Molto spesso i sostenitori del mais Bt affermano che il reddito ottenibile dalla coltivazione di mais Bt sarebbe decisamente superiore a quello ottenibile dal mais convenzionale. Purtroppo, secondo specifiche indagini dell'Extension Service dell'Università del Minnesota, la realtà è un'altra, ovvero, considerato l'elevato costo della semente OGM, il vantaggio economico è limitato a pochi dollari per ettaro. In particolare, in uno studio pubblicato dalla "Extension Service" dell'Università del Minnesota si apprende che "L'analisi storica dei danni procurati dalla piralide in Minnesota durante il periodo 1988-1995 hanno dato questi risultati. Protezione del rendimento stimato per acro del mais Bt è stato di $ 5.61 e $ 11,63 per il controllo della prima e della seconda generazione di piralide, rispettivamente. I benefici previsti, per un totale di 17,24 dollari per acro, superano in modo significativo il premio di prezzo corrente per il mais Bt di $ 7 a $ 10 per acro."
http://www.extension.umn.edu/agriculture/corn/pest-management/bt-corn-and-european-corn-borer/
Allora, di che cosa stiamo parlando? Il prodotto "salvato" vale 17,24 dollari per acro, mentre il maggior costo della semente è mediamente pari a 8,5 dollari. Pertanto, stiamo parlando di un incremento di reddito di 8,74 dollari/acro. Considerato che 1 acro è pari a 4.047 mq, il maggior reddito derivante dall'adozione di mais Bt è pari a 21,60 dollari/ettaro, ovvero 16,61 euro/ettaro. Allora, in una situazione come quella europea in cui i consumatori chiedono l'etichettatura degli alimenti OGM, la domanda che sorge spontanea è la seguente............"riusciremo con questi 16,61 euro/ettaro a coprire i costi di separazione di filiera, ovvero di etichettatura, nonchè gli eventuali costi ambientali/sociali dovuti all'aumento di rischiosità che caratterizza tutte le innovazioni tecnologiche?"
Personalmente credo proprio che la risposta sia negativa, in quanto attualmente il costo di produzione di 1 ettaro di mais si aggira intorno ai 1.500 euro/ettaro, per cui questo incremento di redditività è pari a poco più dell'1%............una cifra a dir poco irrisoria.
Sempre secondo lo studio precedente dell'Università del Minnesota, occorre aggiungere che........ "Popolazioni di piralide europee fluttuano nel corso degli anni, da un campo coltivato a quello successivo. Allo stesso modo, le rese del mais e i relativi prezzi di mercato spesso sono volatili. Questa variabilità solleva preoccupazioni circa le fluttuazioni dei benefici economici annuali del mais Bt. Per illustrare questo punto, il rischio di investire nel mais Bt è stato esaminato per il Sud del Minnesota su un periodo di otto anni 1988-1995. Questo periodo ha incluso tre focolai annui (alto) per piralide e cinque endemiche (bassi). Il beneficio medio per questo periodo, 17,24 dollari per acro, era molto vicino alla stima nazionale, ma il ritorno economico varia considerevolmente tra gli anni di infestazioni endemiche e quelli di epidemia. Nel corso degli anni con infestazioni endemiche, la protezione del rendimento offerto dal mais Bt a malapena copriva il premio di prezzo per le sementi, attualmente variabile tra $ 7 a $ 10 per acro. Durante gli anni di epidemia, il risparmio di rendimento erano 4-5 volte il costo delle sementi aggiunto ($ 28 a $ 50 per acro). La linea di fondo: non aspettatevi un ritorno economico ogni anno o in ogni campo. Come con qualsiasi tipo di resistenza naturale, mais Bt offre solo un beneficio economico in caso di focolai di piralide."
C'è anche questo studio interessante della Iowa State University, dove addirittura per la soia si guadagnerebbe di più con la soia convenzionale, rispetto a quella OGM.
http://www.leopold.iastate.edu/news/leopold-letter/1999/fall/does-planting-gmo-seed-boost-farmers-profits
PERTANTO, IL VANTAGGIO ECONOMICO PER GLI AGRICOLTORI E' LIMITATO E FINO A QUANDO I CONSUMATORI RICHIEDERANNO L'ETICHETTATURA DEGLI ALIMENTI OGM, NON CI SARA' ALCUN VANTAGGIO ECONOMICO PER NESSUNO......... TRANNE, OVVIAMENTE, CHE PER I PRODUTTORI DELLE SEMENTI OGM!
Lo scopo del Blog è quello di evidenziare le principali problematiche connesse all'adozione di Organismi Geneticamente Modificati (OGM) in agricoltura......e altro ancora. Per un'agricoltura sostenibile.
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venerdì 10 ottobre 2014
Vantaggi economici del mais Bt negli USA. Di che cosa stiamo parlando?
domenica 15 dicembre 2013
Le importazioni di alimenti sono la contropartita per la vendita di macchinari e altri prodotti industriali, per cui stiamo sacrificando l’agricoltura a favore dell’industria
La notizia è sicuramente vera: il nostro Paese importa una notevole
quantità di prodotti alimentari. La domanda che sorge subito spontanea è:
perché? Perché non è in grado di produrli o ci possono essere altre
motivazioni?
Che l’agricoltura nel nostro Paese sia in crisi è un fatto accertato.
Secondo i dati dei diversi Censimenti dell’agricoltura, gli agricoltori in 10
anni sono passati da 2,5 milioni a 1,5 milioni.
http://www.istat.it/it/files/2012/12/PresentazioneGreco.pdf
Questo, ovviamente, non vuol dire nulla in termini produttivi, poiché il terreno coltivato potrebbe essere rimasto lo stesso, con un minor numero di agricoltori e la produzione potrebbe essere rimasta costante. I terreni coltivabili sono sicuramente diminuiti a causa della loro utilizzazione per scopi non agricoli (aree edificabili, strade, aeroporti, ecc.). Ma tale evoluzione del numero di agricoltori è sintomatica di quello che sta accadendo in agricoltura, ovvero che il reddito per unità di superficie si sta abbassando, per cui molti agricoltori sono costretti ad abbandonare la loro piccola azienda agricola, che non è più in grado di fornire loro un reddito adeguato……perché? Molto semplicemente perché la dinamica dei prezzi dei prodotti agricoli non ha seguito la dinamica dei costi di produzione (ad un aumento dei costi di produzione agricoli, non ha fatto seguito un analogo aumento dei prezzi di vendita dei prodotti agricoli) e, pertanto, i redditi agricoli si sono enormemente abbassati.
http://www.istat.it/it/files/2012/12/PresentazioneGreco.pdf
Questo, ovviamente, non vuol dire nulla in termini produttivi, poiché il terreno coltivato potrebbe essere rimasto lo stesso, con un minor numero di agricoltori e la produzione potrebbe essere rimasta costante. I terreni coltivabili sono sicuramente diminuiti a causa della loro utilizzazione per scopi non agricoli (aree edificabili, strade, aeroporti, ecc.). Ma tale evoluzione del numero di agricoltori è sintomatica di quello che sta accadendo in agricoltura, ovvero che il reddito per unità di superficie si sta abbassando, per cui molti agricoltori sono costretti ad abbandonare la loro piccola azienda agricola, che non è più in grado di fornire loro un reddito adeguato……perché? Molto semplicemente perché la dinamica dei prezzi dei prodotti agricoli non ha seguito la dinamica dei costi di produzione (ad un aumento dei costi di produzione agricoli, non ha fatto seguito un analogo aumento dei prezzi di vendita dei prodotti agricoli) e, pertanto, i redditi agricoli si sono enormemente abbassati.
A questo punto la domanda potrebbe essere: perché i prezzi agricoli nel
nostro Paese non hanno seguito la dinamica dei costi di produzione? Cerchiamo
di dare una delle tante risposte.
Una delle tante motivazioni, a mio parere tra le più importanti, che
hanno determinato questa situazione è sicuramente dovuta alla forte concorrenza esercitata sul mercato interno dal prodotto di importazione, che determina un "forzato" abbassamento dei nostri prezzi
interni (prodotto nostrano e prodotto di importazione competono sullo stesso mercato e, pertanto, i prezzi tendono a coincidere). Prodotto di importazione che a volte proviene da Paesi che attuano
forme di dumping diverse dal dumping sul prezzo, per cui è caratterizzato da un
prezzo molto vantaggioso rispetto ai nostri prezzi interni. Prodotto di
importazione che spesso, è “forzatamente importato” dall’Italia come
contropartita di altre esportazioni italiane (soprattutto macchinari). A questo riguardo occorre ricordare che nel Commercio Internazionale vige ancora il baratto e, pertanto, le esportazioni di un determinato prodotto da un Paese, sono pagate con l'importazione di altri prodotti ottenuti in questo stesso Paese.
