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mercoledì 5 dicembre 2012

Agrobiotecnologie e OGM: una valutazione di ordine etico


Agrobiotecnologie e OGM: una valutazione di ordine etico
Prof. Carlo Mons. Rocchetta
Consigliere Ecclesiastico Nazionale della CNCD

L'utilizzazione delle biotecnologie in campo agro-alimentare rappresenta una rivoluzione tanto rilevante da poter essere paragonata all'invenzione del fuoco alle origini dell'umanità, alla scoperta dell'energia elettrica in epoca moderna o all'utilizzazione dell'energia ato­mica in età contemporanea. Come tale, essa porta con sé una grande quantità di interrogativi etici su cui tutti, e specialmente noi credenti, siamo chiamati ad interrogarci. E' in gioco infatti il futuro stesso della comunità umana e del creato, della qualità della vita, dell'agricoltura e della sicurezza alimentare.
La posizione della Chiesa cattolica è, in questo senso, di grande prudenza, come è stato perfettamente espresso nella parole che il Santo Padre ha pronunciato nel Giubileo degli agricoltori, quando ha invitato gli operatori del mondo agricolo a:
"resistere alle tentazioni di una produttività e di un guadagno che vadano a discapito del rispetto della natura. Da Dio la terra è stata affidata all'uomo 'perché la coltivasse la custodisse' (Gen 2,15). Quando si dimentica questo principio, facendosi tiranni e non custodi della natura, questa prima o poi si ribellerà”.
E aggiungeva:
"E' un principio da ricordare nella stessa produzione agricola quando si tratta di promuoverla con /'applicazione di biotecnologie, che non possono essere valutate solo sulla base di immediati interessi economici. E' necessario sottoporle previamente ad un rigoroso con­trollo scientifico ed etico, per evitare che si risolvano in disastri per la salute dell' uomo e per l'avvenire della terra".
Una posizione non di chiusura, ma di discernimento e di opportuna cautela, in cui sono implicati almeno tre nodi problematici:
. il dialogo tra scienza e morale, evitando ogni fondamentali­smo e operando perché la scienza sia a servizio della persona umana e della collettività, non solo dell'economia e degli inte­ressi di pochi gruppi finanziari;
. la questione del rischio etico in campo agrobiotecnologico, mettendo in primo piano il principio della massima precauzio­ne rispetto a quello del cosiddetto "danno calcolato";
. il rispetto della natura, con interventi che non le facciano violenza, ma che salvaguardino l'unità dell'ecosistema e la biodi­versità.
E' chiaro che la mia riflessione si limita alla questione degli OGM in campo agro alimentare, lasciando da parte tutta la problematica relativa alla biomedicina e alla farmaceutica. Ritengo infatti che si debba porre una netta distinzione tra i due ambiti:
. il campo delle applicazioni biomediche e farmaceutiche è circoscritto alla cura di determinate situazioni di malattia e puòessere tenuto sotto un sufficiente controllo;
. il discorso delle agrobiotecnologie avanzate è invece indirizza­to ad intervenire sulla natura in una forma globale, introducen­do modifiche sostanziali nel sistema-vita e nella relazione tra le specie, con effetti a campo aperto certamente più difficili da controllare.


1.  IL DIALOGO TRA SCIENZA E MORALE

La scienza riveste certamente un compito primario nel cammino dell'umanità, e nessuno si sogna di negarne la validità. Il problema è sapere quale scienza, a servizio di chi e di che cosa? E' questo l'interrogativo di fondo.

