesso prezzo di mercato ed è ovvio che sia preferito, e massicciamente utilizzato, dagli agricoltori dei Paesi dove non c'è etichettatura di filiera. Se non lo facessero sarebbero degli sprovveduti e dopo pochi anni i loro utili diminuirebbero, in relazione al fatto che la presenza di mais OGM determina un abbassamento dei prezzi e una diminuzione dei profitti per coloro che coltivano mais "non OGM"!

Diversa è la situazione nel nostro Paese, dove, essendoci separazione di filiera, il prezzo di mercato del mais OGM e della soia OGM (proveniente per la totalità dall’estero ed utilizzato per l’alimentazione animale) è leggermente inferiore a quello del mais e della soia di produzione nazionale.  

A conferma di queste considerazioni è possibile osservare il bollettino prezzi della Borsa Merci di Bologna.


Guardate il listino della “Farina di Estrazione di soia”,  dove i prezzi sono differenziati per prodotto “OGM” e “non OGM”, vi accorgerete che gli operatori di mercato del nostro Paese apprezzano in modo diverso prodotto “OGM” e prodotto “Non OGM” (20-25% in più per il prodotto "non OGM").

Tra le altre motivazioni che hanno determinato un forte incremento delle superfici coltivate a piante transgeniche nel mondo è anche quella relativa al mancato riconoscimento della tutela brevettuale in alcuni importanti Paesi produttori, come per esempio  Argentina e Brasile. In questi Paesi il brevetto sulle piante coltivate non esiste e non è tutelato dalla Legge, per cui gli agricoltori utilizzano per la semina una parte della soia RR prodotta nell'annata precedente senza perdita di produttività, poichè 
la soia non è un ibrido e può essere riseminata tutti gli anni,  e, soprattutto, senza pagare i diritti brevettuali. E' ovvio che in questa situazione gli agricoltori adottino massicciamente soia OGM, poiché in questi Paesi non c’è separazione di filiera e non hanno alcun costo aggiuntivo (royalty) rispetto alla soia convenzionale. 

Ma secondo le ultime notizie la “pacchia” per gli agricoltori argentini durerà ancora poco:



In conclusione, è vero che a livello mondiale si è avuta una esplosione delle superfici coltivate a piante OGM, ma è altrettanto vero che questa esplosione non può essere attribuita esclusivamente alle “ottime” caratteristiche agronomiche di queste piante.  In pratica, gli agricoltori sono stati "obbligati dal mercato" ad adottare queste piante.

Senza separazione di filiera, ovvero nascondendo le reali caratteristiche del prodotto, è ovvio che il produttore agricolo preferisca le piante OGM a  quelle "non OGM"..........hanno un costo di produzione leggermente inferiore e spuntano lo stesso prezzo di mercato.

Ben diversa sarebbe la situazione nel nostro Paese, anche nel caso in cui decidesse di coltivare OGM, poichè la presenza di etichettatura consentirebbe al consumatore di attuare una scelta consapevole. Visto che i 3/4 dei consumatori gli OGM non li vogliono, gli agricoltori, con ogni probabilità, adotterebbero solo in parte piante OGM. 
Occorre, infine, rilevare che, purtroppo, anche nel nostro Paese la possibilità di scelta da parte del consumatore è "mascherata", non è completamente consapevole, poichè non è prevista l'etichettatura dei derivati da mangimi OGM (carne, latte, uova, ecc.).........cosa a mio parere gravissima. In questa situazione, siamo costretti a mangiarci OGM inconsapevolmente, poichè mangiamo OGM attraverso i prodotti da loro derivati (carne, latte, uova, ecc.) senza saperlo!