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mercoledì 3 ottobre 2012

OGM, I pomi della discordia


I pomi della discordia
Pietro Greco
 L’ultima a far parlare di sé è stata Amflora, la patata geneticamente modificata nata nei laboratori dalla grande azienda chimica tedesca Basf. Alcune settimane fa la Commissione Europea ne ha autorizzato la coltivazione in campo aperto e la vendita, rompendo una moratoria che durava da dodici anni. La patata non arriverà sulla nostre tavole. Verrà utilizzata solo a fini industriali, per la produzione di amido. Eppure è riuscita a riaccendere la vecchia polemica tra i due opposti partiti degli apologetici e degli apocalittici delle «biotecnologie verdi»: ovvero delle diverse applicazioni della tecnica del Dna ricombinante a piante, tuberi e ad altri prodotti dell’agricoltura. Gli apologetici considerano questi organismi geneticamente modificati (ogm) la bacchetta magica capace di salvare l’umanità dallo spettro della fame. Gli apocalittici, all’opposto, guardano agli ogm come al «cibo Frankenstein», messo a punto da apprendisti stregoni che porteranno l’umanità alla perdizione.
Nonostante vada avanti, tra qualche tregua e improvvise fiammate, la polemica sulle «biotecnologie verdi» si concentra soprattutto da noi, in Italia. Dove continua a essere tanto dura quanto confusa. Ideologica, nella sua essenza. Perché i due opposti partiti chiedono a tutti noi non un’analisi critica delle potenzialità e dei rischi, ma una scelta di campo totale a favore o totalmente contro un processo – l’utilizzo delle tecnologie del Dna ricombinante in agricoltura – che in realtà è molto articolato e complesso, che si snoda lungo percorsi storici e, quindi, modificabili, che attraverso almeno quattro diverse dimensioni autonome, se non del tutto indipendenti: quelle della sicurezza alimentare, dell’impatto ecologico, dell’economia e della politica.
Prendiamo, per esempio, la dimensione della sicurezza alimentare e, quindi, del rischio per la salute dell’uomo. Molti prodotti alimentari geneticamente modificati con le tecniche del Dna ricombinante (chiamiamoli per mera comodità, cibi ogm) sono sulle tavole di centinaia di milioni di persone di tutto il mondo – sotto forma, soprattutto, di soia e di mais ma anche di altri prodotti più o meno essenziali – da almeno un paio di decenni. Ma non si ha notizia che abbiano prodotto danni significativi alla salute dell’uomo. Non più degli altri cibi, prodotti con tecniche convenzionali o nell’ambito della cosiddetta agricoltura biologica. Indagini accurate svolte sia negli Stati Uniti (dalla Food and Drug Administration) sia in Europa hanno dimostrato che non esiste un rischio sanitario specifico associato agli ogm. Per paradosso, i cibi ogm potrebbero essere persino più sicuri dei cibi convenzionali e persino dei cibi biologici: visto che devono superare prove di innocuità non richieste, in genere, agli altri prodotti alimentari. Ciò non toglie che singoli prodotti ogm possano risultare dannosi: per esempio provocare allergie. Ma, appunto, si tratta di prodotti specifici. Non dell’intera classe dei cibi ogm. E questo ci fornisce un primo insegnamento, fatto proprio dall’Organizzazione Mondiale di Sanità: non è possibile parlare in maniera generalizzata di “prodotti ogm”, ma la valutazione del rischio sanitario va riferita sempre, caso per caso, al singolo prodotto. Ma questo vale (dovrebbe valere) per qualsiasi prodotto alimentare che giunge sulle nostre tavole.
Anche il rischio ecologico, alla luce dei dati scientifici noti, va ridimensionato. Il tecnologie del Dna ricombinante vengono applicate alle piante per inserire uno o più geni “alieni”, appartenenti ad altre specie. Il rischio paventato è che questi geni possano diffondersi nell’ambiente ad altre specie di piante, determinando effetti ecologici indesiderabili e incontrollabile. Ora è vero che sono stati documentati diversi casi di «trasferimento genico orizzontale», ovvero di salti di geni “alieni” da una pianta OGM a una pianta non OGM, selvatica o coltivata che sia. Ma è anche vero che – a tutt’oggi – non ci sono state conseguenze particolarmente gravi da un punto di vista ecologico. Essenzialmente per due motivi: perché il «trasferimento genico orizzontale», tra specie diverse di piante, avviene normalmente in natura. E poi perché è difficile (anche se non impossibile) che un gene totalmente estraneo venga accettato e dia luogo a un «hopeful monster», ovvero a una nuova specie con caratteristiche diverse e vincenti. In genere il trasferimento orizzontale di geni “alieni”, se anche avviene con successo, genera mostri piuttosto deboli: facilmente eliminati per selezione naturale. Alcuni sostengono che il rischio di seri effetti indesiderati, anche se non si finora realizzato, potrebbe realizzarsi in futuro. E che, in ogni caso, nessuno ha verificato gli effetti ecologici di lungo termine, non fosse altro perché quel lungo termine non è ancora passato. Ma per valutare questi rischi e farli rientrare in ambiti fisiologici basta muoversi con prudenza. Valutare caso per caso. Non serve fermarsi del tutto.