1.1. - Si deve in primo luogo distinguere tra ricerca scientifica e applicazioni, tra scienza e tecnologia. Non a caso il Santo Padre parla di "applicazione biotecnologiche", non di "ricerca scientifica".
La ricerca scientifica è necessaria, a condizione ovviamente che si attui con mezzi leciti e sia indirizzata a fini umanistici, e si ponga quin­di a servizio della vita e di una sua migliore qualità, e mai contro.
Le applicazioni biotecnologiche richiedono invece di essere sottoposte al vaglio delle scienze dello spirito (dall'etica alla filosofia della scienza, al diritto e alla stessa politica), evitando ogni forma di integralismo scientifico in base a cui ciò che è tecnicamente possibile diviene ipso facto, sempre e in ogni caso, eticamente valido e legittimo. Non è così!
Se ci si deve guardare dal pregiudizio antiscientifico, ci si deve in pari tempo e con la stessa forza tenere lontani da ogni determinismo scientifico.
Non è corretto, sotto il profilo etico, passare direttamente dalle scoperte scientifiche alle loro immediate applicazioni senza la mediazione delle scienze dello spirito, senza quindi una verifica interdisciplinare sulle implicazioni che esse possono avere sul piano del bene della per­sona e del bene comune.
Non si tratta - come è chiaro - di fermare anacronisticamente la scienza, ma di farle ritrovare il suo vero statuto, la sua vera funzione antropologica, mettendola in dialogo con la comunità civile e con le altre scienze, in modo che si possa attuare:
. come scienza-sapienza, come un "sapere" a servizio dell'uo­mo, e non come un potere illimitato, per lo più in mano ad interessi di parte o di solo mercato;
. come scienza umanistica, cosciente delle sue enormi responsabilità nei confronti della comunità umana e dell' ambiente naturale, dell'oggi e del domani del pianeta terra.

1.2. - Ed è qui che interviene il secondo dato da precisare. A chi e a che cosa deve obbedire la ricerca scientifica e le sue applicazioni: a criteri solo di guadagno o non a criteri più alti? Sta in questo interrogativo uno dei punti nodali da sciogliere.
La quasi totalità della ricerca scientifica è oggi in mano a grandi gruppi privati che mirano ad applicazioni solo (o quasi solo) legate al profitto. E' giusto questo? A quali conseguenze conduce una simile situazione?
Non è giusto e le conseguenze sono che la scienza e le sue applicazioni finiscono per essere solo a servizio del grande capitale o della finanziarizzazione dell' economia.
E' urgente rivedere questa situazione e operare con sempre più forza perché la ricerca scientifica sia affidata anzitutto ad Enti Pubblici che ricerchino, nelle applicazioni, ciò che è il bene della collettività e dell’umanità, e non interessi particolari o di mero guadagno. Penso alla Comunità Europea e ai suoi ingenti fondi. Penso ai singoli Stati: che cosa fanno per promuovere autonoma­mente la ricerca scientifica? Più in particolare è legittimo chieder­si: perché gli enormi investimenti economici utilizzati per la ricer­ca dei prodotti transgenici non sono impiegati in una prospettiva positiva, per la conservazione, il miglioramento e l’incremento delle diverse specie esistenti, invece che per il loro impoverimen­to? Perché, ad esempio, questi enormi investimenti economici non sono utilizzati:
. per il rafforzamento della variabilità genetica naturale e il suo miglioramento?
. per la ricerca di antiparassiti naturali e il controllo delle erbe infestanti?
. per la gestione ecologica dei rifiuti e l'incremento delle tecni­che agronomiche di fertilizzazione?
. per metodi ecologici di produzione e di conservazione degli alimenti?
. per sostenere l'agricoltura ecocompatibile, invece di sottoporla al pericolo di contagio derivante dalle colture transgeniche?
. per l'incremento della qualità e della tipicità dei prodotti regionali e per un miglior equilibrio dell'ambiente?
Evidentemente questi settori non sono remunerativi.
Proprio il caso degli OGM è emblematico a riguardo: la prudenza che molti di noi manifestano, riguarda gli attuali OGM, derivanti da incroci transgenici, ossia dalla combinazione sistematica tra regni e specie diverse. Sono questi OGM che creano forti dubbi sia sul piano del rispetto della natura che per gli effetti che si possono avere sul­l'ambiente, sulla salute e la salubrità dei cibi.
Non è escluso che si possa pensare a OGM, chiamiamoli "eco­compatibili", ossia ad organismi rafforzati usufruendo delle loro stesse risorse o di incroci naturali, come si è sempre fatto in agricoltura, usufruendo per questo delle enormi possibilità che la scienza mette oggi a disposizione. Sarebbe questo un investimento importante, perché eliminerebbe alcuni eccessi di pesticidi e renderebbe la pianta capace, da sola, di difendersi da alcuni parassiti, senza fare violenza alla natura o correre il rischio di determinare effetti non previsti.
Perché non si fa? Evidentemente è un procedimento più lungo e non fa guadagnare come gli attuali OGM. Sono un po' transcent, ma non credo ci siano altre spiegazioni. E' una via percorribile? Personal­mente e concretamente se, a livello di principi, vedo l'opportunità di questa via, ne colgo al tempo stesso la difficoltà di attuazione, dato che tutto il discorso degli OGM è ormai gestito dal grande potere eco­nomico. Ma qualcosa bisognerà pur fare!