In merito al primo punto (Dumping), è risaputo che spesso le nostre importazioni provengono da Paesi che non adottano il nostro sistema sociale/produttivo/economico. Per farla molto breve, si tratta di Paesi che non hanno le nostre regole produttive, che non hanno i nostri costi sociali, che non hanno i nostri costi burocratici, ecc. e che, pertanto, sono in grado di produrre a costi agricoli decisamente inferiori ai nostri. L’importazione di alimenti da questi Paesi a prezzi contenuti determina sicuramente una concorrenza per il prodotto nazionale ed i prezzi agricoli interni tendono ad una diminuzione.
In merito al primo punto (Dumping), è risaputo che spesso le nostre importazioni provengono da Paesi che non adottano il nostro sistema sociale/produttivo/economico. Per farla molto breve, si tratta di Paesi che non hanno le nostre regole produttive, che non hanno i nostri costi sociali, che non hanno i nostri costi burocratici, ecc. e che, pertanto, sono in grado di produrre a costi agricoli decisamente inferiori ai nostri. L’importazione di alimenti da questi Paesi a prezzi contenuti determina sicuramente una concorrenza per il prodotto nazionale ed i prezzi agricoli interni tendono ad una diminuzione.
Ma l’altro aspetto, sotto certi punti di vista sottovalutato, ma che
sicuramente determina il maggior impatto sulle nostre “forzate importazioni di
alimenti”, alimenti che vanno poi a competere con la produzione agricola
interna, è il Commercio Internazionale. Da un punto di vista generale, occorre
essere consapevoli del fatto che nel Commercio Internazionale le Bilance dei
Pagamenti dei diversi Stati che vi partecipano, deve essere nel limite del
possibile in pareggio (per un Paese si avrebbero problemi economici di
svalutazione interna, di effetti sul tasso di cambio della moneta, ecc. sia nel
caso di un forte sbilanciamento negativo, sia nel caso contrario di un forte
sbilanciamento positivo). Ecco allora che l’Italia, che notoriamente produce
alimenti di altissima qualità, ma che non è certo un Paese agricolo (meno del
2% del PIL), quando esporta macchinari, medicinali, autoveicoli,
elettrodomestici, abbigliamento, ecc. è costretta ad accettare qualcos’altro
come pagamento e questo qualcos’altro molto spesso è costituito da prodotti
agricoli. Ecco allora che, in termini generali, potremmo affermare che, pur di sostenere le esportazioni di prodotti industriali e, conseguentemente la nostra industria, siamo disposti a sacrificare l’agricoltura. E’ un bene o è
un male?
Tanto per rendercene conto, di seguito saranno riportati alcuni dati
relativi ai flussi di import-export da alcuni Paesi. Trattasi solo di esempi, e
come tali devono essere considerati, e vogliono esclusivamente evidenziare che a
fronte di una esportazione di prodotti meccanico/tecnologici/moda, il nostro Paese accetta in
pagamento prodotti agricolo/alimentari (i dati sono ufficiali e sono del
Ministero dello Sviluppo Economico e si riferiscono all'anno 2012).
Paese: Argentina
(anno 2012)
ESPORTAZIONI ITALIANE (1.019
milioni di euro), principali prodotti esportati
-
Macchine per impiego speciale (90 milioni di euro)
-
Macchine per impiego generale (35 milioni di euro)
-
Medicinali (32 milioni di euro)
-
Parti di Autoveicoli, motori, ecc. (27 milioni di euro)
IMPORTAZIONI ITALIANE (1.025
milioni di euro), principali prodotti importati
-
Oli e grassi vegetali e animali (84 milioni di euro)
-
Prodotti di colture agricole permanenti (35 milioni di
euro)
-
Carne lavorata e conservata e prodotti a base di carne
(22 milioni di euro)
-
Prodotti di colture agricole non permanenti (19 milioni
di euro)
-
Pesce, crostacei e molluschi lavorati e conservati (18
milioni di euro)
Paese: Brasile
(anno 2012)
ESPORTAZIONI ITALIANE (4.994
milioni di euro), principali prodotti esportati
-
Parti di Autoveicoli, motori, ecc. (408 milioni di
euro)
-
Macchine per impiego generale (737 milioni di euro)
-
Macchine per impiego speciale (365 milioni di euro)
-
Altre macchine (203 milioni di euro)
IMPORTAZIONI ITALIANE (3.402
milioni di euro), principali prodotti importati
-
Prodotti di colture agricole permanenti (268 milioni di
euro)
-
Pasta-carta, carta e cartone (259 milioni di euro)
-
Prodotti di colture agricole non permanenti (155
milioni di euro)
-
Carne lavorata e conservata e prodotti a base di carne
(127 milioni di euro)
Altri esempi:
Sacrificare l’agricoltura a favore
dell’industria è un bene o un male? E’ una domanda importante, che richiede una
risposta altrettanto importante, poiché l’agricoltura nel nostro Paese svolge funzioni
che vanno al di là della semplice produzione di alimenti sani e di buona
qualità. La nostra agricoltura è importante per il paesaggio, per l’assetto idro-geologico del
territorio, per la tutela della flora e della fauna, per le attività indotte,
ecc. Il nostro Paese potrà rinunciare alle esternalità prodotte
dall’agricoltura? Il nostro Paese potrà rinunciare alle nostre produzioni
alimentari di qualità? Il nostro Paese potrà rinunciare all’agricoltura? Non
credo proprio.
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martedì 30 aprile 2013
I MOTIVI PER I QUALI IL MINISTRO DELL’AGRICOLTURA ITALIANO NON PUO’ ESSERE FAVOREVOLE AGLI OGM
1 – questi OGM non
sono adatti all’agricoltura italiana. L’Italia, anche con gli OGM, con le sue piccole aziende agricole non potrà
mai competere sul mercato mondiale sulla base dei bassi costi e dei bassi
prezzi, ma potrà competere solo sulla base della qualità;
2 – con gli OGM l’agricoltore
non guadagnerà di più, perché se è vero che calano i costi è altrettanto
vero che calano anche i prezzi di mercato, in quanto il prezzo non viene
fissato dall’agricoltore (in agricoltura, nel lungo periodo, costo unitario
medio, costo marginale e prezzo di mercato tendono a coincidere). Anche l’esplosione
delle superfici coltivate a livello mondiale in certi Paesi non è sinonimo di
maggior reddito per il coltivatore, ma è dovuta alla mancata etichettatura
degli alimenti OGM in questi stessi Paesi;
3 – gli OGM favoriscono
la delocalizzazione produttiva. Quando avremo piante che “resistono” ad
ogni avversità e ad ogni condizione pedoclimatica, è molto probabile che la
loro coltivazione si sposterà in Paesi che hanno situazioni di costo di
produzione più favorevoli delle nostre;
4 – il brevetto sugli
OGM rende dipendente il coltivatore dalle multinazionali del seme, che
potrebbero avviare coltivazioni con contratti di soccida per le piante sulla
falsa riga di quello che già avviene nell’allevamento animale;
5 - non è vero che con gli OGM la produzione
per ettaro è superiore a quella delle sementi convenzionali;
6 – gli OGM sono
contro la biodiversità, poiché il patrimonio genetico delle piante OGM
coltivate deriva da un ristretto numero di cellule trasformate;
http://ogmbastabugie.blogspot.it/2012/10/ogm-e-societa-italiana-di-ecologia.html
http://ogmbastabugie.blogspot.it/2012/10/ogm-e-societa-italiana-di-ecologia.html
7 – gli attuali OGM hanno
il transgene inserito nel nucleo e determinano “inquinamento genetico” e,
pertanto non rendono possibile la coesistenza con altre forme di agricoltura,
sia essa convenzionale o biologica. Da rilevare che, oggigiorno, le moderne
tecniche di ingegneria genetica consentirebbero di introdurre il transgene nei
cloroplasti, evitando così l’inquinamento genetico;
8 – gli OGM favoriscono
le strategie di appropriazionismo e di sostituzionismo del settore industriale
nei confronti del settore agricolo. Con gli OGM il reddito dell’agricoltore
nel lungo periodo è destinato a diminuire;
9 – gli OGM possono
determinare la scomparsa dell’industria sementiera nazionale, determinando
così grande preoccupazione per la sicurezza alimentare, sia da un punto di
vista quantitativo, sia da un punto di vista qualitativo.
