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lunedì 29 aprile 2013

LA SCOMPARSA DELLA NOSTRA INDUSTRIA SEMENTIERA


In questi ultimi anni il più evidente elemento di trasformazione, a livello mondiale, del settore sementiero, è stato il massiccio ingresso in queste attività di grandi imprese multinazionali che, già attive nel settore chimico e farmaceutico, hanno esteso il proprio campo di azione all’ingegneria genetica e alla commercializzazioni dei prodotti biotecnologici.
         Tale evoluzione ha determinato una forte riduzione della nostra industria sementiera, che rappresenta un reale pericolo per la nostra sicurezza alimentare, sia essa intesa in termini quantitativi, sia essa intesa in termini qualitativi.
In particolare, di seguito saranno evidenziate le principali società che operano nel settore, con le relative quote di mercato a livello mondiale:
1)    Monsanto (USA) …………………23%
2)    DuPont (USA)…………………….15%
3)    Syngenta (Switzerland)……………9%
4)    Groupe Limagrain (France)………6%
5)    Land O’ Lakes (USA)……………...4%
6)    KWS AG (Germany)……………….3%
7)    Bayer (Germany)……………………2%
8)    Sakata (Japan)……………………..<2%
9)    DLF-Trifolium (Denmark)………..<2%
10)                      Takii (Japan)……………...…<2%