2. LA QUESTIONE DEL RISCHIO ETICO IN CAMPO AGROBIOTECNOLOGICO: "DANNO CALCOLATO" O PRINCIPIO DI PRECAUZIONE?

Eticamente quanto più un'azione può avere effetti gravi, estesi, irreversibili e incontrollabili tanto più esige di essere attentamente vagliata e sottoposta al criterio della massima precauzione.
Su questo aspetto la comunità scientifica mondiale è oggi divisa. Un numero sufficiente di scienziati ha sollevato dubbi sugli alimenti a base di OGM, dall' aumento di allergie e di intolleranze, al calo dei valori nutritivi, all'aumento della tossicità e della resistenza agli anti­biotici. Tra i potenziali rischi ambientali, sono segnalati i problemi dell'impollinazione incrociata, l'aumento nell'uso dei pesticidi e la distruzione di molte specie. Non manca perfino chi arriva a paventare una possibile serie di effetti a catena, derivanti dall'uso sempre più esteso di OGM, che potrebbero mettere in crisi lo stesso sistema-vita sul pianeta, come una potenziale "bomba biologica".
Se fossero veri questi pericoli, anche solo una parte, ci troveremmo di fronte a conseguenze devastanti e probabilmente non più sanabili all'interno dell' ecosistema.
Data questa incertezza e finché essa perdura, non è moralmente accettabile sottoporre /'umanità ad un rischio planetario di una tale portata.
L'industria mondiale degli OGM si difende affermando che nessun progresso è privo di rischi: i treni e gli aerei hanno i loro costi in vite umane; eppure nessuno sarebbe disposto a rinunciare ad essi. Ma siamo sicuri che sia la stessa cosa? Treni e aerei dipendono in gran parte dall'uso improprio che se ne fa e se possono comportare degli effetti negativi ciò riguarda generalmente ambiti circoscritti o singoli fruitori.
Gli interventi di ingegneria genetica in campo agro-alimentare concernono invece modificazioni permanenti, probabilmente irreversibili e, a lungo andare, imprevedibili impresse nel quadro della struttura biologica stessa egli esseri viventi, e riguardanti /'universalità del pia­neta e del suo futuro. Non è etico attuare una sperimentazione, di que­sta portata, quando non si è moralmente certi degli effetti che si posso­no generare, non solo nell'immediato, ma anche a medio e lungo ter­mine.
Il principio di precauzione deve prevalere sulla logica del solo rischio o, come si usa dire oggi, del "danno calcolato". Giovanni Paolo II sta ripetendo, in modo instancabile, che non si può fare della vita umana un oggetto di sperimentazioni, tanto più pericolose in quanto minacciano il valore stesso della vita e la sopravvivenza dell'u­manità. La vita non è un oggetto in nostro possesso, e ogni applicazio­ne delle tecniche agrobiotecnologiche non è mai una questione unica­mente scientifica; è sempre una questione di grande responsabilità morale.
L'etica da promuovere è l'etica della responsabilità, fondata:
. su informazione e formazione circa quelli che sono i meccani­smi che stanno subordinando l'etica alla scienza e la scienza a1l' economia;
. su scelte etiche che mettano al primo posto la persona e il suo habitat, e non interessi di parte;
. sull'impegno a prevenire i rischi, e non limitarsi a riparare i danni quando potrebbe essere troppo tardi;
. sulla capacità di andare incontro ai cambiamenti e di governar­li, e non di subirli passivamente.