10 – gli OGM da soli non
risolvono il problema delle micotossine;
11 – le piante OGM resistenti
ai diserbanti non risolvono il problema delle erbe infestanti, in quanto:
-
le erbe infestanti dopo pochi anni maturano una resistenza genetica al
diserbante;
-
le erbe infestanti parentali acquisiscono il transgene dalle piante OGM
coltivate e diventano esse stesse resistenti al diserbante;
-
le piante transgeniche coltivate (per esempio colza OGM) in annate successive diventano
esse stesse infestanti di altre coltivazioni;
12 – non risolvono il
problema degli insetti nocivi (anche utilizzando il mais BT, la piralide
dopo pochi anni diventa resistente alla tossina BT);
http://ogmbastabugie.blogspot.it/2012/12/ogm-e-irm-insectresistance-management.html
13 - gli attuali OGM sono adatti a terreni fertili, pertanto favoriscono ancora una volta le aziende di pianura a scapito delle aziende di collina e di montagna, favorendo così l'esodo rurale da questi territori, con tutti i problemi connessi di assetto idrogeologico;
http://ogmbastabugie.blogspot.it/2014/06/motivazionidiverse-da-effetti-sulla.html
13 - gli attuali OGM sono adatti a terreni fertili, pertanto favoriscono ancora una volta le aziende di pianura a scapito delle aziende di collina e di montagna, favorendo così l'esodo rurale da questi territori, con tutti i problemi connessi di assetto idrogeologico;
http://ogmbastabugie.blogspot.it/2014/06/motivazionidiverse-da-effetti-sulla.html
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sabato 13 aprile 2013
OGM, brevetto e agricoltore
In questa sede non si vuole entrare nel merito dell’utilità del
Brevetto per lo sviluppo della nostra Società. E’ risaputo, infatti, che la
tutela brevettuale può rappresentare un incentivo allo sviluppo tecnologico e
che molti prodotti di uso comune, e quindi di elevata utilità, sono stati
studiati, creati e diffusi anche grazie alla tutela brevettuale. In
particolare, il Brevetto è lo strumento giuridico che conferisce
all'autore di un'invenzione il monopolio temporaneo di sfruttamento dell'invenzione
stessa, ossia il diritto di escludere terzi dall'attuare l'invenzione e dal
trarne profitto.
Il brevetto, pertanto, rappresenta una sorta di monopolio
legale, seppur limitato territorialmente e temporalmente. Tale monopolio legale
si giustifica con il fatto che il sistema brevettuale è basato su una forma di
scambio: il titolare del brevetto riceve protezione per la propria invenzione e
in cambio è obbligato a svelare e a descrivere l'invenzione
stessa. Durante il periodo di applicazione del Brevetto, il detentore può
sfruttare economicamente la protezione brevettuale, al fine di ottenere un
ritorno economico per le spese di ricerca e sviluppo sostenute.
In un contesto di questo tipo si riscontrano tutti gli effetti di
mercato del monopolio. In particolare, in un primo momento il Brevetto
determina una tenuta dei prezzi di vendita del prodotto brevettato, in
relazione al fatto che il monopolista è protetto dalla Legge e può applicare o
una “politica dei prezzi”, mantenendo alti prezzi di vendita del prodotto (sarà
poi la domanda ad adeguarsi a questi prezzi) o una “politica delle quantità”,
attraverso un contingentamento volontario delle quantità immesse sul mercato
(in questo caso sarà la domanda che sulla base della quantità richiesta
stabilirà il prezzo di mercato). Solo in un secondo momento, ovvero trascorso
il periodo di tutela brevettuale, la Società otterrà reali benefici dal consumo
dei beni coperti da brevetto, in quanto il mercato sarà aperto alla
concorrenza, i costi di produzione scenderanno e con loro i prezzi di mercato.
A questo, e con particolare riferimento ai brevetti in ambito agroalimentare,
occorre evidenziare che per le nuove varietà vegetali i diritti esclusivi
nascenti dal brevetto durano 15 anni dalla concessione del brevetto stesso (30
anni nel caso di piante arboree). Soprattutto in ambito agroalimentare, però, è
facile immaginare che dopo 15 anni quella determinata varietà sarà obsoleta,
sarà superata, per cui sarà sostituita da un’altra varietà che a sua volta sarà
tutelata dal brevetto per altri 15 anni! E’ facilmente intuibile che in questo
modo il costitutore, mediante una attenta analisi dei tempi tecnici di
introduzione di nuove cultivar, sarà in grado di mantenere il brevetto
sul seme di una determinata pianta per un tempo illimitato.
Dobbiamo essere convinti del fatto che l’introduzione di Organismi
Transgenici (OT) in agricoltura è fortemente correlata, se non addirittura
condizionata, dalla possibilità di brevettare il risultato della manipolazione
genetica; se non ci fosse il brevetto, con ogni probabilità, non ci sarebbero
nemmeno OT e oggigiorno, forse, non si parlerebbe di questo argomento.
Relativamente alla tutela brevettale delle innovazioni
tecnologiche, ciò che lascia maggiormente perplessi è l’utilizzazione del brevetto
in ambito agricolo, soprattutto nel caso in cui riguardi piante o animali di
fondamentale importanza per l’alimentazione umana. Nella fattispecie, non
stiamo parlando di una funzione fisiologica della quale ognuno di noi, volendo,
potrebbe fare a meno; stiamo parlando di alimentazione, un’azione che bene o
male ognuno di noi deve compiere obbligatoriamente almeno tre volte al giorno.
Sono queste considerazioni che differenziano sostanzialmente i brevetti su
materiale elettronico o su capi di abbigliamento, da quelli su piante ed
animali ad uso alimentare, in quanto essi, per assurdo, potrebbero mettere in
discussione anche la sovranità alimentare di un Paese. E di questo, ovviamente,
si sono accorte le grandi multinazionali del seme, che stanno facendo di tutto
per ottenere il monopolio nella produzione e nella distribuzione del seme,
poiché non si tratta del solo seme, ma anche di tutto ciò che è possibile
trovare a monte e a valle della produzione del cibo. In particolare, alcune
domande sullo sfruttamento del brevetto esigono una risposta prima di adottare
piante ed animali transgenici in agricoltura:
- esistono delle limitazioni allo sfruttamento economico del
brevetto?
- chi decide in merito alla qualità dell’alimento?
- il detentore del brevetto potrà modificare a suo piacimento le
caratteristiche intrinseche del prodotto alimentare?
- come potranno essere modificate le caratteristiche nutrizionali?
- il detentore del brevetto potrà modificare a suo piacimento il
legame esistente tra qualità del prodotto e luogo di produzione?
- da un punto di vista etico, sarà tutto consentito o vi saranno
delle limitazioni?
Consapevoli del fatto che l’agricoltura italiana è di fondamentale
importanza per lo sviluppo sostenibile del territorio, dobbiamo chiederci che
cosa potrebbe significare il "brevetto" per il settore agricolo
italiano e, in particolare, quali effetti potrebbe avere per il reddito
dell’agricoltore?
In primo luogo, il brevetto sulle piante e sugli animali
contribuirà ad aumentare la dipendenza economica del settore agricolo nei
confronti di quello industriale, in quanto l'agricoltore sarà costretto ad
acquistare tutti gli anni la semente che intende coltivare o l’animale che
intende allevare. Qualcuno potrebbe far rilevare che, di fatto, questo già
accade per la gran parte delle sementi oggi coltivate. Vero! Nel caso degli OT,
a parte la situazione di monopolio che si verrebbe a determinare, il brevetto
significa qualcosa di più, in quanto l’agricoltore, oltre all’acquisto delle
sementi, potrebbe essere “obbligato” ad acquistare anche la materia prima in
grado di far produrre queste sementi (è il caso delle piante di soia e di mais
resistenti ad uno specifico diserbante). In futuro il problema potrebbe essere
amplificato dal fatto che le ditte che propongono questi nuovi organismi, per
proteggersi dall’utilizzazione illecita di sementi brevettate non ibride,
potrebbero inserire geni che consentono la germinazione del seme solo nel caso
di contemporanea presenza di una sostanza particolare, che sarà venduta insieme
alla semente. Se sarà vero poi, come ovviamente si spera, che questi nuovi
organismi non avranno alcun effetto sulla salute umana e sull’ambiente, occorrerà
considerare che la loro completa accettazione da parte del mercato
(presenza di una sola filiera di distribuzione, assenza di etichettatura
obbligatoria dei prodotti OGM, ecc.) determinerà un forte vantaggio competitivo
per le ditte sementiere, con creazione di un mercato in condizioni di monopolio
o “quasi monopolio”. Si verrebbe a determinare ciò che, di fatto, è già
avvenuto nei Paesi dove si registra un’accettazione incondizionata di questi
nuovi alimenti: la presenza di un’unica filiera di distribuzione (per esempio,
per il mais significa assenza di etichettatura e un unico prezzo di mercato),
associata ad una diminuzione dei prezzi di mercato dei prodotti transgenici, ha
determinato un’esplosione delle superfici coltivate con questi nuovi organismi.