C’è poi la dimensione economica del problema. A tutt’oggi l’applicazione a scala commerciale delle «biotecnologie verdi» si è concentrata nelle mani di poche aziende multinazionali, che hanno utilizzato queste conoscenze tutto sommato con scarsa creatività: le specie di piante geneticamente modificate sono poche e poche sono anche le funzioni (in genere la resistenza ai pesticidi) per cui sono state modificate. Inoltre l’approccio di queste aziende è di tipo monopolistico (cercano di imporre ai contadini solo l’uso delle loro sementi), nell’ambito di un sistema intensivo di produzione agricola. Un approccio così insostenibile – sia sul piano sociale che sul piano ecologico – da risultare del tutto inaccettabile. In definitiva, le «biotecnologie verdi» vengo utilizzate male e, troppo spesso, producono benefici per pochi e inconvenienti per molti. Ma i guasti – ripetiamo, inaccettabili – derivano non da proprietà intrinseche delle nuove tecnologie basate sul Dna ricombinante, bensì dalla loro appropriazione da parte di pochi in un sistema di mercato globale che è insieme iperliberista e iperprotezionista.
Eccoci, dunque, all’altra faccia della dimensione economica del problema. Gli uffici di comunicazione delle imprese biotecnologiche affermano che i cibi OGM  possono risolvere – con il basso costo di produzione e l’alta produttività – il problema della malnutrizione e della fame nel mondo. Un assunto del tutto infondato. La fame del mondo non dipende dalla scarsità di cibo, ma dalla sua cattiva distribuzione. Il cibo attualmente prodotto nel mondo intero sarebbe più che sufficiente ad alimentare l’intera popolazione del pianeta. Se, oggi, un miliardo di persone è malnutrito non è perché manca il cibo, ma perché quel miliardo di persone non vi ha accesso. E il mancato accesso al cibo di tante persone dipende da almeno tre fattori: un liberismo sfrenato (il controllo monopolistico delle sementi, per esempio), gli enormi sussidi economici erogati all’agricoltura europea e nordamericana che tagliano fuori i prodotti agricoli e l’economia dei paesi più poveri; la corruzione e la cattiva organizzazione di molti di quegli stessi paesi poveri. Nessuno di questi problemi viene alleviato di per sé dall’introduzione di colture OGM, anzi l’attuale gestione delle «biotecnologie verdi» li aggrava tutti.
Non c’è dubbio: gli OGM, come ha scritto Francesco Sala, potranno essere utili all’intera umanità. Ma solo se saranno gestiti nell’ambito di un’economia socialmente più sostenibile. Solo se saranno considerati una risorsa non a vantaggio di pochi, ma a beneficio di tutti. Ciò ci riporta alla quarta dimensione del «problema OGM», la dimensione della politica. Che, in tutta questa complessa partita, brilla per la sua assenza. Due i nodi principali che devono essere sciolti: quello della “trasparenza” e quello della “conoscenza come bene comune globale”. Le istituzioni politiche devono assicurare la massima trasparenza nella ricerca, nella produzione e nella distribuzione del cibo OGM. In modo che la filiera dei prodotti sia sempre ricostruibile. Le coltivazione segregabili (ovvero avvenire in ambienti ben definiti e separati da altri). In modo, inoltre, da offrire la possibilità a chi rifiuta i transgenici, per qualsiasi motivo, sia messo in grado di farlo. Questa trasparenza per ora è lacunosa. Occorre aumentarla.
Ma la politica deve fare di più. Deve assumere la conoscenza, anche la conoscenza biotecnologica, come un «bene comune» a disposizione di tutti e non come un «bene appropriabile» da parte di privati. In pratica significa non lasciare le «biotecnologie verdi» in mano a poche imprese private, ma finanziare con fondi pubblici la ricerca – una ricerca totalmente libera (nei limiti di legge). Basterebbe questo per aumentare la probabilità di avere prodotti biotecnologici che beneficiano non il produttore, come avviene ora, ma il consumatore, come dovrebbe essere. Più in generale, occorre che le istituzioni politiche stabiliscano nuove regole per un’agricoltura socialmente ed ecologicamente sostenibile. Contrastando il combinato disposto di iperliberismo e iperprotezionismo che garantisce pochi ricchi, mentre affama centinaia di milioni di poveri e mette a rischio l’ambiente.
In definitiva, ciò che ci viene richiesto nella società della conoscenza è una cultura scientifica più solida. Capace di analizzare in dettaglio i problemi e di distinguere gli effetti dalle cause, le cause prossime dalle cause remote, le azioni e le retroazioni di quel sistema estremamente complesso che è l’economia globalizzata fondata sull’innovazione tecnologica. O acquisiamo questa cultura scientifica o, semplicemente, saremo incapaci di capire il mondo in cui viviamo. Di valorizzarne le opportunità e di modificarlo lì dove produce effetti che non desideriamo.