3. IL RISPETTO DELLA NATURA: INTERVENIRE ENTRO CERTI CONFINI, RISPETTANDO L'ECOSISTEMA E SALVAGUARDANDO LA BIODIVERSITÀ

Ed ecco allora il terzo nodo problematico: fino a che punto è lecito intervenire nel quadro della natura? Qual è il ruolo dell' uomo nel creato: è il ruolo di un padrone assoluto o non piuttosto di un fedele amministratore?
E' noto come non siano mancati storici e ambientalisti che hanno ritenuto o ritengono la tradizione giudaico-cristiana responsabile del degrado ambientale, facendo risalire l'origine di questa responsabilità al comando biblico di Gen 1,28: "Siate fecondi e dominate la terra, soggiogatela e dominatela". Una corretta esegesi dei testi biblici va però in tutt'altra direzione.
Gen 1,26.28. I due verbi aramaici corrispondenti a "soggiogare" e "dominare", contrariamente al significato immediato che sembrano evocare, contengono, nel linguaggio biblico, due immagini estrema­mente significative. Il primo verbo (soggiogare) serve a descrivere il dominio di un re saggio che si prende cura dei suoi sudditi e fa di tutto, perché non manchi loro niente; in quanto tale, il verbo non indica affatto un potere dispotico o sfrenato che fa scempio della terra e dei suoi frutti, ma un compito sapienziale. Non saremmo più di fronte ad un re saggio, ma ad un tiranno. Il secondo verbo (dominare, radah) rimanda ad una missione di guida, come un pastore che conduce il gregge all'ovile, evitando che vada incontro alla morte o alla perdita di sé e descrive il ruolo dell'uo­mo come un ruolo di responsabilità. In entrambi le formulazioni, la signoria data da Dio alle sue creature, a1l 'uomo e alla donna, non rap­presenta mai una potestà assoluta, ma relativa: è una signoria ricevuta da Dio, attenta a proteggere quanto è stato loro affidato.
Gen 2,15. Il testo del secondo racconto è più facile da comprendere e implica un'ulteriore immagine di notevole significato: quella del giardiniere: "Il Signore prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse". I due verbi ("coltivare" e "custo­dire") esprimono il compito di un custode che si prende cura del giar­dino che gli è stato consegnato, coltivandolo e custodendolo appunto. "Coltivare" si oppone ad abbandonare; "custodire" a "distruggere", inquinare o devastare. L'uomo è quindi considerato come il giardiniere di Dio e il fruitore del bene-terra, non un suo despota.
E' quanto viene richiamato, indirettamente, dalla stessa immagine dell'albero del bene e del male, come spiega Giovanni Paolo II, nell'enciclica "Sollicitudo rei socialis": "Il dominio accordato dal Creatore all' uomo non è un potere assoluto, né si può parlare di libertà di 'usare e abusare', o di disporre delle cose come meglio aggrada. La limitazione imposta dallo stesso Creatore fin dal principio, ed espres­sa simbolicamente con la proibizione di "mangiare il frutto dell' albe­ro" (Gen 2,16), mostra con sufficiente chiarezza che, nei confronti della natura visibile, siamo sottomessi a leggi non solo biologiche, ma anche morali, che non si possono impunemente trasgredire" (SRS 34).
Dunque è lecito intervenire nel mondo della natura, ma entro precisi confini, non spadroneggiandola a piacimento o creando condizioni di invivibilità. "Risulta evidente - sottolinea ancora Giovanni Paolo II nell'enciclica appena citata - che lo sviluppo, l'uso delle risorse della terra e la maniera di utilizzarle non possono essere distaccati dal rispetto delle esigenze morali. Una di queste impone senza dubbio limiti all'uso della natura visibile" (SRS 34). La natura è un dono da rispettare e migliorare, non da violentare.