In pratica, cos’è accaduto? Il minor costo di produzione delle coltivazioni
transgeniche ha determinato un abbassamento dei prezzi di mercato dei relativi
prodotti, siano essi transgenici e non. Pertanto, anche gli agricoltori che in
un primo momento non volevano coltivare transgenico sono stati costretti a
farlo dal mercato, se volevano mantenere un certo grado di redditività
dall’attività agricola.
Il brevetto
su una pianta potrebbe consentire ai Paesi che ne detengono la proprietà di
attuare le coltivazioni in località prossime ai mercati di collocamento,
rendendo così competitive produzioni che attualmente sono penalizzate dagli
elevati costi di trasporto/commercializzazione, evitando nel contempo le
problematiche ambientali che queste coltivazioni potrebbero comportare se
fossero attuate sul loro territorio. Per alcune produzioni questo già avviene.
Cos’è accaduto? Alcuni Paesi, vuoi perché non hanno condizioni pedoclimatiche
favorevoli, vuoi perché non sarebbero concorrenziali sul nostro mercato a causa
degli elevati costi di trasporto, stanno producendo sul nostro territorio su
base contrattuale alcuni prodotti dei quali detengono il brevetto; tali prodotti al momento della raccolta diverranno di
loro proprietà.
Ecco che in questo modo qualsiasi Paese, anche senza alcuna vocazionalità
produttiva, e, al limite, senza disponibilità di territorio agricolo, di
strutture e di competenze agricole specifiche, potrebbe divenire un
protagonista nel mercato del cibo; la produzione sarebbe attuata nel nostro
Paese per conto terzi, ovvero per conto di colui che ha il brevetto del
materiale di propagazione, che si approprierà del valore aggiunto di questa
coltivazione.
Da un punto di vista della sfruttabilità economica, il proprietario
del brevetto potrebbe limitarsi a richiedere il pagamento di una royalty per
ogni chilogrammo di semente venduta, lasciando libertà di scelta
all’agricoltore in merito alle diverse opportunità di vendita sul mercato del
prodotto ottenuto. Tale somma di denaro potrebbe essere vista come il giusto
compenso per colui che ha investito in ricerca e sviluppo ed è riuscito ad
ottenere una pianta caratterizzata da un surplus di utilità per l’agricoltore e
per il consumatore. Occorre comunque rilevare che, soprattutto nel caso in cui
il mercato della semente sia in condizioni di monopolio, a differenza di
quanto precedentemente affermato, l’imposizione di una royalty sulla semente
potrebbe limitare il processo di riduzione dei costi di produzione, in quanto il
monopolista, con ogni probabilità, sarà portato ad aumentare il prezzo di
vendita della semente di un’aliquota prossima al maggior margine che essa
sarà in grado di determinare al produttore agricolo, con annullamento dei
potenziali vantaggi economici per il coltivatore e, conseguentemente, per il
consumatore (in pratica se la semente transgenica determina una diminuzione dei
costi di 100 €/ha, il monopolista della semente potrebbe far pagare la semente
99 € in più ed accaparrarsi tutto il vantaggio). Pertanto, il brevetto potrebbe
impedire l’attesa riduzione dei prezzi di mercato dei prodotti alimentari,
annullando così anche l’auspicato ampliamento delle possibilità di acquisto di
cibo da parte delle classi sociali economicamente più deboli (quelle classi sociali
che in molti Paesi soffrono la fame perché non dispongono del reddito
necessario per acquistare il cibo).
Rispetto alla situazione precedente, il detentore del brevetto
potrebbe andare oltre. In particolare, oltre a richiedere il pagamento di una
royalty per ogni chilogrammo di semente venduta, potrebbe richiedere una
royalty anche per ogni chilogrammo di prodotto ottenuto da quella stessa semente.
Il brevetto in questo caso porterebbe grandi vantaggi a colui che ne detiene la
proprietà e trasformerebbe l’agricoltore in un “dipendente” della stessa
ditta proprietaria del seme, in quanto più l’agricoltore produce e più questa
ditta guadagna.
Il detentore del brevetto potrebbe non accontentarsi delle
due precedenti strategie e potrebbe riservarsi anche la proprietà della
produzione finale, attuando la produzione per conto proprio, sulla base di un
rapporto contrattuale con l’agricoltore. Trattasi di modalità di
produzione che già avvengono in agricoltura (contratti di soccida) e che sarebbero amplificate dalla presenza di un forte ricorso
al brevetto. In particolare, colui che detiene il brevetto non venderebbe la
semente sul mercato e potrebbe sottoscrivere con l’agricoltore un “contratto di
coltivazione”, nel quale sono indicate le epoche di semina, le modalità di
coltivazione e quant’altro serve per portare a termine il processo produttivo,
riservandosi la proprietà del prodotto una volta giunto a maturazione.
Ovviamente per l’attività prestata l’agricoltore riceverà un compenso, che sarà
commisurato all’impegno richiesto in termini di apporto di fattori della
produzione (terra, lavoro, capitale). In una situazione come quella
evidenziata, l’agricoltore non avrebbe alcun potere contrattuale, per cui la
presenza di un unico detentore della semente, associata al fatto che i
coltivatori non sono in grado di manifestare un’unica controparte, li
metterebbe tra loro in concorrenza per l’acquisizione della commessa di
coltivazione. E’ facilmente intuibile che in questa situazione si
determinerebbe una tendenza verso il basso del compenso relativo allo
svolgimento dell’attività agricola, in quanto, nel peggiore dei casi per la
nostra agricoltura, colui che possiede il brevetto potrebbe trovare in altri Paesi
migliori condizioni contrattuali per attuare il processo produttivo agricolo.
Ma il grande
salto di qualità per le ditte che detengono il brevetto, potrà essere ottenuto
allorquando la manipolazione genetica sulle piante consentirà di sfruttare l’”apomissia”, ovvero la possibilità di originare piante identiche alla
madre anche nel caso di riproduzione sessuata. In particolare, lo sfruttamento
dell’”apomissia” consentirà alle ditte sementiere di evitare la
produzione e la successiva commercializzazione del seme, mantenendo comunque la
possibilità di ricavare le royalty dal seme e dalla produzione di cibo; il seme
una volta distribuito sarà annualmente prodotto autonomamente dall’azienda
agricola, la quale, mediante un apposito contratto di sfruttamento della
semente, sarà tenuta a pagare le royalty al detentore del brevetto, ogni qual
volta utilizzerà le sementi apomittiche per una nuova semina. L’”apomissia”
semplificherà notevolmente la vita al detentore del brevetto, che dovrà attuare
un’unica operazione: distribuire una sola volta la semente e incassare le
royalty ogni volta che quella pianta viene seminata ed il cibo viene prodotto.
Qualcuno afferma che questo scenario è irrealizzabile, in quanto alle ditte
sementiere non converrebbe mettere sul mercato una semente apomittica, poiché
lieviterebbero le frodi e occorrerebbe mettere in atto un sistema di vigilanza
decisamente costoso. Purtroppo queste affermazioni si scontrano con la realtà,
in quanto le grandi multinazionali del seme stanno cercando di evitare questo
inconveniente mediante la creazione di una “Apomissia inducibile chimicamente”.
In pratica, che cosa accade? Accade che la semente apomittica germina ed origina
una pianta identica alla madre solo in presenza di una sostanza chimica che
sarà venduta a parte. Da rilevare che tutto questo non è fantascienza, in
quanto il brevetto sull’”Apomissia inducibile” è già stato richiesto
Gli esempi precedenti, costituiscono per il nostro Paese un
vantaggio o uno svantaggio? Si adattano a tutte le coltivazioni o solo a quelle
brevettate? E il consumatore otterrà dei vantaggi o degli svantaggi? Occorre
rispondere a queste domande prima di effettuare delle scelte che potrebbero
rivelarsi controproducenti per il nostro Paese.
A
conclusione di quanto precedentemente esposto, è possibile affermare che il
brevetto su piante ed animali transgenici sarà in grado di sconvolgere il modo
di produrre in agricoltura. Lo scenario sarà quello di un settore in cui
l’agricoltore avrà perso ogni potere decisionale; egli diverrà semplicemente un
fornitore di mezzi di produzione a favore di colui che detiene il brevetto di
quel prodotto, che diverrà anche proprietario del cibo. Cibo che potrà essere
ottenuto in ogni parte del Globo, non importa con quale materiale genetico, non
importa con quale tecnica di produzione, non importa con quali tutele sociali.