TOTALE……………………………68% circa

Le strategie di sviluppo attuate dalle multinazionali hanno sostanzialmente determinato due grandi fenomeni:
i) una crescente concentrazione dell’offerta sia nel settore degli agrofarmaci, che in quello delle sementi;
 ii) una crescente osmosi tra il settore delle sementi e quello degli agrofarmaci, nonché tra tali settori e quello farmaceutico.
Come esito di tali processi, non soltanto si assiste a una progressiva assimilazione dell’identità degli operatori presenti nel settore delle sementi e in quello degli agrofarmaci, ma anche ad un’analoga evoluzione delle dinamiche competitive, incentrate in misura crescente sullo sfruttamento e sulla difesa dei diritti di proprietà intellettuale, così come da anni avviene nel settore farmaceutico.
A livello mondiale, 5 grandi compagnie controllano oltre il 90% delle colture transgeniche (Monsanto, Aventis, Syngenta, DuPont e Dow). Esse sono il risultato di un intenso processo di fusioni e di acquisizioni attuate negli ultimi decenni: Syngenta è, a esempio, il risultato della fusione parziale tra la britannica Zeneca e l'elvetica Novartis, la quale a sua volta era frutto della fusione tra Ciba Geigy e Sandoz; Monsanto si è ingrandita grazie a una serie numerosa di acquisizioni di compagnie quali Asgrow, Agracetus, Dekalb, Cargil, ecc.; Aventis nasce dalla fusione della francese Rhone Poulenc e della tedesca Hoest; Du Pont ha acquistato la Pioneer.
I processi di concentrazione e integrazione descritti, funzionali al perseguimento della massima efficienza tecnico-produttiva, pongono tuttavia il problema dei possibili comportamenti strategici dei grandi gruppi multinazionali diretti a realizzare un maggiore controllo dei mercati e a orientare le scelte degli utilizzatori. Da un lato, infatti, l’evoluzione tecnologica e normativa dei settori in esame ha certamente generato la necessità di disporre di maggiori risorse e dimensioni per affrontare gli ingenti costi legati allo sviluppo e alla registrazione delle nuove varietà e delle nuove molecole; dall’altro, la concentrazione in poche mani delle risorse destinate alla ricerca e allo sviluppo delle varietà di sementi, nonché delle sostanze più idonee a garantirne la coltivazione e la crescita, consente di esercitare un potere di mercato nei confronti degli agricoltori, utilizzatori finali dei prodotti sementieri e fitofarmacologico, aumentandone di fatto il grado di dipendenza dall’industria della produzione degli input.
Al riguardo, è appena il caso di ricordare, ad esempio, come la diffusione di prodotti trasngenici, tutelati dai diritti di protezione intellettuale, ostacoli l'utilizzazione delle sementi di seconda generazione per la semina successiva, garantendo l'impossibilità per gli agricoltori di appropriarsi del seme proveniente dal raccolto dell'anno precedente senza corrispondere i relativi diritti all'azienda costitutrice.
Nonostante in Europa e in Italia l'espansione dei prodotti biotecnologici sia stata sino ad oggi frenata da una normativa ambientale e sanitaria più restrittiva, ispirata al principio di precauzione per evitare gli effetti nocivi degli OGM sulla salute e sull'ambiente, ormai anche in tali aree la tendenza in atto è verso una maggiore concentrazione della produzione in capo alle stesse multinazionali.
Sotto il profilo concorrenziale, il settore sementiero è rappresentato da un insieme estremamente numeroso e composito di mercati, che si differenziano tra di loro sia a livello orizzontale, in funzione della specifica tipologia di coltivazione cui la semente è destinata (riso, mais, soia, orticole, barbabietole, ecc.), sia, a livello verticale, in funzione della specifica fase della catena produttiva e distributiva alla quale si fa riferimento. Ciò in quanto, ad esempio, l’immissione sul mercato di sementi comporta la realizzazione di diverse attività produttive, verticalmente collegate, nelle quali sono spesso presenti soggetti imprenditoriali distinti, caratterizzati da un diverso grado di integrazione verticale. Solo in un numero ristretto di casi, l’attività delle imprese sementiere si estende dalla fase più a monte della ricerca di base sino alla quella più a valle della distribuzione agli utilizzatori finali.
Le ditte sementiere possono ad esempio distinguersi a seconda che:
1) siano attive anche nella fase della ricerca di base finalizzata alla realizzazione del materiale genetico (ricerca genetica);
2) si limitino ad acquistare il materiale genetico di base e a svolgere attività di moltiplicazione;
3) siano costitutori del materiale di moltiplicazione e procedano all’iscrizione delle varietà, commercializzandole con marchio proprio;
4) acquistino le diverse varietà di seme per rivenderle con un proprio marchio.
E' evidente che la struttura dei mercati tende ad essere tanto più concentrata quanto più si risale alla fase produttiva a monte della ricerca di base, la quale richiede ingenti investimenti, non solo legati ai costi specifici dell'innovazione e della sperimentazione, ma anche alla necessità di affrontare i rischi commerciali legati all'immissione sul mercato delle nuove molecole e delle nuove varietà.
Secondo i dati contenuti nell'ultimo rapporto disponibile di Databank  sull'industria sementiera in Italia, nel 2007 le prime 8 imprese controllavano circa il 50% del settore, mentre le prime 4 circa il 40%. Maggiori livelli di concentrazione si riscontravano nei comparti del mais e della soia, mentre si osservava una forte polverizzazione dell'offerta soprattutto nelle aree delle foraggere e delle orticole.
La concentrazione di imprese che forniscono gli strumenti alla produzione agricola, quali le sementi e gli agrofarmaci, configura un regime di oligopolio che incide pesantemente sui rapporti contrattuali tra i soggetti della filiera, specialmente per quanto attiene all'andamento dei prezzi dei suddetti mezzi tecnici di produzione, che mostrano crescite costanti rispetto a quelle registrate per i prezzi alla produzione.
        Gli agricoltori sono costretti a confrontarsi con poche imprese organizzate su basi multinazionali che, di fatto, svolgono sempre e comunque il ruolo di price maker a fronte della concentrazione dell'offerta dei mezzi tecnici di produzione.
Il regime di oligopolio in cui opera il mercato delle sementi favorisce inoltre la riduzione della base genetica e della diversità genetica delle risorse fitogenetiche per l'alimentazione e l'agricoltura, diminuendo la possibilità di scelta degli agricoltori e quindi la loro libertà imprenditoriale.
        La base genetica andrebbe invece ampliata attraverso la produzione di sementi che siano realmente diversificate (non solo nel nome) in una logica di mercato libero in cui sia garantita la protezione dei diritti brevettuali, rafforzando la vigilanza sull'operato dell'Ufficio europeo dei brevetti.
Per quanto venga sempre più riconosciuta l'importanza del ruolo dei sistemi informali delle sementi nel mantenere la biodiversità agricola, occorrono maggiori sforzi a sostegno delle produzioni locali, per il miglioramento dell'accesso a sementi di qualità e per lo sviluppo dell'imprenditoria su piccola scala.
        Alcuni strumenti atti a favorire la diversificazione delle sementi sono già operativi, ma vanno potenziati in una logica di sistema che coinvolga tutti gli operatori della filiera. Il Trattato internazionale sulle risorse fitogenetiche per l'alimentazione e l'agricoltura, ponendo l'accento sulla speciale natura di tali risorse e sulle peculiarità delle loro caratteristiche, rappresenta la cornice normativa entro la quale attivare una serie di azioni che vanno dall'attuazione delle indicazioni dettate dalle «Linee guida nazionali per la conservazione in situ, on farm ed ex situ della biodiversità vegetale, animale e microbica di interesse agrario» (adottate con decreto del Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali 6 luglio 2012, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 171 del 24 luglio 2012) ad una più attenta riformulazione dei piani di sviluppo rurale.
        La conservazione e il miglioramento delle risorse genetiche vegetali in situ e on farm dipendono tuttavia dalla possibilità effettiva di utilizzare tali risorse in modo duraturo e richiedono pertanto norme che permettano la commercializzazione di materiali genetici diversificati. Il quadro giuridico di riferimento deve pertanto consentire la commercializzazione di varietà provenienti dalla conservazione in situ e non incluse negli elenchi ufficiali delle sementi, che si fondano sui criteri di conformità «DUS» (carattere distintivo, uniformità e stabilità). Occorre cioè consentire la coltivazione e la commercializzazione di sottospecie indigene e varietà che si sono adattate naturalmente alle condizioni locali e regionali e che sono minacciate dall'erosione genetica. In tal senso, per tutelare le varietà da conservazione, ossia quelle dotate di determinate caratteristiche, a partire da un legame tra risorsa genetica, storia e territorio, l'Italia ha disciplinato, con decreto del Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali 18 aprile 2008, le condizioni per la commercializzazione di sementi di varietà da conservazione. Queste, dopo essere state iscritte in una apposita sezione del registro nazionale delle varietà di specie agrarie e ortive, possono essere commercializzate in modiche quantità, mediante vendita diretta da parte dei produttori e soltanto in ambito locale.
       In conclusione, gli strumenti per una razionalizzazione del mercato delle sementi esistono, ma occorre che diventino temi rilevanti nell'agenda delle nostre istituzioni. L'insediamento di tavoli di confronto nei quali associazioni degli agricoltori, ministeri competenti, regioni e associazioni di rappresentanza delle case produttrici di sementi e fitofarmaci possano confrontarsi periodicamente su soluzioni operative per migliorare il sistema, potrebbe essere un primo passo per arrecare grandi benefici al settore agroalimentare.