"Dio perdona, la natura non perdona", afferma un antico detto della saggezza cristiana. E' pericoloso far violenza alla natura; essa conserva la memoria di quanto subisce e prima o poi si ribellerà. Oggi questo pericolo non riguarda più solo questo o quel caso particolare, ma il "villaggio globale" dell'umanità del cosmo.
Siamo sicuri, ad esempio, che il mancato rispetto delle diverse specie, l'incrocio fra geni di piante, di animali e geni umani sempre più estesa e capillare non finisca per sconvolgere l'ordine strutturale stes­so della natura e non introduca situazioni di squilibrio non più control­labili?
. Altro è l'intervento per migliorare la natura al suo interno e renderla capace di difendersi da parassiti mortali, come si è detto, ma all'interno del loro stesso essere e utilizzando o incrementando le loro stesse risorse di natura.
. Altro è la violazione sistematica e globale delle leggi biologi­che degli esseri e delle loro relazioni con l'immissione di situazioni nuove che vi si oppongono e possono creare situa­zioni non più controllabili.
Finché l'applicazione delle biotecnologie in campo agro-alimentare non avrà sciolto ogni riserva in questo campo sarà un preciso dovere etico chiedere almeno una moratoria. L'uomo deve guardarsi dal rischio di ridurre il cosmo ad una preda da conquistare o ad una casa da saccheggiare. Già in un discorso del 24.3.97, Giovanni Paolo II aveva denunciato questo pericolo: "L'ambiente è diventato spesso una preda a vantaggio di alcuni forti gruppi industriali e a scapito dell' u­manità nel suo insieme, con un conseguente danno per gli equilibri dell' ecosistema, della salute degli abitanti e delle generazioni future".
Le parole del Santo Padre richiamano due problematiche attualissime, collegate alle agrobiotecnologie: l'unità dell' ecosistema e la salvaguardia della biodiversità.
L'ecosistema rappresenta un 'unità interattiva, dove ogni essere è in relazione dinamica con l'altro da sé e ogni modificazione che vi viene introdotta agisce in modo diacronico e sincronico sul circuito vitale degli esseri e del rapporto uomo-natura. Per questa ragione è sbagliato applicare alle scienze biologiche i principi delle scienze fisiche:
. la fisica è per definizione il campo delle leggi rigide e sempre eguali (posta una causa si dà un effetto);
. la biologia è invece il campo delle interdipendenze: il patrimo­nio genetico del DNA non una semplice fila di perline, dove ne puoi togliere una e sostituirla con ultra, senza che ciò non pro­vochi un cambiamento nella struttura stessa dell'essere. E' peri­coloso trasportare la logica deterministica della fisica all'interno della biologia e delle sue applicazioni in campo agro-alimentare.
L'unità dell'ecosistema è un bene da difendere, non un oggetto da mercanteggiare o da lasciare in balia del business economico. E' in gioco la sopravvivenza stessa della vita e dell'ambiente. Non si può disattendere questa responsabilità, agendo senza una coscienza infor­mata da principi etici. Giovanni Paolo II ha messo ripetutamente in guardia da una simile tentazione e ha parlato di mercanti che ''fanno del mercato la loro 'religione' , fino a calpestare, in nome di dio-pote­re, di dio-denaro, la dignità della persona umana e della sua vita". E' da questa nuova religione del profitto a tutti i costi che occorre guar­darsi, ritrovando un'autentica spiritualità del creato, comprensiva di un atteggiamento estetico verso la natura, che sia in grado di rimanda­re al Creatore di tutte le cose, con meraviglia e gratitudine, e ci orienti verso una dimensione contemplativa, e non distruttiva, del creato.