Tutto questo comporterà la realizzazione di un grande mercato mondiale dei
prodotti alimentari, un mercato dove l’imperativo sarà produrre di tutto
ovunque, ai più bassi costi possibili, per poi vendere il prodotto laddove ci
sono i mezzi economici per acquistarlo. Link utili:
http://www.agriregionieuropa.univpm.it/dettart.php?id_articolo=72
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mercoledì 9 gennaio 2013
Con la coesistenza gli OGM scacceranno il convenzionale
Nel
caso di coesistenza gli attuali OGM, che hanno il transgene nucleare che si
esprime in ogni parte della pianta (nelle foglie, nelle radici e anche nel
polline), creano “inquinamento genetico" e determinano incertezza produttiva per
coloro che non li vogliono coltivare, siano essi coltivatori convenzionali o biologici. Soprattutto nel caso di "Rapporti di
integrazione verticale" con l'industria (produzione di "mais bianco" o di "mais 8 file" o di "mais da pop corn"), sarà impossibile per
l'agricoltore convenzionale sottoscrivere contratti di conferimento della
merce, poichè egli non avrà nessuna certezza in merito alle caratteristiche
finali del prodotto ottenuto (il raccolto avrà più o meno dello 0,9% di OGM?). In questa situazione di incertezza, il
coltivatore convenzionale nel tempo sarà portato a sostituire le coltivazioni
convenzionali con quelle OGM, poichè non potrà continuare a coltivare ai costi del convenzionale/biologico per poi vendere ai prezzi (più bassi) del transgenico.
Una sentenza della Corte di giustizia
europea riconosce alla Pioneer il diritto di distribuire per la
semina mais OGM in Italia. Secondo il tribunale con sede a Lussemburgo,
l'ingresso nel Paese di varietà già ammesse a livello comunitario non può
essere bloccato da Leggi statali o regionali. Tale sentenza,
implicitamente, ammette la possibilità di coesistenza tra coltivazioni
convenzionali/biologiche e coltivazioni transgeniche.
A questo punto una domanda è lecita: è possibile nel nostro Paese la coesistenza tra coltivazioni agricole
convenzionali (comprese quelle biologiche) e transgeniche? Allo stato attuale
delle cose, in relazione alle caratteristiche del materiale transgenico
disponibile, che presenta transgeni inseriti nel nucleo della cellula e che,
pertanto, si esprimono in ogni parte della pianta (foglie, radici, polline,
ecc.), la risposta è negativa, in quanto le piante transgeniche originano
inquinamento genetico. Ecco allora che, nel caso di coesistenza, il settore
produttivo che non intende ottenere prodotto transgenico, soprattutto nel caso
di accordi contrattuali con gli utilizzatori finali (produzione di "mais bianco" per polenta, di "mais 8 file" per polenta, mais da "pop corn", ecc.), dovrà mettere a punto
adeguate strategie di contenimento dell’inquinamento genetico, al fine di poter
avere “certezze”, che non avrà mai, in merito alle caratteristiche qualitative del prodotto finale
ottenuto.
E’ ovvio che queste strategie hanno un costo, per cui
la coesistenza tra coltivazioni transgeniche e coltivazioni convenzionali/biologiche,
prevede sicuramente una lievitazione dei costi di produzione per chi vuole ottenere
produzioni convenzionali, che possono abbassare, se non addirittura annullare,
i profitti normalmente ottenibili, creando situazioni di extramarginalità nel
settore produttivo delle piante convenzionali/biologiche, fino a decretarne la loro scomparsa.
Occorrerà poi considerare anche gli effetti
di mercato (abbassamento dei prezzi, difficoltà di collocamento della merce,
ecc.), poiché è vero che si avranno maggiori costi di produzione a livello
agricolo nell’ambito della produzione convenzionale, ma l’effetto più
pericoloso potrà essere quello di vedersi rifiutare il prodotto da parte del
consumatore interno o da parte dell’importatore estero, che, secondo specifiche
indagini campionarie, ancora esige un alimento esente da Organismi Transgenici
(OT).
Soprattutto per un Paese come il nostro, che produce
alimenti trasformati di eccellenza (formaggi, insaccati, vini, ecc.), di alto
valore aggiunto, i rischi di mercato sono sicuramente più pericolosi dei rischi
produttivi agricoli, in quanto la qualità della materia prima di base potrebbe
rappresentare un limite alla produzione di trasformati di eccellenza o,
quantomeno, ritenuti tali dal consumatore. In particolare, è ovvio che se viene
utilizzata materia prima transgenica, anche il prodotto trasformato sarà
transgenico (di fatto, perché verificabile da una analisi PCR, oppure
“derivante” da OGM, nel caso in cui venga attuata la tracciabilità di filiera).
E’ altrettanto ovvio che, se la legislazione lo prevede, questo prodotto dovrà
essere etichettato come “contenente OGM” o “derivante da OGM”. Ecco che in
questa situazione, al di là del fatto che gli OGM possano determinare anche
effetti sui costi agricoli, gli scenari economici si faranno molto più
complessi, in quanto si dovranno ipotizzare riduzioni di prezzo dei prodotti
trasformati che non rispondono più alle esigenze dei consumatori, consumatori
che non sono più disposti a pagare prezzi elevati per acquistare un prodotto
che eccellente, secondo il loro metro di misura, non è più.
Nella suddetta situazione, occorrerebbe quindi verificare il complesso
degli effetti prodotti dall’introduzione di OT sull’intera filiera
distributiva, che parte dall’agricoltore ed arriva alla distribuzione al
dettaglio. E’ vero che gli agricoltori convenzionali/biologici subiranno
maggiori costi, ma è altrettanto vero che anche i trasformatori che non vogliono gli OGM subiranno
maggiori costi (acquisizione materia prima, analisi di laboratorio,
certificazioni, ecc.) e minori incassi, ed è altrettanto vero che anche i
distributori di prodotti di eccellenza subiranno maggiori costi (segregazione,
etichettatura, ecc.) e minori incassi. Inutile sottolineare che la coesistenza, in relazione ai precedenti maggiori costi, obbligherà i produttori ed i distributori ad aumentare il prezzo di vendita
delle derrate alimentari certificate “OGM Free”. In questa situazione, di
coesistenza, con ogni probabilità, gli unici che guadagneranno saranno i
produttori di beni alimentari di scarsa qualità (OGM), che vedranno aumentare le difficoltà
produttive di coloro che offrono prodotti di eccellenza (no OGM) (difficoltà nel
reperimento della materia prima, maggiori costi di approvvigionamento, maggiori
costi di analisi, ecc.) e vedranno divenire maggiormente competitivi i prodotti
da loro offerti (in termini relativi se il prezzo dei prodotti di eccellenza
aumenterà, il prezzo degli altri prodotti di minore qualità, pur rimanendo stabile, è come se diminuisse).
A questo punto, in
un’ottica di globalizzazione dei mercati, si inseriscono considerazioni
di opportunità per il nostro Paese, in merito all’utilizzazione o meno di
produzioni che possono determinare una diminuzione della competitività delle
nostre produzioni e che non sono gradite dal consumatore, un consumatore che
controlla e verifica accuratamente il prodotto prima di acquistarlo.
La contemporanea presenza di forme di agricoltura transgenica (con piante
che hanno transgeni inseriti nel nucleo della cellula), con forme di agricoltura
convenzionali determina l’impossibilità da parte dell’agricoltore, anche nel
caso in cui sostenga maggiori costi, di poter garantire una effettiva
produzione “OGM free”, così come richiesto dal consumatore.
In questa situazione alcune considerazioni sono
necessarie relativamente alla possibilità che l’agricoltore metta in atto
strategie di contenimento dell’inquinamento genetico:
1)
all’agricoltore che non vuole coltivare transgenico
conviene evitare l’inquinamento genetico? Con ogni probabilità gli converrà solo nel caso in cui sul mercato siano
presenti tre prezzi del medesimo prodotto (prodotto OGM, prodotto con soglia di
tolleranza inferiore allo 0,9%, prodotto "OGM free"). E’ ovvio che egli adotterà
tecniche che comportano maggiori costi di produzione, solo nel caso in cui il
prezzo di mercato del prodotto che ottiene (tutto da verificare, in quanto con
l’inquinamento genetico non esiste la certezza di ottenere una produzione di un
certo tipo e, quindi, un prezzo di mercato certo) sia in grado di remunerare
questi maggiori costi. Nell’incertezza produttiva, con ogni
probabilità, egli sceglierà di coltivare prodotto transgenico, in quanto è
l’unico in grado di consentirgli di poter impostare una tecnica produttiva
certa, con previsioni certe su ricavi e costi. Pertanto, in presenza di incertezza produttiva, si verrebbe a determinare
una situazione simile a quella che ha visto l’esplosione delle superfici
coltivate con piante transgeniche negli U.S.A., in Canada ed in altri Paesi,
dove queste produzioni sono considerate “Sostanzialmente Equivalenti” a quelle
convenzionali. La presenza di un unico prezzo di mercato per prodotto OGM e
prodotto “OGM free” ha determinato una esplosione delle superfici coltivate con
prodotto OGM, in quanto è quello caratterizzato dal minor costo di produzione;
2)
l’agricoltore è sicuro che anche adottando determinate
pratiche colturali potrà ottenere un prodotto realmente al di sotto della
soglia di tolleranza? Purtroppo la risposta è negativa, in
quanto sono talmente tante le possibilità di inquinamento genetico della
produzione agricola, che difficilmente si potrà avere la certezza del
risultato. Potrà accadere che nonostante gli sforzi operati dall’agricoltore il
prodotto presenti soglie di OGM superiori allo 0,9%. Ecco allora che anche in
questo caso difficilmente il nostro produttore adotterà pratiche colturali più
costose nell’incertezza di concretizzare con un maggior prezzo il risultato
della coltivazione. Ancora una volta, consapevole del fatto che difficilmente
potrà avere la certezza di ottenere una produzione “OGM Free” o al di sotto
della soglia di tolleranza, egli sarà portato a coltivare piante OGM, in quanto
saranno le uniche che determineranno certezze in merito ai costi di produzione
ed ai prezzi di vendita;
3)
chi pagherà i maggiori costi? Nel caso delle produzioni “OGM free” il mercato offre spunti di
riferimento, in quanto attualmente queste produzioni sono caratterizzate da
prezzi superiori al prodotto convenzionale dell’ordine del 5% circa. E’ ovvio
che queste maggiorazioni di prezzo ricadranno sul consumatore, il quale si
troverà costretto a pagare di più il prodotto convenzionale, per il sol fatto
che qualcuno ha voluto introdurre un alimento del quale ancora non sono note le
reali capacità produttive, nutrizionali e ambientali.
4)
chi guadagnerà da questa situazione? Ancora una volta si sottolinea il fatto
che in questa situazione gli unici che guadagneranno saranno i produttori di
alimenti ritenuti di scarsa qualità dal consumatore e gli alimenti OGM secondo
le ultime indagini rientrano tra questi.
In conclusione, la coesistenza tra produzioni transgeniche
e convenzionali determina un ampliamento delle problematiche produttive e
decisionali per l’intera filiera produttiva, dall’agricoltore, al
trasformatore, al distributore. E’ ovvio che in una situazione di incertezza in
cui non sarà possibile determinare a priori la qualità del prodotto finale
ottenuto, il produttore agricolo sarà portato a sostituire le produzioni convenzionali
con quelle transgeniche, in quanto saranno le uniche che offriranno certezza
nei costi di produzione e nei prezzi di vendita (in pratica egli sarà portato a
non rischiare di coltivare con i costi del convenzionale, per poi vendere ai
prezzi del transgenico). Ecco allora che, ancora una volta, la “Moneta cattiva
scaccerà la moneta buona”.
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lunedì 31 dicembre 2012
OGM e deruralizzazione del territorio
Gli OGM contribuiranno al mantenimento dell’attività agricole
in aree meno dotate da un punto di vista delle capacità produttive dei terreni,
le cosiddette aree marginali?
Trattasi di una
problematica di estrema rilevanza, in quanto da sempre l’agricoltura svolge un
ruolo di rilievo per la nostra società. Da un lato essa è fonte rinnovabile di
beni di consumo, siano essi alimentari e non, dall'altro costituisce l'unica
attività che consente di "presidiare" costantemente il territorio,
impedendo fenomeni di dissesto idrogeologico e fenomeni legati al degrado
dell'ambiente antropizzato. In particolare, in un'ottica di sviluppo
sostenibile le principali attività che l'agricoltura, e l'agricoltore, deve
assicurare alla collettività possono essere riassunte nelle seguenti:
-
produzione di derrate agricole;
-
fornitura di materie prime per altri
settori economici;
-
presidio del territorio;
-
manutenzione del territorio;
-
tutela della flora e della fauna;
-
conservazione della biodiversità;
-
riciclo degli effetti ambientali
negativi prodotti da altre attività produttive o di consumo sul territorio
(assestamento del territorio, immobilizzazione dell'anidride carbonica, ecc.);
- conservazione
del paesaggio e del territorio rurale;
- conservazione
di elementi culturali tradizionali;
- conservazione
di tecniche di trasformazione e di pratiche gastronomiche tradizionali.
Pertanto, la
nostra società ha bisogno della presenza dell’agricoltura e dell’agricoltore
sul territorio rurale e dovrà adottare politiche agrarie in grado di proteggere
il suo reddito, al fine di consentire la permanenza di questa attività anche in
aree marginali (di collina, di montagna), che non possono certo competere sulla
base dei bassi costi di produzione, ma che possono essere competitive solo
sulla base di presupposti di qualità dei prodotti che offrono sul mercato.Dalle suddette considerazioni si evince
che l'aspetto produttivo rappresenta solo una parte delle finalità a cui
l'agricoltura deve rispondere, per cui prima di introdurre nel nostro Paese la
coltivazione di OGM occorrerà verificare l'impatto che questa tecnologia potrà avere
su questo settore economico. In particolare, alcuni dubbi sorgono in merito al
mantenimento della sua competitività sul mercato internazionale. L'agricoltura
italiana si caratterizza per la presenza di aziende agricole di modeste
dimensioni, che spesso non possono certo permettersi l'acquisto di macchinari
specifici per una determinata coltura, per un costo dei fattori produttivi molto
elevato (terra e manodopera soprattutto) e per limitazioni di carattere
ambientale in merito all'utilizzazione di determinati fattori della produzione
(concimi, antiparassitari, ecc.). Come potrà competere la nostra agricoltura,
anche se saranno introdotte le piante transgeniche, con l'agricoltura americana
o argentina, dove aziende agricole di migliaia di ettari sono alla continua
ricerca dell'automazione del processo produttivo (e le piante transgeniche
costituiscono il primo passo per ottenerla)? Come potrà farlo, se consideriamo
che il processo produttivo sarà controllato dai satelliti e dove l'intervento
dell'uomo sarà quasi nullo? Trattasi di un problema reale che potrebbe
contribuire alla scomparsa dell'agricoltura dai territori marginali, alimentando
fortemente tutte quelle problematiche connesse alla conservazione ed alla
tutela del territorio. E' senza dubbio un argomento che rappresenta una delle
frontiere più interessanti e nello stesso tempo più inquietanti della vita
contemporanea, uno dei campi in cui scienza, ricerca, tecnologia ed etica si
intrecciano, dando vita a problematiche, spesso sconosciute, che con ogni
probabilità si ripercuoteranno a lungo sullo sviluppo della nostra società e su
quello delle generazioni future. In particolare, si tratta di una tecnologia
fortemente innovativa, che rende le piante simili a laboratori in grado di
produrre di tutto ovunque. Con le moderne biotecnologie sarà
"finalmente" possibile indurre nelle piante la resistenza al freddo,
in modo tale da poter coltivare piante tipicamente mediterranee (agrumi, olivo,
vite, ecc.) in ogni parte del pianeta; sarà possibile introdurre resistenza a
fattori pedoclimatici avversi (acidità, contenuto di calcare, contenuto di
sodio, ecc.) rendendo possibile l'ampliamento delle aree di produzione di
qualsiasi pianta; sarà possibile "generare" piante che per fiorire
hanno un ridotto fabbisogno di freddo invernale, per cui sarà possibile
produrre mele e pere tipiche delle aree settentrionali anche nelle regioni meridionali
della penisola; sarà possibile far produrre a piante erbacee annuali le
sostanze che attualmente otteniamo dopo anni di allevamento da piante arboree
(per esempio sembra che sia possibile ottenere olio di colza uguale a quello
ottenuto dalla spremitura delle olive), e gli esempi potrebbero continuare
ancora. E' fuori da ogni dubbio il fatto che le potenzialità di questa nuova
tecnologia siano enormi e di portata tale da poter affermare che difficilmente
sarà possibile operare una obiettiva e rispondente previsione degli effetti che
essa potrà avere sul settore agricolo (con particolare riferimento all'azienda
agricola) e, conseguentemente, sul territorio rurale, del quale l'azienda
agricola è sicuramente soggetto predominante.La possibilità di ottenere "nuovi individui"
appositamente progettati e realizzati per poter resistere a condizioni
pedoclimatiche avverse pone il problema dell'eventuale spostamento delle
produzioni da quelle che attualmente sono le tradizionali aree di coltivazione
e/o di allevamento, con conseguente aggravamento delle problematiche legate al
presidio e alla conservazione del territorio rurale. Tale nuova localizzazione
potrebbe avvenire sia allo scopo, più che legittimo, di aumentare il grado di
autoapprovvigionamento alimentare di una determinata regione, sia, meno
legittimamente, per incentivare la produzione in aree dove è possibile reperire
a più basso costo i fattori produttivi necessari ad ottenerla per poi esportare
i prodotti ottenuti sui mercati di consumo. In quest'ultimo caso, oltre ai
problemi legati alla disoccupazione e all'esodo rurale che si verificherebbe
nei territori in cui quella particolare attività viene abbandonata,
inevitabilmente, un aumento dell'impatto ambientale provocato dalle operazioni
di condizionamento, trasporto e ridistribuzione, necessarie per far giungere i
prodotti dai luoghi di produzione ai mercati di collocamento. In questa
situazione verrebbero meno anche gli elementi legati alla "tipicità"
delle produzioni agricole, intendendo con questo termine il legame esistente
tra tipologia del materiale di propagazione, tecnica di produzione e luogo di
produzione. In particolare, con l'introduzione di organismi geneticamente
modificati sarà possibile superare il limite naturale che ostacola la
diffusione di determinate produzioni in ambiti a loro ostili (è il caso per
esempio di gran parte delle produzioni ortofrutticole mediterranee), poichè
mediante l'"ingegneria genetica" sarà possibile introdurre geni in
grado di conferire alla pianta una specifica resistenza a fattori pedoclimatici
avversi. Queste ultime affermazioni pongono problematiche decisamente rilevanti
per i Paesi che si affacciano sul mediterraneo:
-
cosa ne sarà degli agricoltori che attualmente ricavano un reddito da queste
coltivazioni, una volta che sarà possibile ottenerle anche in altre aree del
pianeta? -
cosa ne sarà del paesaggio rurale tipico di determinati territori, allorchè la
diminuita domanda di questi prodotti determinerà il loro abbandono da parte
degli agricoltori?- cosa ne sarà degli elementi di cultura
tradizionali legati a determinate produzioni tipiche?- cosa ne sarà delle tradizionali
filiere legate alle produzioni agricole localizzate nell’area mediterranea
(trasformazione e commercializzazione in primis)?