Lo stesso discorso vale per la biodiversità; essa è un valore da apprezzare e da promuovere, non da impoverire o ridurre sempre più. La questione non è soltanto ambientale; è etica. Non è moralmente lecito impoverire la varietà e la differenza della flora e della fauna, indebolendo o addirittura cancellando le molteplici specie di piante e di animali che la natura ha prodotto in migliaia e migliaia di anni e il Creatore ci ha donato, lasciando alle generazioni future una natura omologata a pochissime specie. Le applicazioni biotecnologiche, se vogliono essere utilizzate in senso umanistico, devono rafforzare la biodiversità, e non accellerarne la diminuzione e la scomparsa.
Intervenire sulla natura è legittimo, come si è detto, ma ciò deve sempre avvenire entro precisi confini e nel rispetto dell'unità dell'ecosistema, delle configurazione delle singole specie e della biodiversità. L'uomo è custode della natura, non despota.
La stessa questione della brevettazione degli OGM andrebbe ripensata in questo quadro. E' noto come il 12 maggio 1998 il Parlamento Europeo e il Consiglio dell' UE abbia approvato la "direttiva sulla protezione giuridica delle invenzioni biotecnologiche"; una direttiva che non è priva di interrogativi etici per le implicazioni che può avere sia in campo agrobiologico e biozoologico che in campo bioagroali­mentare.
Brevettare le sequenze geniche significa brevettare organismi viventi, e brevettare organismi viventi è brevettare la vita, finendo per ridurla ad un manufatto, ad un prodotto fatto dall'uomo e commercia­bile come ogni altro un oggetto di consumo. E' legittimo tutto questo? A che cosa condurrà? Dietro questa scelta, oltre che una questione di soldi (le famose royalties), non si nasconde forse una sorta di "delirio di onnipotenza"?
Il patrimonio genico appartiene a Dio e quindi a tutta l'umanità; e come tale deve essere considerato e valutato. Su questo punto, si è pronunciata la stessa UNESCO, affermando che "il materiale genetico è patrimonio comune dell'umanità" e "non deve produrre alcun gua­dagno economico". Purtroppo questa regola non è affatto rispettata dalla direttiva europea. La stessa distinzione che essa elabora tra "sco­prire" e "inventare" non è per nulla convincente. Anche in questo caso siamo di fronte ad un problema morale di rilevanza mondiale. Le applicazioni biotecnologiche devono salvaguardare il principio che il patrimonio genico (da qualunque essere provenga, umano, animale o vegetale) deve servire al bene di tutti e di ciascuno, senza diventare dominio esclusivo di qualche potentato economico e dell' arbitrio di interessi di parte.


4. CONCLUSIONE

Nei confronti delle agrobiotecnologie è dunque opportuno tenere ­al momento - un atteggiamento critico. La scoperta, di per sé legitti­ma, di nuove possibilità tecnologiche innovative non può indurre automaticamente alloro impiego, senza una verifica che consideri i rischi etici e faccia prevalere sempre e comunque gli interessi della colletti­vità su quello dei grandi potentati economici. Mai come oggi la nostra libertà dev'essere sottoposta al criterio della responsabilità e della pru­denza. Chi non lo facesse, diverrebbe colpevole tra l0 o 20 anni degli eventuali danni che potrebbero essere provocati da un uso degli OGM non sufficientemente vagliato o valutato in tutti i loro effetti. La comu­nità cristiana è oggi in prima fila in questa ricerca, per dare il proprio specifico apporto alla difesa della vita e dell' ambiente e promuovere uno sviluppo integrale e sostenibile dell’umanità.