- quali interventi occorrerà mettere in
atto per contrastare l'abbandono di queste coltivazioni, in relazione alla
funzione paesaggistica e di contenimento del dissesto idrogeologico da esse
determinato?
A decretare la perdita di competitività delle produzioni agricole attuate
in aree marginali sarà poi l’inevitabile diminuzione dei prezzi delle materie
prime agricole, in relazione all’abbattimento dei costi di produzione generati
dagli individui biotecnologici. Infatti, in questo settore economico, al
contrario di quanto avviene in quello industriale che opera per la gran parte
in condizioni di oligopolio, si è in presenza di un'offerta decisamente
atomistica. In questa situazione l'agricoltore non è in grado di controllare il
prezzo dei suoi prodotti. E’ forse inutile far osservare che i maggiori danni
saranno subiti dalle aziende agricole ubicate in aree marginali, che dovranno
continuare ad operare in un mercato in cui troveranno produzioni OGM ottenute
in aree molto produttive ed offerte ad un prezzo sempre più basso. Queste
aziende, non più remunerative per il mercato, saranno con ogni probabilità
abbandonate con tutte le conseguenze di ne potranno derivare in termini di
conservazione dell’assetto idrogeologico, di tutela del paesaggio, di presidio
del territorio, ecc.
L’inevitabile contrazione dei prezzi indotta dall’utilizzazione di OGM può
determinare anche una diminuzione del
reddito reale dell’agricoltore, in quanto i prezzi dei prodotti non
agricoli che egli acquista sul mercato rimarranno, nella migliore delle
ipotesi, costanti (se il prezzo del grano diminuisce, occorrono più quintali di
grano per acquistare un’automobile, un televisore, un abito, ecc.).
Addirittura, per la legge di Engel, vi è la possibilità che, in relazione ad un
aumento del reddito reale del consumatore, favorito dalla diminuzione del
prezzo dei prodotti agricolo-alimentari (se diminuisce il prezzo degli
alimenti, a parità di reddito il consumatore può acquistare una maggior
quantità di altri beni), si verifichi un aumento della domanda di beni non
agricoli, con conseguente aumento del loro prezzo e conseguente ulteriore
diminuzione del reddito reale dell'agricoltore. Ecco, allora, che in questa
situazione l’agricoltore si sentirà “più povero”, in quanto sarà costretto a
produrre di più (anche attraverso un maggior sfruttamento delle risorse
naturali) per poter mantenere il precedente livello di benessere, in pratica,
per mantenere lo stesso livello di potere d’acquisto. Del resto le moderne
biotecnologie in agricoltura incrementando
la produttività e, soprattutto, la
produzione agricola, tendono
a ridurre i
prezzi e a
mettere in moto
un processo di
"macina
tecnologica" che porta,
tra l'altro, all'espulsione dal
mercato di una parte di agricoltori
che, nel caso in cui le
condizioni del mercato del lavoro
extra-agricolo lo rendano possibile,
si spostano su occupazioni extra-agricole a più alta remunerazione.
Ecco allora che possono venir meno le condizioni che
attualmente consentono la permanenza delle aziende agricole anche in territori
marginali, dove a fatica l’agricoltore riesce ancora a ricavare un certo
reddito dall’attività di coltivazione delle piante e di allevamento degli
animali. Cosa ne sarà dell’agricoltura attuata in territori marginali che vedranno
diminuire i prezzi dei prodotti agricoli, prezzi che già ora, in molti casi,
non sono in grado di fornire un pieno reddito all’agricoltore? La risposta è
semplice: con ogni probabilità questi territori saranno abbandonati, con
amplificazione dei problemi connessi all’esodo rurale delle famiglie contadine
ed al dissesto idrogeologico del territorio. La stessa domanda si può porre in
altri termni con conclusioni non dissimili: che cosa ne sarà
dei fattori della produzione liberati dall'adozione degli individui biotecnologici? Essi,
con ogni probabilità, potranno
avere due destinazioni:
- potranno essere
impiegati in altri settori economici (industriale o terziario) nel caso in cui
ve ne sia la necessità;
- potranno continuare ad
essere impiegati nell'azienda agricola,
nel caso in cui, al contrario della situazione precedente, non vi sia
richiesta di tali fattori in altri settori economici.Nel primo caso si avrebbe un aumento
dell'esodo rurale, con aumento quindi delle problematiche relative al presidio
ed alla manutenzione del
territorio. Nel secondo caso si
assisterebbe ad un aumento dell'offerta di
questi fattori della
produzione, con conseguente abbassamento delle relative
remunerazioni e creazione di aziende agricole extramarginali; aziende
che con
la loro attività non
sono più in
grado di remunerare adeguatamente i fattori della produzione
(in esubero) impiegati.
Il minor reddito per il produttore
agricolo delle aree marginali è anche conseguenza del fatto che gli OGM sono
sostanzialmente disattivanti nei confronti dei fattori della produzione che
egli apporta direttamente (manodopera soprattutto) e richiedono, nello stesso
tempo, un maggior apporto di fattori esterni all’azienda agricola, fattori
produttivi di origine industriale (sementi che offrono dei vantaggi ma che
costano di più e fattori produttivi in grado di far produrre le stesse
sementi), che l’agricoltore è costretto ad acquistare sul mercato. Questa
situazione è particolarmente dannosa per le aziende agricole di modeste
dimensioni come quelle italiane, nelle quali il lavoro manuale rappresenta
ancora una componente importante del reddito netto derivante dall’attività
agricola. Una politica di
questo tipo, operata soprattutto dall'industria produttrice
dei mezzi tecnici per l'agricoltura, è
nota come politica di
"appropriazionismo", mediante
la quale viene perseguita una strategia che mira ad aumentare
il grado di industrializzazione del processo
produttivo agricolo tramite l'espropriazione di
attività tradizionalmente svolte all'interno dell'azienda agricola e la loro sostituzione
con input di origine industriale. Anche in
questo caso si assisterebbe
ad una perdita di importanza del settore
agricolo, che vedrebbe diminuire il fabbisogno
di manodopera, per lo più di tipo familiare, necessario per portare a termine le produzioni, con
conseguente aumento delle
problematiche relative all'esodo rurale, all’occupazione ed al presidio ed alla conservazione del territorio. A questo proposito possiamo
affermare che, soprattutto per le coltivazioni erbacee annuali, la semente
biotecnologica potrebbe rappresentare il primo passo per consentire la completa
automazione del processo produttivo agricolo (piante autosufficienti, resistenti
a tutti i tipi di malattie e che crescono ovunque), un processo produttivo che
sarà controllato dai satelliti, che non
avrà più bisogno dell’agricoltore o, per lo meno, ne avrà bisogno in modo molto
limitato. E’ in questo contesto, ovvero in un contesto in cui il reddito da
capitale prevarrà sul reddito fornito dagli altri fattori produttivi (terra e
lavoro che molto spesso sono di proprietà dello stesso imprenditore agricolo),
che si creano i presupposti per il passaggio del controllo del territorio
rurale dall’agricoltore, che non riesce più a ricavare un reddito adeguato
dall’attività agricola poiché i fattori della produzione di cui dispone non
sono più necessari e quindi non sono più remunerati, ad individui estranei
all’attività agricola, che con i propri capitali, o con i capitali di terzi,
saranno in grado di subentrare non soltanto nell’attività di coltivazione, ma
anche nella proprietà delle aziende agricole.
Tale situazione, inevitabilmente, darà origine a gravi problemi di
sostenibilità del territorio rurale, in quanto le tecniche di produzione che
questi “nuovi agricoltori” adotteranno saranno sicuramente indirizzate alla
massimizzazione del reddito da capitale da loro stessi fornito.
Con l'introduzione di individui geneticamente modificati
l'agricoltore potrebbe perdere
parte delle funzioni imprenditoriali, poichè verrà ad assumere sempre più importanza il
settore industriale, quale fornitore del
materiale di propagazione (semente
transgenica resistente ad un determinato diserbante) e dei mezzi tecnici
necessari per portare a
termine il processo produttivo (diserbante complementare alla
semente transgenica), nonchè quale
utilizzatore del prodotto agricolo ottenuto. In
particolare, sarà sempre più possibile modificare il
pacchetto di informazioni
genetiche che controllano
la crescita delle
piante e le loro
reazioni nei riguardi
dell'ambiente. I programmi
di riproduzione renderanno
l'agricoltura sempre più
indipendente dall'ambiente naturale. Il raccolto
agricolo non sarà più determinato fondamentalmente dalle specifiche condizioni
naturali (natura del suolo,
clima, ecc.) ma dall'ammontare delle conoscenze scientifiche e tecnologiche che sono incorporate nei prodotti di base (sementi, metodi di difesa), destinati a
determinare dove, come e
quando l'agricoltore deve
seminare, raccogliere e quali cure deve dedicare alle sue colture.A proposito delle precedenti
affermazioni, occorre
rilevare che l'introduzione di individui
geneticamente modificati potrebbe comportare anche una diminuzione
dell'importanza di questo settore economico in
relazione alle strategie di
"sostituzionismo" messe
in atto dal settore
industriale legato alla
trasformazione dei prodotti agricoli. In
particolare, la possibilità
recentemente offerta dalle biotecnologie
avanzate di intervenire
sulla base organica del
processo produttivo agricolo,
manipolandola e
controllandola, consente per la prima
volta di rimuovere l'ostacolo che
ha finora impedito la
completa industrializzazione del processo
produttivo agricolo e la produzione
industriale di materia organica,
in tal modo permettendo
l'unificazione delle varie fasi di produzione di prodotti alimentari in un unico processo produttivo di tipo industriale. Questa
opportunità è resa possibile dallo
sviluppo di organismi
fortemente specializzati nella
produzione di materie
prime di base (vitamine,
carboidrati, grassi, ecc.).
Tali sostanze potranno poi
essere utilizzate dall'industria
per produrre beni alimentari e
non.
Per lo
"sviluppo sostenibile" della nostra agricoltura occorrerà poi
rivedere le norme relative alla brevettabilità
dei prodotti transgenici, in quanto non è possibile accettare che colui che
ha inserito un gene in una pianta acquisisca il “monopolio di fatto” su quella
pianta, impedendone, così, la libera coltivazione.
Qualcuno potrebbe affermare che i precedentI scenari sono in
contrasto con quello che è accaduto in alcuni Paesi (U.S.A., Canada,
Argentina), nei quali, a “testimonianza
del gradimento degli agricoltori”, si è avuto un forte incremento delle
superfici destinate alla coltivazione di piante transgeniche. A tal riguardo
occorre osservare che l’incremento delle superfici si è avuto solo nei Paesi in
cui si è in presenza di un’unica filiera di distribuzione per il medesimo
prodotto, sia esso transgenico o non
transgenico. In presenza di un’unica filiera, e con prezzi flettenti dei
prodotti così come si è verificato per la soia e per il mais transgenici, è
ovvio che se l’agricoltore vuole conservare un certo margine di redditività
dall’attività di coltivazione, sarà “costretto”, anche suo malgrado, a seminare
le cultivar caratterizzate dal minor costo di produzione (ovvero quelle
transgeniche). Ecco allora che l’incremento delle superfici coltivate è dovuto,
non tanto ad un gradimento dell’agricoltore nei confronti di queste piante, ma
alla necessità da parte dello stesso di mantenere un certo margine di
redditività dall’attività agricola (è ovvio che se il prezzo del mais
transgenico è uguale a quello del mais convenzionale, egli coltiverà quello
caratterizzato dal minor costo di produzione, ovvero quello transgenico).
A
questo punto, e sulla base delle considerazioni precedenti,
occorre valutare attentamente se
l’introduzione di OGM in agricoltura
risponde a presupposti di "sviluppo sostenibile", sia da un
punto di vista dei "reali
vantaggi" ottenibili
dall'attuale società e dalle generazioni
future, sia da un punto di vista dei
"reali vantaggi" ottenibili dal
settore agricolo.
Occorre
rilevare poi che in un
futuro ormai prossimo, le nostre produzioni dovranno confrontarsi con quelle
provenienti da Paesi caratterizzati da costi di produzione decisamente
inferiori ai nostri, da Paesi che non hanno limitazioni nell’utilizzazione di
determinati prodotti chimici, siano essi concimi e/o antiparassitari, da Paesi
nei quali il lavoro minorile non è tutelato o è, addirittura, incentivato e/o
sfruttato, da Paesi che non saranno in grado di garantire il materiale genetico
da cui deriva la produzione e l’elenco potrebbe continuare ancora. Ecco allora
che nei prossimi anni i problemi per l’agricoltura nazionale deriveranno con
ogni probabilità anche dalla globalizzazione dei mercati e dalla conseguente
realizzazione di un grande mercato mondiale dei prodotti alimentari, un mercato
dove con ogni probabilità l’imperativo sarà produrre di più (non importa con
quale tecnica e/o con quale materiale genetico) ai più bassi costi possibili,
per poi vendere i prodotti ottenuti laddove ci sono i soldi per acquistarlo.
In un contesto come quello delineato
occorre chiedersi: ma i bassi costi e la globalizzazione dei mercati si
conciliano con la qualità della produzione da tutti auspicata? Si adattano alla
necessità di assicurare un reddito anche agli agricoltori delle aree
“svantaggiate” da un punto di vista dei costi di produzione? Si conciliano con
lo sviluppo sostenibile del territorio? Riescono a preservare l’identità
culturale, economica, sociale e professionale di un territorio?
E’ a queste domande che occorre fornire una risposta, al fine
di verificare se nel lungo periodo gli OT e il conseguente processo di
globalizzazione dei mercati rappresenti per il territorio rurale del nostro
Paese un’opportunità o, al contrario, una strada pericolosa, che potrebbe
determinare effetti dannosi per il benessere della nostra società e per quello
delle generazioni future.
Pertanto, le problematiche relative all'introduzione di
coltivazioni transgeniche di prima generazione sono notevoli e di portata tale
da non giustificare una decisione affrettata. In particolare, come per le altre
innovazioni tecnologiche, la loro
applicazione può essere buona, mediocre o, addirittura, cattiva. Per il
momento, le moderne biotecnologie hanno riguardato solo ed esclusivamente
applicazioni finalizzate all'automazione del processo produttivo agricolo.
Certamente la nostra agricoltura da sempre basata su presupposti di tipicità e
di qualità non ha bisogno dell'attuale biotecnologia, che per essere
considerata sostenibile dovrebbe avere possibilità applicative decisamente migliori.
Occorrerà poi valutare attentamente se
questi "nuovi alimenti" rispondono ad una reale esigenza
del consumatore. Soprattutto nell'attuale momento in cui quest'ultimo tende
a privilegiare la tipicità, la salubrità e, più in generale, la naturalezza dei
prodotti alimentari (il forte aumento del consumo di produzioni biologiche ne è
una conferma), si può affermare che il loro sviluppo è sicuramente
controtendenza. Una controtendenza che andrà valutata attentamente, al fine di
non impiegare risorse e capacità umane nello sviluppo di produzioni delle
quali, per il momento, non abbiamo una reale necessità.
In definitiva, compito dell’attuale
generazione, se veramente crede che questa tecnologia possa essere determinante
per lo sviluppo sostenibile, è quello di fugare ogni dubbio
applicativo, in ossequio al principio di precauzione, demandandone
l’applicazione in campo aperto alle future generazioni.
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